Pensieri Oziosi di un Operatore Stanco
25 settembre, 2008 - 13:00 di ilBuonPeppe
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Sono circa le tre di giovedì mattina, manca ormai solo un’ora alla tanto sospirata uscita. Sono una delle poche forme di vita presenti in questo maledetto posto, praticamente l’unica.

Sala macchine, 36 metri per 16 disposti su un pavimento rialzato e chiusi sotto un soffitto ribassato. Ogni tanto una colonna in cemento armato che regge il tutto.
Perché in questi 36 metri per 16 non c’è molto altro oltre alle macchine. Decine e decine di scatoloni bianchi, rossi, azzurri, ma tutti incredibilmente gelidi – per l’aspetto e non per la temperatura – impassibili come degli inglesi d’annata.
Il soffitto è costellato di tubi al neon; sono centinaia e sembrano le scie degli aeroplani che volano bassi. Fanno luce come fosse giorno e ti fissano negli occhi quel loro bagliore apparentemente innocente, ma invece così devastante per noi poveri miopi.

I terminali video. Ah, quelli sì che ti guardano. Sono tutti lì in fila come tanti poliziotti che ti perquisiscono senza toccarti e non ti tolgono gli occhi di dosso un momento per paura che tu faccia una mossa falsa.
Ti controllano, ti interrogano, non ti lasciano solo un attimo; anche se tu fai finta di non vederli loro sono sempre lì che ti osservano, e tu lo sai. E non puoi farci niente.
Sembra di essere in vetrina, in una vetrina da cui non si può uscire. Le pareti interne sono tutte a vetri, vetri piombati, indistruttibili, insuperabili. Le pareti esterne sono di cemento armato, spesse quattro volte un muro normale.
Le finestre però sono un’altra cosa: lunghe e strette, con vetri fissi a prova di bazooka, quasi delle feritoie.
Sembra di essere in vetrina, ma sembra di essere in galera.
La radio, unica compagna di queste lunghe notti, fa sentire la sua voce, una voce che domina i rumori delle macchine, una voce che fa sentire ancora di più l’assoluta mancanza di vita in questo ambiente asettico, quasi soprannaturale.
La radio. Sembra che dica “in questo posto devi accontentarti di me, non hai niente altro, nemmeno te stesso”.
Mancano solo venti minuti alla fine del turno, ed anche l’altro collega – di cui non diciamo il nome per correttezza – si è adeguato all’ambiente circostante: dorme.
Forse si potrebbe anche pensare che questo non sia corretto nei miei confronti, ma a pensarci bene non è questo che mi pesa.

E’ l’aria, resa irrespirabile da cinque terribili condizionatori.
E’ la luce, che anche stanotte mi resterà negli occhi per ore, illuminando i miei sogni di un bagliore innaturale.
E’ il ronzio delle macchine, che ti entra nelle orecchie e ti accordi di lui solo quando non c’è più, e allora lo senti.
E’ la radio, che qui dentro diventa anch’essa una cosa quasi evanescente, impalpabile.
E’ il telefono, che suona e tace sempre in contrasto con i tuoi desideri, quasi lo facesse apposta.
E’ la porta, che non puoi oltrepassare senza esserti fatto riconoscere, perquisire, interrogare, controllare.
E’ tutto quello che non ti permette di essere un uomo libero, una persona come tutte le altre, uno come tanti.
E poi mi chiedono perché quando esco di qui, salgo in macchina di corsa e parto come un razzo…

5 settembre 1986
Pensieri Oziosi di un Operatore Stanco è di ilBuonPeppe

Conosco la sensazione >___<
Soldato grick a rapporto dalla sala macchine, e fortuna che non qui non c’e’ il turno di notte…
Il lavoro e’ importante, fondamentale. Ti permette di guadagnare il denaro e avere la possibilita’ di: Comprare una macchina, una casa, una tv, un computer, mangiare, avere una collocazione sociale (non escludiamo il valore “sociale” del lavoro), ecc ecc. Eppure la liberta’. quella vera, quella che ti fa’ dire: sono un uomo libero, faccio quello che voglio e dico quello che penso la ottieni solo al di fuori del lavoro, con i tuoi interessi, le tue passioni. Penso sia importante ballare la salsa, o il tango, fare un corso di cucito, di ceramica oppure imparare una lingua, oppure programmare un viaggio, oppure scrivere un libro. Per essere veramente liberi avere uno stipendio e’ il 50%, ma avere un proprio progetto che esuli dal lavoro e’ l’altro 50%
Saluti e buon lavoro a tutti
Anche fare un lavoro che ti piace non è male come situazione. Se sei fortunato e sei in questa situazione, le percuntuali possono cambiare e di molto. Personalmente alcune volte non mi accorgo di che ore sono e che devo andare a casa.
a.y.s. Bibi
Sono contento per te, sei una persona fortunata allora. Pero’ altri interessi trovateli ugualmente….crea ridondanza….
saluti
Tranquillo..di “interessi” alternativi ne ho fin troppi… lol..
a.y.s. Bibi
Ecco, una buona risposta anche per il post sugli autodidatti
Bellissimo!
Mi sfugge il significato della data finale. Se pensassi che l’articolo e’ un epitaffio e spieghi una morte alla guida dopo un turno di lavoro rileggerei l’articolo con un’ottica diversa
No, tranquillo. La data è autentica (come tuto il resto), ma non prelude ad alcuna tragedia. Quella notte (come le altre 100 – circa – che in un anno e mezzo mi hanno visto lavorare di notte) sono tornato a casa nel mio lettino. E dopo 4-5 mesi sono anche riuscito a cambiare reparto e ad abbandonare i turni.
che cul…
Io son 10 anni che non ho piu’ bioritmi (e scrivo a sta ora dopo una nottata in fabbrica).. visti i precedenti di chi e’ andato in prepensionamento con un infarto dopo una vita cosi’ nutro una certa preoccupazione. Sempre che non spostiamo la produzione in cina
Non so se ho colto il senso del post.
Cos’è l’alienazione?
“il processo per cui l’uomo diventa estraneo a se stesso fino al punto di non riconoscere se stesso” (Marx)
L’operaio è alienato perchè il prodotto del suo lavoro non gli appartiene.
C’è alienazione ogni qualvolta l’uomo è adoperato come mezzo e non come fine.
L’alienazione c’è e si propaga i suoi frutti sono la stupidità, la volgarità, la disumanità.
Possiamo porre rimedio?
Il senso?
Quella notte ho scritto questa roba di getto, senza pensare al senso che aveva; l’ho scritta, l’ho stampata e l’ho chiusa in un cassetto. L’ho conservata senza sapere perchè, come faccio con tante cose (per la disperazione di mia moglie).
Oggi la rileggo e mi fa un certo effetto, forse più di allora. Sarà l’età? Sarà che oggi riesco a guardarmi indietro senza la paura dei fantasmi e vedo delle cose che non ho visto mentre le vivevo.
Cosa sto dicendo…? Non lo so… sarà che anche stasera è tardi. Però almeno stasera non devo prendere l’auto per andare a dormire.
Una curiosità: 5 Settembre 1986?
grazie
Ho capito a scoppio ritardato ma ho capito.
allora spiegamelo…..e’ come ha detto zippole?
….per favore s’intende….
saluti
Ho pensato anch’io come zippole alla morte della persona.
Essendo l’alienazione la crisi del rapporto con la realtà, la “morte” dell’uomo è consequenziale.
Sì anche io l’ho inteso così, l’articolo: l’alienazione mentale che porta poi anche a quella fisica.
Purtroppo è una sensazione che conosciamo bene in tanti, in questi ultimi anni.
Chessene voglia dire, un pò si vive anche per lavorare perchè la fetta più grossa della giornata è senza dubbio per il lavoro.
Ma purtroppo l’aria che si respira negli ambienti lavorativi sa di stantio.
Ma mi sono anche ripromessa di non lamentarmi più, quindi..
Scusate se mi tocco…
…..triste!!!
Triste si, ti sembra distante dalla realtà che stiamo vivendo?
l’articolo è davvero bellissimo, devo ammettere che per un attimo ho rivisto la sala macchine della Michelin dove lavorava mio papà…
le macchine, il pavimento rialzato…
comunque posso chiedere da dove proviene la bellissima immagine del pensatore sotto il macbook?