Fondamentalisti: Miscredenti d’Oggi

6 giugno, 2007 di Daniela Tuscano  
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chain_01.jpgIn questo periodo si moltiplicano le riflessioni sul fondamentalismo, il più frequente (e tragicamente alla ribalta) di matrice islamica, anche se rigurgiti revanscisti si individuano in tutte le aree culturali (i cosiddetti “cristiani rinati” di Bush, chiamati anche teo-con, e gli“atei devoti”). Risorgono, insomma, quelli che Luigi Capuana definiva “gli ‘ismi’ contemporanei” e che, pur nella specificità delle situazioni, presentano tratti comuni.
A proposito del fondamentalismo islamico si è detto, ad esempio, che trova terreno fertile nella miseria socio-economica e culturale in cui versano molti paesi mediorientali (e non solo), retti da governanti corrotti e spietati. Altri hanno puntato il dito sulla fallita integrazione europea degli extracomunitari, costretti a vivere ai margini di un “paese dei balocchi” cui non riescono ad accedere, e che si volgono così verso un’identità culturale “forte”, la sola che permetta loro di darsi un’identità e li faccia uscire dal magma indistinto e spersonalizzante in cui vengono confinati. In altre parole, si tratta dell’eterna voglia di “branco”, di un desiderio disperato e agghiacciante di “essere qualcosa” con “qualcuno”, in un mondo orwelliano che non offre spazio al singolo.

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Analisi, queste, che non lasciano tuttavia pienamente soddisfatti. Si possono davvero spiegare questi fenomeni con le sole categorie della sociologia, mutuate dal Positivismo? E come inserire, in questo contesto, quegli occidentali, soprattutto giovani, che, pur non provenendo da ambienti chiusi e disagiati, ma anzi talvolta culturalmente elevati e “progressisti” – il caso di Johnny il Talebano è solo il più noto – abbracciano la causa del terrorismo jihadista?

Prima di rispondere a queste domande, è necessario aprire una parentesi sulla natura dei fondamentalismi.

I fautori dello scontro di civiltà ne fanno un discorso, per dir così, culturale. Pur essendo numericamente in pochi, esercitano un forte impatto sulla collettività non soltanto perché dispongono di grandi mezzi – in Italia, le invettive di Oriana Fallaci trovavano regolarmente un posto d’onore sulle pagine del “Corriere della Sera” – , ma perché la loro proposta risulta in effetti più allettante, pare rispondere meglio a quel bisogno di spiegazioni “ultime” e “definitive” di cui oggi si avverte particolare bisogno. Il terrorismo, secondo loro, non è uno stravolgimento dell’Islam, è l’Islam stesso; l’odio per l’infedele, il rifiuto della democrazia, la violenza sono i pilastri (anzi, il sesto e nascosto pilastro) della religione musulmana. Un musulmano, quindi, non può che essere terrorista, o simpatizzare per i terroristi.

Di qui la teoria dello scontro di civiltà, che tanto attrae e affascina. Attrae e affascina al punto di non rendersi conto che nessuno oserebbe chiamare “civiltà” stili di vita che propugnano contro-valori come quelli sopra elencati. Senza contare che una “civiltà” siffatta sarebbe implosa, necessariamente, da moltissimo tempo. Così il Nazismo, aveva sì tra i suoi obiettivi la distruzione fisica dell’altro e del diverso, ma anche la propria; in quanto anti-umanesimo per eccellenza, il Nazismo non poteva non rivolgersi anche, se non, in ultima analisi, soprattutto, con l’altro-in-sé, contro sé stesso. L’ossessiva ricerca di Hitler per rintracciare sue eventuali ascendenze ebraiche, il suo stesso suicidio, simbolico oltre che reale, ne sono l’inequivocabile conferma. Allo stesso modo, il terrorismo jihadista non si accontenta di individuare i suoi bersagli nell’odiato Occidente, ma anche e soprattutto fra gli stessi musulmani “traditori”, compromess i o semplicemente nella gente comune, quella che, come tutti noi, respinge la violenza, in particolare se rivolta verso innocenti.

I teo-con difatti ignorano, sia per effettiva non-conoscenza dei fatti, sia perché ritengono la cosa poco importante, che le prime vittime dei terroristi sono gli stessi correligionari di questi ultimi. E che l’Islam è sempre stato “anche” Occidente ed Europa (basti pensare al nome “Maghreb”, che designa i paesi arabi nordafricani di religione musulmana e che, nella lingua madre, significa appunto “Ovest”, “tramonto”): il contributo offerto dai musulmani arabi ed europei, soprattutto spagnoli, nel campo matematico – algebra è parola araba, lo zero è stato inventato dall’illustre Muhammad bin Ahmad – , filosofico, religioso (Avicenna, Averroè e moltissimi altri), linguistico. Del resto, il Dante ridotto da Oriana Fallaci a una sorta di bandiera della cultura laica e occidentale si era ispirato alla salita all’ultimo cielo di Maometto per la stesura del suo Paradiso e mostrava di conoscere assai bene, e certo molto di più della convulsa libellista contemporanea, la riflessione teologica e culturale dell’Islam.

Parlare di scontro di civiltà è pertanto sciocco e insensato, per la banalissima ragione che l’Islam NON è il terrorismo come l’Europa NON era il Nazismo che pure è nato e fiorito da quelle parti. Il fatto che i propugnatori di questa teoria, pur godendo dell’appoggio delle masse impaurite e, per ragioni di marketing, dei grandi media, siano in realtà snobbati dalla cultura degna di questo nome non è dovuto, come essi lamentano in palese malafede, alla presunta egemonia culturale delle sinistre o dei radical-pacifisti, ma dal fatto che il postulato da cui essi partono è insostenibile non appena si abbia l’intenzione di andare oltre le proprie paure, pregiudizi, ignoranze. La “filosofia” dei teo-con verrà semmai studiata, un domani, da un mero punto di vista sociologico e, se si vuole, di costume, ma non certo da quello culturale, che è inesistente.

Ciò non significa, peraltro, che le religioni in generale, e l’Islam nella fattispecie, non abbiano gravi problemi al suo interno, e che la riflessione teologica e filosofica degli intellettuali di matrice islamica abbia subìto una cristallizzazione perniciosa (e anacronistica) ormai da molti secoli. Lo ha rilevato, in una lucida analisi, lo studioso algerino Khaled Fouad Allam, puntualizzando fra l’altro che nei Paesi musulmani è mancata una Rivoluzione simile a quella francese, che avrebbe dovuto manifestarsi però con le caratteristiche proprie di quelle culture. La timidezza nell’esegesi del Corano, poi, il considerarlo un testo “increato”, e come tale immodificabile perché disceso direttamente da Dio, con tutto ciò che questa valutazione comporta, è uno dei risultati più devastanti di tale cristallizzazione.

Non è però nostra intenzione approfondire un discorso che merita altra attenzione nelle sedi opportune. Per tornare alla domanda iniziale: tenuto conto di tutti questi fattori, com’è possibile che non soltanto un islamico non integrato, ma anche un europeo di buoni studi, si trasformi in spietato miliziano islamista?

Un intervento su “Repubblica”, qualche tempo fa, ne individuava i motivi nella mancanza di punti di riferimento, di valori forti, di sicurezza, e, potremmo aggiungere, nella noia, nel non-senso, in particolare nell’eterna tentazione dell’uomo per il “possesso”.

Cosa intendiamo per “possesso”? In primo luogo, il rifiuto del limite e della finitudine, caratteristiche, queste, fondanti della natura umana, ma che, altrettanto naturalmente, fatichiamo moltissimo ad accettare. Il limite e la finitudine comportano l’accettazione di una realtà che ci compenetra, ma al tempo stesso ci trascende. Significano cioè l’accettazione del dubbio, non inteso come mero scetticismo, ma nel senso del confronto dialettico, di accettazione dell’umanità dell’altro; un credente parlerebbe di “mistero”. Un mistero che non necessariamente deve rimanere velato, al contrario (non a caso il Cristianesimo e l’Islam sono definite “religioni rivelate”): ma lo svelamento può avvenire soltanto accettando, paradossalmente, quella finitudine e quel limite appena menzionati. È questo il significato profondo dell’umiltà. “[In san Paolo] alla ragione dell’uomo… viene riconosciuta una capacità che sembra superare gli stessi suoi limiti naturali: non solo essa non è confinata entro la conoscenza sensoriale, dal momento che può riflettervi sopra criticamente, ma argomentando sui dati dei sensi può anche raggiungere la causa che sta all’origine di ogni realtà sensibile. Con terminologia filosofica potremmo dire che, nell’importante testo paolino, viene affermata la capacità metafisica dell’uomo” (Giovanni Paolo II, “Fides et ratio”, lett. enc. circa i rapporti tra fede e ragione, 1998); “L’acquisto del sapere è un dovere religioso, tanto per il musulmano quanto per la musulmana. Ricercate il sapere dalla culla alla bara, poiché Allah conduce sulla via del Paradiso chi si è messo alla ricerca del sapere” (hadith del profeta Mohammed, in “Insegnamenti”). Tuttavia, queste vette possono essere raggiunte solo se si assume il dato di realtà che non siamo arbitri assoluti del nostro destino e che non tutto è così chiaro, lampante e “ordinato” come vorremmo.

Il fondamentalista agisce in modo diametralmente opposto. La realtà “finita” gli fa paura; lo spettro della morte, del nulla, lo assilla come un incubo. Le contraddizioni del mondo, le complessità di un’umanità frantumata e multiforme, lo stravolgimento delle certezze nelle quali è nato e cresciuto, lo gettano in uno stato di grande ansia. Il fondamentalista, direbbe uno psicoterapeuta, attua allora una regressione edipica in un ventre materno, ma con forti caratteristiche virili, alla ricerca di una serra calda e conosciuta dove qualcun altro pensa per lui e gli dà regole precise, una “Weltanschauung” dove tutto è perfettamente spiegabile e ordinato, e dove non c’è spazio per deviazioni che altererebbero irrimediabilmente il suo universo così simile alla sfera di cristallo immaginata dai pensatori medievali. Non è neanche, la sua, una fuga all’indietro, ma una puerile illusione, destinata come tale a rimanere sempre frustrata (anche in ciò si spiega la vocazione al martirio” dei kamikaze, del tutto simile alla tendenza suicida del Nazismo) per il semplice motivo che un’età dell’oro nella storia umana non è mai esistita.

Ecco spiegati gli strali contro l’Occidente “lassista e corrotto” e la demonizzazione soprattutto di alcune categorie da sempre oppresse (le donne e i “diversi”), che, con le loro richieste di diritti, distruggono questa fragilissima “sfera di cristallo” da cui osservare il mondo senza esser lambiti dal suo indecifrabile caos. Certi anatemi risuonano anche dalle attuali gerarchie ecclesiastiche, e Ratzinger prima dell’incidente (voluto?) di Ratisbona aveva pur speso parole ambiguamente elogiative, o di rimpianto, per la fede “forte” di taluni islamici. E Ruini, subito dopo l’elezione di quest’ultimo, aveva indicato in Bush uno degli esempi di cristianesimo “convinto e vissuto”.

E il fondamentalista educato nel rispetto delle culture e delle opinioni?

In verità, si tratta di un falso problema. Accettare il dialogo non significa cedere al facile irenismo; apprezzare la cultura dell’altro non implica svalutare o negare la propria; accettare la diversità non vuol dire negare la differenza; non esiste vera democrazia senza eticità. Anche il radicalismo di cui si parla attualmente a proposito di certi governanti è, in tal senso, un fondamentalismo, perché come quest’ultimo non tien conto della realtà umana ma si basa solo su sé stesso, riducendo il mondo circostante a un miscuglio indistinto dove si agitano tante bolle che si dissolvono in torbidi vapori.

Nel primo caso, il rifiuto del limite e dell’altro; nel secondo, la negazione di questo limite e di questo altro; ma il risultato non cambia: chiusura; violenza; angoscia; incapacità di distinguere il bene dal male, con conseguente ideologia del sospetto verso tutto e verso tutti. In ogni straniero si vedrà un potenziale terrorista; in ogni occidentale uno sfruttatore e un infedele; in ogni donna una ribelle da domare e schiacciare; non si comprenderà la differenza tra un diritto e una pretesa; e così via, in una spirale che si arresterà soltanto con l’annientamento totale.

Grande è poi la menzogna e l’infingardaggine dei fondamentalisti. Essi mostrano sempre una realtà parziale, manichea, dai contorni (troppo) ben definiti. Si guardano bene dal parlare di Annalena Tonelli, di suor Leonella Sgorbati, di mons. Locati, di don Santoro, ma anche di tanti cristiani, ebrei e musulmani conviventi pacificamente in Israele, che costituivano la più clamorosa smentita ai seminatori di odio. Men che meno parlano di Muhammad Yunus. D’altro canto la mitezza di questi martiri non si cura della chiassosa grancassa mediatica di cui spudoratamente si servono i nuovi devoti. Ma poi accade l’imprevisto: accade che, spesso, i testimoni della mitezza paghino con la vita la loro autentica fedeltà ai principi in cui credono. Allora la loro esistenza risalta cristallina, allora come un lampo la loro luce fende le nebbie di un’ignoranza pervicace, e, insieme alla vergogna imperdonabile per non aver ascoltato la loro brezza in mezzo a tanta burrasca, captiamo che dietro le immagini e i simboli c’è un’epifania, una rivelazione che nessun “carceriere di Dio” potrà mai segregare. Annalena, mons. Luigi, Muhammad e gli altri sono, e sono stati luce non “malgrado” la loro fede, ma “per” la loro fede. Credevano al dialogo perché avevano una profonda fiducia nelle loro convinzioni. Muhammad Yunus aiuta le donne povere del mondo perché è musulmano, e perché è un uomo. In ogni uomo e donna essi vedono Dio.

I fondamentalisti, in Dio vedono solamente sé stessi. Elevano ad assoluto spicchi di realtà: ben a ragione si può affermare che i veri “relativisti” sono proprio loro, perché del tutto auto-referenziali; come ha detto il Presidente del Senegal, la teoria dello scontro di civiltà è “un anti-umanesimo travestito da cultura”.

Alla base del fondamentalismo non c’è, dunque, nulla di religioso. Al contrario: esso testimonia esigenze molto materiali, anzi, materialistiche, tanto sono pregne di istinti primordiali e belluini. Il fondamentalismo si fonda non sulla fede in Dio, ma sulla totale miscredenza in Dio, nella sua missione salvatrice e misericordiosa contenuta – giova ripeterlo – in tutte le religioni, e, conseguentemente, nel rifiuto totale verso l’uomo.

Di: Daniela Tuscano
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Comments

8 Risposte a “Fondamentalisti: Miscredenti d’Oggi”
  1. Silent Enigma scrive:

    Articolo molto impegnativo ed impegnato, praticamente perfetto. 5 stelle, complimentoni all’autrice!

  2. daniela tuscano scrive:

    So che è un po’ “hard”, Silent. Ma lo è proprio perché so essere terra-terra: in altre parole, quanno ce vo’… :-P

  3. MenteCritica scrive:

    E’ un pezzo complesso e molto interessante. Ogni giorno sono più convinto che la qualità dei contenuti prodotti su web da persone che lo fanno per passione o per impegno sociale, è diventata notevolmente competitiva nei confronti di chi propone contenuti per professione.

    Si sta realizzando una democrazia dell’espressione che non ha riscontro nel mondo “reale”.

  4. diabolicomarco scrive:

    Quoto Silent.

    l’accettazione del dubbio, non inteso come mero scetticismo, ma nel senso del confronto dialettico,

    mi piace questa frase. Si adatta a MC.

  5. Silent Enigma scrive:

    la qualità dei contenuti prodotti su web da persone che lo fanno per passione o per impegno sociale, è diventata notevolmente competitiva nei confronti di chi propone contenuti per professione.

    Era esattamente questo il senso dei miei complimenti. Questo è un esempio di levatura eccezionale

  6. temple scrive:

    Un articolo ben fatto e molto complesso. Dovrei rileggerlo qualche altr volta…
    “per la banalissima ragione che l’Islam NON è il terrorismo come l’Europa NON era il Nazismo che pure è nato e fiorito da quelle parti”
    Questo è il punto che, a prima vista, non condivido. Secondo me ogni fenomeno che si sviluppa all’interno di una cultura, va analizzato in maniera tale da spiegarne il perchè: il terrorismo rappresenta una parte dell’Islam (e bisognerebbe capire perchè! tu comunque lo dici e lo approfondisci); il Nazismo rappresenta una parte dell’Occidente INNEGABILMENTE ed è necessario capire il perchè!

    Comunque sarebbe troppo lungo e rimando ad un articolo mio che presto uscirà attraverso il quale si può costruire un dibattito su posizioni precise e puntuali su questo argomento.

    COMPLIMENTI anche se ancora troppo eurocentrica ;-) )

  7. alessio scrive:

    Avevo conosciuto Daniela grazie all’articolo su Renato Zero, che mi era piaciuto moltissimo, e ora la ritrovo in questa inedita veste… Se tutti i sorcini sono così poliedrici… :-)

    Non sono molto ferrato sull’argomento, che vorrei stamparmi, ma mi sembra faccia piazza pulita di tanti luoghi comuni. Una logica davvero stringente. Sull’islam ci sono troppi pregiudizi che Daniela riesce a sfatare.

    Un bel 5 (che qui è il voto massimo) te lo meriti anche stavolta!!!!! (e pure un bacio.)

  8. Sante Bardini scrive:

    Sono un appassionato studioso della religione islamica. Se mi è consentito di essere molto sincero, dico che è difficile trovare tanti errori di fondo quanti se ne rinvengono nello scritto di Daniela Tuscano. La quale è animata da slanci umanitari ma anche da fervorosa incoscienza e ritiene che i fondamentalisti siano dei falsi musulmani. Senza addentrarmi in contorsionismi caramellosi sulla necessità di un dialogo con questi, faccio notare che la rivelazione per l’islam è il Corano e che – secondo una lettura semplicemente attenta ed obiettiva dello stesso – la violenza ne è carattere preminente. Alessandro Bausani, il più grande islamista italiano, affermava infatti che “il Corano non è un libro pacifico”. Parlare di “dialogo” e di “integrazione” (si legga su qualsiasi dizionario cosa significano queste parole) è una stupidità perchè integrarsi in una realtà intimamente cristiana come la nostra, significa, in buona sostanza accettare i nostri valori umani e sociali. Purtroppo la concezione dell’uomo nelle due religioni (la nostra e la loro) è profondamente diversa e chiedere di integrarsi è come chiedere di rinunciare alla loro fede.
    Sante Bardini

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