Genitori di un Dio Minore 11


Esistono tanti tipi di linguaggio: quello burocratico, quello legislativo, quello artistico e così via. Più il linguaggio è complicato, più ama costruire sigle e più diventa linguaggio di potere. Più i responsabili decisionali ai vari livelli si riempiono la testa con informazioni veicolate da sigle, acronimi, incomprensibili solo ai loro accoliti, più incutono deferenza e rispetto nei loro simili che non possono e non riescono ad immagazzinare informazioni e concetti preconfezionati ad uso del potere.

Confucio diceva: “…Studiare senza pensare è inutile; pensare senza studiare è pericoloso”, mentre il filosofo francese Montaigne affermava che “…Una testa ben formata potesse valore più di una testa troppo piena”. Oggi, se vuoi comandare, devi solo studiare e non pensare troppo perché sarebbe pericoloso per il Sistema, e quindi anche per te e per la tua testa, perché potresti farti male.

Questa è la professionalità. Essere veicoli di informazioni e basta. Nascere e vivere con il libretto d’istruzioni al fianco. Questa è normalità. Chi non rientra il tale normalità deve venire emarginato ed eventualmente controllato, “monitorato” da chi è al potere, più sveglio e più furbo a manipolare informazioni e trarne vantaggio per se e la sua cerchia di intimi.

Oggi più hai informazioni più hai potere. La madre di tutte le scienze è l’informatica. Comunichiamo fra noi via internet, magari spinti da curiosità morbose, però non siamo capaci più di comunicare verbalmente, dicendoci le cose in faccia come stanno.

Sono passati anni ormai, da quando ce lo dissero. Nostro figlio non sarebbe mai stato un ragazzo “normale”, “non avrebbe mai potuto guidare un’automobile”, “aveva la testa piccola” … e via discorrendo…

Nella società (italiana) di oggi impera la cultura della “normalità” . La “normalità” è un idolo, una specie di mostro sacro da adorare, una specie di Moloch, al quale sacrificare la vita e l’esistenza in nome di un portafoglio pieno di soldi da consumare in status symbol, in carriere, prestigio, potere e soprattutto furbizia. Ciò che invece manca è proprio una cultura della disabilità e soprattutto della diversità. Qui da noi, dove impera solo il lavativismo mentale tipico dei modi di pensare per modelli e ruoli stereotipati tipo “o bianco o nero” , “o intelligente o stupido” , “o sveglio o ritardato” disabilità vuol dire solo emarginazione o tutt’al più pietà ipocrita e finta commiserazione da parte di chi si ritiene normale e si inquadra tra i benpensanti e la “gente per bene”.

Anche noi ci siamo prostrati davanti al mostro e così quando la responsabile del servizio di psichiatria ci disse di nostro figlio, ci parve che le ombre calassero sulla nostra vita. Disabilità vuol dire anche commenti “dietro le quinte” da parte dei parenti di ogni misura, dei vicini di casa e della gente che occasionalmente ci incontra per la strada. “Tenim sconto” e così un giorno dopo l’altro i genitori del Ragazzo con disabilità cominciano a costruirsi intorno, per autodifesa, un muretto di cemento che poi diventerà una muraglia invalicabile tra loro e il mondo lasciato in mano ai “normali”(…e ai loro disastri ecologici e politici).

Ecco che allora la parola solitudine diventa un lamento prolungato e angosciante. Ecco la solitudine trasformasi, giorno dopo giorno, in quotidiana accidia, diffidenza e rabbia verso chi può vivere una vita “normale”, da “…famigliola della pubblicità delle merendine del Mulino Bianco”. Questo Muro impedisce anche di comunicare con le altre famiglie che hanno al loro interno ragazzi con disabilità, perché c’è una competizione e si lotta per trovare posti che diano una sistemazione ai loro figli, già “messi al muro dalla vita”. Bisogna cercare di curare i propri interessi e non farsi soffiare una sistemazione per il Ragazzo con disabilità che abbiamo in casa, per dormire fra i due guanciali di un tranquillo “dopo di noi”, che ci preservi da un piccolo e disperato suicidio collettivo consumato tra mura domestiche, divenute oramai ostili ed estranee. Sono questi i problemi che agitano i genitori di un Ragazzo con disabilità. Certo, non possiamo descrivere queste reazioni come un denominatore comune. Ci sono anche genitori coraggiosi, che reagiscono e che non si vergognano della loro sorte. Escono fuori dal Muro, si tuffano nel sociale, cominciano a lottare. Grazie a loro, oggi tutti i genitori di ragazzi con disabilità possono dire di “esserci”. Sono loro che trainano, sono loro che impongono strategie al “territorio” (…le Asl, i Comuni, le Provincie e le Regioni e altri centri di potere più o meno occulto…). Per cui, tutela della disabilità vuol dire anche coraggio di essere se stessi. Questa è la loro parola d’ordine.

Aiutiamoli, stiamo loro vicini . Uniamoci tutti. Questo è il punto, se tutti noi vogliamo veramente cambiare e ritornare alla vita che ci appartiene, riprendercela e viverla come deve essere veramente e umanamente vissuta. Ma, forse il Sistema non vuole la felicità nostra e dei nostri ragazzi…per cui ogni volta sarà punto e daccapo, finché avremo da vivere.

Se hai un Ragazzo con disabilità, diventi anche tu un genitore con disabilità. Non pensare di avere diritti anche se la Legge li prevede per te e sembra che il legislatore abbia compreso le tue esigenze di genitore. Dovrai combattere per guadagnarteli e difenderli. Dovrai mercanteggiarli con il datore di lavoro. E, non illuderti, ti verranno rinfacciati quando ci sarà una buona occasione per chi te li concede (padrone o Stato).

Mi ricordo sempre di quel film, “Figli di un Dio Minore”, dove veniva narrata la storia di una ragazza sordomuta. Ecco, questo è ciò che vi ho voluto dire con queste mie brevi, e forse un po’ amare, riflessioni :… “noi siamo i genitori di un Dio Minore