Fabio Volo fa Cacare

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Offro immediatamente un’efficace argomento a chi non si troverà d’accordo con il titolo e il testo di questa nota: non ho mai letto un libro di Fabio Volo e mai avrei pensato di dovermene interessare, ma io sono un tipo vendicativo e da troppi giorni, per motivi che mi sono ignoti, c’è una strana recrudescenza della campagna pubblicitaria del film  tratto dal libro di Fabio Volo. La cosa mi sta ravanando le balle.

Fabio Volo e la sua letteratura non sono comunque un argomento sufficiente per costringermi a leggere qualcosa prima di parlarne malissimo.  Diciamo che sono di quelle cose che nella vita si scartano a prescindere, perché c’è poco tempo per vedere tutto e quello che appare merda, alle volte è necessario considerarlo merda senza nemmeno fiutarlo, in nome di quel salvifico metodo scientifico che cade sotto il nome di approccio per approssimazione.

Comunque, siccome non era possibile scrivere una decina di righe senza nemmeno sapere se il libro di Fabio Volo parlasse di teoria delle stringhe o di coda alla vaccinara, ho cercato un riassunto in rete. Non scandalizzatevi, è ciò che fanno tanti critici letterari subito dopo essersi informati a quale padrino politico fa riferimento l’autore per poi scrivere la stroncatura, ma sempre più spesso il panegirico, non fosse altro per i gentili pensieri che comminano le case editrici. Se non conoscete “Il Giorno in più” di Fabio Volo, libro dal quale è tratto un grandioso film (il mio pregiudizio si estende anche all’opera cinematografica per metonimia e quindi l’aggettivo grandioso va inteso in senso ironico), illuminatevi:

Nel film Fabio Volo interpreta Giacomo Bonetti: bravo nel lavoro, con le donne e soprattutto nell’evitare accuratamente ogni sorta d’impegno affettivo e sentimentale. La sua vita cambia quando incontra una ragazza su un tram (Isabella Ragonese): un’apparizione improvvisa in mezzo ai passeggeri, uno scambio di sguardi, una bellezza sfuggente che divengono presto una vera e propria ossessione. La incontra tutte le mattine andando a lavorare sul trenta barrato che attraversa la città. Ma si può amare una donna di cui non si conosce nemmeno il nome? Quando finalmente riesce a parlarle e passare una serata con lei viene a sapere che si chiama Michela e che è il suo ultimo giorno in Italia; sta per andare a vivere a New York dove le hanno offerto un incarico in una prestigiosa casa editrice. Un bacio lunghissimo e poi più niente, solo un saluto dal finestrino di un taxi. Si sono incontrati troppo tardi. A Giacomo propongono un grosso affare in Sud America, lui accetta, ma durante il trasferimento l’aereo fa scalo in una città non troppo distante da New York. È un attimo, un impulso irresistibile. È il cuore a comandare. Giacomo scende dall’aereo. La va a cercare…

di Nicoletta Gemmi

Non so per quale strano fenomeno, ma leggendo il riassunto non sento nessun bisogno di comprare il libro, ma nemmeno di vedere il film. Anzi, sono bastate dieci righe per farmelo immaginare, scena per scena, comprese quelle clou con tanto di fuga precipitosa dall’aereo che sta per decollare e assistenti di volo che cercano disperatamente di trattenere il buon Fabio che, facendo di cognome Volo, è sicuramente avvantaggiato sugli aeroplani. Battutona, risate registrate prego.

Ecco, come al solito due pesi e due misure. Moccia fa cacare, forse perché sarà di destra, Volo invece è fico, forse perché è di sinistra. Diciamo che, per me, la banalità non ha tessera di partito e sento la necessità di riequilibrare, nel mio piccolo, questa ingiustizia. Fabio Volo fa cacare, come Moccia. Ne sono certo. Scartato. L’aliquota della mia vita a lui dedicata si esaurisce in queste righe. Sarà per la prossima.

Leggo, su queste pagine, lunghi ed interessantissimi dibattiti sulla carattere del popolo della mia nazione. Ritengo utile aggiungere a quelle dotte elucubrazioni l’informazione non banale che i nostri connazionali, oltre a fare la fila per il nuovo Iphone, fanno anche la fila per farsi fare gli autografi da Fabio Volo salvo poi esacerbarsi quando l’erede di Buzzati e Calvino non sorride e firma gli autografi a macchinetta.

La cosa avrà sicuramente un significato che ora mi sfugge. Lascio la parola agli esperti.

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