Frottole rosse 33


La storia che segue è accaduta veramente. Ho solo cambiato un paio di nomi

Sarà stato ottobre, o forse novembre, del 1975. Avevo 16 anni e frequentavo la terza classe del Liceo scientifico della mia città.
Erano anni di forte ideologizzazione nelle scuole, anni in cui muovevano i primi passi i “parlamentini” disegnati dai Decreti Delegati: quegli Organi Collegiali che ancora esistono, sebbene oggi siano diventati rinsecchiti e burocratici organismi in cui spesso si celebra il nulla. Ma allora, nell’anno del loro primo apparire, sembravano un’invenzione rivoluzionaria, una novità che avrebbe portato, si diceva, la democrazia e la società dentro le vecchie strutture scolastiche. Le centrali della propaganda ideologica dell’epoca, ovvero i partiti, si mossero all’unisono per non lasciarsi sfuggire l’occasione di penetrare nei dibattiti e nelle riunioni che iniziarono a tenersi nelle aule di tutto il Paese.

Grazie ai Decreti Delegati, infatti, si cominciò a officiare da quell’anno, nelle scuole di tutta Italia, un rito analogo a quello che si svolgeva nell’agone politico nazionale: lo scontro ideologico, condotto a colpi di antifascismo, di Costituzione, di “arco costituzionale” e così via. Lo scopo era vincere le elezioni per i pochi posti di rappresentante, dei genitori e degli studenti, negli Organi Collegiali. Tra questi il più ambito era il Consiglio d’Istituto, laddove, si diceva, si sarebbe decisa la “politica della scuola”. Perciò gruppi attivi di studenti e di genitori si riunivano, talvolta insieme, per mettere a punto le liste dei candidati e, soprattutto, per pensare e per scrivere i programmi “politici” con cui si presentavano i candidati. Nelle case dei genitori più impegnati fioccavano riunioni carbonare per comporre i programmi, scegliere i candidati, decidere il motto della lista. Le competizioni elettorali assomigliavano a quelle della politica nazionale, poiché veniva combattuta da liste contrapposte identificabili, in modo inequivocabile, grazie a precisi segnali ideologici: il riferimento ad una serie di parole-simbolo (libertà, democrazia, classe operaia, Costituzione, società, lavoro, antifascismo o anticomunismo…); oppure il richiamo a personaggi politici del passato più o meno recente (Gramsci, Nenni, De Gasperi, Togliatti, Papa Giovanni, Dossetti…); oppure ancora l’uso di motti espliciti (“immaginazione al potere”; “no alla scuola dei padroni”; “vietato vietare”…). Tutto questo armamentario di simboli, dicevo, serviva a dichiarare in quale luogo dello schieramento politico collocare la lista, se a destra, se al centro, se a sinistra. In genere tra le liste dei genitori vincevano quelle di centro, d’ispirazione parrocchiale-cattolica, e quelle di sinistra social-comuniste: i seggi erano spartiti tra questi due schieramenti, come accadeva, grosso modo, nel Parlamento nazionale. Tra le liste degli studenti, invece, vincevano (e a mani basse) quelle di sinistra: noi studenti eravamo tutti più o meno ideologizzati verso quella direzione. Forti, ma non abbastanza da riuscire a vincere, erano le liste ispirate al cattolicesimo moderato; del tutto minoritarie quelle di destra estrema, organizzate da gruppi di studenti che ruotavano attorno al Movimento sociale italiano. Queste ultime erano insignificanti dal punto di vista numerico, ma la loro esistenza era sufficiente a far credere, a noi studenti di sinistra, che fosse in atto un colpo di Stato neofascista.

Ritorniamo a quell’autunno del ’75. Ricordo benissimo, come fosse ieri, una riunione in casa mia tenutasi per la preparazione della lista di sinistra dei genitori. L’avevano convocata una signora molto combattiva (la chiameremo Maria), militante del Pci in un vicino paese della Vallesina, e mio padre, allora simpatizzante del Partito comunista, sebbene “critico” – come lui amava definirsi – nonché attivista sindacale. La signora Maria aveva anni di esperienza politica alle spalle, era stata anche amministratrice nel suo comune ed un suo parente era deputato in Parlamento. Tutta la sua famiglia, sebbene ricca, era nota per essere un clan “rosso” e per aver condotto epiche battaglie contro molti avversari politici in tante sedi: consigli regionali, provinciali e comunali, assemblee cittadine, riunioni di quartiere e persino di condominio. Averla dalla nostra parte era quasi una garanzia di successo. Gli altri genitori presenti erano più o meno prossimi all’area di sinistra: un signore che si proclamava “laico e repubblicano”; una professoressa (ma lì presente in qualità di madre) “seguace di Pannella”; un commerciante che si professava “ateo e progressista”; una signora, casalinga, che si presentò come “madre dalle vedute larghe e femminista”.

Alla riunione vi erano anche due studenti: una ragazzina che frequentava la prima classe del Liceo, occhialuta, bruttina, ma arrabbiatissima; ed io. La ragazza si era da poco avvicinata al gruppo denominato “Il Collettivo”, sorto da qualche mese dentro la scuola, che riuniva studenti di estrema sinistra: il gruppo aveva una sua piccola sede, leader noti nel nostro paesello, contatti con altri simili raggruppamenti nelle città vicine. In quegli anni formazioni come questa esistevano quasi in ogni angolo d’Italia, spesso erano costituite da poche decine di studenti. Questi, una volta diventati maggiorenni, di solito esprimevano il loro voto, in occasione delle elezioni politiche, per partiti rumorosi ma piccoli, così piccoli che i loro iscritti e simpatizzanti erano spregiativamente denominati, dalla sinistra ufficiale, “gruppettari”: il Partito di unità proletaria, Avanguardia operaia, Democrazia proletaria, Nuova sinistra unita e così via. Studenti come quelli del “Collettivo” erano, insomma, “gruppettari” che rappresentavano una spina nel fianco (sinistro) del Pci. Erano molto critici nei confronti dei leader comunisti, talvolta violentemente critici, poiché si ispiravano al marxismo rivoluzionario e al leninismo in modo esplicito, rifiutando la cosiddetta “svolta revisionista” operata dal Partito comunista italiano nel corso dei primi anni Settanta, sotto la guida di Berlinguer. Ricordo gli slogan contro il segretario del Pci che urlavamo alle manifestazioni studentesche organizzate da Lotta continua: “Berlinguer, sei come un ravanello, rosso fuori, bianco nel cervello!”. Gruppi come “Il Collettivo” erano considerati pericolosi anche per l’intesa che alcuni dei suoi membri coltivavano con quelle aree che le autorità ritenevano eversive. E che in seguito, purtroppo, tali si sarebbero rivelate.

Anch’io mi ero fatalmente avvicinato al “Collettivo” e partecipavo alle sue riunioni, dove si parlava di politica, di rivoluzione, di società senza classi. Ho detto “fatalmente” perché, proprio in quell’anno, mi ero scoperto interessato alla politica e avevo cominciato a professarmi “marxista e basta”, senza altri aggettivi. Fatale, perciò, ovvero inevitabile, fu il mio incontro con quel gruppo che si professava rivoluzionario e quindi, ai miei occhi, marxista ortodosso. Politica, rivoluzione, marxismo… Naturalmente credevo di conoscere i significati di queste parole e, soprattutto, pensavo che in quel gruppo ne sapessero ancor di più. Perciò, curioso e affamato com’ero di informazioni e di protagonismo, presi a frequentarlo con l’ingenua fede del neofita, con la sprovveduta impazienza del principiante convinto di avere scoperto una verità, di aver visto una luce di cui gli adulti, conservatori “a prescindere”, non si erano mai accorti. E quella verità intendevo rivelare al mondo prima possibile, poiché il mondo, ne ero convinto, non vedeva l’ora di pendere dalle mie labbra.

Se quella verità si fosse affermata, pensavo, il mondo sarebbe stato più libero: chi rifiuterebbe di essere più libero, mi chiedevo? Tutti amano la libertà, tutti aspirano ad essa. Non mi sfiorava minimamente il dubbio che vi fosse qualche contraddizione tra il marxismo e la libertà, né che qualcuno fosse disposto ad uccidere per affermare la mia stessa verità. La nostra provincia pareva ancora lontana da certe manifestazioni di violenza, isola felice e protetta dal perbenismo, dalle mamme apprensive e dai papà progressisti. Neppure mi sfiorava il dubbio che per qualcuno potesse esistere qualcosa di più desiderabile della libertà; che per qualcuno fosse il potere, non la libertà, ad essere davvero seducente. E che per il potere si potesse deviare dalla verità, anzi che si potesse mentire. In quella riunione dell’ottobre 1975 l’avrei scoperto.

Torniamo ad essa, quindi. La riunione aveva tutte le carte in regola per apparire, agli occhi di noi studentelli, come una cellula rivoluzionaria, simile a quelle di cui si parlava nei libri degli Editori Riuniti, tra i quali ve ne erano sulla storia del biennio rosso, dell’occupazione delle fabbriche, dei primi consigli di fabbrica. Oppure nei libri di Stampa alternativa dove si raccontavano le vicende del Mitico Sessantotto, che appariva ai nostri occhi come un modello, seppure fosse da tutti ritenuto un epos inimitabile… Ecco, nella mia fantasia eccitata da qualche letturina di propaganda, quella riunione, sebbene vi si dovessero decidere solo il programma della lista e i nomi dei candidati agli organi collegiali della scuola, appariva proprio come un soviet, come un raduno del maggio francese, come un incontro clandestino tra rivoluzionari.

Cominciò la discussione sui contenuti del programma. Una parte di questi consisteva nella premessa generale: una sorta di manifesto ideologico che serviva ad identificare politicamente la lista, e nel quale spesso si utilizzavano parole come “Costituzione”, “antifascismo”, “Resistenza”. Parole che avevano il compito di comunicare al lettore una serie di concetti difficili e contorti: innanzitutto che quella era la lista di sinistra, ma allo stesso tempo che i suoi candidati erano difensori della parte “migliore” dello Stato, cioè delle istituzioni democratiche; mentre le altre liste, poiché non usavano le stesse parole-simbolo, erano probabilmente costituite da candidati ambigui, magari da nostalgici del fascismo, in ogni caso non da veri democratici. Secondo quelle parole, insomma, chi si appellava ai valori della Resistenza e della Carta costituzionale, “nata dalla lotta partigiana”, poteva essere considerato democratico. Chi non faceva uso dei vessilli dell’antifascismo senz’altro non lo era. Un discorso troppo lungo e soprattutto scopertamente demagogico e manicheo; meglio usare quelle parole-simbolo, nobili ed eroiche, al posto di questo prolisso e imprudente discorso.

Mentre si discutevano queste cose, comparve alla riunione un signore, conoscente della signora Maria e noto anche a mio padre: lo chiameremo signor Verderame. Era un funzionario del locale Partito comunista, forse in quel momento ricopriva incarichi presso la segreteria provinciale del partito. Non aveva nulla a che fare con la scuola, nulla a che fare con il nostro Liceo, nulla a che fare con le elezioni degli organi collegiali; ma qualcuno lo aveva avvertito della riunione e lui si era – come dire? – autoconvocato. Alcuni dei presenti mostrarono un imbarazzo momentaneo per quella intrusione; mio padre sembrò, per un istante, impacciato. Anch’io, seppure senza capirne la ragione, avvertii un lieve disagio. Ma Verderame si sedette in disparte, senza intervenire, ascoltando e fumando una sigaretta dopo l’altra. A parte il fumo che emanava, la sua presenza fu immota e silenziosa per quasi un’ora, perciò non creò turbamenti ulteriori. Entusiaste per la sua partecipazione furono invece la signora Maria e la studentessa occhialuta, entrambe non lesinavano sguardi e sorrisi in direzione del sopraggiunto. Soprattutto sulla seconda Verderame esercitava un considerevole fascino, forse perché aveva fama (come seppi in seguito) di essere un “duro staliniano”, un uomo d’apparato, e per giunta all’inizio di una promettente carriera politica. Col senno di poi, sono disposto a concedere che potesse persino apparire un bell’uomo: sulla quarantina, non molto alto ma abbronzato, con un paio di baffoni scuri spioventi, una chioma nera, lucida e fluente, che meccanicamente si ravviava con la mano sinistra, uno sguardo mondano e spietato allo stesso tempo. Forse alla studentessa bruttina Verderame piaceva per questi attributi fisici, più che per quelli politici.

Trascorsa mezzora dal suo arrivo, Verderame iniziò a dimenarsi sulla sedia, ad accavallare e scavallare le gambe e a manifestare assensi e dissensi con versi gutturali simili a grugniti. Suoni che riusciva ad emettere mantenendo le labbra sigillate sul filtro incandescente dell’ennesima sigaretta. Il motivo del suo disagio e di tutta quella attività motoria era l’oggetto della discussione in corso: si stava affrontando un passaggio importante della “premessa ideologica”, cioè quello relativo all’opportunità o meno di inserire la parola “antifascismo”. Sulla Resistenza tutti gli astanti si erano trovati d’accordo, anche perché di questa venivano ricordati i “valori”, non certo i “fatti storici”, perciò ognuno avrebbe potuto aggiustarseli come meglio riteneva per farli convivere con la propria coscienza. Ma la parola antifascismo sembrava più impegnativa e qualcuno – il genitore repubblicano e mio padre, ad esempio – obiettò che l’espressione sarebbe potuta suonare indigesta per alcuni.
– È opportuno usarla, oppure sarebbe meglio usare un’altra parola? – chiese mio padre. Fu in questo momento che Verderame iniziò a grugnire.
– Opportuno?! Che vuol dire opportuno? – trasecolò la signora Maria. – Voglio dire – rispose mio padre – che senza nominarla potremmo ottenere anche i voti degli indecisi; del resto abbiamo già ricordato i valori dell’antifascismo nominando la Resistenza…-.
– Ma il fascismo non è ancora morto! Si annida ovunque, persino negli apparati dello Stato… – interloquì la pannelliana, – …per non dire di tutte le forme di violenza che ci sono nella società: il maschilismo, il capitalismo, il clericalismo… insomma, è ancora necessario l’antifascismo! – concluse con enfasi.
– Quello militante! – esclamò la studentessa, – antifascismo militante, altro che opportunità di togliere la parola! -. Pronunciò l’ultima frase con gli occhi rivolti verso Verderame (che emise un grugnito di assenso) e sbraitando, come se fosse arrabbiata. A questo tono e a queste parole mio padre sgranò gli occhi e non seppe replicare altro, rivolgendosi alla studentessa, che un apocalittico – Antifascismo militante?!? Ma che stai dicendo?! -.
Ci fu qualche istante di silenzio, poi intervenni con la convinzione di possedere la soluzione per uscire dall’impasse: – E se usassimo antitotalitarismo? Non sarebbe più universale e quindi più accettabile da tutti? Diremmo la stessa cosa, ma anche qualcosa in più. Sappiamo tutti che la violenza e il dispotismo hanno tanti volti… -. La studentessa mi squadrò con disprezzo, rossa in volto, pronta ad esplodere e a rovesciarmi addosso qualche anatema ideologico, ma venne bloccata da Verderame che, interrompendo i grugniti cui ci aveva abituati, iniziò ad articolare parole, cogliendoci tutti di sorpresa. – Sono proprio queste supposizioni – affermò con calma, ma guatandomi con severità – che mi fanno temere una parola come antitotalitarismo -. Annuì a se stesso, quindi proseguì: – Questa parola è ambigua, mentre antifascismo è un termine chiaro, inequivocabile. Totalitario, per qualcuno, potrebbe apparire anche chi combatte persone pericolose per la classe lavoratrice; totalitario potrebbe apparire un sistema più giusto, basato sul socialismo, che deve essere per forza severo e rigido, se vuole difendere le sue conquiste. Noi tutti sappiamo che se il socialismo, una volta costruito, non fosse difeso con rigore, l’umanità pre-ci-pi-te-reb-be all’età della pietra -. Pronunciò queste ultime parole scandendole e squadrando bene negli occhi tutti i presenti. – E nessuno di noi vorrebbe rinunciare alle conquiste sociali solo per timore di un po’ di severità, vero? Sarebbe un grave errore, ingenuo e dannoso insieme, usare la parola antitotalitarismo -.

Ci guardammo tutti senza fiatare, poi ciascuno abbassò gli occhi, come per meditare su quelle perle di saggezza che ci erano state da poco ammannite. Solo mio padre ebbe il coraggio di provocare i presenti chiedendo: – Allora? Cosa facciamo? -. La domanda sembrava tenere in non cale ciò che Verderame aveva appena detto; perciò la studentessa bruttina se ne uscì scandalizzata: – Come cosa facciamo? Dobbiamo usare la parola antifascismo, perché sennò rischiamo di essere scambiati per dei benpensanti di destra, per dei lerci liberali! -. Verderame la guardò compiaciuto mentre si accendeva un’altra sigaretta. Io ero in pieno marasma psico-ideologico, incapace di trovare argomenti per sostenere la mia idea. Gli altri parlottavano tra loro, mio padre ascoltava la signora Maria senza guardarla e annuendo di tanto in tanto. Mentre la riunione sembrava deragliare e i sussurri stavano trasformandosi in brusio generale, la studentessa bruttina si alzò dalla sedia e mi si avvicinò; si chinò e sibilò al mio orecchio: – Come compagno non vali una merda! -. Poi tornò a sedersi con aria trionfante. Rimasi annichilito, con la testa ronzante e la bocca irrigidita in un mezzo sorrisetto di finta cordialità. Non parlai più per tutta la sera.

Intanto la signora Maria aveva interrotto il vocio, prendendo la parola: intendeva chiudere la querelle ricorrendo alla sua navigata abilità politica. – Stiamo preparando questo programma – iniziò – perché vogliamo una scuola migliore, che sappia parlare chiaramente ai giovani, che dica loro la verità, che costruisca una cultura nuova e democratica. Non si fa chiarezza se si usano parole ambigue: antitotalitarismo è una parola ambigua, antifascismo no -. Tutti annuirono con ampi cenni del capo ed espressioni di approvazione. Anche mio padre finì per accettare: senza annuire né mormorare scrisse sui suoi appunti la fatale parola, “antifascismo”, adeguandosi al volere dei più. Presa la decisione si poté passare all’argomento successivo che, per ironia della sorte, era il seguente: “Idee per una scuola democratica e pluralista”.

Soddisfatto dell’indirizzo che la riunione aveva preso, Verderame si alzò, spense la sigaretta nel posacenere, guardò l’orologio, quindi salutò spiegando che aveva un altro impegno: prima di cena doveva fare una capatina in un’altra riunione simile alla nostra, alla quale era stato invitato da un amico. Uscì lanciando una strana occhiata a tutti i presenti: mi ci sarebbero voluti anni per comprendere appieno il significato diabolico di quello sguardo. Quella sera non ero in grado di capire: non mi rendevo ancora conto cos’era accaduto, figurarsi se potevo interpretare la psicologia di quegli occhi. La studentessa bruttina non mi rivolse la parola per settimane. Non capivo il perché, ma non me ne feci un cruccio. Piuttosto, continuavo a chiedermi cosa ci fosse di sbagliato nel mio ragionamento sul totalitarismo. Non trovai una risposta, allora. Non potevo ammettere che ciò che avevo sentito quella sera erano per lo più frottole, magari ben presentate e convincenti, ma pur sempre frottole. Mi ci sarebbero voluti anni prima di riuscire ad accettare che avevo ascoltato frottole rosse.

Di Carlo Cerioni

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