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Gettiti e Parole

18 febbraio, 2010 di Gaspare Serra  
Archiviato in Democrazia e Diritti, latest



Un paese di “tartassati” ed “evasori”

Non esistendo sistemi fiscali “perfetti” (un po’ come le leggi elettorali), un sistema fiscale, generalmente, può essere: – più “efficace” che giusto – o più “giusto” che efficace. Il dramma del nostro sistema fiscale, invece, è che esso non è: né efficace (stante l’enorme “buco nero” dell’evasione fiscale che ha consentito crescere negli anni), né giusto (stante la grave discriminazione dei lavoratori dipendenti e dei pensionati rispetto ai lavoratori autonomi: i primi tartassati con pesanti prelievi alla fonte, i secondi liberi di auto-denunciare a piacimento il proprio reddito!).

Segno evidente del marcato “disequilibrio” del nostro sistema fiscale è che mentre sulle spalle di lavoratori dipendenti e pensionati grava gran parte del “carico fiscale” pendente sugli Italiani (da soli, queste categorie garantiscono ben l’“82%” dell’intero gettito Irpef!), i lavoratori autonomi sono in grado di difendersi dall’elevata pressione fiscale: – “evadendo” le tasse (essendo il loro “reddito effettivo” difficilmente accertabile) – “eludendo” le imposte (ad esempio, scaricando l’Iva anche su beni ad uso personale) – e “dividendo le fonti di reddito” tra i componenti della famiglia (di modo che, pur a parità di reddito complessivo, il livello di reddito di ogni componente familiare si mantenga più basso di quello effettivo e rientri in scaglioni Irpef inferiori!).

Il “tax freedom day”

Del taglio delle tasse si discute oramai da anni, per lo meno dal 1994 (con lo slogan “meno tasse per tutti” è avvenuta la scesa in campo di Silvio Berlusconi). Salve qualche intervento settoriale e sporadico (come la cancellazione dell’ICI sulla prima casa), però, di risultati concreti non se n’è visto l’ombra. L’imposizione fiscale in Italia continua ad essere tra le più alte d’Europa (se non del mondo!). In Italia quest’anno il “tax freedom day” (ossia il giorno dell’anno a partire dal quale i lavoratori, al netto delle tasse dovute allo Stato, iniziano a guadagnare fino alla fine dell’anno solo per se stessi) si è ulteriormente spostato in avanti: dal 22 al 23 giugno!
Ogni contribuente italiano, in pratica, nel corso del 2010 dovrà devolvere all’erario un’equivalente in media pari a tutto ciò che intascherà col suo lavoro dall’1 gennaio fino al 23 giugno. Un esempio di quanto il fisco sia vorace? Nella dichiarazione dei redditi quando si raggiunge la soglia dei 28.000 euro scatta automaticamente l’aliquota del 38%(1) : ciò vuol dire che una famiglia media italiana (con un reddito poco superiore ai 2.000 euro mensili, oggigiorno appena sufficiente per vivere se si è in affitto, si ha un mutuo da pagare o si hanno più figli a carico) deve restituire quasi il 40% del proprio reddito allo Stato. Per fare qualche utile comparazione: – in Francia un contribuente dichiarante 55 mila euro di reddito paga solo “3 mila euro” di tasse sul reddito (mentre in Italia lo stesso sarebbe tenuto a pagare ben “16 mila euro”!)
- in Germania i redditi fino a 52 mila euro scontano un’aliquota del solo “15%”, contro un’aliquota del 42% per i redditi superiori (in Italia, invece, entro lo stesso livello di reddito l’aliquota Irpef varia dal 23 fino al “38%”!).

Berlusconi (la promessa): “due sole aliquote irpef per gli italiani!”

“Riforma fiscale? Si parta dalla riduzione a due delle aliquote Irpef!”. Questo il progetto al quale starebbe lavorando il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ed il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. La novità principale altro non è che la riedizione (per la terza volta) della proposta con cui lo stesso Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si era presentato agli elettori già 15 anni fa: la riduzione delle aliquote Irpef a due sole (del 23% per i redditi inferiori a 100 mila euro e del 33% per i redditi superiori).

Il sistema dell’irpef vigente in italia

In Italia l’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) si articola in “cinque scaglioni” di reddito ad ognuno dei quali corrisponde una propria “aliquota imponibile” (progressiva all’aumentare del reddito). Più in dettaglio:

I- per i redditi compresi tra 0 e 15 mila euro l’aliquota Irpef è pari al 23%
II- per quelli tra 15 e 28 mila euro al 27%
III- per quelli tra 28 a 55 mila euro al 38%
IV- per quelli tra 55 a 75 mila euro al 41%
V- e per quelli oltre i 75 mila euro al 43%.

Sui redditi più bassi, inoltre, grazie ad un complesso sistema di “deduzioni” dal reddito e di “detrazioni” dall’imposta, l’incidenza effettiva media dell’Irpef risulta pari per i redditi fino a 8 mila euro, all’1,6% e per quelli compresi tra 8 e 15 mila euro, al 9%.
Che l’Irpef rappresenti l’“imposta perno” del nostro sistema fiscale, infine, lo dimostra il suo enorme gettito, pari a 163,4 miliardi di euro (contro i soli 43 dell’Ires e 38 dell’Irap), oltre i 2/3 dell’intero gettito delle imposte dirette e ben 1/3 delle intere entrate tributarie dello Stato (pari a 471 miliardi di euro).

Cosa cambierebbe con la riforma dell’Irpef annunciata?

Se la riforma prospettata dal Premier entrasse in vigore, il sistema dell’Irpef si articolerebbe in due soli scaglioni di reddito con aliquote fiscali notevolmente ridotte rispetto alle attuali:

I- per i redditi tra 0 e 100 mila euro l’aliquota risulterebbe del 23%
II- per i redditi oltre i 100 mila euro si ridurrebbe a solo il 33%!

Un simile disegno riformatore risulterebbe premiante soprattutto per i ceti sociali più alti. Più in dettaglio: – per le fasce sociali basse (dichiaranti fino a 15 mila euro) il beneficio fiscale sarebbe “nullo”: in sostanza, i soggetti più deboli (come pensionati e lavoratori percepenti meno di 1.000 euro al mese) non riceverebbero “1 solo euro” di riduzione fiscale. per le fasce sociali medio-basse (dichiaranti dai 15 ai 28 mila euro) cambierebbe ben poco, beneficiando di una minima riduzione dell’aliquota (dal 27% al 23%). per le fasce sociali medio-alte (dichiaranti dai 28 ai 75 mila euro) lo “sconto fiscale” risulterebbe già “sostanziale” (beneficiando di una riduzione dell’aliquota dal 38% al 23%), mentre le fasce sociali alte (ossia dichiaranti oltre i 75 mila euro) risulterebbero paradossalmente essere quelle in assoluto più premiate, beneficiando di una riduzione dell’aliquota dal 43% al 33% (di 10 punti percentuali netti!).

Secondo l’ufficio studi della Cgia di Mestre (“Associazione artigiani e piccole imprese”) a fronte di una riduzione del carico fiscale di “520 euro” annui per una coppia con un figlio a carico e con un reddito di 21.500 euro ciascuno, coloro che intascano più di 40 mila euro vedrebbero ridurre il loro carico fiscale di “2.320 euro”, mentre coloro dichiarati oltre 100 mila euro disporrebbero di ben “14.170 euro” di sconto fiscale.
Ecco perché l’annunciata riforma dell’irpef risulterebbe “classista”, “iniqua”, “insostenibile” e “populista”.

Una riforma classista

A seguito dell’approvazione di una riforma del genere, a regime, mentre chi dichiarerà 100 mila euro di reddito annuo beneficerà di ben “14 mila euro” di sconto fiscale, la maggioranza dei pensionati e dei lavoratori (dichiaranti non più di 15 mila euro) non beneficerà di “1 solo euro” di taglio dell’Irpef. A dimostrazione del fatto che in pochi (anzi “pochissimi”) beneficerebbero della riforma in oggetto, basti considerare il fatto che mentre il 50,9% dei contribuenti (oltre 21 milioni) dichiara meno di 28 mila euro annui e il 93,2% dei contribuenti dichiara meno di 40 mila euro, il 6,8% dichiarano più di 40 mila euro, l’1% (pari a 400 mila contribuenti) dichiarano più di 100 mila euro (contribuendo solo per il 17% all’intero ammontare del gettito Irpef) e solo lo 0,5% (pari a 150 mila contribuenti) dichiarano oltre 150 mila euro.
Questi dati, da soli, evidenziano il carattere “classista” di una riforma che sarebbe soltanto un’offesa alla dignità di chi lavora ed un regalo inatteso per grossi professionisti, ricchi ereditieri e speculatori economico-finanziari. Qual è, dunque, l’“interesse generale” che giustifica una riforma costosissima ed a beneficio di una minoranza risicatissima?

Una riforma iniqua

Secondo l’art. 53 co.2 della Costituzione “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Progressività dell’imposizione fiscale significa che chi guadagna di più, per un principio di “equità sociale”, deve pagare più tasse (non in proporzione ma “in progressione” al proprio reddito), mentre chi guadagna di meno è tenuto a contribuire di meno alla finanza pubblica. La riforma fiscale in discussione, invece, va esattamente nella direzione opposta!
Se si considera che il 99,5% dei contribuenti italiani dichiara redditi inferiori a 100 mila euro (per cui l’aliquota del 33% si applicherebbe soltanto ad una ristrettissima minoranza di contribuenti), tale riforma comporterebbe, di fatto, l’introduzione di un’“unica aliquota” del 23% su tutti i redditi: il pensionato o l’operaio pagherebbero allo Stato (in proporzione al proprio reddito) le stesse tasse dovute da un imprenditore, un medico, un commercialista, un avvocato o un libero professionista.

Una riforma insostenibile

Alle considerazioni sull’impatto sociale della prospettata riforma vanno aggiunte quelle sul suo impatto economico. Come coniugare, infatti la notevole diminuzione del gettito provocata dalla riduzione degli scaglioni e delle aliquote Irpef (intorno ai 20 miliardi di euro) con la tenuta dei conti pubblici dell’Italia (il terzo paese più indebitato al mondo, pur non essendo la terza economia al mondo)? Quale sarebbe il vero prezzo (in termini di tagli alla spesa sociale e/o di aumenti della fiscalità generale, ossia di “macelleria sociale”) che gli Italiani sarebbero tenuti a pagare?

Una riforma populista

Un ultimo interrogativo lo pone la tempistica degli annunci del Governo: il 9 novembre 2009 il Premier ha pubblicamente manifestato il suo proposito di riduzione delle aliquote Irpef. Appena quattro giorni dopo, però, ha parzialmente smentito se stesso dichiarando: “l’attuale situazione di crisi non consente alcuna riduzione delle imposte”. L’impressione, allora, è che si tratti dell’ennesima boutade berlusconiana. Un ulteriore fatto, tra l’altro, ci impone di esser scettici: lo scorso ottobre 2009 il Cavaliere si era impegnato (davanti all’assemblea di Confcommercio) per una riduzione dell’Irap nella Finanziaria 2010. Poco dopo, però, il Parlamento, ha piuttosto concesso libertà alle Regioni di aumentare ulteriormente l’Irap in caso di deficit sanitario eccessivo e poche settimane dopo, infine, lo stesso Cavaliere, dimenticandosi della promessa fatta, ha trasformare la riforma dell’Irpef nella priorità dell’azione di Governo.

Quale la ratio di questa politica dei “continui proclami”? Verrebbe voglia, al proposito, di richiamare alla mente una notoria citazione del sen. Giulio Andreotti: “A pensar male si sbaglia… ma a volte ci s’azzecca!”.

Una proposta alternativa di riforma dell’Irpef e del sistema fiscale

Una riduzione dell’Irpef, sia pur necessaria (specie in una fase di generale impoverimento delle classi sociali medie, di perdita di potere d’acquisto delle famiglie e di crollo dei consumi), non può che avvenire nel rispetto del principio di “progressività dell’imposta” e nel quadro di una lotta senza campo contro l’evasione fiscale. Stante le limitate risorse finanziarie di cui dispone attualmente lo Stato, se è improponibile una “riduzione generalizzata” delle imposte per tutti è, di contro, auspicabile una rimodulazione del carico fiscale su lavoratori, pensionati e famiglie in modo da alleviare il carico fiscale specificatamente sui percettori di “redditi minori” e sulle “famiglie numerose” (l’introduzione del quoziente familiare, benché richieda uno notevole sforzo riformatore, dovrebbe divenire il principale obiettivo di qualsiasi riforma fiscale).
Sarebbe allora opportuna una progressiva riduzione degli scaglioni di reddito (portandoli da 5 a 4) e delle aliquote Irpef. Un nuovo possibile schema impositivo dell’Irpef, così, potrebbe essere il seguente:

I- fino a 20 mila euro di reddito, riduzione dell’aliquota Irpef al 15%
II- fino a 40 mila euro, riduzione dell’aliquota al 25%
III- fino a 60 mila euro, riduzione dell’aliquota al 35%
IV- oltre gli 80 mila euro, riduzione dell’aliquota al 40%.

Una riduzione così sostanziale del gettito Irpef, ovviamente, sarebbe sostenibile solo riequilibrando il sistema fiscale nel suo complesso. A tal fine sarebbe auspicabile:
- L’introduzione di una “tassa patrimoniale” sui grandi patrimoni (ossia, di valore stimato superiore a “1 milione di euro”), una sorta di “imposta di solidarietà sociale” che garantirebbe un nuovo gettito fiscale in grado di compensare, almeno in parte, la riduzione del gettito Irpef e di incentivare le fasce sociali più ricche a spendere i propri redditi piuttosto che accumularli parassitariamente.
- L’aumento della tassazione sulle “rendite finanziarie”. In Italia l’aliquota sulle rendite finanziarie è del 12,5%. Ciò significa che: mentre chi lavora paga l’irpef dal 23 al 43%, mentre chi fa impresa paga fino al 50% di tasse, mentre chi consuma paga l’IVA dal 4 fino al 20%, chi dispone semplicemente di rendite finanziarie (dunque guadagna sul capitale investito) paga solo il 12,5% di tasse. Ragioni di “equità fiscale”, dunque, impongono di portare la tassazione delle rendite ad un livello più adeguato, comparabile con quello europeo. Sarebbe auspicabile il raddoppio dell’imposta dal 12,5 al 25%.
- L’aumento dell’IVA sui “beni di lusso”. E’ auspicabile spostare progressivamente l’imposizione fiscale sempre più dal reddito ai consumi, sulla base della constatazione che la capacità di consumo (salvo che per i beni primari) cresce all’aumentare del reddito. L’imposta sui consumi di beni “di lusso”, dunque, è l’imposta progressiva per eccellenza! In Italia l’aliquota IVA varia dal 4% (per beni primari come il pane e la pasta) al 20% (per beni come i profumi): sarebbe opportuno portare al 25% l’aliquota IVA sui beni di lusso (come auto di grossa cilindrata, barche di grosse dimensioni, ville, piscine…).
- La reintroduzione dell’ICI sulla prima casa per i redditi più alti, ossia per i proprietari di case con redditi personali superiori ai 60 mila euro annui e per i proprietari di abitazioni con un valore stimato superiore ai 500 mila euro.

Una dichiarazione d’amore per gli evasori.

Speciale MC Evasione Fiscale.

Gruppo “per un fisco più equo e solidale.

Note
  1. in aliquota marginale []
Fine delle Note

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Gaspare Serra
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Comments

22 Risposte a “Gettiti e Parole”
  1. lucaspazio scrive:

    in Francia un contribuente dichiarante 55 mila euro di reddito paga solo “3 mila euro” di tasse sul reddito (mentre in Italia lo stesso sarebbe tenuto a pagare ben “16 mila euro”!)
    Un contribuente o un nucleo familiare? Di quante persone nel caso?
    Tralasciando ció un contribuente che dichiara 55k€ in Francia ne ha normalmente incassate 71.5k€ e ne ha quindi pagate giá 16.5k€ (il 23% del reddito) al fisco per pensione e sanitá.

  2. jema scrive:

    La quarta aliquota proposta deve partire dai 60 mila Euro, altrimenti le cose NON quadrano (come diceva il Mastro Bottaio).

  3. doxaliber scrive:

    Nella dichiarazione dei redditi quando si raggiunge la soglia dei 28.000 euro scatta automaticamente l’aliquota del 38%

    Attenzione però. Le aliquote sono a scaglioni per cui chi guadagna 28.000 non paga il 38% calcolato su tutti i 28.000 euro ma solo sull’eccedenza. Quindi si dovrebbe pagare il 23% fino ai 15.000 il 27% per i restanti 13.000 euro. Ancora, se il reddito fosse di 29.000 euro l’imposta dovrebbe essere 23% fino ai 15.000, 27% per 13.000 euro, e 38% sui 1000 euro rimanenti.
    Importante quindi capire che chi supera la soglia dei 75.000 euro non paga il 43% sui 75.000 ma solo sulla quota eccedente. C’è una bella differenza.

  4. Michele scrive:

    Nel mio piccolo sono rimasto colpito dalla semplicità di una riforma fiscale proposta qui:
    —–
    La migliore delle riforme possibili (la proposta di Tito Boeri)

    Non è una matricola universitaria di Scienze economiche a proporla ma un rispettato ed autorevole docente bocconiano: Tito Boeri, il quale, nel corso della settimana, ha lanciato l’unica riforma tributaria che si potrebbe fare oggi, cioè immediatamente. Portare la tassazione delle rendite finanziarie perlomeno all’aliquota del primo scaglione dell’Irpef (o Ire che dir si voglia), cioè al 23%. Una proposta di una semplicità disarmante, perfino crudele.

    Già perché nessun analista (tantomeno il nostro superministro Tremonti) è in grado oggi di spiegare a quale logica economica si ispiri un sistema che tassa lavoro e produzione al 23% (nel primo scaglione), mentre le rendite finanziarie (ad esclusione dei depositi bancari), quindi i capitali investiti in azioni e obbligazioni (compresi i titoli di Stato), scontano un magnifico 12,50% (mentre gli interessi maturati sui depositi bancari sono al 27%, anche questo un fatto incomprensibile vista la medesima natura di rendita finanziaria). L’unica logica che ispira un sistema del genere è quella della pura e semplice regalia ai frutti civili del capitale, quindi a coloro che sono più ricchi. D’altronde, la cosa non può stupire più di tanto, se solo si prendano in esame provvedimenti vergognosi come lo scudo fiscale (95 miliardi rientrati fino ad ora, che diventeranno forse 120 ad aprile, con un gettito già acquisito di 5 miliardi), che ha consentito a coloro che vivono di capitali (leciti ed illeciti) di ingrassare sempre di più.

    Fonte:
    http://snipurl.com/ueqdk
    —–
    Ma a pensarci bene realizzare una simile riforma non farebbe altro che portare i risparmi fuori dall’Italia.
    :-(

    • doxaliber scrive:

      Ma a pensarci bene realizzare una simile riforma non farebbe altro che portare i risparmi fuori dall’Italia.

      Non saprei, bisogna vedere quanto sono tassate le rendite finanziarie negli altri paesi. Inoltre non è credibile pensare che la borsa di Milano non lavorerebbe più e non ci sarebbero più azionisti o obbligazionisti solo perché si pagano più tasse sugli interessi delle rendite (perché di questo stiamo parlando). In merito all’altra obiezione sulla tassazione delle rendite finanziarie, ovvero quella che si tasserebbero i risparmi degli italiani su BOT, BTP, CCT, ricorderei ancora una volta che stiamo parlando di tasse sugli interessi e valuterei la possibilità di escludere i BOT dalla tassazione, almeno fino ad un certo scaglione di investimento.

  5. laura scrive:

    Caro comandante, ti seguo sempre con piacere, ma stavolta non posso essere d’accordo con te, per qualcosa che dici all’inizio. parli del fatto che i più tartassati in Italia sono lavoratori dipendenti e pensionati, mentre gli autonomi fanno quello che gli pare. Primo: non è affatto detto che gli autonomi fanno quello che gli pare, anzi, esiste uno strumento chiamato “studi di settore” per cui quello che dichiari deve rientrare in un range di guadagni “presunti”, che sia vero o meno, e se dichiari meno di quanto loro pensano che dovresti arriva subito la verifica fiscale. Due: io sono un’autonoma, lavoro come psicoterapeuta libero professionista, e nonostante i miei quasi quarant’anni se non fossi sposata con un altro percettore di reddito farei l’elemosina all’angolo di una strada, perchè ho studiato anni e anni, ma la strada è lunga e ce ne vuole prima di farsi una clientela…Lo Stato “presume” che io guadagni più di quel che guadagno davvero, e pretende da me lo stesso che pretende da altri autonomi di altra categoria che di sicuro guadagnano più di me, perchè dallo psicoterapeuta devi stare proprio male per andarci, se non ti butti prima dallo psichiatra che ti da la pillolina e passa tutto, ma se ti si rompe il rubinetto l’idraulico lo devi chiamare per forza (e chi vuole intendere, intenda…). Il dipendente ha lo stipendio fisso ogni mese, se lavora o se lavora meno, se sta male sta a casa, se fa un figlio resta a casa. Io no, lavoro pure se sto male, se non lavoro non guadagno, e a volte non lavoro per settimane, ho fatto un figlio e me lo sono cresciuto coi miei soldi (anzi, quelli guadagnati dal marito) e per tutto il tempo che è stato piccolo non ho lavorato, e quindi non ho guadagnato un cavolo. A me sta bene così, ma non mi venite a dire che me la passo meglio di un dipendente o che rubo allo Stato, questo no.

    • doxaliber scrive:

      Laura, il pezzo è di Gasparre Serra e non di Comandante Nebbia. Per quanto mi riguarda è indubbio che gli studi di settore danneggino coloro che stanno per iniziare l’attività che sono costretti a pagare per redditi presunti. Allo stesso modo i condoni fiscali danneggiano coloro che le tasse le hanno pagate. Anche in questo caso i Governi, piuttosto che cercare di risolvere il problema dell’evasione hanno cercato di tagliare la testa al toro vessando ingiustamente tutti i cittadini, trattandoli tutti come possibili ladri. Il risultato è che chi guadagna molto, con facili giochi su fatture e scontrinato, evade tutto, chi guadagna poco è danneggiato al punto da rischiare la chiusura. Ma è indubitabile il fatto che il peso fiscale è interamente sulle spalle dei lavoratori dipendenti che comunque non possono evadere nemmeno un centesimo perché le tasse le pagano alla fonte.

    • Giacomo scrive:

      Laura, ti riferisci evidentemente ad un esempio di lavoratore autonomo che paga fino all’ultimo euro ogni tassa. E concordo con te in pieno perché nei miei 25 anni di regime di lavoratore dipendente ho comunque avuto esperienze di autonomia e devo ammettere quale fosse il “bruciore” del dover dare 50 centesimi, mediati su base annuale, (tra IVA, IRPEF ed INPS) allo stato per ogni euro incassato. E scoprire poi con rabbia ad esempio che gli ultimi tre anni di regime INPS parasubordinato non faranno cumulo con quelli di lavoratore dipendente né contribuiranno a creare una seppur microscopica pensione (in pratica migliaia di € buttati…). Sono anche situazione come questa che spingono l’autonomo ad eludere, nascondere ed evadere.

  6. marechiaro scrive:

    Interessante, poi me lo leggo con calma e finisco il pezzo che sto preparando. Come anticipo, andate su http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=8738:varese-arrestati-per-concussione-2-funzionari-agenzia-entrate&catid=90:cronaca&Itemid=288
    perchè, come si dice. chi controlla i controllori?
    Vorrei anche che si finisse di definire gli autonomi evasori. Innanzitutto siamo gente che al posto di chiedere assistenza e infilarsi in posti pubblici, cercare poltrone, investiamo i nostri soldi e non solo 8 ore della nostra giornata ma molte di più. Paghiamo, come i lavoratori molte tasse fisse che non possiamo evadere, il più delle volte anche su quello che non abbiamo: iscriziane alla ccia, inps, inail non solo per noi ma per i dipendenti e come dice Laura siamo costretti a lavorare anche in maternità o in malattia, nessuno ci paga nemmeno se veniamo aggrediti, siamo obbligati a tenere un conto corrente con le relative spese, gli errori dei commercialisti e i loro mancati pagamenti li paghiamo noi, i crediti iva e i contributi promessi non vengono mai dati subito e trovano mille scuse per non darli. Non voglio aliquote più basse ma semplicemente che mi sia evitata la spesa del consulente, le noie burocratiche e che vengano semplicemente applicate la matematica e il buonsenso. Spero di spiegarmi meglio appena avrò tempo.

    • doxaliber scrive:

      Io credo che invece bisognerebbe smetterla con questa contrapposizione tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi. Così come si generalizza quando si descrivono i lavoratori autonomi come evasori fiscali allo stesso modo si generalizza quando si descrivono i lavoratori dipendenti come persone che “cercano assistenza per infilarsi nei posti pubblici”. Molti dei lavoratori dipendenti, la maggioranza, lavora in ditte private, spesso piccole, che concendono ben poco spazio a maternità, ferie ed altri diritti e costringono a straordinari non pagati. La verità è che molti lavoratori autonomi, così come molti lavoratori dipendenti, appartengono alle categorie più povere e meno protette e dovrebbero essere più uniti nella difesa dei loro interessi. La contrapposizione giova soltanto alla politica.

  7. Gaspare Serra scrive:

    Nell’articolo su pubblicato, di per sé già lungo, non ho potuto affrontare tutti gli aspetti (diretti e indiretti) del problema…

    Il punto centrale da cogliere, al di là delle proposte concrete, è comunque il seguente:

    a- è possibile una riduzione delle tasse?

    b- è opportuno concentrare tutti gli sforzi per abbassare la pressione fiscale sulle fasce sociali più deboli (le classi medio-basse, che di più hanno pagato il prezzo della crisi)?

    c- infine, è possibile una lotta più efficace (senza se e senza ma, senza buonismi e senza giustificazioni) all’evasione fiscale (cominciando col perseguire, ovviamente, i “grandi evasori”)?

    A mio avviso la risposta è “SI” a tutte e tre le domande!

    Se si è d’accordo su questo, al di là dei dettagli, si può ragionevolmente discutere di tutto il resto…

    Il problema che sento da cittadino, però, è il fatto di non vedere nessun accordo su tali tre questioni da parte della politica:
    - il centrodestra concentrale tradizionalmente le proprie attenzioni sulla politica del “meno tasse per tutti” (tra l’altro,ad oggi, praticamente inattuata….), mostrando, però, poca attenzione per le fasce più deboli e quasi “disinteresse” per la lotta all’evasione!
    - il centrosinistra, dal canto suo, si mostra da sempre più attento ai bisogni delle fasce sociali più deboli e più deciso nel contrasto all’evasione fiscale ma rischia sempre, con le sue politiche, di incrementare (piuttosto che ridurre!) la pressione fiscale!

    Un quarto punto che non ho citato (ma che ritengo “fondamentale” da ogni punto di vista!) è quello della riduzione degli sprechi e delle inefficienze della pubblica amministrazione: in pratica, della riduzione dei “costi della politica”, condizione co-essenziale per poter procedere ad una significativa riduzione delle tasse!
    Sul punto, per conoscere meglio le mie idee e proposte, mi limito a rinviare:
    - alla pagina del blog “Spazio Libero”, su http://spaziolibero.blogattivo.com/g-s-b1/18-SPRECHI-PRIVILEGI-ED-ENTI-INUTILI-primo-abolire-le-province-b1-c13.htm
    - oppure al gruppo facebook “Riformiamo lo Stato, rinnoviamo la politica, ravviviamo la democrazia”, su http://it-it.facebook.com/group.php?sid=26b6b239cae5fe7f39ade08ff9eef8db&gid=62981451472

    Molti giudicano improbabile che questi buoni propositi siano fatti propri dalla nostra attuale classe politica.
    Condivido le loro preoccupazioni!
    Da semplice cittadino ed analista, però, il mio compito non si può ridurre alla sterile ed inutile protesta!
    Per questo occorre dimostrare ad una classe politica “inetta ed incapace” che esistono idee e progetti alternativi a quelle oggetto di critica!
    Questo è quello che, senza pretese, cerco di fare: dimostrare che “un’altra Italia è possibile”!

    Se la nostra classe politica (o, forse, se il nostro stesso Paese) è all’altezza di quello che potrebbe essere, invece, è tutt’altra storia…

    • PandaEstintoInPace scrive:

      Ciao,
      Non sono uno specialista in materia,ma per quello che può contare trovo che non si possa non riconoscere che il tuo articolo sia quantomeno meticoloso.
      Ciò che secondo me manca però, è una domanda: cosa possiamo fare, concretamente, per migliorare la situazione?
      Credimi, non sono un pragmatico, però penso che se stiamo qua a discutere di cosa c’è di sbagliato nel sistema attuale ed escogitiamo soluzioni alternative, ma non riusciamo a capire come tradurre queste analisi in risultati concreti, si fa qualcosa di tanto bello quanto inutile.
      Soprattutto, si fa qualcosa di cui siamo,qualcuno meglio qualcuno peggio, capaci tutti.
      Non ritengo di essere in grado di risolvere la situazione, non intendo criticare dall’alto, vorrei semplicemente condividere questo mio dubbio con voi.
      Volendo sognare, mi piacerebbe pensare ad una riforma non con 4,ma con 8 aliquote:150-250, 250-400 e così via, penso abbiate capito cosa intendo.
      Ma se ad ogni risposta di aumentare la progressività della tassazione la risposta è quella scritta sopra da Michele, pur essendo la fondatezza di quella risposta da dimostrare, cosa si può pensare di fare nel concreto?
      E ancora chiediamoci, dobbiamo fare ciò che riteniamo giusto,o ciò che riteniamo conveniente?
      Che poi bisognerebbe chiedersi anche cosa vuol dire conveniente, e soprattutto per chi è la convenienza di cui ci preoccupiamo.

  8. Non è corretto... scrive:

    Mi riferisco al commento che mi precede ed al suo autore:

    Perché cancellate e rincollate ogni giorno lo stesso commento???

    Solo per far pubblicità all’articolo “Per combatterla ci vorrebbe davvero poco”???

    Il tutto è poco serio…

  9. doxaliber scrive:

    Nessuno cancella e incolla ogni giorno lo stesso commento. Hai le traveggole.

  10. Che stupidaggine.

    A proposito di correttezza: ultimamente ho ricevuto un pezzo che parlava di un tamburo meccanico. Mi sono messo al lavoro per preparalo e, solo dopo che era pronto, ho scoperto che la persona che me lo aveva inviato non aveva fatto altro che copiaincollare un comunicato stampa attribuendosene la paternità.

    mah

  11. Gaspare Serra scrive:

    Caro “Comandante”,

    volevo solo precisare, essendo stato indirettamente chiamato in causa, che l’autore dell’articolo sul “Mechanical drum” sono io.
    Lo stesso articolo, inoltre, si trova pubblicato in diversi portali informativi in rete perché io stesso mi sono premurato a diffondere la notizia su svariati siti di informazione (come, a suo tempo, ho reso noto tra i commenti del mio blog personale, “Spazio Libero”: http://spaziolibero.blogattivo.com/g-s-b1/MECHANICAL-DRUM-STORIA-E-INGEGNO-AL-SERVIZIO-DELLARTE-DELLA-MUSICA-E-DELLA-TECNOLOGIA-b1-p237.htm ).
    Non avrei avuto bisogno di copiare alcunché avendo seguito personalmente la progettazione e realizzazione di tale tambuto meccanico, unico al mondo, essendo in buoni rapporti personali con lo stesso artista ideatore, Pietro Luca Congedo.

    Saluti

  12. Ne prendo atto. Grazie, molto gentile.
    Gradirei che ti firmassi sempre col tuo nome, specialmente quando esprimi delle critiche sulle modalità operative di MC.

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