Guccini – Il Maestro della Porta Accanto

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Guccini – Il Maestro della Porta Accanto" è stato scritto da Daniela Tuscano

Guccini compie 70 anni

Non era né La locomotiva, né L’avvelenata. Il “mio” Francesco Guccini si ritrovava nella Canzone delle osterie di fuori porta e, ancor più, ne Il vecchio e il bambino e Il pensionato, sua ideale prosecuzione.

Le osterie, al tempo in cui ascoltai il brano per la prima volta, non le avevo mai viste in vita mia, salvo qualche sparuta stamberga sul Ghisallo, e ne conservavo un’immagine alquanto fantasiosa, remota, libresca: da Promessi Sposi, insomma. Eppure le percepivo in qualche modo anche vicine, reali; forse perché le associavo ai colori autunnali, e per me autunno significava ottobre, quindi scuola.

A quei tempi, settembre era ancora un mese vacanziero, ancorché mesto (il grosso dei gitanti era ormai rientrato), mentre ottobre no: ottobre si coniugava col marrone dei banchi scolastici, il caldo bigiognolo delle castagne e delle foglie secche, le piogge brumose, il vasto parco del collegio e… il mio compleanno.

Nessuna osteria, dunque, ma una certa trasversale familiarità permeava quei versi di Guccini.
Anche perché, poi, lui raccontava d’un mondo scomparso, di qualcuno “andato per età, perché già dottore, perché fa carriera, ed è una morte un po’ peggiore”.

La campagna di Guccini era pingue, lenta, settentrionale, variegata di salici e pioppi, ma non un vagheggiamento decadente. Era una storia d’amore che finiva, un abbandono, una violenza, davanti a un incombente mare di città e al degrado di rapporti e sentimenti. Quello stesso degrado aleggiava nel Vecchio e il bambino, dove le “torri di fumo” diventavano, ai miei occhi, quelle dell’acquedotto che si ergevano, misteriose e imprecisate, sopra l’antico campo volo, sempre al tramonto, sempre nel silenzio, quel silenzio attuffato e cinereo che seguiva la scia d’un’auto.

Ma poi, certo, per i miei quattordici anni, Guccini era la Piccola storia ignobile. Qualcuno l’ha utilizzata per realizzare un video riprodotto che documenta le lotte femministe per l’aborto legale. Io la lessi come un brano dolente, una conversazione, venato del cinismo dei vinti. La protagonista aveva in verità un’unica colpa, quella d’aver goduto del proprio corpo, di quei pochi scampoli di felicità, senza porsi troppe domande, senza pensare al futuro, semplicemente lasciandosi andare, anche abbastanza incautamente. Ma solo in apparenza. Una donna, o meglio, una ragazza slavata. Normale, “neanche minorenne”, precisa Francesco, che non potrà quindi contare sulla solidarietà – né sul pietismo, forma narcisistica e pelosa d’attenzione – degli amici, dei giornali. Una storia ignobile nel senso di poco interessante – non scandalistica, diremmo oggi. Una storia del silenzio su cui nessuno spenderebbe una rima “per una canzone di successo”. Ma il dolore di quella donna, quello era tutto intatto, tutto pesante, tutto reale, colmo, greve, e solo un artista sensibile come Guccini poteva coglierlo nella vetta più intima e impudica. Solo lui, il laureato con le mani da contadino, che armeggiavano la chitarra come una vanga e non si sapeva mai quale corda andassero a colpire, con quella voce buttata là, rabbuffata e senza grazia, e il peso, la fisicità di quel corpo enorme, sano ed eretto, prestato, chissà come, alla musica, errabondo “tra la via Emilia e il West”. Improbabili, alchemici percorsi.

Menestrello, talora, se il termine non suonasse un po’ lezioso per quel marcantonio nato con la barba (e quale stupore per me, anni dopo, rivederlo in alcune foto giovanili col viso pulito!): mia nonna lo chiamava “il negus”. Francesco ha saputo cantare la felicità e le sue donne sono state anche beate, formose, intraprendenti, fuggitive e lunari, seducenti e spiritose. E nuove: in Culodritto è il padre che parla, che osserva e, nel contempo, si ritrae. E appella la figlia, all’epoca fanciulla, con un termine tipicamente emiliano per descrivere la ragazza altera, sicura di sé, d’una rudezza spartana e, pertanto, soave, ma senza sbavature o eccessi. Che assapora la natura, e la vita, come un pugno di terra ma, come tutte le donne, non la violenta né la possiede, si limita a viverla, quasi fosse eterna.

E’ un’illusione, ma il padre non spegne quel tenue fiore, non ne ha diritto. Le lascia aspirare l’aria bianca, alle soglie d’un’altra epoca; ma lui ci aspetta ancora dietro l’uscio, sul far della sera, per offrirci un po’ di vino.

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Una inguaribile grafomane innamorata della vita, tra Proust e Pasolini, Merini e Saba... Senza dimenticare Vivian Lamarque. Musica, colori, ...

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