Gita all’Ikea 46


Ogni volta che torno a Salerno mi tocca, puntuale come l’appuntamento con un destino maligno, l’Ikea. Mia madre, mia sorella e la madre di  mia figlia vanno pazze per l’Ikea. Basta accennare a una vaga disponibilità all’accompagnamento che l’intero gineceo vibra di emozione anelando le scintillanti meraviglie messe in vendita dal grande magazzino svedese. Io che sono stato forgiato nella disciplina silenziosa del più terribile esercito del mondo, mi rassegno quietamente alla consegna ubbidiente del servizio di autista, scorta e ufficiale pagatore.

Su di me l’Ikea ha l’effetto di demoltiplicare la mia vivace intelligenza fino a ridurla a livelli ovini. Esordisco con baldanza, intenzionato a sopravvivere lucido all’esperienza. Inizio a crollare poco dopo le camerette, cedo completamente alle lampadine e mi faccio tutto il tratto delle piante e dei depositi degli scatoloni in una specie di condizione catatonica, completamente preda delle musichette melense, i nomi a capa di cazzo degli oggetti e i cartelli che ti spiegano come cacciando soldi all’Ikea si salva l’ambiente e si fa sopravvivere i poveri popoli sottosviluppati.  Credo che la condizione sia colpa del giro ipnotico al quale si è costretti una volta fatto l’irrevocabile errore di imboccare le scale mobili che portano oltre la soglia dei cancelli del Paradiso. Irrevocabile sì, perché quando si entra si esce solo dopo aver sorbito tutto lo show. Ne sa qualcosa un tizio che conosco che, essendosi accorto di aver lasciato il portafogli in macchina poco dopo essersi addentrato nell’esposizione, fu costretto ad un intero giro a vuoto per uscire, prendere il portafoglio, rientrare e raggiungere la compagna che, fortunatamente, incantata dalla prodigiosa esposizione, non si era nemmeno accorta di essere stata abbandonata dall’amore della sua vita.

Il segreto dei progettisti dell’Ikea è prendere due o tre pezzi di materiale di merda e passare ore e ore a cercare di inventarsi un sistema per metterli insieme e attribuirgli una funzione. In questo modo, durante il giro ipnotico, i clienti non saranno più abbagliati dall’oggetto in sé, composto, come precedentemente esposto, da due o tre pezzi di materiali di merda, ma dall’ingegno che li ha trasformati in oggetti indispensabili per chi vuole vivere circondato di arredi di design, funzionali e che non valgono un cazzo. Se si riuscisse a mantenersi vigili durante il giro, l’Ikea potrebbe diventare un percorso didattico dove imparare, per esempio, come con un filo di lana, una pallina di gomma e un paio di cannucce si può creare un divertentissimo gioco. A patto di trovare un bambino sufficientemente fesso da cascarci (o meglio un adulto pagante convinto di comprare un formidabile gioco per quattro lire).

Ma se c’è qualcosa di veramente lercio all’Ikea non sono i mobili dall’aspetto squadrato, i piatti e le tazze senza alcuna personalità, le orribili librerie Billy o le lampade pretenziose tenute insieme da una sola vite, la cosa più deprimente, dicevo, sono i pupazzi per i bambini. Hanno una pelliccetta che sembra già usurata ancora prima di comprarla, delle enormi etichette che dovrebbero rassicurare sulla qualità della costruzione e dei materiali e che, invece, inquietano, gli occhi spenti e le facce tristi da deportati. Definendoli peluche si commette un reato perseguibile a livello internazionale. I pupazzi stessi hanno l’aspetto di quelli che ad una vita da oggetto così miserando preferirebbero una pietosa combustione con dispersione di gas tossici nell’atmosfera.

Uscire dall’Ikea è paragonabile ad una rinascita. Raggiunta l’agognata vettura al parcheggio, buttato anarchicamente il carrello da qualche parte, caricate le oscene borse blu nel bagagliaio, il tratto che conduce alla rampa dell’autostrada si percorre con l’animo leggero di colui che è stato sottoposto ad una grande prova ed è sopravvissuto. L’orizzonte appare più vicino, le sfide che incombono meno temibili e il prossimo giro all’Ikea lontano dieci mesi, un anno. Il tempo sufficiente per sperare che il mondo collassi in una catastrofe epocale consegnandoci finalmente alla semplice e naturale dittatura dei forti sui deboli operata attraverso clave che non hanno nemmeno il bisogno di essere montate.


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