“Adamo è stato creato da solo per insegnarci che chiunque distrugge una singola vita, per la Scrittura è come se distruggesse il mondo intero. E chiunque salva una singola vita è come se salvasse il mondo intero” (Talmud, Mishnah Sanhedrin, 4.5).

“Per questa ragione abbiamo intimato ai figli d’Israele: chi ucciderà un uomo innocente dell’altrui sangue e che mai aveva commesso delitti sulla terra, è come se avesse ucciso tutti gli uomini, e chi salverà anche un solo uomo sarà considerato come se avesse salvato tutti gli uomini” (Corano, sura 5).
Un libro è un abbraccio, come la croce. Tra le pagine di questi due libri si svolge la parabola di un’umanità densa e vittoriosa. Un libro-patchwork. Un libro-mosaico. Come Mosè, il profeta di ebrei e musulmani. La mostra itinerante Giusti dell’Islam, allestita dal Comune di Bresso fino al 22 marzo, somiglia a una pagina di questo ipotetico libro. In cui s’intrecciano preghiere ebraiche e di seguaci del Profeta, dove s’individuano le orme d’un cammino verso la luce.
Chi sono i Giusti dell’Islam? Musulmani che, al tempo della Shoah, si adoperarono, a rischio della vita, per gli ebrei perseguitati dal nazismo. Una storia sconosciuta, volutamente sepolta.
Storie di fratelli e di sorelle. Storie straordinarie che avremmo desiderato normali.
Storie senza storia. Libri senza libro. Nei testi, non un cenno per loro. Solo per il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajj Amin al-Husseini, ritratto a fianco degli ufficiali tedeschi col braccio teso. Solo per l’orrendo massacro di Hebron (1929), la città di Abramo, ancora un altro profeta, il primo per entrambi questi popoli-fratelli: ma non una parola per le 28 famiglie musulmane che, in quell’occasione, salvarono 435 ebrei.

Le immagini scorrono, lente. I volti sembrano prigionieri di remotissime galassie. Una certa fierezza coloniale in alcuni, l’atemporalità dei neri veli femminili in altri. Si Ali Sakkat, ex-sindaco di Tunisi, allora sotto dominio francese, proveniva dalla nobile famiglia dei Quraish, discendenti diretti del profeta Mohammed. Riuscì a salvare sessanta prigionieri dei nazisti. Non lontano si trovava l’abitazione di Khaled Abdelwahhab. Aveva trascorso tanto tempo con la famiglia di quella minuta donna ebrea, che incontrava radente tutti i giorni, nelle strade assolate e polverose. Odori d’Africa, tacchi neri e suole bianche. I nazisti l’avevano catturata per costringerla a prostituirsi. La reazione di Khaled era stata al tempo stesso istintiva e ragionata. Estenuanti trattative con gli aguzzini. Salvò lei e la sua famiglia. Khaled fu il primo arabo a essere insignito del titolo di Giusto.
Abdul Hossein Sardari era console iraniano a Parigi al tempo dell’occupazione. Fornì centinaia di passaporti falsi agli ebrei perché emigrassero in Iran. “Mi ispiro a Ciro il Grande, che liberò gli ebrei da Babilonia”, disse. La sua vicenda viene ricordata nel film persiano Meridiano Zero.
Il turco Necdet Kent svolgeva la funzione di diplomatico a Marsiglia. Quella mattina lo avevano avvertito: stava per partire un convoglio piombato, recante la scritta 500 kg di carne. Carne umana. Kent salì su quel treno. Per evitare incidenti diplomatici col suo Paese, i tedeschi gli offrirono la possibilità di tornare a casa sano e salvo. Non me ne vado, fu la risposta, se non rilasciate tutti i prigionieri. Li stramazzò col suo eloquio. Vinse lui.

Un altro turco, in un’altra sponda del Mediterraneo: Rodi. Selahattin Ulkmen trasse in salvo 42 famiglie, mogli comprese. “Secondo la nostra legge - argomentò - chiunque sposi un turco diventa turco a sua volta”. Tanto poteva una legge inesistente per Ulkmen, il meraviglioso impostore, il Perlasca di Costantinopoli.
Oggi tutti conoscono bosniaci e albanesi. La cronaca nera se ne occupa spesso. Moltissimi politici li additano come gli immigrati più molesti e pericolosi. La storia silente, tralasciando quella perla nel mare di Madre Teresa, ci consegna un’immagine diversa.
Un uomo raffinato, Dervis Korkuk. Direttore del museo di Sarajevo. Lì custodiva un preziosissimo manoscritto del XIV secolo col rituale della Pasqua ebraica. I nazisti avrebbero voluto impossessarsene, ma lui lo consegnò in anticipo a un imam. Il religioso lo custodì tra i suoi volumi, nell’eremo inghiottito dai monti. Salvo. Nel frattempo Dervis proteggeva una partigiana ebrea, la sua amica Donicka, travestendola da musulmana.
Shyqyri Myrto amava la sua bottega di sarto a Valona. Il suo vicino, Josef, era ebreo. Lo nascose, facendo anch’egli indossare alla moglie il velo islamico. Quando i nazisti irruppero a casa sua, Shyqyri fu irremovibile: le nostre donne? Impensabile vederle. Il costume islamico lo vieta espressamente per tutti gli uomini diversi dai familiari. Talmente ostinato, che i tedeschi lo lasciarono stare. “Perché l’ho fatto? No, non per umanitarismo - avrebbe poi risposto. - La mia religione ordina espressamente di aiutare chi versa in difficoltà. E’ tutto così semplice”. Un altro sarto, stavolta di Tirana, Beqir Qoqja, dopo aver salvato l’amico Avraham confermò: “Ovvio, per l’Islam siamo tutti fratelli e sorelle”.

In Albania, quasi tutti gli ebrei vennero protetti dalla popolazione e anche dalle autorità, che si opposero ai nazisti. Ben 63 albanesi, fra musulmani e cristiani, figurano infatti tra i Giusti delle Nazioni. Grazie alla famiglia Bicaku, a sua volta aiutata da un sacerdote ortodosso, ventisei ebrei ebbero salva la vita.
Ma la vicenda più affascinante rimane per me quella di Zejneba Hardagan. Bosniaca, merita comunque un posto d’eccellenza. Il quartier generale della Gestapo si trovava proprio lì, di fronte a casa sua. Meglio, pensarono lei e il marito: avrebbero potuto avvertire più facilmente gli amici ebrei dei loro spostamenti. Ne salvarono moltissimi, fra cui Josef Kabilio, il preferito.
Il padre di Zejneba non ebbe la stessa fortuna. Scoperto, venne tradotto in un campo di concentramento, dove avrebbe trovato la morte. Ma per Zejneba non era ancora finita. Nel 1990, in una Sarajevo martoriata dalle bombe, ricevette una lettera: la famiglia di Kabilio la invitava a riparare a Gerusalemme. Zejneba vi trascorse gli ultimi anni, e la sua salma ora riposa in un cimitero ebraico. Il primo nome musulmano fra i Giusti delle Nazioni.

Zejneba Hardaga (a destra) e una donna ebrea Rivka Kalb (seconda da destra) per le strade di Sarajevo nel 1941. Zejneba copre la stella gialla presente sul braccio sinistro di Rivka con il velo. Immagine tratta dal sito del centro per gli studi sull’olocausto ed il genocidio dell’università del Minnesota[N.d.R.]
Dio proiezione umana, declamano da sempre i corifei della laicità. Le religioni fomite di guerre e divisioni, sentenziano i cattedratici del razionalismo, dimentichi, peraltro, che laddove l’ateismo è diventato “religione” l’anti-umanesimo ha raggiunto il suo culmine.
Il “Dio al centro dell’uomo” (Testori) non sacrifica invece la nostra immanenza. E’ stato in nome di quel Dio, un Dio uguale e diverso, irripetibile e unico, mai previsto o limitato nelle maglie d’aurei rituali, che le amicizie sono state restituite a sé stesse, che la famiglia si è riappropriata della sua missione, che si è tornati, regalmente e limpidamente, alla carne risorta.
E se il 12enne palestinese Ahmed, nel 2005, viene crocifisso “per errore” da una raffica di mitra israeliani, risulta allora comprensibile come mai i suoi genitori abbiano accettato di donare poi i suoi organi, che hanno salvato cinque bambini e un adulto, tutti israeliani. Appare logico che a Nazareth, la città di Gesù, l’avvocato musulmano Khaled Kasab Mohammed fondi, a sue spese, il primo Museo arabo della Shoah.
Ricapitolare tutto in tutti. In ognuno. Non è anche il senso della Pasqua
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Tag: ebraismo, islam, religione
Daniela Tuscano
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6 Aprile, 2008 a 10:51
Francesco Orsenigo
Facile prendersela con i critici della religione, ma la quantitá di morti per religione sono una schiacciante maggioranza rispetto ai salvi e virtuosi.
I problemi della religione, sono il dogma, cioé il mettersi in testa un’idea solo perché ci piace (e dal “piace” al “fa comodo” la distanza é brevissima…) e, per i tre grandi monoteismi, l’imporre una gerarchia, per esempio “l’uomo é superiore agli animali”, con tutti i danni derivanti appena si ridefinisce “uomo” e “animale”.
I testi sacri sono estremamente vaghi per non dire contradditori.
Citandone i passaggi si puó incoraggiare qualsiasi cosa, dai piú grandi atti di eroismo ai peggiori massacri.
Il fatto che i massacri siano giustificati molto piú spesso degli atti di eroismo e compassione, mi basta per pensare che la religione dogmatica e organizzata sia dannosa.
Nonostante questo, ho apprezzato molto l’articolo.
Questi esempi di grande coraggio e umanitá, soprattutto nei confronti di quello che oggi é il nemico, tolgono terreno a coloro che, da tutte le parti, si nutrono di odio e disprezzo.
Vorrei leggere piú spesso di questi episodi.
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6 Aprile, 2008 a 17:07
Ph3/D
Complimenti!
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6 Aprile, 2008 a 20:19
andrea
Molto interessante
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6 Aprile, 2008 a 21:42
Adetrax
Ho sempre pensato che 144000 giusti fossero un po’ pochini, ma visto come vanno le cose, quello potrebbe essere un numero ragionevole (pur sperando che l’unita` di misura non sia proprio l’unita`).
Il lodevole tema dell’articolo e` che non e` vero che tutti si odiano o si devono odiare per la loro appartenenza a popoli o culture diverse.
Da questa evidenziazione dei successi che una ricerca di “quello che unisce, piuttosto che di quello che divide” porta, si puo` dedurre che molti conflitti non avrebbero ragione di esistere in forma violenta e distruttiva e potrebbero quindi essere ragionevolmente ricomposti per mezzo di civili negoziazioni.
Se le religioni serie sono buone, se i propositi sono buoni, dove nasce il principio disgregatore e distruttore di ogni cosa buona e giusta ?
Probabilmente non dai dogmi religiosi e non necessariamente dalla cattiva educazione o dall’ignoranza.
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7 Aprile, 2008 a 15:59
Alberto
ma perchè ragionate sempre in termini di numeri, di statistiche? A questo punto doveva avere ragione Hitler perchè a sostenerlo erano la maggioranza.
Non vi viene in mente che il problema non è la religione ma gli uomini?
io penso che a volte ci siano dei pregiudizi preventivi, si vuol comunque parlar male della religione e dei credenti, allora si dice che erano pochi, ecc.
io non sapevo questa cosa e ne ringrazio Daniela. penso semplicemente che fra i credenti e i non credenti ci siano die buoni e dei cattivi. i regimi “atei” (e non parlo solo di hitler già citato) non sono stati per niente esempi di tolleranza e democrazia.
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