Non ce la Faccio
8 agosto, 2008 di Saverio
Archiviato in Oltre le Righe
Non ce la faccio a vederti sfrecciare sulla pista di atletica alla ricerca di quel centesimo in meno che ti garantirà la gloria eterna
Non ce la faccio a vederti concentrato a sparare a quel benedetto piattello che aneli a disintegrare
Non ce la faccio a vederti sfilare orgoglioso dietro la tua bandiera
E non ce la faccio nemmeno a gioire quando, calciando mirabilmente segni il gol più importante della tua carriera
Probabilmente non ce la farò nemmeno a sentirti gridare di gioia, a vederti piangere sul podio ascoltando il tuo inno nazionale
Non ce la posso fare…

…perché quando vedo te vedo me, vedo in te un uomo, e sono un uomo anche io
Ma io e te e centinaia di milioni come noi, siamo uomini fortunati.
Perché i nostri diritti inviolabili ci sono riconosciuti, perché il nostro sangue scorre nelle vene e non sul nostro capo, perché tu come me puoi scegliere se parlare e cosa dire.
Ma sfortunatamente al mondo c’è gente che non gode della stessa fortuna, e altrettanto sfortunatamente il sistema e lo show business se ne fotte allegramente in nome e per conto del profitto
E allora dovresti indignarti insieme a me, perché l’affarismo più becero scende a patti con chi in maniera manifesta viola i diritti dei nostri simili, perché il Tibet è casa nostra, perché la Cina è casa nostra, perché Guantanamo è casa nostra e così via scorrendo il pianeta

E allora, se vorrai che io pianga con te su quel podio dimostra almeno al mondo intero quanto siamo fortunati, battiti con onore e con un gesto, con un messaggio, con una maglia, con un rifiuto grida al mondo intero che l’olimpiade è rispetto reciproco, fratellanza, cooperazione, amore tra popoli.
Siamo tutti uomini, tutti ugualmente degni su questa Terra di vivere una vita dignitosa, e lì dove non arrivano gli organismi internazionali (così presi dalla smania di metter denari in saccoccia) che almeno arrivi la coscienza della gente.
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Non sono d’accordo.
Condivido l’opinione di Paolo Mieli. Non si può pretendere dagli atleti un gesto che la classe politica non ha avuto il coraggio di fare.
http://www.adnkronos.com/IGN/Sport/?id=1.0.2400523612
Non si può demandare a un singolo un atto di rappresentanza generale e lasciare che le conseguenze ricadano solo su di lui.
Ecco, sono completamente d’accordo con te!
grazie
Concordo
concordo anche io
Veramente questa frase Mieli l’ha copiata dal Presidente del Coni…
Comunque condivido.
sei implacabile
e aggiungo.
il tibet in particolare è uno specchietto per le allodole.
idioti chi lo alimenta e idioti i tibetani che ci cascano (forse con cognizione di causa).
intanto stamattina putin ha attaccato la georgia, con puona pace della pax olimpica
georgia/ossezia 9/08/08 ore 01:50
1400 morti
già.. pssa tutto in 2 piano!!!
Condivido senz’altro, anche se in questi tempi di crisi economica il Tibet può diventare l’inconsapevole miccia far esplodere la Cina in mille pezzetti, come è stato fatto per l’Unione Sovietica e per delle ragioni molto più minuscole l’ex Jugoslavia. Salvo poi disfarsene quando non serve più allo scopo, come è accaduto con l’Iraq e la Serbia, come sta accadendo ora con la Georgia e come prima o poi accadrà con Israele. E’ forse l’unica possibilità di salvezza dell’America da un declino quasi certo.
Concordo con Silent Enigma e luminal.
Sono totalmente d’accordo a metà col Comandante…
che la classe politica debba assumersi le proprie responsabilità e non scaricarle sugli atleti è un conto…che PRETENDERE che questi suppliscano è forse eccessivo…epperò niente impedisce di assumersi le proprie responsabilità.
In effetti molti lo faranno, chi in modo più eclatante chi meno, non dimentichiamo che non è scritto da nessuna parte che le uniche alternative siano partecipare a cuor leggero o boicottare…se i 2 neri col pugno alzato avessero boicottato le olimpiadi avrebbero fatto meglio? per me no, hanno fatto bene a far vedere di che pasta erano fatti sia in gara che al momento della premiazione.
Detto questo, però, sia chiaro che non concordo con l’argomento deresponsabilizzante, solo perchè la collettività va in una direzione più comoda…bisogna sempre ricordare di chiedersi se ci stiamo comportando da uomini o da caporali.
Quoto, e aggiungo altro:
Non sapete a quali pressioni sono sottoposti gli atleti, e come poi ce la faranno pagare, se fanno gesti del genere…
Vi invito a leggere la storia di Tommie Smith e Lee Evans, i due “neri col pugno chiuso” di Mexico 1968
http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/spettacoli_e_cultura/gianni-mina-cronista/gianni-mina-cronista/gianni-mina-cronista.html
E dopo tutto questo, quante olimpiadi sono passate sotto i ponti???
Oggi tutti contro la Cina, anche a ragione forse, sta di fatto che a dirigere il coro ci sono tutte le potenze occidentali con i loro scheletri, alcune non in senso figurato, dentro all’armadio e…… a dire il vero “sto armadio” in alcuni casi trabocca abbondantemente.
Alla Cina oggi non stanno contestando la mancanza di diritti civili, in realtà
contestano il primato economico che la Cina, con i medesimi mezzi dei contestatori, sta loro fregando sotto il naso….. e siccome i cinesi sono tanti non possono fare guerre preventive per cui …….. si contestano i giochi e contemporaneamente, si fanno lauti affari. Dell’orgoglio dei due neri non c’è neanche più l’ombra, anzi se qualche atleta contesterà la Cina sul podio delle premiazioni verrà osannato e riempito d’oro come un eroe e probabilmente non gli faranno l’antidopping.
Non saprei.
Gli atleti hanno un ruolo politico?
Non mi risulta.
A questo punto chiunque ha relazioni con la Cina, commerciali o culturali è sullo stesso piano degli atleti.
L’azione se ci doveva essere doveva venire dal governo, secondo me
Come ha scritto Luminal non scordiamo che questi due neri oltre a non vedere riconosciuta la loro vittoria, sono stati discriminati anche dopo nella ricerca del lavoro, della casa ecc…
Chi è disposto a farlo per una causa che visceralmente non sente propria?
Io sono d’accordo con quello che ha detto Mieli e il comandante : gli atleti faranno quello che hanno sempre fatto : gareggiare.Bisogna fargliene una colpa se nel pieno dell’agonosmo non penseranno ai poveri tibetani?
E i politici che partecipano alla manifestazione?
Chi vorrà potra fare il gesto simbolico che ritiene opportuno se ne sarà convinto o se vorrà guadagnare un poco di notorietà per vie traverse -
E poi il Tibet non è casa nostra: noi del Tibet non sappiamo un bel niente !
Appunto, si sa poco. Leggete questo articolo di Enrica Colotti Pischel(sinologa scomparsa nel 2003) tratto dal sito carmillaonline. Credo sarà utile a tutti:La notizia della fuga dalla Cina del giovanissimo Lama Ugyen Trinley Dorje, terza autorità nella gerarchia delle reincarnazioni del buddhismo tibetano è stata ritenuta molto ghiotta dai giornali italiani e viene considerata un grave scacco per il governo cinese che non sarebbe riuscito a impedirla, nonostante il proprio apparato militare.
Quest’interpretazione ignora che i cinesi non hanno mai fatto nulla per fermare la fuga dei rappresentanti politici e religiosi tibetani dalla Cina: nel 1959 l’intera classe dirigente tibetana, con alla testa il Dalai Lama, si allontanò da Lhasa con una lunga fuga a piedi, nonostante il pattugliamento degli aerei da combattimento cinesi. Fa parte della politica delle autorità cinesi il pensare che gli avversari è sempre meglio tenerli fuori del paese che dentro, meglio lontani dai loro adepti che vicini. Se poi le circostanze equivoche di quest’ultimo episodio – cioè la mancata condanna di Pechino – possano far pensare a ipotesi di contatti con il Dalai Lama e di trattative di conciliazione, è difficile dirlo ora. Certamente il fatto che la grande organizzazione propagandistica che negli Stati Uniti (ma anche in Europa e nello stesso nostro scafato e realistico paese) sostiene la causa dell’indipendenza tibetana si sia buttata sull’episodio, non rende certo facile un’intesa: i cinesi sanno fare molto bene i compromessi e sono disposti a concluderli quando siano convenienti. Ma ritengono che debbano essere cercati e raggiunti con la massima discrezione e comunque al di fuori di pressioni che li possano far apparire come una resa a pressioni straniere. E non dimentichiamo mai che “straniero” per l’intera Asia orientale nell’ultimo secolo e mezzo ha significato umiliazione e asservimento: di essa fece parte anche il tentativo pi volte condotto di staccare il Tibet dalla Cina.
Il più povero
Molte cose dovrebbero essere dette a proposito del mito del Tibet che ha preso piede, anche nei ranghi della sinistra. Dal cinematografico Shangri-la, al di fuori del tempo, dello spazio e del clima, alle ovvie seduzioni di turismo “estremo”, dalle tendenze a vedere esempi validi in civiltà rimaste primitive e tagliate fuori dal processo della storia, alla sistematica disinformazione diffusa da potenti mezzi mediatici statunitensi e al fascino che sugli occidentali delusi esercitano le religioni e le ideologie esotiche ed esoteriche, tutto confluito in un’affabulazione della quale sono stati vittime in primo luogo proprio i tibetani.
Certamente sono uno dei popoli più poveri del mondo, esposti a molteplici forme di oppressione: tra esse quella cinese è stata con ogni probabilità meno gravosa di quella esercitata dai monaci e dagli aristocratici, dei quali i pastori e i contadini erano fino al 1959 “schiavi”, nel senso letterale del termine, in quanto sottoposti al diritto di vita e di morte dei loro padroni. Che poi tutti, ma con ben diverso vantaggio, trovassero conforto nel ricorso a una delle forme più degradate di buddhismo (il buddhismo tantrico tibetano popolato di fantasmi e di incantesimi ha ben poco a che vedere con la meditazione intellettuale e la creatività artistica dello Zen), si può anche comprenderlo.
Per fare un minimo di chiarezza è necessario comunque precisare alcune cose. Il Tibet non è stato “conquistato dalla Cina comunista nel 1950″: dopo precedenti più discontinui rapporti, fu conquistato dall’impero cinese nella prima metà del secolo XVIII, e da allora è stato considerato parte dello stato cinese da tutti i governi della Cina, anche dal Guomindang. La Cina (in cinese “Stato del Centro”) è stato ed è uno Stato multietnico nel quale è in corso da millenni un processo di trasferimenti di gruppi etnici e soprattutto di fusione dei gruppi periferici entro quello più importante, che rappresenta nove decimi dei cinesi ed è sempre stato capace di offrire ai suoi membri una maggiore prosperità e i benefici di una cultura più concreta. Mettere in discussione la natura multietnica della civiltà e dello Stato cinesi significherebbe mettere in moto la più spaventosa catastrofe degli ultimi secoli. Quella praticata dalla Cina non è mai stata una politica di “pulizia etnica”, bensì di fusione entro un insieme non etnico ma contraddistinto da una comune cultura e da comuni pratiche produttive: più che sterminarle, i cinesi hanno comprato le minoranze.
E’ vero che i tibetani per ragioni geografiche sono, entro lo “Stato del Centro”, il gruppo più lontano dalla comune cultura, però da 250 anni sono stati sempre governati da funzionari cinesi nominati dal governo centrale: giuridicamente e istituzionalmente ciò ha un senso. Gli inglesi, all’apice del loro potere sull’India all’inizio del secolo XX, intrapresero, tuttavia, una serie di manovre per staccare il Tibet dalla Cina e porlo sotto la loro influenza, giungendo, nel 1913, a convocare una conferenza a Simla nella quale le autorità tibetane cedettero vasti territori all’India britannica. Nessun governo cinese ha mai accettato la validità di quella conferenza. Nel periodo precedente il 1949 il governo del Guomindang considerava il Tibet, a pieno diritto, parte del proprio territorio, tanto che durante la Seconda guerra mondiale concedeva il diritto di sorvolo agli aerei alleati.
Il ruolo della Cia
Non ha quindi alcun senso dire che la Cina conquistò il Tibet nel 1950; nel 1950 le forze di Mao completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell’assedio statunitense alla Cina, i servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani arroccati sulle montagne delle regioni cinesi del Sichuan e dello Yunnan, lungo la strada che dalla Cina porta al Tibet. I cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro: nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente. Alla fine del 1958 i servizi segreti inglesi annunciarono che, all’inizio del 1959, la rivolta si sarebbe trasferita a Lhasa e avrebbe cercato l’appoggio del Dalai Lama. Ed è infatti ciò che avvenne: sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l’accordo per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio centro di propaganda. Nessun governo al mondo ha riconosciuto questa compagine. Recentemente la Cia (i servizi segreti americani sono infatti obbligati a rendicontare prima o poi le loro spese di fronte ai contribuenti) ha ammesso di avere finanziato tutta l’operazione della rivolta tibetana.
Pechino: autonomia no
Dopo il 1959 il governo cinese spossessò monasteri e aristocratici e “liberò gli schiavi”, iniziando una politica di modernizzazione forzosa (vaccinazioni, costruzione di opere pubbliche) e di formazione di una classe dirigente locale, figlia di schiavi, sottoposta a un bombardamento educativo razionalista e anti-religioso. Furono questi giovani che durante la rivoluzione culturale distrussero templi e monasteri.
Dopo la morte di Mao, i governanti cinesi hanno cercato di ristabilire i rapporti con i tibetani, migliorando le sorti economiche dell’altipiano ma importando anche gran numero di cinesi, non solo militari. Hanno anche trattato indirettamente con il Dalai Lama, che – politico asiatico molto scaltro – non chiede l’indipendenza, ma una più o meno larga autonomia: Pechino non ha mai tuttavia voluto concedere un reale autogoverno, che aprirebbe rischi di secessione e metterebbe in discussione tutti i rapporti etnici del vasto paese. Alle spalle del Dalai Lama si è sviluppato, intanto, un vasto insieme di interessi della classe dirigente tibetana che ormai è nata all’estero e vi ha ricevuto una formazione culturale moderna: è questa che chiede un’indipendenza che potrebbe essere ottenuta solo con una guerra spietata alla Cina e potrebbe essere innestata dal reclutamento di giovani guerriglieri in India – segnali “terroristici” in questo senso ci sono già stati. Erano proprio dissennati i governanti cinesi che ritenevano che l’attacco alla Serbia, motivato dalla difesa dei “diritti umani” in Kosovo, fosse in effetti la prova generale di un attacco alla Cina?
Volevo solo farvi notare una cosa, gli USA con tutta probabilità vogliono instaurare in Tibet un regime amico, non vorrei che a forza di ineggiare per un Tibet libero vi ritrovaste a protestare per un Tibet libero dalla NATO. E’ la Cina che deve essere più democratica e meno capitalista verso tutti i gli esseri umani che la compongono. Perdonatemi la lunghezza del commento.
Potrebbe succedere, infatti.
La cosa peggiore è che a tornare a governare potrebbe essere il Dalai Lama che ricordo essere un capo religioso come Ratzinger dunque incompatibile per un qualsiasi regime democratico, con il faccino buono buono e l’appoggio di Richard Gere & company, E lo farebbe con tutta probabilità ristabilendo lo status quo preesistente al 1959(vedi due commenti fà) cioè tutto quell’insieme di caste con gli altri monaci e aristocratici esuli nel mondo occidentale, ristabilendo di fatto la schiavitù abolita dal regime cinese. Magari a suon di B-52 e fosforo bianco riuscirà a diventare un moderno paese democratico come l’Iraq, l’Afghanistan e come tutti i paesi in cui gli USA hanno messo il becco(compreso il nostro).
non volevo ripetermi, ma sono n articoli che continuo a leggere di olimpiadi e tibet libero, e mi pare che nessuno abbia detto di questa possibilità che trovo ovvia visto gli ultimi cento anni di storia.
Quindi, a fronte di tutto questo, va bene che i monaci vengano massacrati? Il Dalai Lhama non ha mai chiesto l’indipendenza dalla Cina, bensì l’autodeterminazione. Io ho parlato co profughi tibetani in Nepal che mi hanno raccontato cose raccapriccianti: umiliazione, degrado della dignità umana, rifiuto totale di qualsiasi idea diversa dalla loro. Gli americani cavalcano la lotta tibetana per i loro interessi? Certo. Ma meglio un aiuto interessato che la completa indifferenza. Io sono d’accordo con l’autore del post e gli atleti non li vedo come dei ragazzini intenti a giocare a chi corre più veloce, ma come persone che hanno un cervello e che con quel cervello possono decidere se fare un gesto significativo oppure no. Almeno quanto possono decidere se incassare i soldi degli sponsor.
Laura
Una candela per il Tibet
Non credo che Carlo intendesse questo.
Ha tenuto a dare un quadro completo per far capire quanto siano speculative e strumentali queste polemiche a una settimana dai giochi…
Sinceramente Laura preferisco non essere aiutata se devo esserlo in modo interessato e condizionato.
Nessuno fa’ niente per niente, la storia lo insegna e noi italiani lo sappiamo bene, credo.
@ Laura
Vuoi un Tibet libero? Si ma come?
Sai bene che un aiuto interessato significa questo: occupazione militare(perchè i cinesi non molleranno l’osso, se lo facessero ci sarebbe una rivoluzione per tutta la Cina visto i mille popoli che la compongono e sangue a go go), occupazione economica(FMI, WTO etc.).
Il Dalai Lhama vuole l’autodeterminazione che già possedeva in passato ma(complice la CIA) gli venne tolta per evitare una guerra. I monaci e gli aristocratici ti ricordo, avevano diritto di vita e di morte su tutti i tibetani, per ritornare ad una simile situazione meglio la Cina. Il Dhalai (gran furbone) col cazzo che vuole l’indipendenza dalla Cina! Perderebbe tutti i vantaggi economici derivanti dalla sua forza all’interno del sistema mondiale
Tibet libero! Ma con tutti i tibetani(se proprio lo vogliono, perchè ho sentito protestare solo una manica di monaci, che perdonami, equiparo ai nostri prelati che vogliono conservare i loro interessi di casta).
Cina libera! USA liberi!
Grazie Francesca, hai ben interpretato le mie parole.
I tibetani con cui ho parlato io, in Nepal, non erano monaci e non erano neppure degli aristocratici. Ma rispetto il tuo pensiero. Così come rispetto le testimonianze che ho raccolto di prima persona.
Una candela per il Tibet
La mia era una provocazione, voglio anche io che in Tibet vengano rispettati i diritti di tutti, solo che bisogna stare attenti a chi si chiede aiuto ed a come poi questo aiuto viene dato, la storia recente di questo mondo insegna la prudenza.
Grazie per la comprensione. Non volevo arrecarti offesa alcuna.
Nessuna offesa, Carlo. Voglio solo dire una cosa. Non so quanti anni hai, io ne ho 45 e nel 1977 avevo appena iniziato il liceo classico. Mi ricordo i collettivi, le assemblee, le manifestazioni. Una certa educazione allo spirito critico che, spesso, degenerava in un ribaltamento delle ottiche non sempre fruttuoso. Nessuno nega che i notabili tibetani, in quanto notabili, sia siano comportati nei secoli come i prepotenti di tutto il mondo: male, opprimendo e reprimendo. E’ giusto ripercorrere la storia e cercare di capire il come, il quando e il perché si siano create le condizioni per ciò che vediamo oggi. Ma dire che il Dalai Lhama è un furbacchione che sfrutta la situazione è magari giusto e vero, ma non va assolutamente ad inficiare ciò che ci viene, a gran fatica, mostrato dalle poche immagini che attraversano la fitta censura cinese: morte, sangue, umiliazione. Il fatto che gli Stati UNiti vogliano togliere il Tibet ai cinesi perché è zona altamente strategica non toglie valore al fatto che ogni popolo ha diritto ad autodeterminarsi, a usare la propria lingua, a seguire la propria religione. Riconosciamo questo diritto ai musulmani che, immigrati da anni qui da noi, finiscono col massacrare mogli e figlie per tenerle fedeli a regole che sul Corano NON esistono, ma che fanno parte della loro cultura. Perché non riconoscerlo ai tibetani? E perché non cercare a tutti i costi di far sentire la nostra voce ai cinesi? Tutto qui.
Perché resti accesa…
Perfettamente d’accordo, e concediamolo anche a tutti i popoli che vogliono autodeterminarsi. La mia era una provocazione per mostrare che comunque la faccenda non è così univoca come sembra.
Complimenti per questo post, che seppur lunghissimo, lo ho letto fino in fondo.
Questo ridà un pò di dignità ai Cinesi, e ridimensiona un pò il problema Tibetano, anche se in conflitti del genere sicuramente non si sa a chi dare ragione, perchè non si sa chi lo ha scatenato, e chi sta manipolando la Storia di una Civiltà seconda solo a quella Romana, che non ha suscitato mai interesse presso le nostre longitudini. L’occidente ha sempre falsificato e ridimensionato la Storia, l’Arte e le conquiste tecnologiche Cinesi, in quanto non esistono prove archeologiche che convalidano quelle scritte, difficilmente interpretabili.
Stamane per radio ho sentito che il regime maoista ha mandato al patibolo almeno 80 milioni di persone, ma si ritiene che siano stime al ribasso in quanto la cifra reale dovrebbe essere almeno il triplo. Quindi, giacchè l’attuale regime ne accoppa appena 4000 all’anno, a loro avviso la Cina è enormemente migliorata nel campo dei diritti umani, e quindi non meriterebbe codesto “pubblico ludubrio” al quale è sistematicamente sottoposta. E’ vero, in Cina esiste sia il problema dei diritti umani che quello (di cui si parla poco) di resa in stato di schiavitù di intere etnie, costretti a lavorare per meno di 1 $ al giorno. Il CIO si è già accorto del grave errore nell’aver affidato l’organizzazione dei giochi olimpici alla Cina, solitamente affidate a nazioni “democraticamente più affidabili” come ad es. gli Stati Uniti, l’Australia e la Gran Bretagna. Anche perchè durante le olimpiadi di Atlanta del 1996 non ci fu nessuna protesta contro il Paese organizzatore per il rispetto dei diritti umani o almeno per una moratoria contro la pena di morte, mentre all’epoca la Nato era impegnata in vari conflitti in tutti i continenti, dal Rwanda alla Bosnia all’Iraq, alla Liberia alla Somalia al Caucaso, ancora oggi, dopo 12 anni, irrisolti.
Carlo, l’articolo che hai postato è interessante, ma sinceramente troppo, troppo, di parte. Al di là delle esattezze storiche (in termini di date e consecutio di eventi) non restituisce quella che è l’oggettività storica delle vicende tibetane ed essendo scritto da una sinologa, la cosa non mi meraviglia. Pende vistosamente dalla parte cinese.
La Cina è sicuramente uno stato multietnico, chi lo ha mai negato? Gli spostamenti al suo interno sono stati numerosi e sono sempre in corso, ma questa affermazione non è condivisibile:
“Quella praticata dalla cina non è mai stata una “pulizia etnica”, bensì di fusione […] più che sterminarle i cinesi hanno comprato le minoranze”
i governi cinesi non hanno utilizzato la pulizia etnica (anche se hanno represso e massacrato all’occorrenza), ma hanno praticato quella che gli orientalisti (non-sinologi) chiamano “sinizzazione coatta”: hanno imposto la loro presenza e cultura con le armi, il più delle volte su popolazioni impreparate alla risposta militare. Non hanno colonizzato l’Asia a colpi di libri e millenaria sapienza. Non è fusione nè compravendita (semmai queste in un secondo momento).
Questo è avvenuto in tibet. Nel XVIII sec. la cina era impegnata nella difesa del proprio territorio interno, dagli attacchi delle popolazioni mongole d’Asia centr. (NB: i mongoli non sono solo quelli di Gengis qan…quelli sono diventati La Cina!), tribù mongole erano presenti anche in tibet, territorio che la cina occupò nel 1720, dichiarandolo proprio “Protettorato”.
Il tibet è rimasto per 2 secoli a fare da cuscinetto tra l’impero celeste e l’India britannica. Quest’ultima tentò numerosi avvicinamenti con il tibet, sostanzialmente per non scatenare le ostilità della cina “anche” lungo i confini settentr.dell’India (cina e impero brit. ebbero numerosi scontri in mare: vedi “guerre dell’Oppio”); i tentativi diplomatici inglesi furono felici per un po’ e la corona britann.ebbe un suo diplomatico a lhasa per molti anni.
Per 2 secoli il tibet, è riuscito a mantenere una sostanziale indipendenza, pur se considerato dalla cina proprio territorio. E si governò secondo la forma religioso/temporale mutuata dal buddismo: una ierocrazia laminista (parolona composta che sta ad indicare il Lama supremo come capo dello stato, con una politica regolata secondo le leggi religiose). Questa era l’identità del tibet prima del 1950, quando la cina -con l’esercito- entrò di nuovo nel paese rivendicandone la proprietà (in virtù dell’episodio del 1720).
Qui inizia una pesante occupazione, non solo militare e fortemente repressiva verso i monaci (perché questi erano le uniche figure culturali e politiche del tibet), ma soprattutto “umana”: centinaia di migliaia di cinesi (provenienti per lo più da zone rurali e molto povere) sono stati spinti/invogliati dal governo a trasferirsi in tibet. Coloni. Oggi il 50% degli abitanti di lhasa è cinese non-tibetano ed 1/3 della popolaz.tot. del tibet non è originario (e ci lamentiamo NOI italiani per qualche immigrato!!). Ecco, con questi “numeri” la sinizzazione forzata era inevitabile ed ora è insovvertibile.
Di ciò è perfettamente consapevole il Dalai L., per questo motivo non chiede l’indipendenza e non fomenta azioni violente. Sarà anche furbo e stipendiato dagli USA –come pensa la Colotti- ma sa benissimo che la sua gente non potrebbe affrontare uno scontro militare con la cina. Quindi chiede un auto-geverno, una semi-indipendenza: per evitare di perdere quel residuo di cultura tibetana (che NULLA c’entra con quella “propriamente” cinese, ti assicuro….Colotti scusa, pace all’anima tua, non me ne volere) e per impedire altre inutili morti. Se avesse creduto nell’utilità del sacrificio umano, il maestro avrebbe “sfruttato” proprio queste ultime, recenti e rimbalzate per tutto il globo. Avrebbe potuto chiedere aiuto a “chiunque” e lo avrebbe ottenuto. Perché la cina ultimamente è finita sulle scatole a molti. Non perché viola quotidianamente i diritti umani, ma perché sta annientando le economie di tutti i paesi industrializzati.
Sua Eccellenza ha invece chiesto “calma” ed ha invitato a non boicottare le olimpiadi…..ma ci rendiamo conto? Si?
Il problema ora, è che gli animi sono molto caldi e i tibetani esuli e non, sono stanchi. Perché la sinizzazione non si è completata e l’identità tibetana è ancora accesa (rafforzata dall’esilio) ed ha partorito i ribelli che ogni colonialismo genera.
Poi in tutto ciò dobbiamo sempre valutare le pressioni e strumentalizzazioni “estere”. Ma non posso farlo io, non so un cavolo di C.I.A.
Il Dalai Lama nel ’97 incontrò gli studenti de La Sapienza: ci fece morire dalle risate. Giuro! Non me lo trattate male. Please. E’ un po’ come se mi maltrattaste il CN, non si fa.
@luminal: Concordo con quello che hai scritto ma i complimenti vanno alla sinologa che scrisse tutto ciò nel 2000 sul manifesto. Parlando di questioni numeriche, i numeri sono delle entità senza parte, che tendono a prendere colore a seconda di chi li usa.
Così abbiamo 10 milioni di morti nei gulag sovietici, 6 milioni di ebrei che non sono mai esistiti(per coloro che negano la shoah), poi abbiamo ottocentomila profughi albanesi in fuga dai serbi “cattivi”, senza mai parlare dei degli altri ottocentomila serbi in fuga. Il discorso va indirizzato sulla non volontà della Cina di permettere ai suoi abitanti diritti umani, identità di popolo etc. I morti non vanno dimenticati e non vanno ammucchiati come numeri ciò rende impossibile immaginare l’orrore.
@ mafalda alias simona de Roma: hai ragione, era ed è un articolo di parte.
La verità di entrambi i commenti che abbiamo postato sta nelle omissioni di tutti e due. Lungi da me il non voler riconoscere l’identità di popolo del Tibet, negherei la mia stessa. La Cina considera suo il Tibet e se lo vuole tenere, la sinizzazione(concedimi la parola) nel senso di riduzione ad un unica cultura ed identità tutto il vasto subcontinente cinese è un obbiettivo molto antico e passa per la storia dell’unificazione di tutti i regni in un unico stato. Ripeto: il problema non è il Tibet ma la Cina stessa come nazione, anzi, vado più in la, è l’idea stessa di stato come soluzione sistemica per il mantenimento dell’ordine tra le microetnie. L’Italia stessa è un esempio in scala ridotta del problema cinese, solo che non lo si vuole riconoscere. Si è creato uno stato, si è inposta una lingua, una cultura unica: et voi là un popolo, una nazione, uno stato. Per inciso, non facciamone un problema di dimensioni.
@simona_rm: dimenticavo, il Dalai sarà pure un simpaticone e unu bravu guaglione, non voglio offendertelo, ma è il capo religioso di un mondo medievale, con tutto quel che ne consegue. Per inciso pure Berlusc*ni mi sta simpatico e mi fa tanto ridere, quando fa il venditore di spazzole al bar sport(il parlamento), questo non toglie che egli sia una persona potente che decide di tutti noi.
nelle parole e nella politica professata dal Dalai, non c’era e non c’è traccia di medievalismi. E’ una persona pefettamente centrata nel 3°millennio, se ha un “limite” è quello di essere troppo avanti. Non è l’uomo “tantrico” che pensi tu (sempre secondo me, e “me” non è nè buddista nè tibetologa, solo una mancata orientalista).
Trovo molto più medievale un regime che impedisce l’espressione, l’informazione, la comuncazione e impone il proprio pensiero con le armi. Questa è la cina, che ha sparato petardi in cielo di milioni di colori, per non far vedere che è entrata nel 3°millennio…in retromarcia.
(PS: a me Mr B fa caga…. soprattutto quanto tenta di fare il simpatico)
Scherzavo sul B*! Hai ragione, per quel che pensa il Dalai Lhama, sembra proprio una persona moderna, non vorrei che predicasse bene e razzolasse sul rusco. Non mi fido dei preti(di qualunque religione), sono i miei sensi di ragno a tenermene lontano e non mi fido, tanto meno dei leader del popolo che se la fanno con lo star sistem. Peronami, è un mio limite. Quanto alla mancata orientalista, bé, mica tanto! Mi piace quello che scrivi e come lo scrivi, sopratutto i mercoledi dal parrucchiere e ho condiviso gran parte di quello che hai scritto in risposta al mio post di “parte”.
Le puntualizzazioni erano all’articolo della Colotti non alla ricerca che stai facendo. E’ giusto cercare “campane” che suonano fuori dal coro, ascoltare una sola musica non aiuta la formazione dell’oggettività.
Continua a non fidarti dei preti, fai bene. Dalai o non Dalai non importa, l’importante è stabilire l’oggetività storica.
Mooooolto rassicurata dalla smentita su Mr B.
Quello che hai scritto non è nè una novità, nè una peculiarità cinese: tutti i regimi autoritari del 900, di qualsiasi colore, adottavano questi metodi per legittimare l’egemonia delle etnie maggioritarie. Questo lo teorizzavano sia Marx che Goebbels, nello stesso modo. Mi dispiace solo che nel mezzo si trova la religione più tollerante che davvero io conosca, e viene usata magari anche per far emergere i suoi lati più “oscuri”, artratamente creati dai religiosi e i loro alleati politici occidentali per affermare il loro primato e quello della loro civiltà. Anche questoè un film già visto, e che temo (come è già successo per l’Islam e l’Ebraismo) si ripeterà, anzi, si è già manifestato, con la famigerata setta Aum Shinrikyo di Shoko Asahara, quella che nel 1995 furono gli autori del massacro col gas sarin nella metropolitana di Tokyo
Io capisco le vostre obiezioni.
Le responsabilità della politica rispetto agli atleti sono ben più grosse e purtroppo subordinate alla convenienza, agli affari.
Ma la mia è una richiesta, è l’auspicio di vedere un gesto coraggioso e fortemente simbolico per rivendicare un diritto agli occhi di miliardi di persone;
la vetrina internazionale, la diretta televisiva, il carisma e la stima di cui uno sportivo gode agli occhi della platea può essere il miglior modo per veicolare messaggi positivi, sottovalutare la forza del gesto simbolico sarebbe miope:
cosa sarebbe oggi la Cina (e la nostra concezione di essa) senza l’immagine dello studente di Tienanmen dinanzi alla colonna di blindati?
(fermo restando che la Cina ha cancellato quell’episodio dai libri di storia)
non chiedo loro la lotta armata, la rivoluzione, l’indipendenza del Tibet, la liberazione dei dissidenti…io chiedo loro di veicolare un messaggio di pace e di libertà
lo sport per me è anche questo…lealtà, libertà e pace, non politica, o conflitto o peggio ancora affari
da che pulpito
Lo studente in piazza stava cercando di manifestare, non era una’tleta alle Olimpiadi.
Cioè secondo me a forza di sentire tutte queste polemiche stiamo predendo il punto focale della questione.
Sono i prodotti cinesi a dover essere boicottati, gli sponsor delle Olimpiadi.
Ma soprattutto sono i governi (per es. l’amico Bush) che dovrebbero evitare rapporti commerciali con certi regimi ma ormai la verità è che la Cina tiene tutti per gli zebedei.
Se fosse stata Cuba avrebbero boicottato tutti.
Dipende tutto dai rapporti commerciali.
Il gesto che tu chiedi potrebbe costare la medaglia o peggio a chi lo fa’.
Sarebbe bello come diceva ilbuonPeppe gareggiare, vincere e nel momento della premiazione rifiutare la medaglia ma scomettiamo che non lo farà nessuno?
Sono d’accordo con le premesse del comandante, non con le sue conclusioni.
Il CIO non doveva assegnare le olimpiadi alla Cina, i governi dovevano porre vincoli precisi e verificabili per la loro partecipazione. Questa era la loro responsabilità e a questa responsabilità si sono sottratti. Vigliacchi!
Questo però non assolve automaticamente tutti gli altri: la responsabilità è di tutti, ognuno deve fare la sua parte, per piccola che sia. Se così non fosse staremmo sempre ad aspettae che qualcun altro faccia le cose al nostro popsto, perchè ci sarà sempre qualcuno che ha una responsabilità più alta della nostra.
Non si tratta di “scaricare” sugli atleti quello che non hanno fatto i governi, ma di richiamare ciascuno di noi a riflettere su questi problemi ed a trarne le conseguenze che si ritengono opportune. E in ogni caso nessuno “pretende” niente.
Come ho scritto anche altrove, un gesto che credo sarebbe molto forte da parte degli atleti, sarebbe partecipare, vincere e rifiutare la premiazione. Non pretendo niente, gli atleti possono fare questa cosa, io ne posso fare altre molto meno visibili. A ciascuno il suo.
mi sembra proprio che ilBuonPeppe abbia centrato tutti i punti.
…e poi, Comandante, come si può sostenere che gli atleti non hanno ruolo politico?
Tutti coloro che possono “influenzare”, chi più chi meno, le persone hanno un ruolo politico (Bono, un cantante, non ha ruolo politico? Bob Dylan? e così via…); se migliaia (milioni) di persone pagano per vedermi giocare non ho un ruolo politico? via …
Ma comunque, ripeto, quoto in toto ilBuonPeppe: padronissimi di partecipare sbattendosene, padronissimi di fare gli gnorri, padronissimi di comportarsi come si vuole…dico solo che la mia stima per chi dovesse assumere un atteggiamento (atteggiamento non violento ed efficace, mi piace molto) come quello qui consigliato salirebbe ai livelli massimi per gli altri si abbasserà di conseguenza.
Non solo chi può “influenzare” ha un ruolo politico, ma tutti, nessuno escluso. Ciascuno di noi ha un ruolo politico, per il semplice fatto di vivere in una società.
spiego più sotto il fatto della maglia.
Ruolo politico in realtà ce l’abbiamo tutti perchè tutti facciamo scelte nella vita.
Nel proprio piccolo, lo dico sempre, tutti dobbiamo prenderci le ns.responsabilità ma forse voi non considerate cos’è un’Olimpiade per un atleta.
4 anni di duro lavoro e poche possibilità di partecipare x più di una o due volta.
Vi pare poco ciò che chiedono loro?
Smessi i panni di atleta potranno testimoniare a modo loro il loro dissenso, magari come i comuni mortali boicottando i prodotti cinesi e fabbricati in Cina.
Infatti, se vestono la maglia italiana non protesterebbero solo in loro nome, ma anche come atleti italiani. Lo spiego sotto.
Mah Francy,
è ovvio che ciascuno di noi, preso come singolo cittadino ha un ruolo politico.
però vorrei fa osservare una cosa.
Quando Bono e Bob Dylan assumono una posizione lo fanno per se stessi. Un atleta all’olimpiade indossa una maglia che è una bandiera nazionale.
Non vi sembra che in questo caso, eticamente, non può fare un atto politico indossando quella maglia?
Qualcuno lo ha delegato a rappresentare l’opinione nazionale?
E’ per questo che doveva intervenire il governo. Se un atleta, come cittadino, non riteneva giusto partecipare alle olimpiadi doveva rifiutare la convocazione e darne conto alla stampa.
In quel caso avrebbe fatto un atto politico a suo nome e basta.
Infatti concordo pienamente.
In fin dei conti un’atleta è persona più o meno comune, più o meno famosa.
Secondo me è di un’ipocrisia mondiale come “il pregar bene e il razzolar male” di G.W..
Va a fare il predicozzo fino in Cina?!Ma com’è messo?!
l’importante è essere convinti di ciò che si dice.
ne dubito però la tua frase ha un senso.
concordo con saverio e ilbuonbeppe. altre parole stesso concetto (come ho scritto anche in un commento a: “Olimpiadi di Pechino: Boicottaggio o Occasione di Dialogo?”).
Gli atleti facciano come ritengono giusto di fare, per loro il rischio è elevatissimo, rischiano di entrare in un ginepraio di burocrazie, incidenti diplomatici, squalifiche. La questione doveva essere presa a monte, con il boicotaggio delle olimpiadi da parte delle singole nazioni, ma nessuno ha avuto le palle per farlo(USA ed Unione Sovietica lo fecero e se non ricordo male anche la Corea del Nord). Restano per gli atleti, delle responsabilità enormi che potrebbero pagare negli anni a venire.
Per certi cambiamenti occorre tempo, forzare la mano oltre un certo limite può produrre effetti opposti.
La Cina è già preda di forze economiche spaventose, è giusto far notare le cose e spingere in una certa direzione ma non è saggio arrivare a posizioni di rottura da un momento all’altro quando appena pochi mesi fa non si è avuto il coraggio di ricevere il Dalai Lama o di fare qualche altro piccolo passo.
concordo. Tempo al tempo e senza ipocrisia, possibilmente.
Guarda Carlo lo fece anche a Cuba a Los Angeles.
Ma secondo te gli atleti erano contenti?Dopo giornate intere ad allenarsi?
Molti di questi 4 anni dopo non sono più riusciti ad entrare nei tempi per l’Olimpiade ed erano parecchi incazzati.
Hai ragione col scrivere la decisione presa a monte (l’ho scritto anch’io) però rimane il fatto che ci vanno di mezzo gli atleti mentre gli scambi commerciali continuano come se niente fosse.
Una cosa da boicottare sarebbe l’ipocrisia e basta.
Sorr’…Cuba a Los Angeles (non a Cuba)…
Penso che proprio per ipocrisia i vari paesi che hanno protestato non abbiano boicottato le olimpiadi che meglio avrebbero protetto gli atleti da qualsiasi ripercussione successiva ad un espressione di protesta del singolo. Comprendo il punto di vista degli atleti, da ex pseudoatleta, ma penso che esistano cose più importanti di una gara o di una medaglia(per quanto consideri fatue ed inutili le proteste per il Tibet, per non dire dannose).
Quello sicuro.
Ma se vedi che comunque i governi e la politica se ne disinteressano per i loro affari, ti chiedi “e chi sono io?”
Anche se credo fermamente nella libertà e nei diritti civili delle persone, sono certo che la mia protesta passarebbe in secondo piano con un “nulla di fatto” e oltretutto ci rimetto pure io atleta, sig.nessuno.
Nel clima egoistico che ci circonda credo sia il pensiero che accomuna un pò tutti.
Non credo sia giusto ma si fa’ fatica anche a criticarlo…
Hai ragione, per molti è poi l’ultima occasione per essere visibili e possibilmente ricordati, nessuno di loro, come si sta vedendo, è riuscito a rinunciare a questa vetrina. Non li biasimo affatto.
Secondo me la verità è che i giochi olimpici non andavano fatti in Cina.
O almeno non andavano fatti ora.
Poi fate voi.
P.S. <per un attimo ho sognato che l’ultimo teodoforo al posto dell’ ex campione olimpico plurimedagliato ed arcimiliardario…FOSSE IL DALAI LAMA.
Poi mi sono risvegliato. Che bella occasione ha perso la Cina!
Nel frattempo è scoppiata una guerra e qualche gesto lo abbiamo anche visto. Ed ora abbiamo la conferma che glli abbracci ,le conferenza stampa,le manifestazioni valgono quello che valgono ma non fermano mai le guerre.Di cambiare l’andamento economico dell’intero globo neanche a parlarne.
E mi viene anche il dubbio che Bush una decisione non l’abbia mai presa, che neanche s’arrischia a mettere becco nella politica estera americana che poi lo si sapeva già “funziona da se” da sessant’anni – vinca chi vinca – se mentre gli USA decidono come comportarsi lui rimane a guardare una partita di pallacanestro come un qualsiasi americano beota.