Grindhouse – A Prova di Morte. In Attesa di Planet Terror
26 luglio, 2007 - 15:00 di La Fee Verte
Archiviato in Schermo dei Sogni
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“Sai quando ho detto che questa macchina è a prova di morte? Beh, non era una bugia, questa macchina è a prova di morte al cento per cento. Ma la cosa vale solo per chi è seduto al mio posto”
Stuntman Mike
Le tre belle ragazze non passano inosservate quando escono alla conquista della notte da Guero’s al Texas Chili Parlor.
Non tutti però si limitano a guardarle e magari a desiderarle da lontano.
Tra chi le osserva c’è anche l’attempato Stuntman Mike, uno psicopatico misogino con un’evidente cicatrice sul volto, che rende il suo sguardo inquietante.
Mike le segue al volante della sua rombante auto da stuntman (a prova di morte), con tanto di teschio stampato sul cofano, e aspetta solo di poterle attirare nella sua trappola di lamiere e sangue.
Molti mesi dopo lo ritroviamo ancora in azione, nel Tennessee, come sempre in cerca di giovani vittime, ma questa volta Stuntman Mike non ha fatto bene i conti.
L’audio è disturbato e gracchiante, la pellicola è ammaccata, sporca, graffiata, con alcune immagini in bianco e nero ed evidenti salti di fotogramma: il film ci scaraventa sin dai titoli di testa direttamente negli anni 70, nel periodo in cui esplose negli Usa la mania per i film grindhouse.

, che cura anche l’esemplare direzione della fotografia, spalanca per noi la sua bottega di cinefilo doc, dandoci l’illusione di trovarci proprio in quegli anni, in cui sulle strade polverose del Texas e del Tennessee sfrecciavano roventi bolidi come la Dodge Charter del 69 di Mike, o la Dodge Challenger del 70 (come quella usata nel film “Punto Zero”) che con quella di Mike ingaggerà nel finale un rocambolesco inseguimento con speronamento al fulmicotone.
Anni in cui sculettanti ragazze in shorts e camperos frequentano locali dalle pareti tappezzate di locandine dei più celebri b-movies, ascoltando vecchie canzoni al Juke-box.
A rendere credibile l’illusione contribuisce anche l’ottima colonna sonora, in cui si spazia da “Baby it’s you” rivisitata dagli Smith, a temi estratti dalle colonne sonore di ““, “” e ““.
Non mancano i classici dialoghi da antologia, in cui si citano John Hughes e titoli come “” (1974) e “” (1971), e si ricordano vecchi telefilm nella sequenza in cui Mike si sente rispondere da alcune ragazze che non conoscono i famosi serial in cui egli ha lavorato come stuntman e controfigura.
Se non fosse per due dettagli deliberatamente inseriti nelle sequenze (un telefonino cellulare e un I-pod) l’illusione sarebbe perfetta.
L’ironia non manca e come spesso è solito fare, Tarantino si concede anche un cameo, interpretando il ruolo di un barista un po’ svitato.
Memorabile ed esilarante anche il dialogo, nei corridoi della clinica tra un ingenuo e maldestro poliziotto e suo padre, uno sceriffo pallone gonfiato (quasi ricalcando la buffa accoppiata Rosco-Boss Hogg del telefilm “”) indeciso sul dedicare le sue energie ad incastrare Stuntman Mike o a seguire le corse del circuito Nascar, che ad un certo punto sembra citare ironicamente “” di , descrivendo Mike come un individuo perverso in grado di eccitarsi solo alla vista di corpi straziati e lamiere contorte.

Dopo conclusione decisamente pulp della prima parte del film, ci ritroviamo nelle campagne del Tennessee, in cui lo scenario e lo svolgimento iniziale dei fatti sembrano ricalcare gli eventi in cui Mike si è reso protagonista in Texas, ma imprevedibilmente la situazione si ribalta, le donne da vittime diventano carnefici e mettono in atto un’implacabile vendetta, servendosi ancora una volta dell’automobile, ma anche di anche un tubo di ferro-simbolo fallico, brandito come una spada samurai, che ricorda quella certa allegoria antimaschilista che già fu alla base dei due ““.
Il finale è un’esplosione di violenza in cui le tre ragazze infieriscono a colpi d’arti marziali su un ormai indifeso Mike, privato della sua corazza di lamiere.
Ogni stoccata ricevuta da Mike è seguita da un fermo immagine che blocca il sangue che sgorga dalla sua faccia a mezz’aria, ed enfatizza il suo essere ormai in balia di tre furie cieche che sembrano volersi inconsciamente vendicare anche dei loro alter-ego, le ragazze massacrate in Texas.
La vendetta è compiuta, il viaggio è finito, e ancora una volta ringraziamo Quentin Tarantino per averci permesso di sbirciare nel suo baule dei ricordi, in cui sono affastellati tra la polvere vecchi manifesti un po’ sbiaditi e pellicole mal conservate…ma che forse proprio grazie alla polvere e al logorio del tempo hanno acquistato maggior fascino.
Nota: Planet Terror, la seconda parte di – a Prova di Morte, sarà nelle sale il 27 luglio, domani.
Grindhouse – A Prova di Morte. In Attesa di Planet Terror è di

A me è piaciuto molto (anche se all'inizio del primo tempo mi sono un po' appisolato… comunque pure lì era resa bene). Il finale è davvero esaltante e liberatorio.
Ma uno beve l'assenzio e diventa cosi acculturato di cinema?
Stasera vedrò anche io la fata verde…ma Crash di Cronenberg no lo trovo riluttante anche se ci sono bravi attori e lui viene idolatrato io lo trovo…bleah che schifo.
@ Marco il Buono: magari bastasse bere assenzio, io mi son dovuta prendere una Laurea in Storia del Cinema!!
Bene,
ho letto una bella recensione e capito finalmente cosa è la fata verde.
grazie
@ MenteCritica: Grazie a te!
appena arriva, me lo vedo: amo quell'uomo
A me piace molto Quentin Tarantino anche quando dice che "il cinema italiano piu' recente lo deprime.."(intervista rilasciata al Festival di Cannes) e ribadisce, smussando i un po' i toni di "non voler mancare di rispetto a nessuno ma, visti i film rivoluzionari in arrivo dalla Corea o dalla Russia, perchè in Italia non si riesce a fare niente di cosi' forte?"
Perchè?
Luna
Posso dirlo? Una delle più grandi emozioni che il cinema degli ultimi tempi mi abbia fornito. Sono innamorato di Tarantino, ogni volta dimostra di essere all'altezza della situazione, e ho una vastissima collezione di pulp italiano '60/'70. E' stato forse il genere più sperimentale del cinema nostrano, Hollywood non ha mai negato di aver attinto a piene mani da esso: Germi, Lizzano, De Martino hanno prodotto le loro celluloidi ben prima de "Il braccio violento della legge", datato 1971 e arrivato nientemeno che all'Oscar l'anno dopo.
M'è incredibilmente piaciuta poi la tua descrizione, tra le righe non si riesce a leggere nemmeno in parte il tuo giudizio eppure completa nello spiegare dettagliatamente quel che offre la pellicola: tanta critica cinematografica invidierebbe una recensione di queste proporzioni.
Chapeau!
@ serpiko: veramente troppo buono… grazie mille
Mi permetto di esprimerlo qui, il mio giudizio sul film: grande.