Fenomenologia dell’Opera Lirica


Pregherai fino all’alba; io sarò teco.

Ricordo, quando avevo su per giù 12 anni, il senso di noia e di lacerante inedia nel sentir messa. Già allora la “fede”, inculcatami forzosamente dalla cultura cattolica imperante di questo paese, era emigrata in qualche anima più fertile, lasciandomi il senso di soffocante asfissia ogni qualvolta mamma mi obbligava, tutte le maledette domeniche, ad assistere a quel rito bizzarro.

Crescendo, naturalmente, gli obblighi imposti dall’alto (la mamma, non l’altissimo) vennero meno ma le rare occasioni in cui mi sono scontrato con il sacro rituale le ho percepite in modo diverso; il senso di morte per noia dovuto a quel tempo sprecato e che non passava mai si è trasformato in una sorta di ascolto critico, giovando alla mia percezione del tempo e pure al mio sollazzo.

Al di là delle preghiere recitate con meccanico distacco dalla maggioranza, mi divertono le prediche dei preti, tanto che spesso involontarie risa ironiche imbarazzano i miei parenti, costretti alla mia compagnia nel matrimonio o cresima di turno. Per non parlare del senso di letizia nel sentire gli anziani che anticipano il versi delle preghiere.

Non sono mai stato un amante della lirica, e sì che sono cresciuto lì “nei dintorni” con il “dolce dolce Ludovico Van prima di abbracciare la musica del diavolo , ma la lirica..che pacco.

Tre anni fa fui trascinato a vedere il Nabucco in Arena, un’esperienza straziante, dopo anni fui investito dallo stesso senso di lacerante noia e soffocamento che solo la messa e la mia giovane età priva di ascolto critico avevano sperimentato. Un inferno, il tempo che rallenta ad ogni strofa, come se mi guardassi cadere in buco nero in balia dell’orizzonte degli eventi (questa è troppo lunga e non ve la spiego, sappiate che è come vedersi cadere per un tempo tendente a infinito, se siete curiosi leggete qui), ogni atto che si trascina stanco un nuovo atto, il va pensiero che da quando è inno della lega non riesco più a sentire. Fu consolante vedere altre persone intorno a me essere investire dallo stesso senso di morte.

Mai più, dissi, ma l’universo non è deterministico, dio gioca a dadi e se la spassa pure, fatto sta che qualche giorno fa torno in Arena per l’Aida. Il senso di nausea era mitigato dal fatto che esperienza insegna e sapevo che qualcosa sarebbe cambiato, il mio genio avrebbe reagito nello stesso modo delle messe, creando un’analisi critica atta ad invertire il rallentamento dovuto alla noia, ripristinando il normale scorrere del tempo.

Nel corso dell’opera (4 atti, 3 ore nette più gli intervalli) la mia fantasia percorre le più svariate metafisiche e fenomenologie:

Mi guardo attorno, e come spesso accade in mille altre occasioni mi pongo delle domande.

Nella mia ignoranza lirica mi chiedo quante altre persone che si atteggiano a saccenti cultori in  realtà l’apprezzino più o meno quanto me. Un po’ come i cattolici della domenica, o quelli di Natale e Pasqua.

Sono sempre rimasto affascinato dal borghesismo del pubblico lirico, c’è pure scritto sul biglietto “in platea è richiesto l’abito scuro”. Immancabile la signorotta vestita di sbarluccicoso vestito arancione catarifrangente. Ma con questo ragionamento, penso, siamo quasi alla lotta di classe, e “io cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna [..] io, tirato su a castagne ed ad erba spagna ( Francesco Guccini – Addio )”  sono qui con la mia anonima camicetta bianca da ingegnere, ma comoda e fresca, e penso al possibile deserto economico che si può sviluppare nell’economia del post-apocalisse  “al cui fascino inquietante non riesco a sfuggire”. Il solito catastrofista, penso poi, con un sorriso ebete stampato in faccia.

Un tizio mi chiede di parlare sottovoce, 40 minuti dopo sta dormendo sulla spalla della sua signora.

E come tre anni fa già a metà del secondo atto vedo gente assopirsi, sonnecchiare, sbuffare, stiracchiarsi, scaccolarsi, fino al punto X, perché ogni opera  ha il suo hit  quella per cui viene ricordata, come fosse il singolo del disco o la canzone dell’estate.

Si, amico, ho uno zainetto. Dentro ho dell’acqua, fresca. In borsa termica. Perché mi guardi come se fosse un’anomalia? Dici che il simbolo dei pirati sul mio zainetto stona con la mia camicia da impiegato? Però mi guardi invidioso quando paghi 5 euro per una bibita in lattina mezza calda.

E fai due occhi così quando dal mio zainetto estraggo un contenitore con del fresco melone succoso meticolosamente tagliato a cubetti. Si, questa è una forchetta.

Perché vedi, sotto sotto io me ne fotto, se stono.

Quarto atto. Luci soffuse, mi ritrovo come spesso accade a guardare lassù, il cielo notturno e limpido da questo scorcio di Arena sembra una cupola dipinta da quei pittori di un tempo dimenticato. E mentre Aida e Radames recitano il loro destino io canticchio l’Aida di Rino, ben altri temi, e penso “Che genio, Cristo santo, che genio, cantare così l’amore per lei”.

Pace t’imploro ~ martire santo..eterno il pianto ~ sarà per me (( Chiusura del quarto atto ))Sipario.

Applausi, Viva Verdi, i cuscini non volano più come una volta e non ci sono più le mezze stagioni.

Comunque dai l’Aida non è male, andatevela a vedere. E ve lo dice uno che passa dagli Emperor ad Alice.

PS: questo è un post goliardico e ironico, i gusti sono gusti e non ci piove quindi non cacatemi il cazzo se a voi la lirica piace e se anticipate i versi delle preghiere.