Fede e Bellezza
8 giugno, 2009 - 9:00 di Comandante Nebbia
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La titolazione originale di questo contributo era “Fede e Ragione”, ma ai più non sarebbe sfuggita l’assonanza con il titolo della splendida opera di Tommaseo. Siccome, secondo me, un plagio implicito è un furto mentre una copia esplicita è un atto di omaggio, ho cambiato il titolo. Questo farà in modo che esso non rispecchi se non lontanamente il contenuto e quindi anche Umberto Eco sarà soddisfatto visto che sostiene che il titolo di tutte le grandi opere non fornisce mai una vera anticipazione della trama.

Scrivo queste righe nella mattinata di sabato 6 giugno con l’intenzione di pubblicarle lunedì mattina, quando le urne saranno chiuse da circa 12 ore e i risultati saranno più o meno noti.(1) Infatti, quello che sto per esporvi non può essere minimamente influenzato dai risultati elettorali perché, per me, dal punto di vista etico la visione politica è sganciata dal contingente al quale, obbligatoriamente, è legata solo nell’applicazione dei principi, ma non nella loro formulazione che essendo frutto di un convincimento personale che si fonde nel collettivo non può cambiare se non a seguito di una mutazione percettiva del sistema sociale la quale richiede sempre tempi lunghi ed elaborazioni complesse.
Nei giorni scorsi ho letto l’articolato contributo di fma, pubblicato venerdì su MC e che trovate a questo link.
Ho ritenuto che un commento fosse troppo riduttivo e preferisco esprimere la mia opinione in maniera più evidente e ponderata.
Uno dei cardini fondamentali del ragionamento esposto è che fides e ratio non sono compatibili e che, per forza, una deve essere subordinata all’altra.
Con questa affermazione mi trovo perfettamente d’accordo. La distonia nasce quando, dal prosieguo del discorso, risulta abbastanza esplicito che, siccome bisogna fare il fuoco con la legna che c’è, è la fides a doversi subordinare alla ratio fino al punto di sostenere che la fede impedisce l’appartenenza a se stessi, condanna all’appartenenza ad una Chiesa e quindi esclude la laicità nella politica.
In effetti io sostengo che, già ora, anche se non è chiaro nemmeno a noi stessi, noi subordiniamo la ragione alla fede e che non c’è incompatibilità tra fede e laicità.
E’ evidente che quando parlo di fede non intendo nemmeno lontanamente riferirmi alla religione che, secondo me, è cosa completamente diversa. Una sorta di accessorio che alcuni hanno la necessità di accostare alla fede, ma di cui si può fare tranquillamente a meno perché la fede prescinde dalla divinità, almeno nella forma nella quale siamo abituati a pensare alla divinità.
Ogni volta che accettiamo del denaro in cambio di lavoro o di beni, ogni volta che compriamo qualcosa senza averla toccata e provata prima, ogni volta che viaggiamo in un mezzo di trasporto pubblico, ogni volta che mangiamo un prodotto preparato da terzi, ogni volta che affidiamo i nostri bambini ad un insegnante, ogni volta che ci facciamo fare un’iniezione, noi compiamo un atto di fede.
E’ un atto di fede verso una società pacifica ed organizzata dove noi crediamo che la cooperazione e l’onestà di intenti prevalgano largamente sulla sopraffazione e la cattiva volontà al punto di non porci eccessivi problemi quando affidiamo la nostra ricchezza, la nostra salute e i nostri figli a gente che non abbiamo mai visto prima, di cui non sappiamo nulla e di cui non siamo in grado, se non lontanamente, di prevedere reazioni e comportamenti.
E’ quando teniamo la destra in autostrada, facciamo la fila al pronto soccorso o paghiamo alla cassa prima di uscire dal supermercato che mettiamo in atto una sostanziale professione di fede e ci sottomettiamo alla legge e all’ordine, non la domenica, tra una genuflessione e l’altra, quando si ripete una ritualità incosciente e gratuita verso un tabernacolo vuoto.
Non credo che la nostra fiducia nel meccanismo di interazione sociale derivi dalla certezza che esistano sistemi che, manu militari, prevengano o reprimano gli atti di disordine o disobbedienza. E’ davanti agli occhi di tutti il fatto che questo non è vero. La società si regge sul fatto che chi la compone vuole che funzioni e non sui manganelli e sulle manette della polizia, non basterebbero. L’avversione verso chi “non crede” e, quindi, rifugge alle regole del credo applicando il meccanismo fondamentalmente naturale della lotta per la sopravvivenza ha l’asprezza e i toni di una guerra di religione dove l’infedele viene perseguitato, recluso e, ove previsto, ucciso.
Quello che a me appare evidente è che, a prescindere dalla predisposizione all’egoismo ed alla sopraffazione che alberga in ciascuno di noi, noi vogliamo credere che sia possibile vivere diversamente e, in larga parte, ci adoperiamo perché ciò accada educando i nostri figli di conseguenza.
E’ difficile trovare nella storia la composizione di una disputa o di un conflitto che si sia conclusa senza il ricorso alle armi o ad una qualsiasi forma di sopraffazione fisica. Eppure, fideisticamente, noi continuiamo a dotarci di sistemi relazionali sempre più complessi, di strutture di governo della realtà sempre più articolate per fare in modo di contrastare la naturale propensione alla violenza con un atteggiamento costruttivo che è contrario alla natura delle cose ed al percorso evolutivo delle specie che è da sempre tracciato attraverso l’uso spudorato della forza.
E’ questa propensione a credere che sia possibile un mondo diverso, un paradiso di pace e di prosperità per tutti, un sistema dove ciascuno di noi sia individuo, ma protetto e in accordo con la collettività, che io identifico come fede.
Una fede che non trova giustificazione nella storia, nelle evidenze del presente e nelle prospettive per il futuro. Una fede immotivata e cieca. Come ogni fede.
Ho cercato Dio un po’ dappertutto. Sul campo di battaglia, nei libri, nelle strade, nel cielo, nell’amicizia, nell’impegno sociale, in mare, nella famiglia, nei laboratori, nell’amore, negli occhi dei bambini. L’ho cercato perché volevo trovarlo, ma non l’ho trovato. Forse non ho gli occhi per vederlo e le lenti spesse che indosso non sono sufficienti.
Eppure, questa strana fede nella possibilità di essere uomini e non fiere, di poter fare e non soltanto disfare mi appare trascendente in un mondo dove la morte dell’avversario, la sua soppressione, la cancellazione della sua esistenza, sia essa fisica o virtuale, solo raramente comporta condanne e in molte situazioni è premiata con il successo sociale o addirittura con onorificenze.
E’ per questo che sono pienamente d’accordo con Marina Garaventa quando nel suo delicato ed intelligente intervento che sabato abbiamo ospitato su MC e che potete leggere a questo link, lei dice che il più grande merito di Obama, uomo che è riuscito a scalare la vetta della più grande e compiuta democrazia che il nostro pianeta è riuscito ad esprimere, è quello di riuscire ad intravedere, per quanto lontano possa essere, un mondo migliore per tutti e di riuscirlo a scorgere con gli occhi di una fides, che ho scoperto essere possibile anche laica, ed attraverso questa piegare la ratio che ci vorrebbe gli uni contro gli altri in armi a contenderci le risorse residue ed a difendere ciò che già abbiamo.
Mi sento di poter dire che è solo chi ha fede, e si badi bene la religione non c’entra nulla, che può fare politica. Il resto è disgustoso ciarpame di cui dovremmo liberarci. Se non per fides, per ratio perché alimentare questa classe parassita non conviene a nessuno e non è nemmeno bello.
Oggi, nel nostro paese, la bellezza è un concetto sconosciuto che si incarna nelle curve artificiali di un’automobile o di una velina. E’ forse per questo motivo che non si riesce a percepire la disarmonia e la mostruosità dell’attuale situazione. Non ci resta che sperare che la fede prevalga e lo faccia al più presto, perché se dovremo affidarci alla ragione nessuno di noi riuscirà a concludere indenne il breve tratto di strada che ci resta da fare.
Faith è di
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Note
- stamattina vedendo i numeretti e la solita solfa tra chi ha vinto, chi ha perso, chi non ha vinto come voleva e chi ha perso non troppo, mi è venuto il latte alle ginocchia. Si continua a rimestare nella pignatta cambiando la disposizione degli ingredienti, ma la pietanza rimante pateticamente la stessa. [↩]

con la speranza di non essere come un pugno in un occhio per i lettori, che dopo questo bellissimo articolo del comandante, leggono il mio commento….(mannaggia che non ci riesco proprio a scrivere così bene)…
condivido il discorso sugli atti di fede… io personalmente, dio, o un suo spiraglio, l’ho trovato con mio figlio…
E’ nella tua nota finale che ragionevolmente si perde la fede e allora ci si ritrova a vivere nel proprio mondo, più piccolo è meglio è,(non mi riferisco a imigrazione ecc. per carità) continuando a distribuire questi atti di fede, sperando che per tuo figlio sia diverso ma nello stesso tempo che continui ad avere il suo mondo perfetto sensa che sia necessariamente grande ed immenso come il mondo, ma con una porta sempre aperta su chiunque voglia entrare o delle volte uscire… su di esso.
la scrittura è uno strumento. per noi che non ci viviamo, bella o brutta è lo stesso.
Che la fede non c’entri con la divinità, mi pare azzardato. Semmai, non c’entra (troppo) con la religione, e soprattutto con la “grande” religione, che è sempre religione+politica.
Ma mi lascia ancora più perplesso l’idea di abbandonare la ragione per la fede. Sia pure per una fede per così dire “non religiosa”.
Rifacendosi all’esempio di Obama, il cui discorso è ovviamente politico e mira non (solo) a quello che dice, cioè una specie di fratellanza interreligiosa, ma piuttosto ad ottenere un risultato politico importante: fissare la posta e le regole del gioco; stare formalmente dalla parte del giusto; dividere gli avversari ed acquisirne una parte a sostegno – rifacendosi comunque a tale discorso “ispirato”, non vedo come lo si possa qualificare sotto l’aspetto della fede.
Semmai è (contiene) un’utopia: cioè un progetto razionale non supportato da esperienze storiche precedenti, ma teso a prefigurarne di nuove. Esattamente come Copernico ha prefigurato un nuovo universo perché il vecchio non coincideva con i calcoli astronomici disponibili.
Il guaio delle utopie (vedi commento al citato articolo di fma) è che la verifica non è così semplice.
In conclusione, pur condividendo lo spirito del post (se ho capito bene), io mi guarderei bene dal lasciare la ragione per la fede.
Sia perché le parole hanno una loro capacità determinante, e non oso pensare a quale traslazione di significati arriveremmo dopo un po’.
Sia perché la fede non è sempre quella cosa buona e ispirata e disinteressata che qui traspare.
Ma, soprattutto, perché la ragione è ben di più del calcolo meschino di bottega: è la nostra capacità più importante, articolata e raffinata per capire il mondo (o, se vogliamo, la creazione e il progetto di Dio).
Dio (qualunque cosa sia) si sente con la fede. Ma si capisce con la ragione. Io non lascerei a casa nessuna delle due.
Piuttosto sarebbe da fare un bel ripulisti in entrambi i campi, per perfezionarne i risultati…
Accetterei però la tua formula se tu fossi d’accordo nel modificarla così:
Solo chi è capace di utopia, può fare politica.
Anche lui/lei dovrà scendere a compromessi con la realtà, ovviamente. Ma una cosa è scendere dall’utopia, ben altra è salire da Villa Certosa…:-)
Utopia mi comunica il senso di idea fondamentalmente irrealizzabile il che è in aperto contrasto con il concetto di fede che, per definizione, presuppone la certezza che, un giorno, l’obiettivo sarà raggiunto.
in quanto al fatto che ti sembri azzardato pensare alla fede senza la divinità questo è sicuramente una tua idea che non condivido.
Io penso all’utopia negli stessi identici termini in cui tu pensi alla fede; quindi il problema è solo nelle parole con cui definiamo la cosa. E quindi non è un problema.
U-topia significa “che non è in nessun luogo”. Non che non ci sarà e non ci potrà essere.
Sulla fede e la divinità, è ovvio che ognuno può rimanere della sua opinione.
Tuttavia mi pare indubitabile che la fede non può essere fine a se stessa (aver fede per avere fede); ma dev’essere fede in qualcosa/qualcuno.
Quel qualcosa/qualcuno è, nel senso generale, la Causa, o la Spiegazione, la Verità, o in una parola generica, la divinità. Senza ovviamente far capo a divinità postulate da qualunque religione specifica.
Per questo oso rimanere dell’opinione che la fede senza divinità (Come sopra definita) sia impossibile.
Lascerei il concetto di t.m. come è nato, utopia=città irrealizzabile in realtà = azione irrealizzabile in realtà.
@maria
scusa se mi intrometto, ma secondo me scrivi benissimo.
“io personalmente, dio, o un suo spiraglio, l’ho trovato con mio figlio…”
E’ un’esperienza bellissima, tanto più che non è riservata a pochi eletti ma a tutti noi.
Anch’io ho fatto più volte la stessa esperienza. E mi sono convinto che perdersi questo miracolo sia un’offesa verso Dio (qualunque cosa sia) e insieme l’offesa, il danno più grande che si possa fare alla propria vita, sia pure senza saperlo.
Ah, se solo ne fossero consapevoli, quelli che dicono di parlare a nome di Dio ed anzi esserne i rappresentanti sulla Terra…:-)
grazie, non tanto per il complimento… che onestamente ho gradito…
ma sopratutto per aver definito miracolo questa esperienza… per quanto sia facile o difficile avere figli, così come il rinnovarsi della natura in genere, per me è un miracolo che vale sempre la pena di viverlo sia quando ci tocca personalmente che indirettamente.
Condivido la visione della fede che delinei in questo bellissimo articolo, ma personalmente non la allontanerei dalla ragione. Per quanto mi riguarda le due cose vanno parecchio a braccetto. Identifico la fede come una sorta di “fiducia nell’uomo” e nei meccanismi della società intorno a noi, che vengono chiaramente mossi dalle varie persone che ne fanno parte, ma nel fare questo non mi separo mai dalla componente “ratio”, altrimenti perderei lucidità e capacità di giudizio. E’ più o meno quello che, in modo forse un po’ provocatorio, volevo intendere con il mio post “Professione di fede” risalente a qualche mese fa: .
sia tu che Albrizio avete percepito dal mio ragionamento il fatto che la fede sia in contrapposizione alla ragione. Secondo me non è così, ma se non sono riuscito a comunicarlo, ho espresso maldestramente il mio pensiero.
Resto convinto che sia la fides a doversi subordinare alla ratio.
Il che non vuol dire che non veda come la fides abbia avuto e debba continuare ad avere un suo ruolo assolutamente non marginale nella vicenda politica. Come l’ispirazione non possa essere che un atto di fede, come qualsiasi progetto non possa non essere in qualche modo figlio di un’utopia, non voglio dire questo, voglio dire che la politica deve imparare ad usare il metodo empirico e laddove le cose dimostrino che l’ipotesi è sbagliata avere il coraggio di abbandonarla, procurandosi in questo modo lo spazio per formulare un’ipotesi alternativa.
Secondo me, stabilire quest’ordine, è subordinare l’obiettivo allo strumento.
La ragione, per me, è un mezzo.
La ragione è sicuramente un mezzo.
Ma a mio parere neppure la fede è un obiettivo, se mai un altro mezzo per arrivare alla “verità”.
Credo vi sia una sottilissima ma sostanziale differenza tra fede e fiducia e che le due cose non debbano essere confuse.
Credo altresi’ che ragione e fede possano coesistere senza che una debba necessariamente subordinarsi all’altra, mi riferisco in particolar modo alla fede religiosa: quella personale non quella che segue i dettami di questa o quella chiesa.
Altra cosa che ho notato e’ la fede della ragione pericolosa quanto la fede “dottrinale”, un esempio e’ odifreddi pronto a scagliarsi contro qualsiasi credo e altresi’ pronto a lodare la scienza dimenticandosi gli errori e i periodi bui di quest’ultima.
C’era qualcosa che mi stonava in questo articolo, ma non riuscivo a coglierlo. Poi ho letto il commento di P&G ed è giunta l’illuminazione: fede e fiducia.
La fede è cieca, è abbandono, è certezza senza fondamento. La fiducia è conseguenza della ragione, deriva da una relazione concreta; può essere riposta bene o male, ma non si esprime “a prescindere”.
Nell’articolo mi sembra che i due concetti siano un po’ mischiati.
La fiducia, come dici tu, è frutto di un meccanismo inferenziale. E’ l’espressione di una convinzione sulla base di un’analisi razionale.
Secondo me fede e fiducia hanno in comune solo l’iniziale.
La fede non è abbandono, è stimolo.
Se si alterano fede e scienza devo esprimere un mio piccolo contributo
il motivo per cui si ha fede nella scienza non deve far dimenticare 1500 anni di geocentrismo. Posto che un altro tipo di fede fece bruciare la grande biblioteca di Alessandria.
Si crede nel metodo scientifico per, diciamo, l’ingenuita’ dei suoi dettami. ma la verita’ e’ che gli scienziati sono uomini, uomini con padroni.
La scienza “onesta” ad esempio non puo’ dire su dio piu’ di quanto un uomo possa:
“non si puo’ certo dire che dio non esista, ma nello studio del cosmo non ce n’e’ la minima traccia”.
Un uomo puo’ aggiumgere: allora finche’ non lo troviamo e non sappiamo cosa vuole da noi, non dovremmo onorare culturarmente (e cosi’ fervidamente) wuesti nostri bisogni.
comandante nebbia…… io faccio visita da pochissimo tempo a mc…..
ho riletto il tuo articolo….in particolar modo questo passaggio:”Ho cercato Dio un po’ dappertutto. Sul campo di battaglia, nei libri, nelle strade, nel cielo, nell’amicizia, nell’impegno sociale, in mare, nella famiglia, nei laboratori, nell’amore, negli occhi dei bambini. L’ho cercato perché volevo trovarlo, ma non l’ho trovato. Forse non ho gli occhi per vederlo e le lenti spesse che indosso non sono sufficienti.”
poi clikkando qua e la sui vari nomi, ho scovato il tuo articolo: “bambina per sempre”…. è tuo vero?
non sai quante volte anche io ho provato le stesse emozioni, sia per mia nipote, nata prematura e volata in cielo che aveva 1 mese e sia nei confronti di mio figlio, chissà se riuscirò a vedermi nonna… chissà se il mio essere un giorno una vecchia suocera, sarà un bene o un male, se riuscirò a vedere mio figlio realizzato nela vita ecc. ed ogni tanto ci piango, ma ringrazio dio per avermi concesso di divenire madre e non riuscirei, adesso, a vedermi in nessun ruolo, nemmeno in quello di moglie, se non fossi madre.
perchè ora dici che non hai trovato dio nemmeno negli occhi dei bambini.
se posso osare, cosa ti è successo? scusa la mia domanda, prendila come una domanda di una qualsiasi mamma.
“bambina per sempre” è mio sì.
la tua domanda non mi indispone, ma la risposta è in quello che ho scritto ovunque su mc come Comandante Nebbia o Dellefragilicose. Ho scelto questo sistema perché non amo parlare di me, ma mi è stato consigliato come “terapia”.
Io credo, fermamente, che la fides deve essere la benzina, ma la rato il volante.
Gli utopisti puri sono peggiori, di molto, dei materialisti egoisti, di solito infatti entrambi sono senza scrupoli per raggungere il loro scopo, l’uno persegue il suo “nobile” sogno l’altro persegue la propria soddisfazione e guadagno, entrambi a prescindere da cosa pensano gli altri.
Se ho dei figli senza la gamba destra è inutile che mi intestardisca a comprare delle scarpette da ballo: ne userò la metà e avrò sicuramente uno spettacolo penoso di gente che saltella in modo goffo o cade nel tentativo.
Morale?
Per fare un corpo di ballo devo avere della gente con tutte e due le gambe o trovare il modo di farle crescere ai miei figli… allora poi compro pure le scarpette.
Ma se prendo i miei figli menomati e li metto magari al computer, avrò una bellissima software house dove tutti stanno bene e possono esprimere se stessi (mi si perdoni l’esemplificazione), perchè ho tenuto conto del fatto che farli ballare o giocare a calcio poteva solo portargli frustrazione: da menomati li ho trasformati in persone perfettamente a loro agio, semplicemente adattando il disegno alle loro caratteristiche, pur mantenendo ordine, soddisfazione e produttività; chiaro che potevo anche far fare a uno il pittore, a un altro il musicista, a un altro l’imbianchino, basta che non gli chieda di fare lavori che prevedano l’uso di quello che non hanno: le due gambe, appunto.
Quindi, utopia come molla, punto ideale di arrivo, ma realtà negli occhi e nel cervello.
Un capo di stato fa scelte difficili, deve farle, spesso impopolari.
Andando all’assurdo, se un capo di stato ha 1000 persone da salvare entro 5 minuti e ne può salvare solo 500 dovrà per forza lasciarne morire 500, per non avere il rischi di farne morire 1000.
Brutto? Ingiusto? No siete adatti a fare i capi di stato.
a me piace di più
fede=gps
ragione=macchina
Bella metafora.
Condivido
lasciami dire Comandante: BELLISSIMO ARTICOLO! E in genere sono uno che non si “sbraccia”. Un’unica cosa, se possibile, volevo aggiungere (scendendo di livello) e la piglio para para dal mio ultimo articolo. La fede, come quella che chiamiamo ragione a suo modo, e’ un sentimento subordinato all’organismo. Questo implica che nel tuo cercare Dio hai applicato cio’ che hai appreso alla tua, come dire?, ricerca dell’assoluto. Ne consegue una “cultura della fede”, in quanto i semplici e spettacolari movimenti che il tuo corpo ti impone non hanno coscienza ne’ conoscono gli schemi appresi. Un po’ quando abbracci (oserei dire anche “ami”) il tuo partner.
Per fortuna la cultura muta nel tempo, piccole scelte possono diventare grandi abotudini. e certi fantasmi hanno la reale possibilita’ di tornare nei luoghi a loro piu’ congeniali.
Perche’ si, ne avremo sempre bisogno.
grazie.
la tua aggiunta non è banale.
grazie ancora
Un parere spassionato: la fede in un dio (da buon agnostico) qualunque ess-a-o sia, spesso viene celebrata, messa in opera, fatta con devozione e amore più dagli scettici che dai credenti.
ho detto.
Fede, ragione, ragione fede sono per me la medesima cosa(movimento del cuore/intelletto umani) colta in momenti diversi.
La vita è autocontraddizione: creazione e distruzione, bellezza e orrore, nascita morte, bene male.
All’origine, quindi, la vita,le sue contraddizioni, le molteplici esperienze dell’esistenza umana.
Di fronte a tali contraddizioni(oscurità/incertezza della vita), alle molteplici esperienze dell’esistenza umana da esse generate, siamo chiamati a scegliere, ad affidarci al tipo di esistenza/visione del mondo alle quali intendiamo aderire, ciò suppone due fasi: la scelta (fede), l’argomentazione di quella scelta (ragione).
In sintesi condivido: la fede è la benzina, la ragione il volante, la macchina è l’uomo, la strada, con le sue salite, discese, curve pericolose, buche enormi, è la vita che dobbiamo vivere/percorrere con attenzione, coltivando il dubbio, senza smettere di pensare per non finire dentro a qualche fossato!
Luna
Ma voi applicate la censura? perche’ avete paura del confronto di chi non la pensa come voi o vi ritenete troppo superiori a chi non la pensa come voi?
Haussa
Di che parli?
E cosa avresti di tanto sconvolgente da dire che necessita di essere censurato?