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Luigi e la Fortezza



Mercoledì 30 luglio 2008. Vado di primo mattino all’Ufficio Anagrafe di Milano; ho bisogno di autenticare una foto per rinnovare un documento. Arrivo presto, alle 7.45, sperando di evitare la fila e non fare tardi al lavoro. Ma prima di me c’è già una trentina di persone in attesa. Tuttavia, complice l’Ipod, l’aria fresca e (stranamente) il buon umore, mi metto in coda senza fiatare.
Mi guardo intorno: ci sono persone venute, come me, per sbrigare qualche normale pratica prima di partire per le ferie.

Poi ci sono molti stranieri, e tanti altri ne arrivano col passare dei minuti; ma non siamo davanti a un Consolato, non ci sono ricchi turisti occidentali. Siamo all’anagrafe, e questi stranieri sono immigrati, migranti, o come preferite chiamarli. Affianco a me una signora moldava, con cui faccio due chiacchiere. E’ appena arrivata a Milano dopo otto anni in Toscana, è in fila per il certificato di residenza; una famiglia africana, le donne vestite con abiti tipici dai colori sgargianti; una signora con il velo, quello nero che copre anche la bocca e la fronte e lascia in vista solo gli occhi; una coppia, lei nord-africana, lui all’apparenza sudamericano. Ce ne sono tanti, di sudamericani, qui a Milano, specie di seconda generazione, che parlano benissimo l’italiano, spesso anche con l’accento milanese.

Alle 8.30 l’ufficio apre: l’imponente cancello grigio scuro che sbarrava l’ingresso scende, proprio così, scende, scomparendo nel pavimento dell’edificio e libera l’entrata: tutti correndo, entriamo alla ricerca del numeretto e poi dello sportello che ci interessa. Una donna sudamericana, esile e con gli occhi a mandorla, inizia un alterco per questioni di fila con un ragazzo all’apparenza cinese. Mi metto in mezzo e la discussione finisce lì.

La scena mi ricorda quei film di assedio alla fortezza, Kingdom of Heaven o Braveheart.
Ma questo richiamo, rifletto, è corretto solo nella sua estetica, nella sua apparenza: queste persone, questi migranti, immigrati sono qui in cerca di un riconoscimento, di una legittimazione. Vogliono mettersi in regola, o continuare a vivere secondo le regole. Vogliono essere come noi, diventarlo, o continuare a esserlo.

Rifletto: che io abbia la cittadinanza e la residenza in Italia, sinceramente, non è che m’importi poi tanto. E talvolta, diciamolo,quasi quasi ne farei anche a meno, se potessi me ne andrei da qualche altra parte. Ma questa gente, diversa per età, sesso, colore, lingua, sembra lottare, con speranza o con disperazione, per ottenere quello che io dò per scontato. Sembra quasi consolatorio, suona quasi come un’ammonizione: Quello che tu disdegni distrattamente, altri anelano con forza. Non sarà che non è così male quello che hai?

Venerdì, 1 agosto 2008. Porto un jeans ad accorciare in un negozio appena aperto, vicino casa mia a Milano. E’ gestito da una coppia di cinesi. Nel locale ci sono anche i figli, una femmina e un maschio. Quest’ultimo avrà 6 anni; appena entro mi si avvicina e mi osserva, ancora in groppa al suo monopattino. Mi giro verso di lui, gli sorrido e chiedo: “Nihao-ma?” (come stai?), due delle poche parole che conosco in cinese. La mamma mi sorride e mi dice: “Non parla cinese”. Allora gli chiedo in italiano: “Come ti chiami?” e lui “Luigi, e tu?”, mi dice. “Pierluigi”, rispondo, mentre penso che anche Luigi parla con un leggero accento meneghino.

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Pierluigi
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Comments

13 Risposte a “Luigi e la Fortezza”
  1. Doxaliber scrive:

    Pierluigi non parla cinese, conosce soltanto l’italiano e probabilmente si sente italiano, come i suoi compagni di classe, ma per lo Stato italiano lui italiano non è e potrebbe non diventarlo mai. Paradossi del sistema giuridico.

  2. Bellissimo post e bellissima riflessione. Ci è così facile dimenticare quanto siamo fortunati, quante cose abbiamo, quanto la nostra condizione sia invidiabile per chi non ha nulla. Consiglio sempre, a chi parla male di immigrati, di ricordare ciò che noi fummo. Quanto milioni di italiani sono stati costretti ad attraversare gli oceani per trovare una collocazione, una casa, un lavoro, una lingua, una legittimazione come persone. Ciò che oggi sono gli asiatici, gli africani, gli europei dell’est, ieri lo fummo noi. E ci sentimmo apostrofare come dagoes, mafiosi, greaseball, cafoni, spesso nella nostra stessa patria (meridionali a Torino e a Milano, ancora una trentina di anni fa, guardati con disprezzo e sospetto). Puzzavamo di aglio e sudore, eravamo sporchi e laceri, mettevamo in vendita corpi e figli (si, anche figli, consiglio di leggere il bellissimo saggio di G.A. Stella “Orda – quando gli albanesi eravamo noi”), lottavamo e delinquevamo. E’ così facile dimenticare? E’ così difficile capire che oggi siamo noi quelli ricchi, quelli la cui lingua bisogna imparare, quelli davanti ai quali bisogna abbassare lo sguardo e abbozzare? Riflettiamo, su tutto questo. Anche grazie a questo bel post.
    Laura

    Laura Costantini post: Le colpe dei padri, ancora e di più

    • Oris scrive:

      La cosa triste Laura, è che quando dico le stesse cose ai parenti di mia moglie (Caserta) ricordandogli quanto gli italiani meridionali abiano subito di pregiudizi non più tardi di 3o anni fa mi sono sentito rispondere “…e allora? Ora tocca a loro!” :)

      Tutto normale, siamo fatti così, vogliamoci ben per quello che siamo… piano piano…

      • ugasoft scrive:

        io invece ODIO i miei conterranei quando ragionano come i parenti di tua moglie…

        non ce la faccio proprio a voler bene. la limitatezza di persone che la pensano così influenza direttamente il mio futuro e quello dei miei figli.

        non ce la faccio più ad essere tollerante e/o indifferente verso chi direttamente e/o indirettamente danneggia il mio pianeta.

  3. simona_rm scrive:

    La stanzialità è un evento assolutamente relativo nella storia dell’umanità, limitato nel tempo e nello spazio. La cosiddette grandi civiltà nascono da episodi stabili, ma si arricchiscono continuamente di interventi migratori, altrimenti morirebbero per endogamia. Invece così, possono rinnovarsi continuamente in un perpetuo sincretismo che produce nuova vita.

    L’uomo emigra da sempre, non per piacere ma per necessità. E continuerà a farlo. Nessuna legge può fermare questo fenomeno, può solo trasformarlo in “illegale”….costringendo gli immigrati a vivere da illegali.

    Grazie per la riflessione, Pierluigi.

    • oUt. scrive:

      la prospettiva storica è interessante, con un distinguo importante.
      Questa era cosiddettà della globalità è, per paradosso, l’era in cui sono invero macroscopiche le differenze tra i popoli.
      Quando Bodhidharma andò in Giappone percorse figurativamente secoli di storia totalmente diversi tra loro, oltre che una distanza immensa, ma trovò un territorio in cui il suo pensiero potè essere inteso.
      La mente dell’homo tecnologicus contemporaneo per contro è diventata più limitata… gli uomini sono diventati estensioni di apparati produttivi e apparati distinti provocano distinzioni tra gli uomini, differenza che li rendono muti e sordi gli uni agli altri.
      Anche la ristretta elite che riesce a comunicare direttamente via web non ha la possibilità (nonostante si parli tutti l’inglese) di comprendersi e comunicare che avevano le grandi masse migratorie in epoca precoloniale, ove le differenze tra gli uomini erano marginali, le esigenze erano analoghe, le strutture che assumevano le diverse società, nonostante la distanza, erano davvero meno rilevanti di quelle attuali.

      • simona_rm scrive:

        Grazie per la “prospettiva storica”, in realtà nella mia considerazione non ce n’è! :) “appiattisco” l’evo attuale sull’antichità. Così non trovo differenze macroscopiche tra i migranti di oggi e quelli del passato.
        Certo, tutto va contestualizzato all’epoca in corso, ma il fatto di essere sordi gli uni agli altri, non è una caratteristica precipua dell’era tecnologica, ma di cause storiche che si sono già verificate in passato, provocando la medesima “sordità”.

        Spiego meglio: la mia considerazione parte molto più indietro dell’era coloniale; trovo similitudini tra le grandi migrazioni epocali dell’antichità e quelle moderne e contemporanee. Le ragioni degli spostamenti sono più o meno le medesime e la massa dei migranti è costituita sempre dai più bisognosi. Occasionalmente e per precisi motivi economici e politici, migrano anche “altri”. Ma in genere, nelle nuove destinazioni si vanno ad ingrossare la classe medio-bassa.
        Sistemi statali stabili sono stati messi fortemente in crisi da questo fenomeno, ieri come oggi; forme di “resistenza” alle pressioni migratorie si verificano sempre quando divengono economicamente insostenibili. In questo momento stanno producendo delle aberrazioni, che in passato si sono potute evitare perché la migrazione “globale” è stata contenuta dalla esistenza di terre vergini (o quasi), dove l’umanità ha potuto distribuirsi.

        Su questa puntualizzazione: “gli uomini sono diventati estensioni di apparati produttivi” , sono perfettamente d’accordo.

  4. Il reato di immigrazione clandestina, ad esempio, una cagata.
    Queste persone sanno bene da cosa fuggono, altrimenti non lo farebbero, e se ne fregano di cosa trovano nel luogo dove emigrano.
    Aggiungo che anche se mettessero la pena di morte per gli immigrati come “deterrente”, questi se ne fregherebbero…meglio morire sulla sedia elettrica che morire di fame, AD ESEMPIO.

    CogitoergoVomito post: IL "DECRETO SICUREZZA"

  5. Oris scrive:

    Io mi preoccuperei dell’emigrazione dei nostri tecnici e/o dottori-ricercatori.

    Anche il neo-ingegnere che mi ha aiutato in tutto questo tempo nello sviluppo del gestionale sembra debba andare via dall’italia…. :(

  6. vanda scrive:

    Già. appena si alza la testa dalla melma, si trova puzzolente chi è giusto sotto di noi, se poi si arriva a galleggiare la paura di tornare sotto ci priva della nostra empatia. Chi poi riesce ad arrivare alla terra ferma si crede subito di una razza superiore.
    Io non mi nascondo il fatto che la paura a volte, mi porta verso una deriva dei sentimenti nonostante le mie convinzioni, ma sono proprio queste convizioni che cerco di tenere ben presenti, sempre, a farmi comprendere che tutta l’umanità indistintamente ha diritto alla terra ferma alla stabilità del vivere quotidiano, la paura di perdere quello che si ha in più rispetto agli altri porta solo all’intolleranza. La soluzione sarebbe appunto avere tutti il giusto ne’ più nè meno. E, IN ATTESA DI TEMPI MIGLIORI, veicolo il mio odio verso tutti coloro che hanno accumulato più quanto possa loro servire in più di due vite. nell’ordine:
    SPECULATORI e affini
    POLITICI e affini
    CALCIATORI e affini
    INDUSTRIALI e affini
    DIRIGENTI e affini
    sono quella razza che si crede superiore e che scandalosamente priva tre quarti dell’umanità del diritto di sopravvivenza.

  7. Oris scrive:

    Io più che il “giusto” (per chi?) direi che tutti devono avere il diritto all’indispensabile.
    Non sono daccordo agli appiattimenti verso il basso, per una specie come la nostra credo sarebbe equivalente all’estinzione.

    Bisogna imparare anche a apprezzare il merito altrui, perfino quando ci sovrasta e a farne tesoro, sotterrando le eventuali invidie.

    L’importante è poterlo fare partendo da una situazione che permetta dignità.

  8. vanda scrive:

    Ad Oris, non riesco a risponderti direttamente, c’è qualche problema nel sito.
    Assolutamente d’accordo sulla dignità però sappi che la mia non è invidia, trovo semplicemente vergognoso che una persona possa percepire guadagni enormi neanche lavorasse 100 ore al giorno per 100 anni senza mai riposare, cosa,sarai d’accordo umanamente impossibile, mentre ci sono altre persone che pur lavorando tanto, non arrivano a fine mese, non è questione di meritocrazia e questione di giustizia (es: un calciatore che meriti ha più di un operaio?). Per quanto riguarda poi l’appiattimento verso il basso penso, che la continua rincorsa verso l’alto ci porterà comunque all’estinzione. Che ne dici se il merito di una persona si misurasse diversamente per esempio, in base al beneficio sociale, che può derivare da ciò che fa, e il riconoscimento fosse, non il denaro ma il il rispetto. Sai, in questo modo anche una casalingha si sentirebbe orgogliosa e saremmo tutti meno furbi e più concreti.

  9. Oris scrive:

    Mah, io odio il calcio.. quindi tralascio.

    Ma permettimi di dissentire. Io me ne fotto se c’è chi guadagna mille volte di quanto guadagno io, bene per lui, non la vedo una ingiustizia, mi scoccierebbe di non poter campare bene e tranquillamente con il mio lavoro semmai

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