Futuro ? Forse in un’Altra Vita
26 marzo, 2010 - 7:50 di Michele
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Non è molto, è una telefonata.
Una telefonata che ricevo, un mio collega di lavoro che mi vuole chiedere come sto.
Infondo non è niente di particolare, è un po che non mi vede e non mi sente, questo per via della mia cassa integrazione che prelude il mio licenziamento dalla mia praticamente ex azienda.
Quello che mi lascia perplesso, per dirla con un francesismo, è che questa azienda anche se come tutte ha risentito della crisi, non va male anzi sono quasi certo che le restrizioni che ha fatto sono puramente arbitrarie e di comodo (suo).

La faccio breve, con un po’ di buonismo ed un po’ di minacce velate ha convinto tre dei suoi dipendenti ad accettare, tramite un accordo interno, e ridurre il proprio orario di lavoro da 40 ore settimanali a 24 dimezzando in questo modo il loro stipendio di quasi la meta. Ha successivamente provato a farlo anche con me, con la differenza che il mio sarebbe passato da 40 a 20.
Quattro persone sono poche, ma sono le uniche quattro persone che lavoravano full time, l’impiegata è stata assunta part time dall’inizio quindi il problema non si poneva per lei.
Cinque dipendenti, sono il 100% dell’organico di questa azienda.
Cinque dipendenti e relative famiglie messe in ginocchio senza tanti scrupoli.
L’ unico che non ha accettato sono stato io, il risultato è che mi ritrovo in cassa integrazione con il 60 % dello stipendio, se avessi accettato prenderei forse il 50%.
La mia scelta di non accettare equivale al mio suicidio lavorativo in quella azienda, ma sono fatto cosi che ci posso fare, se mi minacci io mi difendo come posso e, se devo sopperire cercherò di farlo in piedi e non in ginocchio.
Sono scelte.
Amaramente forzate.
L’amaro di questa scelta mi ha portato restrizioni, ma quello che mi fa scrivere qui è stata la telefonata del mio (ex) collega che, dopo qualche scambio di parole sul come stai tu e come sto io, con tono molto sommesso, mi ha informato che sta per diventare padre per la seconda volta.
Sono proprio le sue parole che mi fanno riflettere, in risposta alla mia espressione di gioia ed augurio, ha troncato ogni possibile mia altra effusione con queste testuali parole:
“Non lo abbiamo mica fatto apposta”.
Serissimo, come una persona che ha commesso un crimine.
Ho potuto solo provare ad immaginare come si possa sentire, e questo non mi piace, forse che in Italia diventare padre è una tragedia ?
No!
La tragedia la percepisco nel sistema che fa acqua da tutte la parti e, ti lascia solo ed in balia degli eventi nel pensare al proprio futuro e in quello dei propri figli.
Soliti discorsi, va bene, ma mettono paura e rabbia.
Futuro ? Forse in un’Altra Vita è di Michele

è così. per questo quando sento tutti i vari politicanti blaterare di famiglia mi viene il mal di fegato.
Mi fermo qui perché il mio rischierebbe di diventare un intervento di un populismo tale che perfino Di Pietro…
Se è così è una tragedia !
Bella testimonianza e provocazione…
Quello che non mi spiego è come uno che è già padre, in procinto di ridiventarlo, non abbia ancora capito niente della vita. Assolutamente niente! Gli voglio concedere (a lui e a tutti quelli come lui) il dubbio di esser stato fuorviato dalle proprie abitudini.
Forse però è ancora in tempo per essere il padre che non è. Forse è passato troppo tempo dalle scuole dell’obbligo. Allora vale la pena cercare “homo sapiens sapiens” su wikipedia, e ricominciare dalle basi…
La tragedia la percepisco nel sistema che fa acqua da tutte la parti e, ti lascia solo ed in balia degli eventi nel pensare al proprio futuro e in quello dei propri figli.
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cercare “homo sapiens sapiens” su wikipedia, e ricominciare dalle basi…
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[...]
La politica è il processo secondo cui le decisioni sono prese attraverso gruppi. Nonostante il termine sia applicato generalmente in ambito di governi, una politica può anche essere osservata in qualsiasi interazione tra gruppi umani. Nel caso più comune, volendo tentare una definizione potremmo dire che la politica è quell’attività umana, che si esplica in una collettività, il cui fine ultimo è incidere sulla distribuzione delle risorse materiali e immateriali.
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Politica aziendale?
Questa è la mia azienda e io decido di dimezzarvi lo sipendio.
Se qualcuno vuole rivolgersi ai sindacati non farò preferenze, e vi troverete nella condizione di Michele.
Personalmente posso solo dire i sindacati mi hanno indirizzato all’ufficio di collocamento.
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Ancora a wikipedia:
La felicità è una condizione emotiva umana. [...]Per altri può consistere nella libertà dal dovere e dall’ansia; nella coscienza dell’ordine ottimale delle cose; la sicurezza di ricoprire un posto nell’universo o nella società, la pace interiore e così via.
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Posso pensare di ricoprire un posto in una società che ti lascia solo ?
Posso provare rabbia nel constatare cosa aspetta a quel futuro bambino ?
Posso provare denunciare (scrivendolo) questo mio fastidio ?
E’ scontato che la risposta che mi ha dato il mio (ex) collega non sta in piedi, ma mi ha fatto pensare e non poco.
Un speranza la posso leggere propio qui:
Saluti.
Grazie per aver risposto,
e scusa (e scusate tutti) se spesso mi riempio la bocca con questioni di evoluzione, specie e quant’altro. Fino ad ora però, almeno da quando ho adottato questa linea sulla quale in verità sto ancora “lavorando”, ho trovato numerosissimi riscontri. Nel nostro caso, in particolare, essendo la nostra specie dotata di un’acutissima osservazione, non possiamo non notare alcuni tratti che convergono con quasi tutte le specie appartenenti alla classe dei mammiferi.
Dobbiamo fare questo passaggio mentale con il massimo dell’umiltà possibile. Perché è questo il terreno condiviso da tutti i viventi: non certo le città, le marche, i lavori. Questo non vuol dire ovviamente che devi mordere il collo del tuo (ex) datore di lavoro e cacciarlo dal branco per farti rispettare
anche se di fronte a certe freddezze umane la voglia verrebbe eh…
Il problema del lavoro e delle persone che lo pèrdono (e lo so perché anch’io lo persi, l’anno scorso, a causa del terremoto “dell’Aquila” con bimba piccola moglie a carico e un contratto a progetto che non prevede la cassa integrazione) è principalmente dovuto alla classe dirigente, che è vecchia ed ha numerosi poteri che non è disposta a lasciare.
La risorsa, d’altra parte, nel mio caso essendo la penultima ruota del carro, è portata dalle proprie abitudini a pensare come a una classe dirigente. E come se avesse un posto fisso che è quello, per la vita. In verità (bada bene, parlo dei dipendenti eh, non delle attività in proprio) ci sono ancora moltissimi lavori aperti a tutti, solo che li riteniamo inferiori o non adatti a noi o ai nostri studi. Oppure, semplicemente, poco remunerativi.
Io magari sono piu’ fortunato perché l’arretratezza tecnologica del mio paese e l’ingordigia degli speculatori nel mio campo fa si che di gente come me ci sia ancora un enorme bisogno (programmatore). A me basta trovare tre o quattro colloqui da infojobs per trovarne, oserei quasi dire statisticamente, almeno uno che compensi adeguatamente la mia esperienza decennale (ma attenzione, non si pensi…, si parla sempre di 1100-1400 al mese eh). Non ci bastano, questo è chiaro. Ma io lavoro e qualcosa in casa c’è sempre. Spesso arranchiamo, e poi ci risolleviamo. Il punto forse è che non ce ne vergognamo. Che stiamo piu’ attenti invece alla civiltà dei nostri concittadini, alle discriminazioni, all’umanità che ci circonda quotidianamente.
Intorno a te c’è la tua comunità. Come ne facevi parte lavorando, ne fai parte da disoccupato. Io sono l’unico che lavora in famiglia e, quando è nata la mia Meraviglia avevo gente intorno i cui figli erano grandi e culle/seggioloni/seggiolini erano per loro un ingombro che sono stati ben felici di ripulire ed affidarmi. Sono andato a chiedere! Se visualizzi la scena, è la stessa cosa che fanno gli zingari quando rovistano il bidone dell’immondizia…
Scusa, sto dilungando, quello che volevo dire è che a furia di pensarle, certe cose, le rendiamo reali. Un po’ come i profili astrali, le scaramanzie. Psicologicamente si chiamano “profezie che si autoadempiono”.
L’idea di uscire da un posto di lavoro dopo 15 anni di onorato servizio e non sapere cos’altro fare della propria vita, è pura propaganda. L’artista che è in noi, lo scultore, la lavandaia, lo scrittore, il fotografo, il babysitter che sono in noi rigetterebbero questo ragionamento immediatamente. E’ propaganda ed è vera solo se ci crediamo. Dobbiamo smettere di vergognarci, dobbiamo iniziare a migrare come facevano i nostri avi e fanno tutt’oggi alcuni nostri cugini africani (ad esempio gli gnu) e chiedere un lavoro, se si è alle strettissime un lavoro di qualsiasi tipo.
Perché sostanzialmente nessuno di noi è cassintegrato, tantomeno disoccupato. Noi siamo uomini sapienti-sapienti. E se per qualche motivo legato alla società ti viene di porre la tua prole al di sotto di quello che fai per portare il pane a casa, allora c’è qualcosa che non va ma non è il lavoro. C’è qualcosa in te che ti ha portato a dimenticare qual è il tuo posto nell’Universo. Perché il tuo primo lavoro, cioè il motivo per il quale hai studiato e lavori e il motivo per cui sei innamorato del tuo partner, è quello di fare il genitore.
Spero di aver chiarito un po’ meglio, io sono completamente d’accordo con l’articolo ed il messaggio che contiene. Ma non ho mai creduto alla manna dal cielo.
Ma non ho mai creduto alla manna dal cielo.
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Quale manna ?
La manna, oggi come oggi, sarebbe poter lavorare come quello che un tempo consideravamo lo sfigato per eccellenza, il nostro caro e vecchio “Fantozzi”.
La parola d’ordine oggi è flessibilità.
Se flesibilità vuol dire valorizzare il capitale umano di uno stato allora benvenga, se vuol dire lavorare con il coltello sotto la gola tutta la vita permettimi di non essere d’accordo.
Non voglio entrare nello specifico, ma le differenze sono enormi.
Mi chiedo cosa ha portato a decidere per i 7 anni di cassa integrazione ai dipenenti Alitalia ?
Propio non vogliamo parlare di Eutelia e delle scatolette cinesi ?
Una mia modesta opinone è che l’Italia dovrebbe essere il giardino dell’europa, ma l’acqua scarseggia e la papera non galleggia.
Saluti.
Per “manna dal cielo” volevo dire “attendere che il padrone si metta nei miei panni e mi conceda una vita dignitosa, e se non lo fa attaccarmi agli spiccioli che gli cadono dalla giacca prima che sparisca ai tropici”.
E’ chiaro che siamo tutti d’accordo con il tuo amico. Il coltello alla gola, però (torno a dire), è una questione percettiva.
L’Italia, concordo, potrebbe essere il giardino d’Europa. Il problema però, per come lo vedo io, non è che mancano i giardini. Sono i giardinieri, piuttosto, che hanno appeso gli strumenti al chiodo. E non è una cosa di adesso…
Michele esordisce su MC con un pezzo breve, ma di grande contenuto.
E’ perfettamente in linea con la mia idea che la battaglia finale è iniziata e siamo già tutti in campo, anche se pensiamo di stare ancora tranquillamente seduti in poltrona.
ne scriverò la settimana prossima.
Grazie per l’ospitalita.
Leggerò volentieri ciò che scriverai la settimana prossima.
Saluti.
Beh devo dire che lascia un po di stucco.
Forse un tempo si aveva paura di diventare padre, quando non lo si faceva apposta, pensando magari alle serate fuori che ci si perdeva inevitabilmente per l’aumento di responsabilità…
Ma oltre alla situazione lavorativa, va messo in conto che la paura di avere un figlio non è solo dal mancato stipendio intero, che non è poco… Ma dal costo che la vita di un bambino richiede, e non perchè un bimbo costa tanti soldi, lui chiede in realtà tanto amore, latte quanto basta, e pannolini puliti, ciò che hanno chiesto tutti i bambini di un tempo, anche se i pannolini erano magari di stoffa…
Ma ci siamo ridotti a pensare anche ed è per questo che fa più paura, che un bimbo se non ha la culla di tale marca, non dorme bene, se non ha il vestitino di quell’altra marca non è bello o non esce bene in foto ecc.
Forse anche questi sono i soliti discorsi, ma se per un attimo ci fermassimo a pensare che tutte queste marche, so che danno lavoro, spero soprattutto un lavoro onesto e per puro patriottismo, un lavoro onesto in italia, anche se molto spesso sono cose confezionate o per giocattoli costruiti in Romania o chissà dove…
Queste marche, si prendono il lusso di darci oggetti e vestiario ad un prezzo incredibilmente alto, solo perchè noi abbiamo sempre accettato e continueremo a farlo! Per non parlare del latte in polvere che viene venduto nelle farmacie italiane… Roba da far sentire una mamma che ha perso il latte, disperata due volte!
Ad ogni modo auguro all’amico di Michele tutta la felicità possibile ed al figlio che deve nascere tutta la felicità e serenità possibile.
Mi spiace per il lavoro.
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Ma ci siamo ridotti a pensare anche ed è per questo che fa più paura, che un bimbo se non ha la culla di tale marca, non dorme bene, se non ha il vestitino di quell’altra marca non è bello o non esce bene in foto ecc.
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Hai ragione, ci sarebbe da dire parecchio sul consumismo, e da dare molto in termini di amore e pannolini di stoffa,
Grazie.
Mi porta tristmente alla mente il dramma vissuto dalla figlia e dal genero di un mio caro amico. E con loro ovviamente la famiglia e tutti noi.
Già genitori di due gemelle di tre anni, con due lavori da operaia e ragioniera e con 20 anni di mutuo ancora…
L’anno scorso è rimasta incinta di nuovo…”mica l’han fatto apposta” anche loro…settimane di dramma e la scelta definitiva terribile per alcuni, unica via d’uscita per altri ma comunque una tragedia per la madre: l’aborto.
in questo caso sì, l’aborto è omicidio.
ma da addebitare alle nostre intoccabili “più alte cariche dello stato”.
che rabbia
E questo, scusa la franchezza, è un altro degli esempi di aborto per arretratezza culturale! E’ il PANE per chi vorrebbe l’aborto bandito con una legge da questo paese.
L’aborto è diventato, grazie all’odierna tecnica e delle scienze demagogiche e psicologiche, un diritto universale delle mamme umane. Qui, invece, viene usato come strumento per livellare l’illusione di un “tenore di vita”.
Quindi in questo caso concordo davvero con Charlie, questo aborto è davvero omicidio.
Solo che è da addebitare al mondo intorno alla madre, non alle più alte cariche dello stato.