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La Crisi Internazionale del Liberismo: Freddie, Fannie e la Favola del Libero Mercato

15 settembre, 2008 di ilBuonPeppe  
Archiviato in Chiamiamola Economia



C’era una volta… le favole cominciano tutte così, per poi finire con … e vissero per sempre felici e contenti. Peccato che non ci sia nessuno felice e contento in questa storia, e se c’è se ne sta ben nascosto. Ma andiamo con ordine.
C’era una volta un villaggio in cui vivevano due giganti; non erano amici, si guardavano in cagnesco, se ne dicevano di tutti i colori, si sfidavano a chi aveva la casa più bella, ogni tanto si davano qualche schiaffone, ma senza mai esagerare. In fondo ognuno si faceva gli affari propri e dava fastidio come poteva ai rispettivi vicini di casa; vicini che, volenti o nolenti, ogni tanto diventavano la scusa per una scazzottata, e di solito ne pagavano le conseguenze. Il mondo, si sa, è dei prepotenti.
Nonostante tutto c’era un certo equilibrio, forse perché ognuno dei due, per far vedere quanto era bravo, cercava di far funzionare le cose nel suo quartiere. Quartieri che, per rendere più evidente il tutto, erano stati separati da un muro.

Poi un bel giorno, i vicini di casa del gigante che abitava ad est, decisero che ne avevano abbastanza di quella situazione, e buttarono giù il muro. Da quel giorno niente fu più lo stesso. Il gigante dell’est vide crollare il suo quartiere una casa alla volta, fino a che anche la sua casa andò giù; il gigante dell’ovest assistette al crollo del nemico con malcelata soddisfazione, e si fece subito avanti per accaparrarsi quello che avanzava del disastro, diventando così il padrone incontrastato del villaggio.
Naturalmente, poiché le persone sono sempre pronte a saltare sul carro del vincitore, tutti cominciarono a decantare le virtù (vere o presunte che fossero) del gigante dell’ovest, a dire che l’altro aveva sbagliato tutto, che le sue idee erano assurde, che le uniche idee buone erano quelle di chi aveva vinto, e cose così. Uno vince, l’altro perde: sembrava finita lì.

Invece un brutto giorno, un gruppo di selvaggi che viveva nel bosco vicino al villaggio, attaccò quella pacifica gente e distrusse il tempio che il gigante dell’ovest aveva costruito al centro del villaggio. Sembrava un colpo mortale per quella gente, ma il gigante si affrettò a tranquillizzare i suoi concittadini: “calma, non è successo niente… andremo avanti come sempre… tornate alle vostre attività…”. Il tutto accompagnato dalla promessa che quei selvaggi sarebbero stati sterminati.
La gente tornò al lavoro rassicurata, il bosco circostante venne distrutto, ma dei selvaggi non si trovò traccia; chi ne fece le spese invece furono i poveri contadini che vivevano fuori del villaggio, tutte persone che non avevano nulla a che fare con i selvaggi e che non avrebbero mai fatto male ad una mosca.

A dispetto però dei proclami che il gigante periodicamente faceva arrivare al villaggio, le cose non funzionavano più. Gli abitanti del villaggio, sempre più numerosi, cominciavano a dubitare del gigante, la vita del villaggio cominciò a cambiare, i rapporti non erano più gli stessi, gli affari non convincevano più, le decisioni del gigante erano sempre più impopolari, le sue idee non si dimostravano più così buone come un tempo.
Finché arrivò il giorno che l’enorme palazzo messo in piedi e ripetutamente magnificato dal gigante, quello che da tutti era preso come l’unico modello possibile, crollò. Come erano crollati il muro, la casa del gigante dell’est e il tempio, anche il palazzo del gigante dell’ovest era arrivato al capolinea; ed era un palazzo talmente grande che crollando schiacciò sotto le sue macerie tutto il villaggio e i suoi abitanti.

La favola finisce qui e a noi tocca di trovare una morale.
E la morale che vedo io, mettendo da parte le metafore, è che tra il liberismo e l’economia pianificata (non il comunismo che è cosa diversa) non ci sono vincitori, ma solo perdenti: i cittadini. La storia ci ha insegnato che, soprattutto nei momenti di maggiore crisi, a pagare il prezzo più alto sono le persone comuni, quelle che non hanno alcuna colpa del disastro; contemporaneamente le classi più elevate ne approfittano per razziare il possibile.
Che l’economia pianificata praticata dai sovietici fosse insostenibile, oltre che ingiusta, non ci sono dubbi. Ma se qualcuno aveva ancora dei dubbi sulla vera natura del liberismo, l’11 settembre 2001 ne ha messo a nudo il difetto di fondo. “Troveremo i responsabili e li puniremo. Tornate a fare shopping”. Le parole del presidente americano all’indomani della tragedia sono molto chiare, per chi le vuole capire: l’importante è comprare, spendere, far funzionare il mercato; il resto è secondario, compresa la vita delle persone.
In questo gioco, il libero mercato ha il ruolo (teorico) di grande regolatore; un meccanismo capace di funzionare perfettamente senza interventi esterni. Una favola che troppe persone hanno pagato a caro prezzo; un gioco al massacro in cui pochi si sono arricchiti a danno di molti.

Da anni ormai assistiamo al cedimento di questo sistema che, giorno dopo giorno, sta perdendo pezzi sempre più grossi; non solo negli USA. Gli ultimi di una ormai lunga serie sono i cosiddetti Freddie Mac e Fannie Mae; due compagnie che insieme controllano oltre il 50% dei mutui concessi negli USA. Il peso delle sconsiderate operazioni finanziarie cui dovevano far fronte è diventato eccessivo, e non ce l’hanno più fatta: il governo USA è dovuto intervenire per nazionalizzarle, evitando così che la loro crisi trascinasse nel baratro l’intero sistema creditizio. O perlomeno rimandando il momento fatale.
Ma al di là dei patetici tentativi di sminuire il fatto, che in Italia la stampa (guarda caso!) sta coprendo in maniera ridicola, questo intervento segna un punto di svolta e mette in luce una verità che si voleva tenere nascosta: il sistema economico statunitense non sta in piedi, il modello liberista è fallimentare.

E’ ora (anzi, è già passata) di trovare nuovi modelli, nuovi meccanismi che permettano all’economia di funzionare in maniera equilibrata, evitando l’eccessiva concentrazione di ricchezza, senza per questo penalizzare chi investe e dimostra capacità; un sistema che, offrendo opportunità e non elemosine, sia capace di ridurre, una volta tanto, il numero dei poveri; un circolo virtuoso che produca benessere per una parte sempre crescente di popolazione.
Invece assistiamo ad una folle corsa sulla strada che porta al fallimento, senza accorgerci che quelli che ci spingono a correre di più, si stanno man mano defilando dalla gara, per arroccarsi in posizioni più sicure.
E ancora una volta a farne le spese saranno i cittadini; colpevoli solo di essere ciechi.

N.d.R.: E’ di stamattina la notizia del fallimento di Lehman Brothers, quarta banca d’affari americana. Secondo Greenspan, siamo alla crisi del secolo. Qui la versione de “Il Sole 24 Ore”.

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Comments

27 Risposte a “La Crisi Internazionale del Liberismo: Freddie, Fannie e la Favola del Libero Mercato”
  1. Grande ilBuonPeppe!! Avevo da giorni intenzione di scrivere anche io un pezzo su Fannie e Freddie…la prima volta che li ho sentiti nominare mi sono sembrati due personaggi da sitcom…in realtà, questi due colossi dai piedi d’argilla hanno mostrato al mondo, per l’ennesima volta, quanto fallimentare sia il sistema liberista in cui ci ostiniamo a vivere!!
    Personalmente sono convinto che ogni volta si reputi necessario l’intervento dello stato centrale per aggiustare un guaio, questo non possa che essere visto come un fallimento del libero mercato.

  2. Il Gobb scrive:

    Il fallimento di un sistema, per quanto annunciato, fa sempre un grande effetto “dal vivo”… io comincio a imparare a usare l’arco e la lancia, costruire una tenda di pelli e accendere falò con la pietra focaia, non si sa mai O______O

  3. Sara scrive:

    Secondo me l’unico modo per risolvere questo problema è decentralizzare, cioè tornare dove si può al mercato “locale”, e dove non si può servirebbe una sana globalizzazione, equa, senza l’equità secondo me non può esistere neanche il liberismo. E aggiungerei una semplice regolina: ogni soggetto o rete di soggetti può investire al massimo in due campi, più un settore in cui investire come pubblicità, e questi settori non possono essere collegati tra loro, se no si generano continuamente conflitti d’interesse.
    E poi una cosa tecnica: ma se di fatto il prezzo del petrolio e i cambi monetari (vedi euro/dollaro) vengono decisi a tavolino, dove sta il libero mercato? Il fatto è che secondo me è già scomparso da tempo, si sono creati dei monopoli “familiari” che governano il mondo dell’economia, cioè il mondo.
    Però il mio commento vale fino a un certo punto, dato che non me ne intendo molto di economia e ho letto solo un libro di economia politica italiana di Giavazzi…Ma vale sempre l’altra proposta: tornare al baratto! :wink:

    • Lara scrive:

      un’aggiunta alla tua proposta è l’autoproduzioe. autoprodurre e barattare, tagliare la filiera delle grandi multinazionali per crearne una domestica. acquistare solo dai produttori, solo merci locali.
      tutto ciò difende dalla mecato-dipendenza e fa bene al pianeta.

    • tritumbani scrive:

      la globalizzazione sta per fallire (troppo costosi stanno per diventare gli spostamenti)
      il comunismo è fallito
      il capitalismo pure (post di oggi)
      Dio è morto
      Anche io non mi sento troppo bene ;-) (non resisto alle tentazioni)
      la socialdemocrazia sopravvive a malapena
      il capital-comunismo cinese non mi piace

      che ci resta?
      C’é qualcosa di nuovo? o semplicemente di meglio?
      la decrescita?
      o ci attende il crollo?

      • Sara scrive:

        Beh, il crollo infondo è una decrescita, moooolto molto rapida! Scherzo, so a che decrescita ti riferisci, l’unica speranza è che qualche grosso imprenditore capisca che il tutto sta per crollare e prima di perderci in prima persona ragioni un pò più saggiamente e cominci a cambiare le cose…Nel frattempo alla coop ci sono i semi per verdura e frutta biologiche, dici che faccio scorta? Poi prendo 3 galline, una mucca, due pecore e l’inventore della lavatrice o suo figlio.

      • Lara scrive:

        Quello che ci rimane è difenderci dal crollo.
        Difendere ciò che è salvabile per poi tirare le somme e iniziare un nuovo corso sociale sperando che si presenti meno dannoso di quelli che lo hanno preceduto da 5000 anni a questa parte.

  4. Lara scrive:

    Al crollo di una società corrisponde la nascita di un’altra.
    dato che il crollo è oramai inevitabile (ed anche per certi versi necessario e salutare) è il caso di iniziare a guardare oltre cercando di deviare il salvabile di questa economia su un nuovo modelo di sviluppo.

    Cominciare a convertirci alla prossima società (che dovrà essere sostenibile e non consumistica)è l’unica difesa che abbiamo dal crack.

    Difendiamoci essendo indipendenti dai mercati, soprattutto internazionali.

    Non so molto di economia, ma credo che un crollo comporti anche la perdita del valore i ciò che oggi chiamiamo soldi.

    Impariamo sin d’ora a vivere senza troppi soldi, o almeno senza averne bisogno, perchè questi svaniranno nel nulla.
    Ci rimarrà quel poco che abbiamo, e a quel punto capiremo se ha più valore un rolex o una pianta di pomodoro…

  5. Adetrax scrive:

    Il modello liberista funziona nella misura in cui al potere ci sono funzionari che cercano di servire la società piuttosto che a sfruttarla per i loro fini di potere, lo stesso si potrebbe dire del modello opposto; purtroppo in ambedue i casi ci sono state delle violazioni delle regole di cui la gente comune sa poco o niente, soprattutto nel caso USA.

    Mi sembra quindi di poter dire che giudicare vincente o fallimentare un determinato modello in base ai risultati, senza verificare nel dettaglio le anomalie implementative, non sia il miglior metodo per capire se può funzionare o meno.

    Il male purtroppo è nelle persone e nelle aggregazioni per fini di sfruttamento e potere.

    La crisi USA era prevista da qualche anno, lo stesso Tremonti aveva messo in guardia contro il fenomeno nella maggior parte delle interviste che ha sostenuto sia durante il governo Prodi che ora.

    Le cause di questa crisi sono abbastanza comprensibili:

    - la crisi è in parte attesa e voluta, ed è una conseguenza delle mostruose spese militari del bilancio USA; quando si è depredato tutto il possibile si arriva al punto di far pagare il conto ai comuni mortali, ma dato che questi sono tanti e “rompono le scatole”, la soluzione migliore (per chi governa abusivamente) è quella di creare un clima semi-apocalittico in cui uno finisce per ringraziare se riesce ancora a mangiare o a restare vivo; giunti a quel punto la tentazione di sfoltire un po’ di viventi è molto forte;

    - il rapporto risorse disponibili, saccheggio indiscriminato e livelli di consumo si è rotto da tempo; la crescita continua e l’espansione perenne sono dei falsi miti; non dico che non possono essere approssimati ma certo non con i metodi da “taglia e brucia per sempre” usati negli ultimi 50 anni.

    Ora il punto è questo: i repubblicani, per ovvi motivi, non vogliono che la crisi scoppi ora e per lo stesso motivo per cui hanno chiesto e ottenuto una diminuzione del prezzo del petrolio greggio, cercheranno di sostenere la situazione con qualche provvedimento di emergenza.

    Fra qualche mese la cosa pubblica potrà essere consegnata ai democratici, i quali non potranno far altro che cercare di risanare l’economia (come di fatto ha fatto l’amministrazione Clinton) in modo che in futuro il ciclo possa ricominciare.

    Nella malaugurata ipotesi che dovessero vincere i repubblicani, questi potrebbero essere tentati di sfruttare fino in fondo la situazione e proseguire apertamente nelle azioni di depredamento esterno.

    In ambedue i casi le due facce sono quelle dello stesso Giano bifronte.

    • Lara scrive:

      Da ciò che scrivi sembrerebbe ovvio ch il destino del mondo se lo stiano giocando a insulti Obama e McCain.

      Che cosa possono fare i democratici? e che razza di ciclo economico vogliono rianimare???

      Tra i due mali non sono certa che quello sia il minore. Tra uccidere il gigante ed attaccarlo ad un respiratore non vedo differenze se non a livello cronologico!

      Per quanto tempo questa fase di tallo potrebbe andare avanti???

      • Adetrax scrive:

        Bisogna distinguere fra due fenomeni:

        - quello della lotta per la sopravvivenza fra imprese private, lotta nella quale quelle che hanno subito situazioni avverse o che comunque hanno compiuto troppi errori e non si sono cautelate in tempo, deperiscono fino a fallire per essere poi, se tutto va bene, incorporate da altre imprese più sane / forti;

        - la conduzione macro-economica di una nazione.

        Ora spero che tutti siano abbastanza convinti che il problema negli USA non è quello di individuare e applicare buone politiche economiche che conducano al benessere sostenibile, bensì quello di far coesistere determinati obiettivi incentrati sulla geopolitica mondiale con il fatto di far sussistere quei 300 milioni di esseri che consentono il funzionamento dell’infernale meccanismo.

        Che cosa possono fare i democratici? e che razza di ciclo economico vogliono rianimare?

        L’alternanza del governo serve appunto ad alternare i cicli di guerra con quelli di semi-pace necessaria per ricaricare le “riserve” / “batterie”.

        La cosa interessante è che qualsiasi preferenza accordata dal popolo va bene a chi governa; se saranno confermati i repubblicani si andrà avanti con la politica aggressiva e di allargamento geopolitico, altrimenti si farà una pausa, semprechè ci siano le condizioni per farla.

        Dopotutto, come ha detto Bush, la costituzione è solo uno “stramaledetto pezzo di carta” e probabilmente lo sono anche i soldi in circolazione.

        Il ciclo economico si può rianimare in moltissimi modi e sicuramente negli USA non mancano di certo i successori di Greenspan capaci di compiere cose notevoli (semprechè abbiano il permesso di farlo appieno); la questione principale però rimane sempre quella: vorranno farlo ?

        Da che cosa dipenderà la decisione se insistere nell’espansione geopolitica o fermarsi ?

    • Neottolemo scrive:

      Concordo in parte.

      Le spese militari (specie se sfrenate) sono un importantissimo motore economico. L’america ha il consistente problema di avere una bilancia dei pagamenti spaventosamente negativa. Questo perchè gli usa non sono un paese esportatore.

      Già con il new deal l’america dimostrò appieno come per far funzionare l’economia servisse uno stato che mettesse in moto dei settori “trainanti”. Il new dial da solo comunque on bastò a risollevare l’america dalla grande depressione, ma per loro fortuna da li a poco entrarono in guerra. Dopo la guerra l’america ha un breve periodo in cui “usa” l’europa come motore per la sua economia esportando a più non posso (frigoriferi, televisori e tutta la roba “nuova” dell’epoca). In seguito emergeranno nazioni (ed economie) capaci di vendere gli stessi prodotti a prezzi di gran lunga inferiori dando un nuovo colpo all’economia americana.
      La nuova occasione di ripresa è la corsa agli armamenti durante la guerra fredda (che ora è considerato come il più grande motore dell’economia della seconda metà del ‘900). Caduto il muro si rientra in crisi, crisi che stiamo subendo ancora adesso.

      A questo va aggiunto il circuito del dollaro, che fino a poco fa garantiva all’america di non inflazionare la moneta pur avendo un enorme debito pubblico ma ora è stato intaccato dall’euro e dal prezzo del petrolio (ricordo che il petrolio viene commerciato in dollari).

      In sostanza dubito che democratica o repubblicana, l’america possa seguire dinamiche isolazioniste per uscire dalla crisi. Ne va della sua sopravvivenza ormai.

    • ilBuonPeppe scrive:

      @Adetrax
      Il modello liberista esalta le singole individualità mettendole in competizione in un ring senza tante regole; questo, senza troppoa sorpresa, fa sì che emergano i peggiori perchè (come dici giustamente) il male è nell’uomo.
      Per far funzionare il liberismo a beneficio di tutti bisognerebbe controllarlo, gestirlo, mettergli dei freni… ma allora non sarebbe più liberismo.
      Liberismo ed economia pianificata sono i due estremi, ma la soluzione sta nel mezzo: ecco perchè sono fallimentari.
      Il compito della politica (tra gli altri) dovrebbe essere appunto quello di trovare “un” punto di mezzo capace di distribuire benessere ai cittadini. Invece…

      • Adetrax scrive:

        Si, giustamente il termine è un pò ambiguo; in questo contesto non intendevo tanto il liberismo all’americana in stile far west, bensì qualcosa di più regolato, all’europea insomma.

  6. Carlo Fronteddu scrive:

    Scena: Un russo, un cinese, un americano ed un europeo giocano a poker in un saloon, la partita è splendida e non concede un attimo di disattenzione ai quattro. Apparentemente la partita si mette bene per lo yankee, la sua parte e ricolma di soldi, lentamente inizia a perdere, lentamente, poi con maggiore velocità. Lo yankee decide di alzare il tiro e bluffa in mano ha solo una doppia coppia di 5 e 3, ma nessuno lo può sapere, arrogantemente butta tutti i soldi che ha sul piatto, gli altri fanno altrettanto, il bluff cade, il cinese impassibile aveva una tripla di re e una coppia di 9, il piatto va a lui. Per continuare a giocare, lo yankee si indebita con il cinese e con l’europeo. Gli butta peggio. Che cazzo fare? Lo yankee ha l’illuminazione: tira fuori la pistola, il cinese ed il russo fanno lo stesso di rimando…
    E’ la fine?

  7. Max scrive:

    Se guardiamo i dati anche durante la presidenza Clinton il debito pubblico americano ha avuto un impennata esponenziale. Ho letto proprio oggi che gli USA si apprestano ad avere un rapporto debito pubblico pil del 300% (in Italia dovrebbe essere al 103 % ed uno dei peggiori) costa molto socializzare le perdite delle banche americane. Che vincano i democratici o i neocon di sicuro vedranno una solo soluzione. Una guerra.
    Ricordo sempre una foto del mio libro di storia delle superiori. Il capitolo era sulla repubblica di Weimer e li si vedeva un enorme braciere dove dei soldati tedeschi buttavano tonnellate di banconote in marchi. Penso che sia la fine che farà il dollaro stampato con il ciclostile che gli usa rifilano alle nostre banche centrali. I mercati si spostano a est è evidente. Perché l’Europa ha avuto cosi fretta di inglobare i paesi ex urss ? serviva un mercato alternativo. Quando nessuno avrà più bisogno del mercato USA imploso tutti (per primi cinesi e arabi) si sbarazzeranno dei rotoli di carta igienica verde e il castello di carta crollerà, speriamo solo che non ci trascineranno con loro nel baratro (a meno che i nostri politici non vorranno suicidarsi di proposito per seguire il loro idolo d’oro).

    • ilBuonPeppe scrive:

      Non ho dati certi su questo, ma non mi sorprenderebbe sapere che Cina ed Arabia stiano pian piano smaltendo le enormi riserve di dollari che hanno in cassa.
      Quando avranno ridotto ad un livello ragionevole la cartaccia (perchè di questo si tratta) verde, allora non si faranno alcuno scrupolo di mandare gli americani dove meritano.
      Ora il dubbio è: cosa sta facendo l’Europa su questo fronte?
      Quando arriverà il momento, chi avrà le tasche piene di dollari seguirà gli USA nel baratro.

      • Iniquo scrive:

        Se non ricordo male si vociferava sulla volontà di Saddam Hussein di esportare il petrolio chiedendo in cambio euri e non dollari, poi …

        • Neottolemo scrive:

          Hussein (intorno al 2000 se non sbaglio) decise di trattare i fondi oil for food da dollari in euro. E lo fece fino alla chiusura del fondo.
          Comunque non è chiaro chi abbia spinto il dittatore verso questa decisione dal momento che la paribas (dove venne istituito il fondo), l’europa e l’iraq ne guadagnarono tutte. In quell’occasione l’unica che ci rimise fu l’america ed è ben strano che l’onu acconsenti ad una simile operazione.

          Comunque l’evento può essere considerato uno dei primi attacchi al petrodollaro.

          Per un molto conciso resoconto, qua: http://it.wikipedia.org/wiki/Oil_for_Food

        • ilBuonPeppe scrive:

          Esatto.
          Giusto sette mesi fa scrivevo di queste cose, in occasione di alcuni eventi… strani.

  8. Giacomo scrive:

    Vi invito a leggere tutti “La democrazia che non c’è” di Paul Ginsborg.

    È la primavera del 1873. Karl Marx e uno dei più grandi pensatori liberali, John Stuart Mill, si incontrano in una piovosa sera londinese a casa di quest’ultimo, in Victoria Street. I due hanno un fitto colloquio, nel quale mettono a confronto le rispettive visioni in merito a temi come la libertà, la democrazia, il progresso, ciascuno sostenendo il proprio pensiero con profondità di argomentazioni, non avendo timore, però, di riconoscere talvolta le ragioni dell’altro. È questo il punto di partenza, quanto mai intrigante, di questo breve pamphlet di Ginsborg. In realtà, per quanto se ne sa, Marx e Mill non si incontrarono mai. Non si può dire, però, che il dialogo immaginato dall’autore sia interamente un’opera di fantasia. Tutte le affermazioni in esso contenute sono infatti autentiche: Ginsborg non ha fatto che estrapolarle dalle opere dei due grandi, nel tentativo di metterne in evidenza le affinità. È da quella conversazione – tesa appunto a suggerire la possibilità di una sintesi fra il pensiero liberale e quello marxiano-socialista – che l’autore trae il pretesto per affrontare il tema centrale del libro: la crisi della democrazia liberale. Nonostante la larghissima diffusione del sistema rappresentativo, infatti, cresciuta esponenzialmente in seguito alla caduta del muro di Berlino, si sarebbe verificata, nei paesi cosiddetti “occidentali”, una vasta disaffezione verso gli istituti democratici, resa manifesta dal calo dell’affluenza alle urne e del tesseramento nei partiti, così come dalla perdita di fiducia nella classe politica e nelle istituzioni da parte di porzioni sempre maggiori della cittadinanza. Tale tendenza, secondo Ginsborg, non sarebbe che il risultato dell’incompiutezza dei sistemi democratici, quando non del loro deterioramento, dovuto a fattori di ordine politico, economico, sociale e culturale. (Luca Briatore)

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  1. Svolte Epocali scrive:

    Il Leviatano ha fallito. Ancora….

    La mano del Leviatano ha salvato da un collasso certo Fannie Mae e Freddie Mac, i due mega-istituti che detengono il controllo della maggior parte dei mutui immobiliari Usa….



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