Grande è la confusione sotto il cielo 5


Com’è noto, il pensiero dominante dell’epoca contemporanea assume come paradigma orientativo la tecnica, che è l’insieme di complesse ed articolate competenze. La sostanziale incompetenza non impedisce a ciascuno di noi di partecipare a tutti i dibattiti all’ordine del giorno, non tanto (o non necessariamente) per mero esibizionismo, ma perché questo tipo di partecipazione è un precipitato intrinseco dei sistemi politici democratici. E’, quindi, gioco forza dire la propria opinione sulla fecondazione assistita, senza essere dei biologi molecolari o dei genetisti, sull’energia nucleare, senza essere dei fisici nucleari e così via.

Come sopperiamo a questa spaventosa mancanza di competenza? Con l’acquisizione (almeno da parte dei più volenterosi) di un minimum d’informazioni sul singolo argomento (comunque, di norma, necessariamente approssimative e parziali, quand’anche fossero attinte da fonti scientificamente qualificate), ma, soprattutto, attraverso le affabulazioni dei politici, segnatamente, di quelli ai quali preventivamente si è accordata una sorta di fiducia generale, quasi sempre incardinata su un argomento specifico, ritenuto evidentemente di particolare rilevanza.

Con tutti i limiti ed i rischi sopra (doverosamente) descritti proverò a sviluppare una riflessione sull’attuale crisi economica, cercando di osservare il fenomeno con la piena consapevolezza di non avere gli strumenti tecnici dello studioso di materie economiche, ma con la speranza di sopperire a questa grave lacuna (ed arroganza) con il massimo di onestà intellettuale possibile e, quindi, con osservazioni molto semplici, al limite della banalità.

Diciamo subito una cosa: qui, in Italia, la crisi c’è, presenta connotati gravissimi e colpisce tutti, pur essendo terribilmente diseguale. Non è un giudizio di valore, non intendo cioè dire che dovrebbe colpire tutti alla stessa maniera o che dovrebbe avere una dose di equità. Non ci penso proprio, ma non sopporto più i piagnistei dei ricchi, il cui vero scopo è quello di sovesciare il terreno per fiaccare preventivamente le residue resistenze di quelli che sono già destinati a pagare per tutti. Ci sarà pure una differenza fra chi quest’anno avrà guadagnato qualche milione di euro in meno dell’anno precedente ed il trentaduenne Gigino, applicato di segreteria a Belluno da tre anni, che quest’anno è stato “tagliato” dalla Gelmini (si fa per dire, povera Gelmini) ed è rimasto a Nola, aggrappato alla paghetta di papà, tanto per sopravvivere. Salta Gigino, salta Gigetto.

E non fraintendetemi, non sono scandalizzato, so bene che la storia era più o meno la stessa anche prima della crisi, vorrei solo fissare il concetto che a qualcuno ha procurato una bella emicranie ed altri quello che pudicamente si chiama male incurabile. Siamo tutti una famiglia e se c’è da donare il sangue per il padre moribondo, bisognerà prelevarne mezzo litro ciascuno, non importa se un figlio è bello cicciottello e l’altro anemico ed anoressico. Siamo tutti una famiglia e lo eravamo già prima e non importa se uno dei figli si è appropriato dell’azienda di famiglia e l’altro ha lavorato in nero nella stessa azienda. Chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato, ha dato: “scurdammoce” ò passato.

Tutta questa menata assume per verità rivelata l’idea che le nostre difficoltà abbiano come causa efficiente l’enorme debito pubblico accumulato a partire dagli anni ottanta da classi politiche che hanno preteso d’innalzare il tenore di vita delle masse ben al di sopra delle reali possibilità del Paese (in sostanza, qualcosa di simile a quello che è accaduto in Grecia). Questa teoria ha un suo fascino (ancorché lasci diversi punti oscuri) ma è alquanto paradossale che gli stessi fautori procurino regolarmente di segnalare che la crisi nasce negli Stati Uniti (peraltro, sempre di più negli ultimi giorni si tende a focalizzare l’attenzione sull’euro e perciò stesso a spostare l’attenzione sull’Europa).

Ricapitoliamo allora il percorso della crisi, con le modalità meno confusionarie possibili. Gli Stati Uniti sono vissuti al di sopra delle loro possibilità: le autorità hanno favorito la globalizzazione, in modo che i risparmi scaturiti dall’acquisto di merci importate a prezzi più bassi, determinasse, a parità di salario, un incremento della loro capacità d’acquisto; le banche poi, concedendo mutui del tutto scollegati dalla effettiva capacità di rimborso, hanno a loro volta contribuito a creare un eccessivo benessere dei cittadini americani. Piano, che non è finita. Sempre le banche (e la Borsa) hanno proditoriamente finanziarizzato i crediti vantati nei confronti dei mutuatari, moltiplicandone (fino a venti volte) attraverso vari strumenti, a partire dai subprime, il loro effettivo valore, invadendo ed ingrassando, di conseguenza, la finanza mondiale.

Un bel giro, non c’è che dire, ma siamo solo alla prima parte, perché quando l’allegra compagnia delle banche ha incominciato a scricchiolare, il governo americano è dovuto intervenire massicciamente per salvare il sistema dal fallimento. Intervenire ha significato sostanzialmente trasferire sul pubblico, cioè sui cittadini (soprattutto, futuri) il debito delle banche private (attraverso il meccanismo del deficit di bilancio), acquisito per la parte più significativa dalla Cina, che, anche grazie al crescente potere di ricatto si è rifiutata tenacemente di rivalutare la propria moneta.

Ovviamente, la libera e vorticosa circolazione di capitali e strumenti finanziari ha immediatamente coinvolto l’Europa Unita, che già viveva un delicato e fragile equilibrio fra Paesi forti e Paesi deboli, risalente alle contraddizioni, mai risolte, nate al momento della instaurazione di una moneta unica e di una Banca Centrale, sul modello egemonico del marco tedesco. Anche in questo caso nessun giudizio di valore, ma solo un’onesta analisi degli accadimenti, almeno secondo l’opinione prevalente degli economisti più accreditati.

Sicuramente tutti i Paesi membri hanno tratto vantaggi e svantaggi dall’adozione dell’euro; più complesso sarebbe valutare l’attività o passività del saldo per ciascun Paese. Appare, tuttavia, evidente una limitazione della sovranità nazionale, almeno per quanto riguarda la materia economica, come plasticamente testimoniato dalla ormai famosa “lettera della BCE”. Forse bisognerebbe chiedersi a questo punto su cosa si reggeva l’equilibrio dei Paesi membri dell’Unione, atteso che questo organismo non ha mai raggiunto un’unione politica di stampo federale. Ciascun Paese, di fatto, ha continuato a perseguire l’interesse nazionale, fermo restando che la direzione politica vera è stata fermamente ancorata alla BCE, che attraverso lo strumento del vincolo economico ha in buona sostanza consegnato lo scettro nelle mani forti di Germania e (in subordine) Francia.

Non è una questione di orgoglio nazionale (che pure avrebbe ancora qualche legittimità). Qui si tratta di capire se abbiamo ancora la possibilità di evitare il destino che hanno disegnato per la Grecia, liberandoci per un attimo da ogni ideologia e da ogni pregiudizio. I nostri debiti sovrani crescono perché si assottigliano le entrate fiscali a causa di una recessione che ha attanagliato tutti i cosiddetti paesi Piigs. A partire dalla Grecia, dove i soli interessi sui prestiti ricevuti dovrebbero impegnare il 15% annuo di un PIL in via, peraltro, di inesorabile contrazione. La Grecia, alla quale continuano a prestare soldi, perché il suo debito sovrano è nella pancia proprio delle banche tedesche e francesi ed allo stesso tempo la inducono a comprare due cacciatorpediniere di fabbricazione tedesca. E’ incredibile, ma oramai ci siamo acconciati anche qui a parlare della Grecia come se si trattasse di un’auto malandata da mandare dallo sfasciacarrozze, piuttosto che di una nazione fatta di carne e di sangue come noi (stessa faccia, stessa razza).

Grande è la confusione sotto il cielo, ma resta il problema di capire come si può uscire da questa drammatica situazione. Basterà liberarsi dell’imperatore Cerone e sostituirlo col sobrio professor Monti? Basterà aumentare l’età pensionabile dei lavoratori, fingere di prendere ai ricchi con una bella patrimoniale, per restituire subito il maltolto con l’abolizione dell’Irap? Bisognerà vendere il patrimonio dello Stato (che sarebbe di tutti, quindi di nessuno) e, se del caso, aumentare di qualche altro punto l’Iva o è meglio un bel condono immobiliar-fiscale (tanto chi ha pagato per intero non può mica richiedere la restituzione)?

Ad essere del tutto sincero, devo ammettere che di questa crisi non ho capito molto, ma ho il sospetto che il ricorso ai vecchi arnesi utilizzati per il passato non funzioni più. Avventurarsi per strade nuove incute sempre un po’ di paura, ma battere quelle vecchie adesso che abbiamo scoperto che sono infestate da briganti mi sembra ancora più pericoloso.


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5 commenti su “Grande è la confusione sotto il cielo

  • Doxaliber

    Io ho le mie idee sul perché ci troviamo in questa situazione. Anch’io, come te, non sono un esperto, tuttavia anch’io, come te, sono convinto che le soluzioni adottate siano inadeguate.

    • eduardo

      Mi sembra evidente (basterebbe a ciò il solo titolo) che la mia intenzione non era certo quella di propinare una pillola di saggezza, quanto piuttosto sollecitare un confronto o almeno uno scambio d’idee.

      • Doxaliber

        Non avevo dubbi al riguardo. Il problema è che per sciorinare le proprie idee, soprattutto su argomenti così complessi, è necessario avere tempo ed io tempo ne ho davvero poco. Ma spero di poter presto scrivere qualcosa qui su mentecritica, contaci. 😉

  • Vincenzo Rauzino

    Bisogna ripensare il sistema bancario ed il welfare:istituire un reddito di cittadinanza incondizionato ed universale, introdurre una fiscalità monetaria con denaro elettronico ed un tasso negativo.
    Se tieni il denaro fermo, devi pagare un prezzo, se lo fai circolare, non paghi.
    Un reddito di cittadinanza ci libererebbe d’un colpo dalla piaga del lavoro nero, del precariato, della contrazione dei consumi, dell’INPS ecc..
    Niente più tasse, ovvero una sola tassa sul possesso di denaro (titoli, immobili, ecc.).
    Niente più banche, ovvero una sola banca, quella dello Stato, un solo conto per ciascun cittadino, in base al codice fiscale.
    Ecco, questi due, il reddito di cittadinanza e la fiscalità monetaria, sono le due gambe su cui l’umanità può ricominciare a camminare nella giusta direzione

  • efraim

    Ritengo tutto sommamente condivisibile. Mi permetto di segnalare, al proposito di strade nuove, una proposta che ne prospetta una sul tema. Certamente non è risolutiva (le dinamiche della spirale del capitalismo globalizzato non ne vengono minimamente intaccate), ma ha il pregio di essere uno strumento tecnico, immediatamente disponibile, privo di controindicazioni, di enorme convenienza, facilmente imponibile a qualunque governo (anche se difficilmente questo o quello delle opposizioni lo svilupperebbero mai spontaneamente, nonostante l’evidente necessità) e privo della necessità di condividere qualunque presupposto ideologico o sistema valoriale se non l’assunto, valido per qualunque definizione di giustizia, che essa deve ed è meglio che sia uguale per tutti.

    Se a qualcuno interessa, si può trovare qui un’esposizione succinta, oltre ad altre più articolate, esortative e dettagliate: http://www.salviamolitalia.com/

    Vista l’attinenza assoluta del tema non mi pare affatto che si possa in alcun modo considerare spam questo link. Adesso comunque propongo anche per la pubblicazione qualcosa tratto da lì.

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