Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="http://www.liquida.it/widget.liquida/">Widget</a>

 

Gaza: Resistenza Passiva

9 gennaio, 2009 - 8:00 di  
Archiviato in latest, Oltre il Confine




Condividi Gaza: Resistenza Passiva. Diego ti ringrazia.
19 letture

Ti Piace MenteCritica?

A due settimane dall’inizio dell’attacco militare israeliano contro Gaza, ho deciso di buttare giù per iscritto qualche pensiero disordinato. Trattenersi dal descrivere i sentimenti che si provano di fronte a cotanta dimostrazione di “coraggio” è stata un’impresa ma mi sono imposto di non lasciarmi condizionare da rabbia e sgomento, cercando di mantenere la calma e sperando che, nel frattempo, venga attuata una tregua. Nel qual caso, cercare di fare riflessioni lucide, a mente fredda,  sarebbe più facile. Ovviamente, tutto ciò è inutile, poiché le operazioni vanno avanti e oggi è uguale a ieri, già si parla di 700 (!) morti palestinesi. Quando s’arresterà questa barbarica operazione “difensiva”? Tanto vale tagliare la testa al toro e scrivere un po’ quello che passa per la mente, cercando però di mantenere lo sguardo al lungo periodo e non all’orrendo immediato.




2hamas

Dico subito una cosa: chi si aspettasse, leggendo queste righe, di trovare qualche mio rabbioso commento di sostegno alla lotta palestinese, farebbe meglio a non proseguire oltre e ad andare a leggere qualcos’altro. Queste mie parole non vogliono essere la solita dimostrazione di solidarietà al martoriato popolo palestinese, né la solita invettiva contro le disumane azioni israeliane. Sebbene in questi momenti sia difficile, per chi è al sicuro come me, aver diritto ad esprimere vuoti o moralistici concetti mentre i palestinesi sono sotto le bombe, proprio per questi motivi vorrei provare a dare un contributo sincero e razionale, spassionato e distaccato. Queste mie parole sono, prima di ogni altra cosa, un invito ai palestinesi e a tutti noi che li sosteniamo acriticamente a fare un bell’esame di coscienza.

Ripeto, non è cinismo voler eludere volutamente l’immoralità di queste azioni disumane. Forse è vero, dovremmo tutti stringerci intorno al dolore dei palestinesi e fare ogni cosa possibile per far sapere, per esprimere l’ingiustizia che muove le operazioni israeliane e cose simili. Ma alla fine credo che non varrebbe la pena mettersi a scrivere certe cose, ci sono già un sacco di persone disposte ed intente a farlo. I blog, i forum, i commenti agli articoli di giornale strabordano di opinioni a dir poco infuocate, di commenti acrimoniosi, di sottolineature e di distinguo, di giustificazioni e di condanne. “Israele nazista”, “sproporzionalità disumana”, “vigliacchi”ecc……sono solo alcuni dei comprensibili commenti che traspaiono dai bloggers e commentatori politici che alludono al carattere aggressivo e codardo dell’azione israeliana che non si può certo mettere in dubbio. Ma quel che non capisco è a cosa serva tutta questa isteria, questo scandalizzarsi e sentirsi oltraggiati. Si può dire quello che si vuole, ma mi pare che dall’altra parte esista una ben congegnata macchina propagandistica che in tutti questi anni ha negato tutto e il contrario di tutto.

Dico io: ha senso continuare a dire che per pochi razzi lanciati da Hamas, Israele non può rispondere in maniera così violenta? Ha senso appellarsi all’ONU, alle Convenzioni di Ginevra, parlare di genocidio e crimini di guerra? Ha senso continuare a dire che il blocco navale ha ridotto allo stremo Gaza e che, dopotutto, i combattenti di Hamas e soci hanno qualche diritto a fare arrivare la loro incazzatura agli israeliani? Ha senso continuare ad essere così ingenui ? Come si fa a non vedere che queste non sono certo le prime “disumane” azioni che Israele mette in atto? Ma dove viviamo? Ma come si fa a non vedere che sono 40 anni, che dico, 60 anni che tutto questo macello va avanti?

Forse a questo punto converrebbe farsi qualche domanda, specie quelli che, come un antisionista come me, sostengono la lotta palestinese, perché ormai, sono quasi certo, il problema dei palestinesi è il nostro modo di sostenere la loro lotta. E, nella mia piccola presunzione, vorrei spiegare perché.

Il guaio della lotta palestinese siamo noi e la nostra ipocrisia.

Partiamo dall’assunto del blocco di Gaza come causa scatenante del rinnovato atteggiamento aggressivo di Hamas. Nella cecità e nell’ipocrisia più totali, si cerca sempre di sostenere il punto di vista palestinese, giustificandolo sempre e comunque. A parte il fatto che anni di rappresaglie israeliane dovrebbero aver insegnato qualcosa  (pare che Meshaal abbia detto di non aspettarsi una reazione così decisa di Israele…… la guerra in Libano nel 2006 non ha insegnato niente, eh?) ed è quantomeno ingenuo dare la stura alla propria indignazione di fronte all’odierno massacro che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti, vorrei invitarvi a chiudere gli occhi e dimenticare , per un breve istante, questi orrori.

Immaginate se Hamas avesse pieno controllo di Gaza, dei suoi valichi, dei traffici. Pensate se avesse, non dico un esercito regolare e aerei, ma solo qualche arma un po’ più sofisticata. Credete davvero che la guerra, le ritorsioni, le vendette non ci sarebbero? Pensate veramente che una limitata provocazione israeliana non alimenterebbe immediatamente la risposta di Hamas? E quale sarebbe l’effetto di questa risposta? Un’ulteriore rappresaglia, più massiccia e più disumana di quelle che oggi stiamo testimoniando. E allora? Ha senso strapparsi le vesti quando le logiche di un conflitto sono ben note a molti? E date queste logiche, perché non provare a capire che tutto questo moralismo, questo aprioristico sostegno incondizionato, questa indignazione per ogni massacro palestinese non servono a niente?

Primo, perché, lo ripeto, dall’altra parte c’è una propaganda che vince sempre e comunque, perché fa fare quello che vuole ai suoi criminali.

Secondo, perché gli interlocutori politici dei palestinesi sono ormai essi stessi limitati al campo arabo: in Europa ed in America nessuno li considera più, e quanto al resto, non vedo frotte di russi o cinesi pronti a prendere le loro difese.

E terzo, poiché molti di noi si definiscono a favore del cosiddetto “stato unico”, è quanto meno assurdo prendere le parti dei palestinesi senza mai veramente prendere in considerazione il punto di vista degli israeliani che, “per definizione”, sono i cattivi, le bestie, gli assassini e qualunque altro simpatico epiteto possa venirvi in mente.  A casa mia, adottare simili comportamenti significa ipocrisia, incoerenza e parzialità.

La guerra è guerra. Punto. E’ inutile fare moralismi.

Il primo errore che danneggia la lotta palestinese è fare del moralismo: cercare scusanti, giustificare sempre e comunque la causa palestinese che, per quanto valorosa e giusta, non ha bisogno delle nostre opinioni ma, al limite, di sostegno concreto e di consigli pratici, utili alla causa, scevri da ogni giudizio morale ed improntati all’azione politica.

Qualcuno mi può spiegare il senso dei commenti di molti attivisti filo-palestinesi a riguardo delle scene viste non solo oggi ma anche in passato? Che senso ha enfatizzare i pianti delle madri, le urla dei bambini, additare alla crudeltà degli israeliani, scandalizzarsi per le stragi e quant’altro? Forse che la guerra è un gioco?

Prima Hamas, giusto o sbagliato, spara dei razzi in terra nemica, poi c’è la crudele e sproporzionata risposta e poi ci si sorprende dei massacri? E allora? Nessuno di noi vuol negare la tragedia palestinese e soprattutto di Gaza (che di tragedia si tratta), specie perché molti attivisti di oggi hanno vissuto in prima persona le guerre del passato (e comunque, tutti sappiamo, dai racconti di genitori e nonni, cosa sia una guerra). Mi si potrebbe accusare di esprimere concetti cinici, che la faccio facile, che sono al sicuro, che non sono io, come si dice, ad essere nella merda: in parte è vero, ma non è questo il punto. Io odio come ogni persona dotata di buon senso tutti questi orrori. Però, a differenza di molti, sono stufo di quanta imbecillità, quanto fariseismo, quanta mancanza di senso critico alberghi nelle menti di molti sostenitori della causa palestinese. E’ ora di finirla con l’inutile e sterile sostegno filo-palestinese incondizionato. E’ ora di essere critici nei confronti dei palestinesi

. E’ ora di capire che la morale e la giustizia non hanno niente a vedere con la politica e soprattutto con la guerra. E, in modo particolare, è ora di capire che il sionismo è un fenomeno unico nella storia.

bimbojpg

Israele, nel corso degli anni, ha dato prova di essere non solo una potenza militare ma anche di essere guidato non da persone senza scrupoli ma da politici. Imbevuti di una ideologia assurda e violenta quanto vi pare ma lucidi sugli obbiettivi da perseguire. Hanno tattiche e strategie.

E una macchina propagandistica ben oliata. In più di sessant’anni di esistenza, la storia dimostra che i sionisti ne hanno commessi di crimini, eccome. Inutile ricordarlo. Anche contro quella stessa gente che pretendono di proteggere, secondo il dogma per cui Israele sarebbe il “rifugio” degli ebrei ( andate, per es., a verificare i rapporti tra sionismo e nazismo o sionismo ed antisemitismo; gli intrighi dietro all’accordo Ha’avara o le malefatte di Kastner; oppure le accuse, di ebrei, rivolte ai sionisti di aver fatto poco per salvare l’ebraismo dalla furia hitleriana…). Il sionismo, proprio per l’enfasi posta sul “mai più Shoa”, è stato soprattutto un inno alla guerra, una distorsione del concetto di coraggio, equiparandolo alla bellicosità: come non ricordare il disprezzo sionista verso le imbelli “pecore al macello” rivolto alle comunità ebraiche sterminate dal nazismo? Questo tanto per ricordare che il sionismo è stato influenzato, tra l’altro, da un’ideologia ultra-nazionalista e fascista nota sotto il nome di canaanismo che ha condizionato almeno due generazioni di politici israeliani e che quindi non c’è da stupirsi del fatto che gli israeliani non perdano occasione di dimostrare al mondo la loro, spesso spietata, risolutezza, proprio perché, a causa di un concetto distorto, hanno il terrore di passare per delle “pecore”: meglio “macellai” che pecore, non so se mi spiego. Non a caso i politici più rispettati dagli israeliani (ovviamente ebrei e non arabi) sono sempre stati quelli provenienti dall’ambito militare o che comunque hanno adottato politiche militari devastanti, al limite della spietatezza.

Ma ancora oggi, ci si scandalizza di fronte all’efferatezza delle operazioni militari sioniste. Come se puntare il dito contro i sionista di turno, accusarlo del crimine o cercare di metterlo di fronte alle sue responsabilità servisse a qualcosa. Ma non lo vedete che le cose, così come stanno, non sono destinate a cambiare?

Sono stupefatto dell’inettitudine dei “politici” palestinesi. Quanto pensano di poter andare avanti cercando la compassione del mondo? A che serve?

C’era un tempo in cui i politici europei potevano mediare, fare pressione, influire su Israele o comunque fare da cassa di risonanza alle giuste cause dei palestinesi. Oggi tutto questo è finito. Basta considerare l’inettitudine e l’insensibilità dei politici del mondo di fronte a simili misfatti. I palestinesi sono soli, a livello politico. Come fanno a non capirlo?

E’ ora che si diano una svegliata. L’attivismo filo-palestinese che corre su internet non serve a niente se non ci sono politici pronti ad impegnarsi e farsi sentire. Poiché questa condizione manca, ritengo che i palestinesi incomincino davvero a fare politica, nel senso che è ora che siano più pragmatici.

Per quanto giuste, le loro rivendicazioni non possono più essere improntate a meri slogan insensati. Se potessero contare sulla loro forza militare, allora si potrebbe anche capire la veemenza con cui, per esempio, i capi di Hamas inneggiano alla riconquista della Palestina. Ma poiché questa condizione manca, i loro proclami non possono che apparire come vuoti ed improduttivi appelli, moralmente (per la loro causa) ineccepibili ma politicamente infruttuosi. Se la buttiamo nella morale, da una parte c’è chi sostiene i sionisti e dall’altra i palestinesi: continuare a speculare sulle ragioni del conflitto non porta a niente. E sperare che la giustizia trionfi appare come uno slogan assurdo: forse che la giustizia ha trionfato con la sorte toccata ai nativi americani?

Non so se il punto sia chiaro a tutti, ma credo sia evidente che il mondo arabo e quello palestinese in particolare abbia il disperato bisogno di attualizzarsi, di percepire la realtà con le lenti della politica e non della morale o della religione.

Vincere una guerra o per lo meno non farsi travolgere, significa essere consci delle proprie possibilità. Noi italiani lo sappiamo bene: l’Italia non è stata unificata da Mazzini o da Garibaldi, per quanto affascinanti queste figure possano essere, ma da Cavour. Come dire, diplomazia e realismo politico.

Questo non significa l’esclusione dell’estremismo, se questo è ancorato ad una visione politica: prova ne sia il fatto che in Israele stesso oggi comandano gli eredi degli estremisti Begin e Jabotinski.

Vedere le cose da un punto di vista politico, significa essere realistici, non è questione di moderatismo od estremismo. Significa lasciar da parte dogmatici e vuoti proclami che non portano a niente.

I palestinesi e gli arabi in genere è ora che la piantino di definire “traditori” coloro che cercano l’intesa con il nemico. Questo atteggiamento radicale e fanatico non produce niente, non perché estremista ma perché disancorato dalla realtà. Invocare la jihad o promettere sanguinose vendette non produce niente, il passato e il presente lo dimostrano.

La realtà ci dice che, essendo ormai isolati internazionalmente, i palestinesi ed Hamas possono dire ciò che vogliono ma nessuno li starà a sentire, semplicemente perché dall’altra parte c’è, non chi si ritiene dalla parte del giusto, ma semplicemente chi è in grado di far valere, in un modo o nell’altro, le proprie ragioni o, meglio, i propri interessi.

Continuare a reclamare il semplice e puro diritto all’intera Palestina o squalificare l’ipotesi del ritorno dei rifugiati come “tradimento” della causa palestinese, significa continuare ad appellarsi alla morale e ignorare totalmente le proprie responsabilità politiche.

Fare politica significa solo ottenere il massimo per la propria gente, fare gli interessi di una maggioranza di persone per cui si viene delegati ad agire. Quarant’anni di occupazione israeliana non hanno insegnato niente? Dove si va continuando a sottolineare il carattere disumano, razzista e profondamente ingiusto di tale occupazione? Se da una parte gli israeliani fanno i loro interessi, a che serve continuare a voler persuadere il mondo che questi interessi sono moralmente ingiusti?

E’ ovvio, nessuno può negare l’ingiustizia dell’occupazione. Ma ha senso lamentarsi per l’inettitudine della comunità internazionale o per la crudeltà dei nemici? No, a maggior ragione perché mai come in questi tempi il campo avversario è stato così forte e mai come oggi ha carta bianca per fare quello che vuole. Se soltanto gli venisse concesso ( e non dubito che prima o poi riesca a convincere la comunità internazionale per una soluzione radicale del conflitto), Israele spazzerebbe via Hamas e tutti i palestinesi, magari espellendoli nei paesi arabi vicini, anche perché questo è uno degli obbiettivi del sionismo.

Cos’è che lo trattiene? La morale? L’ingiustizia delle sue azioni che gli altri stati gli rinfacciano?

No, il semplice fatto che ci sono degli interessi in gioco (anche arabi) e che il prolungamento del conflitto permette alle potenze straniere di immischiarsi o di avere voce in capitolo. Ma ora che non esiste più il bipolarismo internazionale, il mondo occidentale ed Israele potrebbero mettersi d’accordo sull’opportunità di sistemare radicalmente e definitivamente la questione mediorientale e i palestinesi, Hamas o non Hamas, non avrebbero scampo: farebbero inevitabilmente la fine degli indiani d’America.

Una volta c’erano i sovietici a mantenere l’equilibrio. Ma oggi le cose sono cambiate e i russi non sono stati sostituiti. Il petrolio arabo è sempre meno un’arma deterrente e questo si nota anche dalla loro passività politica. Questo tanto per ricordare ancora una volta l’estrema gravità della situazione politica palestinese.

Se andiamo avanti di questo passo, come ho già avuto modo di dire altre volte, i palestinesi sono sul punto di perdere tutto, anche quel poco, molto poco che è loro rimasto.

Spesso si sente paragonare la lotta palestinese a quella ebraica del ghetto di Varsavia.

Va bene, se vogliamo continuare a fare del moralismo, a vedere nei sionisti dei massacratori nazisti e a inneggiare alla coraggiosa lotta palestinese, facciamolo, nessuno ce lo vieta. Ma come non notare che questa posizione, questo modo di sostenere una lotta non produce niente?

Potreste dire: tu che sei tanto bravo, allora perché non ci illumini su cosa si dovrebbe fare?

Primo, non ho questa pretesa, la mia è solo una presa di coscienza sulla realtà dei fatti: in cento anni di lotta, il nazionalismo palestinese, oggettivamente, ha prodotto quasi niente. Questo vorrà pur dire qualcosa o no?

Secondo, posso esprimere dei pareri o no? Certo, mi si potrebbe rinfacciare che ho non nessun diritto di parlare e che la cosa non  mi riguarda. Verissimo: io continuo la mia vita, a prescindere da quello che succede in Palestina. Cinismo? Ripeto: forse può sembrare. Ma chi mi conosce sa quanto soffra per le ingiustizie nel mondo, non solo in Palestina. Forse che i bimbi africani se la passano meglio?
Ecco un altro punto. I Palestinesi devono mettere da parte il moralismo che guida le loro azioni, piantarla di ritenersi le vittime delle ingiustizie del mondo ed cominciare ad essere più realisti e più razionali. In poche parole: mettersi al livello del rivale.

Inoltre, più che l’azione militare, i palestinesi farebbero bene a puntare decisamente sulla diplomazia e sull’arte politica, per due motivi.

Primo, il loro apparato militare, rispetto a quello israeliano, è inesistente.

Secondo, il sionismo è un fenomeno particolare ed unico, si nutre di violenza e guerra per espandersi, è stato concepito come tale sin dall’inizio (Herlz stesso diceva che solo l’antisemitismo e l’odio possono “favorire” la causa sionista) ed è stupefacente non accorgersene. Inutile qui stare a ricordare come si è realizzato.

Piuttosto, molto umilmente, è meglio dare qualche utile suggerimento al popolo palestinese, che non siano le solite “belle parole” inneggianti al coraggio della loro lotta. L’idea di fondo, è che politiche basate sull’equilibrio, il buon senso, il pragmatismo piuttosto che sulla guerra e sulla violenza, rappresentano la vera arma concreta da opporre al sionismo.

26cnd-hamas600

  1. Inutile continuare a ripetere che Hamas è stato designato democraticamente come rappresentante del popolo. La propaganda avversaria è più forte. L’unico modo di convincere il mondo dei propri diritti è fare politica e fare politica significa raggiungere dei dati di fatto. Hamas vuole essere un interlocutore credibile? Bene. Allora che cerchi prima di tutto di salvarsi politicamente, poiché l’alternativa è non solo quella di sparire politicamente ma anche fisicamente. Riconoscere i diritti israeliani subito e mettere da parte tutte quelle fesserie retoriche che richiamano alla jihad e alla resistenza islamica. Illusioni? Forse, ma pur sempre più realistiche rispetto ai sogni del radicalismo di Hamas di eliminare l’entità sionista sulla base di vacui proclami.
  2. Per non sparire politicamente, è bene raggiungere, prima di tutto, accordi con alleati politici, nello specifico con la società palestinese laica. Non solo perché un movimento nazionale unito è più forte ed efficace, ma anche perché non vi è alternativa. Chi pensa ad altre soluzioni, è un illuso. Smantellare le singole milizie e bracci militari e riunire il tutto sotto uniche formazioni nazionali (una polizia e un esercito) che rispondano sempre e soltanto ai rispettivi ministeri, nella prospettiva di un imprescindibile riconoscimento politico ( qui si dovrebbe aggiungere qualcosa sulle colpe delle dirigenze di Al Fatah, sulla corruzione e sui metodi mafiosi di controllo del potere che hanno inevitabilmente favorito l’ascesa di Hamas, ma il discorso si farebbe troppo lungo).
  3. Non fare il gioco dei sionisti, non fornire alcun pretesto che possa essere sfruttato dall’avversario per provocare ulteriori guerre. Politiche equilibrate, tendenzialmente “pacifiche”, non possono risultare più efficaci in nessuna parte del mondo quanto in  Medio Oriente, data la natura militaristica e le logiche del sionismo. Così come il sionismo si “nutre” di guerra, una volta “messo a digiuno” è destinato a morire. Cominciare a capire che il concetto di resistenza passiva non è solo un dignitoso e rispettabile strumento, che non significa essere vigliacchi scegliendo di non reagire o combattere e che nella storia questo tipo di resistenza ha avuto discreti risultati. Solo così è possibile dimostrare al mondo la vera natura del sionismo.
  4. Adottare una politica dei piccoli passi, salvare il salvabile e partire da quello. Ottenere quel poco che il nemico può concedere e limitarsi a rafforzare quel che si ha a disposizione. E’ possibile ottenere il pieno controllo sul West Bank, Gaza e solo parte di Gerusalemme in cambio del riconoscimento di Israele? Benissimo, prendere tutto all’istante, lasciando perdere la questione del “o tutto o niente”. Una volta d’accordo con il nemico, i palestinesi dovranno reclamare, sempre nell’ottica del riconoscimento VERO e concreto da parte della comunità internazionale, il loro diritto di fare quello che vogliono a casa propria, senza alcuna interferenza israeliana.
  5. Rafforzare la propria entità sovrana: socialmente ( istruzione, sanità, trasporti, ecc.), economicamente, militarmente e politicamente. E’ vero, quanto all’aspetto militare Israele potrebbe (!) avanzare delle riserve, si sa. Ma in questo caso il mondo non potrà continuare a negare il diritto alla “sicurezza” dei palestinesi così come finora ha vergognosamente fatto.
  6. Cercare un vero sostegno estero, concreto, che fornisca deterrenti politici ed economici reali, non vuoti proclami apolitici. Mi vengono in mente i russi, che aspirano a tornare ad avere un ruolo di potenza internazionale. Hanno armi e il potere di lasciare l’Europa al freddo, direi che è un motivo piuttosto convincente dal punto di vista politico. Un alleato forte ed influente è necessario se si vuole portare avanti la propria causa cercando di evitare il ricorso alle armi. Non è pura apologia del bipolarismo ma una semplice e realistica convinzione personale.
  7. Sebbene il sionismo sia un fenomeno particolare, è pur tuttavia vero che esso ha prodotto un soggetto politico non diverso da tanti altri e questo soggetto è nemico del popolo palestinese. Ma da che mondo è mondo, anche i peggiori nemici scendono a compromessi e dialogano fra loro. Capire il punto di vista dell’avversario aiuta non solo a comprendere le sue ragioni ma anche i suoi punti deboli. L’atteggiamento del “muro contro muro” non porta mai a niente ma solo alla distruzione del più debole.

Credo di aver esposto in maniera disorganizzata e un po’ confusa il tutto: d’altronde non sono né un esperto né un accademico. Ma a volte ho la netta impressione di vederci meglio di tanti altri che non fanno altro che parlare e offrire soltanto vuote argomentazioni. Non sarò coerente nell’esposizione ma mi pare di aver reso piuttosto chiaramente quello che intendo. Ed ovviamente, non mi interessano i giudizi altrui, non mi preoccupo di quello che si potrebbe pensare riguardo a queste opinioni.

La mia è solo una disperata ricerca di una via di fuga e di una possibile strada da perseguire. Che non sia lastricata di moralismi ed ipocrisie ma solo di buon senso e pragmatismo. Per porre fine al sionismo, basta soltanto arrestarne le logiche e le dinamiche. Nessuno può convincermi del fatto che questo non sia l’unico sistema da adottare per perseguire questo fine.

Non sono così ingenuo da non capire che i principi della resistenza islamica di Hamas mal si addicono a quanto esposto da me qui sopra: la mia è più una speranza che una pretesa, so benissimo che gli estremisti religiosi non sono disposti a scendere a compromessi. Ma i risultati fin qui raggiunti (quasi zero), se non altro, sono la riprova del fatto che anteporre la religione o la morale alla politica è un errore madornale e i primi a capirlo dovrebbero essere i palestinesi stessi.

Non sono un politico e non ho la presunzione di affermare che quanto detto sopra sia giusto e vero ma è lapalissiano che la situazione attuale non può essere la soluzione a tutto e tale situazione non l’ho creata io: sicuramente provare a seguire, almeno in generale, una linea quale mi pare di aver espresso qui sopra non può essere più dannoso degli odierni cataclismi cui stiamo assistendo e che ormai durano da decenni.

Nel lungo periodo, solo allora forse sarà possibile integrare le due “entità ostili” fra di loro. Ma fino a quel momento, non ha per niente senso auspicare uno stato unico senza dire quale fine faranno i cittadini israeliani. Solo una realtà economico-sociale più tranquilla può convincerli ad abbandonare il militarismo aggressivo sionista. Uno stato unico è possibile solo passando prima dai “due stati”.

Il sionismo ha operato una distorsione del concetto di valorosità e coraggio: più guerra e più sangue sono sinonimo di dimostrazione di coraggio e di rispetto. Poiché il sionismo pone questa enfasi sulle proprie lotte “difensive”, è necessario porsi nella condizione di dimostrare che il sionismo non difende ma aggredisce, sempre e comunque. E quindi, resistervi passivamente (ma nelle condizioni specificate sopra) non è sinonimo di vigliaccheria o pusillanimità ma di intelligenza e vero coraggio (oltre che l’unico efficace strumento contro la potente propaganda israeliana).

Se il sionismo scherniva la pusillanimità di quegli ebrei della Diaspora che facevano la fine delle “pecore al macello”, è tuttavia vero che la storia ha dimostrato che, d’altro canto, il militarismo sionista non ha conseguito ancora i suoi obbiettivi ed ha ancora bisogno di guerre. In quest’ottica, i palestinesi, nonostante la loro strenua e valorosa resistenza, stanno andando loro stessi come “pecore al macello” da più di sessant’anni. Siamo proprio sicuri che non ci siano altre vie, oltre alla resistenza armata, per opporsi al sionismo senza perderci in dignità?

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Gaza: Resistenza Passiva è di Diego

Leggi tutti gli articoli di

Comments

19 Risposte a “Gaza: Resistenza Passiva”
  1. Knulp scrive:

    Qui un mio modestissimo contributo:

    http://scacciamennule.blogspot.com/2009/01/ci-vorrebbe-un-khan.html

    Io credo che la non violenza sia l’unico modo per risolvere la crisi. Spero che tutti i palestinesi se ne rendano conto e smettano di seguire Hamas, magari ispirandosi a Khan Abdul Gaffhar Khan.

    • romben scrive:

      Non sò che dire in mezzo a questo marasma inumano!
      Nè le bonbe nè le fiumane di parole, nè politici, nè religioni estinguirranno ma l’odio nè d’una parte nè dell’altra. Gli anni, molti, già trascorsi lo dimostrano.
      Sono convinto che ogni uomo, israeliano o palestinese, ebreo o musulmano, laico o cristiano hanno una sola facoltà: quella di rinsavire. Rinsavire in tutto ciò che questo significa.
      Solo rinsavendo si getta acqua sulle eruzioni vulcaniche dell’odio, solo rinsavendo si impara a dialogare, solo rinsavendo la pace potrebbe tornare.
      Purtroppo so già che fra anni saremo ancora al punto in cui siamo oggi. Perchè l’odio e la guerra sono frutto di una maedizione che l’uomo stoltamente coltiva ogni giorno.

  2. ilBuonPeppe scrive:

    Quindi: gli ebrei sono criminali, i palestinesi sono idioti. Può darsi.
    O forse ci sono anche altre logiche dietro questo casino; forse gli ebrei non si stanno solo vendicando e i palestinesi non stanno solo sparando razzi a casaccio. Qui, per esempio, c’è qualche altra ipotesi; sarà campata per aria? Forse.
    Secondo me, l’errore di fondo di questo polpettone è che non riconosce l’azione politica dei palestinesi: forse che i razzi non sono politica? La politica si fa in tanti modi, e le armi sono (da sempre, e non solo in Israele) uno degli strumenti più utilizzati per farla. Senza per questo voler sostenere che sia un buon sistema.

  3. simona_rm scrive:

    Non ce l’ho fatta a leggerlo tutto.
    Quindi non commento.
    Magari quando mi prenderò le ferie mi metterò in paro.

  4. Silent maEnig scrive:

    I palestinesi e gli arabi in genere è ora che la piantino di definire “traditori” coloro che cercano l’intesa con il nemico. Questo atteggiamento radicale e fanatico non produce niente, non perché estremista ma perché disancorato dalla realtà. Invocare la jihad o promettere sanguinose vendette non produce niente, il passato e il presente lo dimostrano.
    Sostituirei “palestinesi e arabi in genere” con “hamas e suoi sostenitori”

  5. lastrega scrive:

    se i palestinesi fossero un popolo unito, appunto come si dice nell’articolo, fossero Nazione e quindi Stato e quindi politica e quindi diplomazia, l’azione anti-israele potrebbe essere vista come un atto politico. ma se fossero quello che ho detto non avrebbero bisogno di un’azione politica come lanciare razzi.
    l’articolo è interessante e secondo me anche molto obiettivo sulla situazione. in questi giorni le opinioni sono state lanciate a casaccio più dei razzi palestinesi. quello che mi domandavo io se lo domanda l’autore dell’articolo: ma che c’è di diverso tra ieri e oggi?
    l’ho scritto in un commento all’articolo di fully che si domandava a chi giovasse la guerra: efettivamente l’unica parte a poter trarre ‘beneficio’ è fatah. proprio oggi scade il mandato di abu mazen e hamas non lo vuole più. ma chi vuole hamas? i palestinesi? in tutto questo lancio di opinioni di questi giorni non ho sentito dire da nessuno che la palestina è divisa tra hamas e fatah… in termini addirittura di territori. bisogna finirla di dire israeliani contro palestinesi: sta diventando solo fonte di propaganda non meglio specificata. sionismo contro integralismo. se non sono uguali poco ci manca. ma bisogna anche dire sionisti contro hamas e non contro fatah. oggi leggo articoli su fatah e il suo silenzio ma io del silenzio di abu mazen e di fatah me ne sono accorta dall’inizio della rappresaglia israeliana. e mi sono sempre chiesta come mai fatah avesse accettato con ineluttabilità l’attacco. ma dopo la guerra civile del 2006/2007 ha senso parlare di vittoria di hamas voluta dai palestinesi? e no! ci dimentichiamo un po’ di pezzi in giro. ci dimentichiamo della lotta non solo israeliana contro l’integralismo che vede: egitto, marocco, algeria, ecc ecc palestina compresa! perchè? nessuno di questi paesi vuole avere come unico interlocutore l’iran. e nessuna popolazione vuole avere un’unica fazione al governo. e che fazione! hamas ha sbattuto fuori fatah da gaza. e in faide interne si ammazzano dal 2006.
    oggi dire che i razzi su israele sono i razzi della Resistenza è di nuovo… propaganda non meglio specificata. che non giova soprattutto al popolo palestinese. questo popolo che vive da svariati decenni in un silenzio politico, diplomatico, ma soprattutto democratico. hamas ha vinto non ci pensa su due volte a far fuori avversari politici. fatah perso ma sa benissimo che è l’unica parte in grado di parlare con israele. noi in tutto questo siamo riusciti a vedere i martiri spediti a compiere atti terroristici come Resistenza. in realtà il silenzio diplomatico politico democratico ha un unico rumore: le persone che si fanno esplodere. vuoi perchè nel vuoto di potere è facile prendere potere con armi e far proprie anche le persone (dopo succede che anche le elezioni vengano influenzate da certi modi) vuoi perchè il popolo non ha altro per farsi sentire. ma non siamo di fronte ad atti politici. siamo di fronte a vuoti politici democratici che solo uno stato riempie.
    i palestinesi insieme dovrebbero uscire da questa melma che non li fa essere Nazione. come dice l’articolo il muro contro muro non ha senso, insomma hamas al grido di ‘distruggiamo israele’ con i razzi si suicida assieme al popolo. fatah aspetta, potrebbe essere l’occasione per spazzare via una situazione di stallo all’interno dello stato palestina. perchè è una guerra, il silenzio completo della diplomazia: ed è inutile invocare una qualsiasi rosluzione (dall’ONU poi!!!). dalle ceneri della guerra poi si potrà tornare a parlare.

  6. diego scrive:

    Un paio di precisazioni.
    Innanzitutto, mi scuso per la lunghezza: l’articolo era una sorta di sfogo verso una mailing list di antisionisti “duri e puri” con cui ho a che fare. Poi l’ho mandato anche MC, specificando di essere consapevole che, data la lunghezza, fosse difficile proporlo sul blog e che l’ho inviato per offrire semplicemente uno spunto di riflessione.
    Mi scuso delle incongruenze, di alcuni passaggi dalla sintassi poco ortodossa( nonostante volessi mantenere un certo equilibrio, le parole mi sono venute come un fiume in piena…ho volutamente evitato di correggerlo), e soprattutto della frase “non mi interessano le altrui opinioni” (dedicata ai suddetti “duri e puri” e alle loro prevedibili critiche). Lungi da me apparire strafottente o presuntuoso, anzi: i commenti altrui sono ben accetti, specie quelli di coloro che la pensano diversamente ma che sono interessati al confronto.

    Xilbuonbeppe: non gli ebrei, i sionisti sono criminali, è diverso; quanto ai palestinesi, più che altro mi riferisco alle leadership. Comunque sono d’accordo, ho fatto un po’ di confusione, un polpettone, ma mi pare che il senso sia chiaro. Non che non riconosca l’azione politica delle armi, dico solo che in questo contesto non hanno portato a niente (almeno per i palestinesi).

    XKnulp: quoto in pieno.

    XSilent: perfettamente ragione.

    Xlastrega: mi pare di condividere pienamente quello che dici.

  7. E allora? Ha senso strapparsi le vesti quando le logiche di un conflitto sono ben note a molti? E date queste logiche, perché non provare a capire che tutto questo moralismo, questo aprioristico sostegno incondizionato, questa indignazione per ogni massacro palestinese non servono a niente?

    Si’, hai ragione. Ed e’ forse proprio grazie a chi e’ pragmatico, a chi, come te, sa spiegare in modo cosi’ eloquente e logico le ragioni che sottendono la legge della giungla… quella del piu’ forte, che ogni mezzo secolo o giu’ di li’, il mondo deve fare i conti con il fuhrer di turno e con il popolo eletto massacratore seriale.
    Salvo poi piangere e stracciarsi le vesti per il mezzo secolo successivo.

    • diego scrive:

      Grazie per il caustico commento, bisogna accettare le critiche altrui. Peccato solo che io non sia per niente pragmatico ma abbia sempre la testa fra la nuvole. Peccato che tu ti sia persa una mia precisazione: non sono il depositario della verità e non ho la presunzione di dire che le mie affermazioni siano giuste e coerenti o di illuminare le menti altrui. Scusa se provo a offrire il mio modestissimo e semplicistico contributo per provare a capirci qualcosa in questo marasma.
      Eppure, nonostante i dubbi, lo sgomento, l’orrore e l’inesplicabilità di fronte a simili tragedie, rimango convinto su alcuni punti. Sull’ipocrisia del mondo che invoca la pace ma finanzia la guerra. Sulla meschinità di chi invoca la pace a senso unico (salvo poi esultare quando un Hamas o Hezbollah le suona ai sionisti). Sulla retorica dei politici che si appellano alla questione morale, alle violazioni delle convenzioni di Ginevra o delle risoluzioni ONU ma che poi non si accorgono o fanno finta di non accorgersi che questo macello va avanti sempre seguendo le solite direttrici e che sono sempre gli inermi a pagare per certi crimini. Forse c’è qualche differenza tra il crimine compiuto in questi giorni dall’esercito israeliano (radunare 110 persone e farle saltare in aria. Risultato: 30 morti) e il massacro di Deir Yassin o Qibya? Forse c’è differenza tra l’etichetta Hamas=terroristi e quelle appiccicate, con i richiami al nazismo, ad Arafat, Ahmadinejad o Nasser?
      Quello che dico non è mettere in discussione i diritti palestinesi o che non si debba restare stare dalla parte dei più deboli, ma solo che bisognerebbe pretendere che i politici facciano quello per cui sono stati eletti per fare: politica, trovare soluzioni (dando per scontato che vogliano effettivamente ottenerle). Non discorsi moralisti, non giustificazioni storiche o fiumi di propaganda, non ipocrisia e bugie. Ma evidentemente abbiamo quel che ci meritiamo e forse la colpa è anche nostra.

      • Perdonami ma ho un brutto carattere e, soprattutto ho un pessimo rapporto con chi s’improvvisa maestro di vita.
        Non credo che qui o altrove, in altri blog e forum, ci sia qualcuno che possiede la soluzione al problema.
        Basta leggere le notizie per rendersi conto della “nostra” inutilita’.
        All’inizio anche io le citavo, le notizie, come per tener nota delle malefatte perpetrate. Speravo di trovare indignazione per cio’ che veniva divulgato ed invece, nella maggioranza dei casi, ho visto solo la “ricerca della giustificazione”.
        Si’, perche’ ricercare la giustificazione e’ roba da menti critiche.
        Invece giustificazioni non ce ne sono. Si puo’ discutere sull’esistenza o sull’inesistenza dei complotti, ma quando le stragi assumono proporzioni cosi’ inumane, la ricerca della giustificazione, soprattutto quando la gente continua a morire, diventa quasi grottesca.
        Fra pochi giorni inizieremo ad assuefarci ai numeri.
        Gia’ oggi, trenta persone fatte entrare in una casa e massacrate a cannonate, neanche fanno piu’ notizia. Domani avremo un WTC pieno di bambini palestinesi, perche’ i numeri saranno quelli, e nessuno battera’ un ciglio.
        Cio’ che invece riesco ad intuire da tutto questo e’ che forse, anche durante il nazismo che io non ho vissuto, quando la gente veniva inviata nei campi di sterminio, all’inizio qualcuno s’indignava, denunciava i fatti e poi, immancabilmente, arrivavano i pragmatici a sostenere le ragioni del piu’ forte, stendendo un velo di silenzio e d’indifferenza su tutto.
        Credo che stiamo vivendo qualcosa di gia’ vissuto. Solo che non vogliamo ascoltare la voce di chi ce lo dice e crediamo che questa volta tutto sara’ diverso. Invece temo che sara’ addirittura peggio se non ci scrolleremo di dosso questa tendenza che abbiamo a giustificare ogni cosa. Ci sono dei limiti che non possono essere travalicati se vogliamo continuare a ritenerci esseri umani.

        • diego scrive:

          Non ti preoccupare, il tuo “brutto” carattere non è nemmeno lontanamente paragonabile al mio “pessimo” carattere, ci puoi scommettere. Secondo me sei un po’ come me, un bastian contrario, che critica tutto e tutti. Prima critichi tutti quelli che non fanno che offrire comode giustificazioni ai crimini commessi. Ma se si presenta qualcuno che, modestamente e sommessamente, si limita a non offrire solo vuole argomentazioni e prova a capire cosa si potrebbe fare, lo definisci “maestro di vita”, un supponente, un tuttologo presuntuoso che come un messia si offre alla massa di menti incolte e mostra loro che strada si debba prendere.
          Da parte mia, ripeto che non ho nessuna pretesa, non mi interessa stare a discutere su chi ha ragione né pretendo di avere una soluzione a portata di mano. Però, per non limitarsi a inutili dissertazioni, è anche doveroso interrogarsi, discutere, chiedersi come se ne può uscire: troppo facile e inutile dire ha ragione questo o quello. E’ arroganza? Presunzione? Non ne abbiamo il diritto perché non direttamente coinvolti? No, abbiamo il dovere di farlo, per vari motivi. Primo fra tutti, perché è la società civile a dover controllare l’operato dei suoi governanti. Una massa di idioti rintronati dalla tv aiuta i politici a prenderci per i fondelli. Non possiamo permetterlo né a loro né a noi stessi. I primi a cercare di capire le cose siamo noi, in modo che la nostra consapevolezza possa impedire ai politici di farsi gli affari propri.
          Detto questo, basta indignarsi? Secondo me no. Ripeto: se ne facciamo una questione morale non se ne esce più, nessuno può dire chi ha più ragione. Ha ragione il palestinese a cui hanno rubato la terra o l’ebreo perseguitato in tutto il globo che giunge, a tutti i costi, in Palestina alla ricerca di radici e tranquillità? Mi ritengo antisionista e penso di sapere cosa sia giusto e cosa no ma non penso che si possa convincere gli ebreo-israeliani a rinunciare al sionismo solo sulla base di considerazioni morali. Nel 1982 fu commesso lo spaventoso crimine di Sabra-Chatila, gli stessi israeliani organizzarono la più grande manifestazione nella storia delle dimostrazioni di piazza (400 mila persone, più o meno come se a Roma si radunassero più di 4 milioni di persone) per protestare contro i responsabili di quel massacro. Eppure guarda cosa è accaduto solo due anni fa (mezzo Libano raso al suolo, migliaia di morti), guarda le modalità con cui gli odierni crimini vengono attuati secondo le stesse modalità di ieri (gente radunata in un edificio e fatta saltare in aria, spietati bombardamenti in zone densamente affollate…).
          Ci si deve indignare, eccome. Ma sempre, in ogni caso, anche quando salta per aria una famiglia israeliana che aspetta l’autobus. Anche di fronte a quelle madri che piangono di fronte ai corpi mutilati dai proiettili e dalle bombe dei sionisti, quelle stesse madri che invece ostentano espressioni orgogliose di fronte a figli e parenti che si fanno saltare in aria nel nome di Allah. Indignarsi, da che mondo è mondo, non è sinonimo di faziosità o partigianeria. L’indignazione non ha colore politico. E proprio per questo, non risolve i problemi politici. Tutte queste affermazioni ti sembrano una presuntuosa pontificazione? Pazienza, aggiungerò “secondo il mio modesto parere”, così ti sembrerà meno arrogante. Io non ho certezze, sento un gran senso d’impotenza e non riesco ad accettare l’idea che un luogo stupendo come la Palestina, un luogo che si presuppone d’incontro tra diverse culture, sia invece un luogo di scontro nel quale c’è spazio solo per la stupidità e l’egoismo.

          Ps: i primi a non indignarsi abbastanza di fronte all’Olocausto furono proprio i sionisti.

  8. Adetrax scrive:

    Ho letto tutto ma dentro mi sento vuoto, vorrei avere almeno l’irritazione che avevo 20 giorni fa, 2 mesi fa, 2 anni fa, ma è inutile, non ce l’ho più.

    Le conclusioni del lungo discorso sono sensate e in parte le condivido ma le sfaccettature del problema sono molte e sfuggenti; temo come sempre che ci si fermi alle apparenze e che ci siano molte informazioni, anche piuttosto importanti, che sfuggono alla nostra analisi.

    Sono arrivato alla conclusione che alla base di tutto ci sia stato un guasto sia informativo che educativo e che per cambiare le cose si debba ripartire con molta umiltà da molto in basso.

    Si è detto che gran parte dei dirigenti di Hamas sono laureati, si può essere vero ma avere una laurea è forse una garanzia di buone intenzioni o di buon governo ?

    Assolutamente no, quante persone violente o spregiudicate usano la loro indubbia intelligenza e malizia per affinare al massimo il male che compiono !

    Per convincersene basta semplicemente prendere in esame le personalità degli appartenenti al cosiddetto sionismo, ai nazisti, a certi dirigenti sovietici che hanno creato i Gulag e altri strumenti di oppressione di massa (causando non centinaia ma milioni di morti), senza dimenticare le organizzazioni criminali e quelle eversive – border-line, per finire con i piccoli “fai da te”, ad es. come il gruppo Ludwig che a confronto di questi sembra quasi ridicolo con i suoi miserevoli benché orrendi intenti.

    Ma anche senza sconfinare nei crimini diretti, volendo anche solo considerare le gestioni più contestate, è forse necessario nominare George Bush, l’imperiale Silvio o molti altri ancora ?

    In breve, siamo sicuri che queste persone di Hamas siano sufficientemente obiettive per poter guidare un popolo, non verso un continuo massacro ma verso un futuro che porti a un’evoluzione positiva della situazione ?

    Quello che voglio dire è che questi dirigenti potrebbero aver vissuto delle esperienze o aver subito dei traumi in giovane età che hanno inevitabilmente lasciato segni profondi nel loro subconscio, tanto che gli effetti potrebbero essere effettivamente poco controllabili.

    Qualche settimana fa mi è addirittura venuto il dubbio di un possibile doppio gioco nelle file di Hamas per giustificare scelte (ad es. l’intensificazione del lancio dei razzi) che, soprattutto in questo momento, non potevano che essere disastrose e devastanti.

    Poi si guarda “Hamas TV”, si guardano i documentari israeliani, si pensa che certe trasmissioni di Hamas per bambini le facciano vedere anche ai soldati israeliani appena maggiorenni, che magari hanno giocato a videogiochi fino a qualche mese prima e la frittata è fatta: la facile conclusione che si palesa nelle giovani menti è che tutti i bambini palestinesi non possono che essere figli di terroristi e futuri terroristi, insomma quello palestinese è un popolo perduto, non recuperabile nel breve periodo, sprofondato nella miseria e nella tragicità della situazione.

    Ecco alla fine da una parte c’è una dirigenza palestinese che promuove concetti tipo:
    gli israeliani sono ebrei dominati dai sionisti; gli ebrei specie se sionisti sono nemici storici dell’Islam; le loro malefatte sono infinite e quindi possono essere chiamati scimmie e maiali (neanche esseri umani) perchè contrastano l’Islam; tutti i mali dei palestinesi dipendono dall’entità che loro hanno creato, ovvero Israele, perchè Israele ha come missione l’eliminazione e la rimozione degli arabi dai territori acquistati con l’inganno e la violenza; l’unica soluzione possibile è la sua eliminazione tramite la Jihad e il ripristino degli antichi territori islamici con vaghi accenni nostalgici a quelli perduti in Spagna e altre parti (ma si, a questo punto potremmo anche aggiungere qualche pezzo d’Italia), ecc.

    Dall’altra parte si delineano i palestinesi come:
    arabi che sono immigrati in Palestina in massima parte quando sono cominciati gli arrivi degli Ebrei che non avevano altro luogo che la loro terra natia dopo millenni di persecuzioni subite; gli arabi vogliono distruggere Israele e perseguitare gli ebrei, a loro è stata offerta più volte la divisione in più stati, la pace, ecc. ma loro l’hanno sempre rifiutata perchè non è quello che vogliono; guardate che situazione hanno prodotto, ecc.

    Insomma è una situazione in cui si mescola di tutto e a tutti i livelli.

    A prescindere da questo sono convinto che se agli inizi dei contrasti ci fosse stato più senso politico e meno spregiudicatezza, forse si sarebbero davvero creati due stati, sicuramente nemici ma divisi e possibilmente non troppo belligeranti.

    Nel 1948 si è persa una grande occasione rifiutando a priori qualcosa che invece poteva essere discusso, affinato, ecc. e magari pensando di poter ottenere tanto di più se non tutto.

    Invece la storia è andata in un altro modo e il periodico ricorso alla ritorsione, alla violenza (da entrambe le parti) ha progressivamente prodotto l’attuale disastro: ubi maior, minor cessat.

    In questo senso concordo in parte con alcune conclusioni dell’articolo; sarebbe ora di voltare definitivamente pagina ma forse è un po’ tardi e soprattutto non vedo quasi più nessuno disposto a farlo sul serio.

  9. OSVITOL scrive:

    Grande articolo, ben scritto e il tuo punto di vista è davvero interessante ed originale.
    Fra tante fesserie che ho letto in questi giorni sull’argomento , il tuo mi sembra veramente un articolo sul quale vale la pena di spendere del tempo.
    Mi riprometto approfondimenti.
    Ciao ed ancora complimenti da Osvitol

    • diego scrive:

      Non sono avvezzo ai complimenti e un po’ mi imbarazzano, cmq grazie.
      Aspetto volentieri qualche approfondimento sulla questione, non può che essere utile.

  10. Giacomo scrive:

    Standing ovation. Complimenti davvero.

    Ti ho letto, ahimé, soltanto dopo il mio commento all’altro articolo “E ora tutti zitti”.

  11. Oris scrive:

    Nel 1948 si è persa una grande occasione rifiutando a priori qualcosa che invece poteva essere discusso, affinato, ecc. e magari pensando di poter ottenere tanto di più se non tutto.

    • diego scrive:

      Con il senno di poi, sì. Se gli arabi/palestinesi dell’epoca avessero potuto immaginare cosa sarebbe successo dopo, non credo che ci avrebbero pensato due volte. Ma questo non significa niente, sono solo se e ma. Indubbiamente a quel tempo videro la spartizione come iniqua e ovviamente vi si opposero.
      Ma, come disse Nahum Goldmann, non si tenne conto della controparte araba e da 60 anni ne constatiamo le conseguenze.

Apri la Tua Mente

Esprimi il tuo pensiero...
Per favore, leggi chi siamo e quali sono le regole di discussione
Il primo commento di un nuovo lettore va sempre in moderazione
Puoi sbloccare il commento cliccando sul link contenuto nella mail che ti invieremo
I commenti non confermati tramite click verranno considerati spam
ah, se vuoi essere riconoscibile dagli altri utenti procurati un gravatar!

Aggiungi Gianalessio ai tuoi amici di Facebook. Facebok ha rimosso il precedente profilo. Aiutaci a seguire quello che accade in rete!