I Gatti di Muggia e l’Usignolo di Keats
27 gennaio, 2010 di fma
Archiviato in Cuore di Tenebra, Leggere, Oltre le Righe, latest
Dalla statale, che correva alta sui colli, l’occhio poteva cogliere l’intera città: le vie che l’innervavano, le case dorate, i barbagli delle finestre ferite dal tramonto. Il mare.
Doveva essere una tappa intermedia, un posto per cenare e trascorrervi la notte, ma una volta dentro, lungo il molo, con l’odore di salmastro ci colse l’inquietante sensazione d’essere a un capolinea: un avamposto dimenticato, una Fortezza Bastiani divenuta città. Ogni cosa era sì al suo posto, ma come immobile, sospesa, parte di un evento che non s’é verificato e di cui tuttavia non é ancora morta l’attesa.
Di umano nient’altro che tre figure in controluce, all’estremità di un pontile; meridiana disegnata sull’acqua che s’inanellava muta al piede delle palafitte.
Forse rabbrividimmo, pervasi dal senso del tragico che coglie i sopravvissuti, di sicuro qualcosa ci tradì, perché il vecchio disse:
- Eh si, oramai la flota xe partida da un toco! –
Era alle nostre spalle, seduto sulla lucida convessità di una bitta, le mani annodate dall’artrite alla sommità del bastone. Restammo a bocca aperta. Era ciò che uno s’immagina quando pensa al genius loci, l’essere favoloso che custodisce il segreto dell’Osteria Platonica, dove si mangia da Dio e si spende un cazzo.

Lui a dire il vero si fece un po’ pregare, avrebbe preferito continuare a parlare della flotta e del bel tempo andato, quando a Trieste si passeggiava con un tacchino al guinzaglio di una catena d’oro, ma infine, pressato dalle nostre richieste:
- Andè da Hitler… – borbottò, indicando vagamente col bastone.
- Che tradotto vordì d’annà affanculo! – chiosò l’amico nostro, appena il genio non lo poté udire.
Ma l’osteria c’era: tre gradini sotto la strada, direttamente sul mare.
Un bistròt liberty, che doveva aver conosciuto tempi migliori.
La padrona disse che aveva per cena:
- Fior de Muja, pasere alla Hitler e poenta col nero de sepia. Ma bisogna spetare le oto…
Mentre contava le pietanze sulla punta delle dita annuiva, le spalle a un pilastro, sotto lo sguardo accigliato di un militare, appeso sopra la sua testa. Addì diciotto settembre 1917, recitava una bella grafia allungata, che pareva vergata col nero di seppia, il giorno che l’oste, ignaro sosia del führer, posava perentorio in divisa austroungarica.
L’ostessa rise.
- Mio nono de mi: Hitler fato e sputato! - sospirò, – Altri tempi, ciò!- come se suo nonno, il führer e l’imperatore fossero una cosa sola e lei ne fosse l’erede, sconsolata e consapevole a un tempo.
- Se vedemo a le oto…- e siccome restavamo fermi col piede alzato, trattenuti dai lamenti dell’assito, sorrise: – No stè badàrghe, el sta benon! El se lagna sol parché el spera sempre che qualchedun i lo compatissa… come tuti i veci.
Dall’uscio ci indicò la strada: una porta nelle mura, sormontata da un consunto leone di San Marco, crinito di capelvenere.
Il borgo era un intrico di viuzze serrate tra alte case stropicciate, donne appena deste, senza trucco sugli anni e sugli acciacchi. Donne che dovevano aver conosciuto, anch’esse, altri tempi e altra fortuna, a dar retta a certe preziosità sparse come relitti sulla spiaggia all’indomani d’un naufragio: un arco di pietra d’Istria con la sua brava chiave di volta ben istoriata; un paio di bifore veneziane simili a merletti ricamati nella pietra; un battacchio di bronzo fuso in forma di testa di leone. A ogni angolo di strada una qualche bottega debordava sulla via con profumi di caffè, mazzi di cipolle, rotoli di carta igienica. In piazza un mercatino di robivecchi con l’aria dimessa e arruffata di certe servotte appena giunte in città. Ci trovammo a passare sotto l’arco d’un vicolo, sotto la corda tesa d’un bucato, infine in un campiello, direttamente in faccia alla “Pescheria de Toni Moleca”. La porta era sprangata, ma la tinozza degli scarti ancora piena d’ogni ben di Dio, sicchè il campiello, dieci metri per dieci, brulicava di gatti d’ogni razza e condizione.
Il padrone, naturalmente, era quello bianco, acculato sulla soglia, l’aria sazia di chi ha già sacrificato ai doveri dell’asciolvere e, mi parve, perfino un accenno d’erre moscia. Gli altri tutti intorno, convulsi come una torma di yuppies in lizza tra loro per un posto da amministratore delegato. Due Schiavoni assatanati su uno sgombro. Un Senegalese aureolato di mosche sui resti mortali d’un muggine di Porto Marghera. Una banda di Albanesi (un maschio e due femmine), in paziente attesa d’imbarcare il solito sempliciotto. In disparte una Siamese col fiocco rosso, occupata a darsi di dama di compagnia con l’inarcare la groppa sugli stinchi della vedova d’un impiegato delle Generali.
- Cosa ti credi che la sia? una escort? – la vecchia arronzava un Pariolino, decisa a difendere l’onore della pulzella anche con le maniere forti, perfino con la punta dell’ombrello, se necessario.

- Canaja! – lo minacciava col dito, convinta che fossero fischi, mentre erano fiaschi. Le istanze del Pariolino rivolte, piuttosto che a Venere, a Mercurio, sotto le spoglie mortali d’un Brianzolo tosto, atticciato, quasi calvo, l’aria di chi non ha mai spartito nulla con nessuno, né intende farlo ora. Perfettamente a suo agio nella ressa il lestofante magnava e godeva (una sarda sotto la destra, una saracca nella sinistra), senza smettere un attimo di dimenare la coda, che si capisse che aveva opzioni intorno intorno, dappertutto.
- Che male c’è ad arrivare primi? É il liberismo baby!-
Imbrunì. Nel viola del mare presero a specchiarsi i lumi della costa. Era tempo di andare “Da Hitler”.
Camminavamo in fila indiana, lungo un molo così stipato di barche che mi tornarono in mente le nostre biciclette alla stazione, quando da ragazzi prendevamo il treno per andare a scuola. Ero rimasto ultimo. Forse non per caso. Avevo voglia di guardare il mare. Mi issai sul parapetto, mi sedetti e con le gambe penzoloni mi persi dietro alle barche, all’acqua, all’orizzonte.
A tradimento mi sentii tirare per l’orlo dei calzoni.
Mi trovai al cospetto d’un gatto distinto, canuto, l’aria emaciata che avevano gli intellettuali di sinistra quando c’erano ancora: la barba lunga, gli occhialini cerchiati d’oro. Senza sforzo, come se la gravità non lo riguardasse, balzò sulla sommità del gradone che mi stava davanti, di modo che ci ritrovammo a tu per tu, naso contro naso.
- Non mi sei piaciuto per niente. – attaccò senza presentarsi, – A noi la parte dei cialtroni, a voi quella dei padri nobili! – pausa, – Ma siamo diventati matti?–
La voce gli salì in falsetto e gli si ruppe. Mi venne in mente Totò.
- E tu chi saresti?! – farfugliai esterrefatto.
- Di certo non l’archetipo del lestofante che vorresti tu! – miagolò lui,- E voi non siete quei figlioli del padreterno che pensava Keats!- soggiunse.
- Ma se io neppure lo conosco questo Keats! –
- Tu, i tuoi simili, i poeti!
- E che c’entrano i poeti?
- I poeti sono pericolosi. – asserì lui.
Strinse gli occhi fino a ridurli a due fessure. Si mise comodo e, passandosi la lingua sul petto, prese a raccontare, un po’ farfugliando un po’ facendo le fusa. Non tanto tuttavia che non si potesse intendere.
- Fu in un giardino di Hampstead, nel mese di aprile del 1819, che John Keats udì cantare l’usignolo e, illudendosi di riconoscervi l’eterno usignolo di Ovidio e di Shakespeare, l’oppose alla propria condizione mortale. Oppose l’uomo all’usignolo, l’individuo alla specie, intendendo che quel canto fosse lo stesso che nei campi di Israele, un’antica sera, udì Ruth, la moabita. -
Mi guardava come se si aspettasse qualcosa. Mi toccai furtivamente contando sulle virtù apotropaiche del gesto, che in ogni caso male non fa. Poiché tacevo, continuò:
- Fu una sgangherata intuizione poetica assegnare l’usignolo e l’uomo a due mondi diversi e separati! – non doveva avere in gran stima le intuizioni poetiche – Fu un atto di superbia, che mentre pareva penalizzare l’uomo consegnandolo alla morte, in realtà lo privilegiava, attribuendogli un ruolo, che non gli spetta, di individuo bastante a se stesso.-
Ce n’era abbastanza per restare basiti. Non tanto e non solo per la saggezza dell’argomentazione in sé, pur sempre stupefacente in un felino, quanto per la straordinaria familiarità che questi mostrava d’avere con le nostre più recondite illusioni.

Esisteva forse un universo felino, parallelo al nostro, che si faceva beffe di noi, a nostra stessa insaputa?
- Ma va! – ridacchiò lui,
– No! Il fatto é, potrà parerti strano, che anche noi gatti abbiamo dovuto patire i nostri Keats. Sissignore! – confermò col capo, – Cosa ne abbiamo fatto?- mi guardò malizioso – Soppressi in fasce! – mi guardò dritto negli occhi – Sop-pres-si! – sillabò – Sepolti, sotto un mare di risate. Ed eccoci qua, senza problemi. -
Senza aggiungere né a né ba dovette decidere che poteva bastare, perché saltò giù dal gradone (con la levità d’una bolla di sapone) e si avviò alla pescheria, la coda dritta che pareva una bandiera.
Ero sempre a bocca aperta quando mi chiamarono.
Naturalmente mi guardai bene dall’accennarne a tavola. Sapevo che quell’essere incredibile avrebbe potuto rimaterializzarsi e smentirmi quando e come avesse voluto.
Mi coricai ripromettendomi di pensare ad altro, come se fosse facile. In realtà a furia d’almanaccare presi sonno che già l’alba s’affacciava alle stecche delle persiane, col risultato che m’alzai rotto, come se venissi da un turno di notte ai mercati generali. Con la scusa di comprare le sigarette, maledetto vizio, mi allontanai lungo il molo. Chiaro che cercavo il gatto, la barca, una spiegazione qualsiasi.
La barca poteva essere quel puntino laggiù, dove il mare diventava cielo, ma del gatto assolutamente nessuna traccia. Il campiello era vuoto, fatte salve certe cartacce che si muovevano lente al piede dei muri, portate da una brezza triste. Feci girare lo sguardo attorno, come un vecchio cerca nell’aria d’aprile il suo perduto amore e, lì dove un minuto prima non c’era, l’avrei potuto giurare, lo vidi: sulla soglia d’un uscio, accanto a un orinale riciclato in cui, messe a dimora da una mano gentile, erano fiorite delle viole del pensiero. Lo riconobbi dal modo con cui si passava la lingua sul petto. S’era tinto la canizie d’un fulvo sfacciato e portava delle assurde lenti a contatto, ma era lui. Mi avvicinai con l’aria di voler dare un’occhiata alle cartacce. Ne raccolsi una per darmi un contegno, col risultato che mi ritrovai a tu per tu con un distinto signore, atticciato, quasi calvo, che voleva il mio voto per andare a Roma. A cambiare l’Italia, diceva.
Stava crescendo un mondo ridicolo, che proclamava di voler fare da sé, per sé, ma non perdeva occasione per chiedere un obolo, un sms, una firma, un voto, un aiutino.
Non avevo finito di pensarlo che la vecchia che prendeva fischi per fiaschi squittì:
- Canaja! -
Mi parve che mi desse addirittura nel sedere con la punta dell’ombrello. Feci un salto. Poi un altro, quando sopra la testa m’esplose lo schiocco d’una vela in alto mare. Alzai gli occhi e vidi quel signore di prima, quello della cartaccia per intenderci, che rideva, gonfio di vento, confermando a lettere cubitali che, a dargli retta, in cento giorni avrebbe cambiato l’Italia.
Cercai il gatto con la coda dell’occhio.
Era l’unico dal quale avrei potuto accettare un consiglio. Dio sa se ne avevo bisogno. Ma era occupato a passarsi la lingua sul petto. Lo guardai per dirgli della mia pena. Lo guardai col cuore colmo di sofferenza, fin nel fondo degli occhi di smeraldo, fin dentro l’anima verde da cui aggallavano pagliuzze d’oro, fin dove mi riuscì: rideva!
Rideva senza darlo a vedere, senza rumore, senza iattanza, rideva tra sé, ma rideva: di me, di voi, di tutti quelli che s’erano schierati con Keats.
Di tutti gli uomini, soli con il loro disincanto, di cui non sapevano che farsene, naufraghi in un mare di guai.
arts by mariaorosantelea
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Ogni tanto. La sensazione che il lavoro dedicato a MC non è sprecato del tutto. Ogni tanto. Va bene lo stesso.
Grazie.
pezzo magnifico.
Bela Muja vecia, un toco de Venezia nell’impero.
Questa “Andè da Hitler” mi giunge nuova, non si smette mai d’imparare!
Non so se “Da Hitler” esiste ancora.
Conobbi il gatto al tempo in cui si teneva la mostra dei tesori degli Sciti a Miramare…
no. non esiste più.
per un periodo si è chiamata “ex Hitler”, poi LilliBontempo, ora credo sia chiusa.
La conoscevi anche tu?
No. Ho solo un inutile talento che mi permette di trovare informazioni che non mi serviranno mai.
Complimenti. Mi sembra di sentire il mio gatto che non miagola, sembra che borbotti
Il fatto è che hanno un sacco di difetti di pronuncia, peggio degli inviati dei telegiornali.
Alla fine ti chiedi: che avranno detto?
semplicemente meraviglioso!
Sei riuscito a trasportarmi nei luoghi che descrivi ed ho ascoltato, dalla sua viva voce, il racconto del gatto (che immagino con gli stivali:))…
Mi colpisce la tua “voglia di guardare il mare”e l’asserzione felina “i poeti sono
pericolosi”.
Lo penso anch’io.
Anime sensibili capaci di cristallizzare le emozioni, i sentimenti, trasformandoli in parole eterne. Pericolosi perchè ci dicono cose che non vorremmo sapere.Ci ricordano chi siamo, cosa sono il dolore, la gioia, l’amore che sperimentiamo ogni giorno nella nostra vita e che appartengono all’uomo come il bel canto appartiene all’usignolo. L’uomo vuole dimenticare la morte.Vive come se la morte non ci fosse.
Uomo e usignolo, due modi diversi di vedere e vivere il mondo.
E se il gatto ride di noi forse è perchè lui sa che il canto dell’usignolo,è una lode alla vita: l’usignolo canta pur sapendo di dover morire…l’uomo ripiegato su se stesso non ha ancora imparato… e muore vivendo.
Luna
Il gatto, tuttavia, asserì che loro li avevano soppressi in fasce. Sepolti sotto un mare di risate, così disse, per arrivare fino a noi senza problemi.
Tu non ti fidi del gatto?
Tutto sommato non lo vedo capace di raggiri!
Quindi mi fido ma ai poeti non rinuncio!