Gli Spossessati 2


Ora che entra la primavera, che porta antichi ricordi e vecchie tradizioni vissute con persone che non ci sono più, ora che questa luce brillante sembra rendere più cupo il futuro, parlando ieri sera con mia madre, lei mi ha chiesto di andare a passare qualche giorno con lei a Salerno.

Ci ho pensato per un po’, ma mi sono reso conto che non è più possibile. Già da molti anni, quando tornavo nella mia città natale, finivo col rifugiarmi a casa dei miei perché quei luoghi mi erano diventati estranei. Ora, a ripensarci, li sento ostili.

Molti di noi che ci siamo allontanati viviamo la stessa sensazione di divergenza che provo io perché i ricordi rimangono gli stessi, ma la realtà si dirige verso un’altra direzione, le persone che conoscevi scompaiono, le cose cambiano senza chiederti il permesso e senza fartelo sapere.

Però, nel caso della mia città, più che di un cambiamento, che rappresenta comunque un’evoluzione, si è vissuto il degenerarsi di una malattia che è evoluta con velocità impressionante distruggendone il corpo, la storia e la mente.

Nei dieci anni che manco da Salerno, si è compiuta la devastazione i cui presupposti si erano già costituiti negli anni precedenti. La malattia, dopo essersi insediata in ogni parte del tessuto, è venuta alla luce sfacciatamente con il fare avido e rapinoso di chi sa di non avere più nulla da temere.

Nell’immaginario nazionale, sapientemente indottrinato da campagne pubblicitarie pagate con i quattrini dei contribuenti, Salerno sembra una ridente città di mare la cui massima attrazione, stranamente, è un evento che si consuma in pieno inverno, quando per quattro mesi quattro, i cittadini rimangono prigionieri del festival elettorale del padrone di Salerno, Vincenzo De Luca.

Ma oltre la cartolina c’è la realtà di una città che ha perso completamente la sua identità. I luoghi della bellezza naturale ed antica, deturpati abbandonati e lasciati a sé stessi secondo la logica che ogni apertura di un cantiere è l’occasione per celebrare i fasti del padrone, ma che un lavoro portato a termine compiutamente non può essere sfruttato. Quindi è meglio che il cantiere si chiuda lasciando le cose a mezzo, perché poi lo si possa riaprire con l’ennesima inaugurazione.

Salerno è costellata di promesse non mantenute, di monumenti all’esibizionismo, di fontane luride, di immondizia polverosa, di macchine in tripla fila, di friggitorie e centri scommesse. E in ogni parte della città sorgono come obelischi i tributi alla cultura inesistente dell’edilizia sconnessa e priapica che non ha nessuna considerazione del contesto, della storia e tanto meno del futuro.

Salerno è una città orribile, forse la città più brutta del nostro paese. Compete agli altissimi livelli del degrado con tutte le altre città dove si è spenta la luce e i cittadini brancolano nel buio, mentre gli amministratori approfittano dell’oscurità per fare preda.

Nella sua opera devastatrice, l’intellighenzia che guida il sacco della mia antica città, non ha risparmiato nulla. Piazze rese inutili per poi renderle fabbricabili, profilo collinare delineato a colpi d’accetta, la litoranea sud che somiglia alla periferia di una città sovietica degli anni settanta con i suoi palazzoni che sorgono a meno di cinquanta metri dal mare, il cuore della città vecchia presidiato da un mausoleo enorme e bianco eretto per preservare la memoria imperitura del padrone.

In inglese si dice dispossessed, in italiano lo si traduce “diseredati”, ma la parola che rende l’idea è “spossessati”. Un termine che si adatta perfettamente alla condizione dei cittadini salernitani, il cui orgoglio, anche dei più critici verso il sistema di potere che possiede la città, sarà sicuramente ferito da alcune delle cose che ho scritto. Li conosco i salernitani, conosco il legame che hanno con la loro città ed è stata forse questa la debolezza che li ha portati a farsi spogliare e a rimanere, ignari anche i più consapevoli, di quanto gli sia stato tolto e del modo violento con cui questa operazione sia stata condotta.

Su De Luca non dico nulla. Non è compito mio decidere se si sia mantenuto o meno nei termini corretti della legge. Ho un’opinione personale, ma non vale nulla perché non si poggia su alcun fatto.

Da padre, come lo è lui, posso solo immaginare l’insoddisfazione di non essere riuscito a trasmettere la sua magia, le sue indubbie abilità, il suo approccio aggressivo ai figli che, nonostante la base di partenza privilegiata e la ricca dotazione genetica, si sono dimostrati due politici mediocri e pasticcioni. Quindi, quando prima o poi finirà, perché per tutti finisce, in famiglia non rimarrà nulla e della peste che è stata sparsa rimarranno solo le cicatrici secche sul corpo consumato di una città morta.


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