Informazione, Disinformazione e Libertà di Opinione in Italia
26 luglio, 2008 di Adetrax
Archiviato in Democrazia e Diritti, Informazione
Durante la nostra vita siamo chiamati a prendere continue decisioni in grado di influenzare il corso della nostra e dell’altrui vita. Per poter decidere in maniera assennata e non casuale sulle questioni più importanti, è auspicabile avere un numero sufficiente di elementi su cui basare le proprie scelte; in breve, per poter decidere bene è spesso utile conoscere la realtà e utilizzare quel minimo di esperienza che ogni persona accumula nel corso della sua vita.

Quando mancano elementi sufficienti per formare una conoscenza non eccessivamente lacunosa dell’argomento oggetto di una decisione ci sono almeno tre possibilità:
1) ci si può astenere dal prendere una decisione (cosa non sempre possibile);
2) si può dilazionare la decisione e proseguire nel processo di acquisizione delle informazioni utili a prenderla;
3) ci si può fidare della proposta o del consiglio di chi ha una conoscenza maggiore.
Da quanto affermato si comprende la fondamentale importanza del processo di acquisizione, veicolamento e trasmissione dell’informazione, che assume quindi un ruolo centrale nella dinamica di acquisizione della conoscenza.
In questo contesto non si può non citare la gnoseologia ovvero la branca della filosofia che si occupa della teoria della conoscenza; quando questa interessa il campo scientifico è denominata anche epistemologia.
Allargando il concetto di informazione alla generica eterogeneità dei dati o anche delle notizie che quotidianamente ci investono, spesso ci si domanda: che cos’è realmente l’informazione ?

L’informazione infatti non è costituita solo da dati oggettivi scientificamente misurabili e dai risultati delle loro elaborazioni, ma anche dalle generiche descrizioni di uno scenario o di un procedimento che sono spesso accompagnate da ipotesi, tesi, dimostrazioni, giudizi ed opinioni sia di chi li trasmette che di chi li riceve o acquisisce e li sottopone alla personale valutazione.
In questa dinamica si coglie un aspetto interessante, ovvero che durante lo scambio di informazioni da parte di un soggetto emittente verso un soggetto ricevente, quest’ultimo tende ad accettare il risultato dell’elaborazione altrui tanto più facilmente, e spesso acriticamente, quanto maggiore è l’accreditamento della fiducia da lui riposta nel soggetto emettitore e quanto più è impossibilitato a verificare direttamente la validità dei dati ricevuti.
In un mondo ideale, ove tutto fosse oggettivamente e facilmente verificabile oppure dove qualsiasi atto di fiducia fosse sempre ben riposto, il problema della gestione dell’informazione sarebbe assai meno problematico di quello del mondo reale in cui siamo immersi.
Dato che questo mondo ideale per ora è ancora molto lontano da quello reale, abbandoniamo parimenti gli alti concetti sul noumeno dell’informazione e concentriamo l’attenzione sul significato sociale comunemente attribuito alla parola informazione, ovvero al sistema che acquisisce, presenta e distribuisce notizie giornalistiche.
Ogni essere umano acquisisce, elabora e ritrasmette informazioni, tuttavia quando questo processo è attuato su larga scala e coinvolge milioni di persone su aspetti delicati della vita sociale o politica di uno stato, ecco che le modalità e la correttezza della gestione di queste informazioni diventano fondamentali per preservare dinamiche di interazione corrette fra chi concede il potere
e chi lo amministra.
Anomalie volute e sistematiche in questi processi informativi possono infatti diventare strategiche per facilitare la manipolazione o lo sviamento del giudizio dei cittadini di uno stato che, in questo modo, possono essere artificialmente limitati in tutto o in parte nell’effettivo esercizio dei loro diritti e doveri.
In breve associamo alla parola informazione, il sistema dei media che acquisiscono, confezionano e ritrasmettono contenuti informativi di tipo giornalistico in grado di diffondere conoscenza e formare conseguentemente opinioni.

La Freedom House (casa della libertà) analizza la situazione dell’effettiva gestione delle libertà fondamentali, inclusa quella dell’informazione ovvero della stampa, ma non solo, nei vari stati del mondo.
La classificazione tiene conto di quanti condizionamenti l’informazione in generale subisce in una scala da 0 (la migliore) a 100 (la peggiore).
I punteggi da 0 a 30 classificano l’informazione come libera, da 31 a 60 come parzialmente libera, da 61 a 100 come non libera; si tenga conto che nel 2007 solo il 17% della stampa mondiale è risultata essere libera, il 40% è risultata essere parzialmente libera e ben il 43% è risultata non libera.
Giusto per inquadrare subito la situazione italiana, possiamo affermare che dal 2004 al 2006 è risultata essere parzialmente libera e solo nel 2007 è tornata, per un soffio, ad essere classificata fra quelle libere; nel rapporto 2008 l’Italia potrebbe (non è detto) tornare fra quelle parzialmente libere.
Le nazioni che precedono l’Italia sono le seguenti:
Finlandia, Islanda, Belgio, Danimarca, Norvegia, Svezia, Lussemburgo, Svizzera, Andorra, Olanda, Nuova Zelanda, Liechtenstein, Palau, Portogallo, Giamaica, Estonia, Germania, Irlanda, Principato di Monaco, Santa Lucia, Stati Uniti d’America, Bahamas, Barbados, Canada, Isole Marshall, Malta, Saint Vincent e Grenadine, San Marino, Repubblica Ceca, Lituania, Latvia, Inghilterra, Costa Rica, Dominica, Micronesia, Saint Kittes e Nevis, Slovacchia, Taiwan, Australia, Austria, Belize, Francia, Ungheria, Giappone, Slovenia, Cipro, Polonia, Spagna, Suriname, Granada, Mali, Trinidad e Tobago, Vanuatu, Grecia, Ghana, Isole Mauritius, Kiribati, Tuvalu, Nauru, Sud Africa, Capo Verde, Guaiana, Israele.
Per chi non l’avesse intuito l’Italia è 64 esima su 195 nazioni, con un punteggio di 29/100 che deve essere inquadrato fra 9/100 della Finlandia e i 97/100 della Corea del Nord, senza dimenticare che Cuba, Libia e Turkmenistan osservano fiduciose dall’alto del loro 96/100.
I risultati del 2007 di tutti i paesi sono sintetizzati nel rapporto 2007 sulla libertà di stampa (in senso esteso).
La metodologia usata per la classificazione si fonda su semplici criteri che si basano su quanto dice l’articolo 19 della dichiarazione universale dei diritti umani, ovvero:
Ognuno ha il diritto della libertà di opinione ed espressione; questo diritto include la libertà di mantenere opinioni senza interferenze e di poter cercare, ricevere e trasmettere informazioni e idee attraverso qualsiasi media indipendentemente dalle frontiere (nazionali).
Le valutazioni delle violazioni sono prodotte da gruppi di esperti che seguono per quanto possibile dei metodi di analisi rigorosi e indipendenti che prendono in considerazione 3 ambiti (legale, politico, economico) secondo regole riportate nella sopracitata metodologia e qui liberamente tradotte (senza alcuna garanzia) per i non anglofoni.

A) Ambiente legale (0-30 punti sul totale)
1. La costituzione o altre leggi base, contengono provvedimenti disegnati per proteggere la libertà di stampa e di espressione, e sono fatti rispettare ?
2. Il codice penale, le leggi sulla sicurezza o qualsiasi altra legge, restringono la cronaca, e i giornalisti sono puniti in base a queste leggi ?
3. Ci sono pene per la diffamazione di pubblici ufficiali o lo stato e sono imposte ?
4. E’ indipendente la magistratura ? E la corte (dei giudici) giudica casi che interessano l’imparzialità dei media ?
5. E’ disponibile la legislazione sulla libertà di informazione e i giornalisti sono capaci di usarla ?
6. Possono le persone o le entità d’affari costituire e gestire media privati senza indebite interferenze ?
7. Le entità che regolano i media, come l’autorità delle trasmissioni o la stampa nazionale o il consiglio delle comunicazioni, sono capaci di operare liberamente e indipendentemente ?
8. C’è la libertà di diventare un giornalista e praticare giornalismo ?
B) Ambiente politico (0-40 punti sul totale)
1. Fino a che punto i media che gestiscono notizie e il contenuto dell’informazione, sono determinati dal governo o da un particolare interesse di parte ?
2. L’accesso a fonti ufficiali o non ufficiali (di notizie) è controllato in genere ?
3. C’è una censura ufficiale ?
4. I giornalisti praticano l’auto-censura ?
5. E’ robusta (estesa) la copertura dei media ? Riflette la diversità dei punti di vista ?
6. Possono i giornalisti locali e stranieri occuparsi di notizie liberamente ?
7. I giornalisti e i media sono soggetti a intimidazioni al di fuori della legalità o a violenza fisica da parte delle autorità di stato o qualsiasi altro attore ?
C) Ambiente economico (0-30 punti sul totale)
1. Fino a che punto i media sono posseduti e controllati dal governo ? Questo influenza la loro diversità di vedute ?
2. E’ trasparente la proprietà di media privati, permettendo così ai consumatori di giudicare l’imparzialità delle notizie ?
3. E’ la proprietà dei media privati altamente concentrata e influenza la diversità dei contenuti ?
4. Ci sono restrizioni sui mezzi economici della produzione e distribuzione giornalistica ?
5. Pone lo stato dei costi tanto alti da risultare proibitivi sulla creazione e gestione dei media ?
6. Lo stato o altri attori, cercano di controllare i media attraverso l’allocazione della pubblicità o altre sovvenzioni ?
7. I giornalisti, ricevono pagamenti da fonti private o pubbliche il cui scopo è di influenzare il loro contenuto giornalistico ?
8. La situazione economica in un paese, accentua la dipendenza dei media dallo stato, dai partiti politici, dal mondo degli affari o da altri attori politici influenti, per la raccolta di fondi ?

Con riferimento alla situazione italiana si nota che c’è qualche domanda cui si potrebbe dare subito una risposta positiva, ma in questo contesto è forse utile sollevare anche altre legittime domande e provare a fare su queste qualche semplice ragionamento.
1) In Italia l’informazione è realmente controllata ?
Allo stato attuale è certo il fatto che ci sono delle concentrazioni di proprietà nelle mani di pochi soggetti che paiono spesso avere accordi di non belligeranza fra loro.
Alcuni media statali sono filo-governativi e quando un soggetto già proprietario di gran parte dei media privati, acquisisce la capacità di influenzare, seppure molto indirettamente, anche quelli statali, ecco che si può verificare un anomalo sbilanciamento nella varietà e nell’obiettività della vera informazione.
2) Se i contenuti dell’informazione di massa sono indirettamente influenzabili, con quali modalità si ipotizza che si attui tale velato controllo ?
Questo è un punto molto delicato, in realtà, salvo casi rari e conclamati di Fede talebana, non risultano esserci delle imposizioni dirette ed esplicite nei confronti dei giornalisti e dei presentatori di notizie, piuttosto ci potrebbero essere degli inviti, sotto forma di consigli, a fare scelte opportune e prudenti, ad es. evidenziando determinate notizie piuttosto che altre, presentandole secondo enfasi che non rispecchiano esattamente la loro importanza in termini assoluti, o a dare precedenza a lavori accessori volti a soddisfare gli inserzionisti o comunque chi paga la pubblicità e che guarda caso non lasciano molto tempo per inchieste o approfondimenti di qualità.
La stessa mitizzazione delle figure dell’investitore, dell’inserzionista, del generoso sostenitore “a patto che …“, potrebbe essere leggermente enfatizzata per presentarli come degli oscuri babau dal retro-pensiero sfuggente e con reazioni tanto imprevedibili quanto gli inattesi effetti che un’improvvida farfalla, sbattendo le ali in Cina, può provocare in America.
3) Ci sono particolari conseguenze negative derivanti dalla tendenza a “orientare” la presentazione delle notizie ?
Le conseguenze, se ci sono, sono piuttosto striscianti, nel senso che aumentano impercettibilmente con l’aumentare del tempo per cui perdurano.
Ad esempio fra i fruitori dell’informazione, può non tanto diminuire la capacità di percepire aspetti anomali, quanto può aumentare l’abitudine a conviverci come se fossero qualcosa di normale e quotidiano; questo è tanto più vero quanto più passa il tempo e si formano nuove generazioni di persone assuefatte che non hanno visto la differenza fra il prima e il dopo.
Si possono quindi formare delle distorsioni e delle conseguenti inefficienze sistemiche causate da uno scollamento fra la realtà percepita e quella effettiva.
4) Il finanziamento pubblico dell’editoria, maggiorato per i giornali di partito, ha un ruolo in questa azione di orientamento ?
Probabilmente no, se ce l’ha è perché qualcuno si convince che è opportuno e conveniente che lo sia.
5) I sopracitati finanziamenti, sono da considerarsi un’anomalia tutta italiana da cancellare, come sostiene qualcuno, o sono qualcosa di potenzialmente sensato ma usato nel modo sbagliato (all’italiana per intenderci) ?
La problematica non è nuova essendo stata affrontata in molte inchieste, es. report aprile 2006 e disquisita da schiere di novelli Catone, tuttavia, anche per questo, non può essere ignorata.
L’attuale gestione di tali fondi è sicuramente poco virtuosa e sui quantitativi di denaro elargiti, nonchè sulla loro distribuzione e i metodi adottati per calcolare gli importi, se ne può discutere, però prima facciamo qualche ragionamento in merito.
Se uno dei nemici della libera informazione è la mancanza di indipendenza, anche economica, allora la sovvenzione che uno stato concede liberamente a chi dichiara di volersi impegnare nel campo dell’informazione e in ultima analisi dell’ambiente sociale, può avere un senso e probabilmente è sempre meglio che avere un finanziatore privato con mire politico-economiche o degli inserzionisti pretenziosi che hanno desideri inconfessabili.

Marco Travaglio sostiene che se ci fosse un tetto alla pubblicità in televisione, parte di quella pubblicità utilizzerebbe altri media, fra cui la carta stampata, per presentarsi al grande pubblico.
In breve anche i quotidiani, i settimanali, ecc. dovrebbero essere supportati solo dagli introiti derivanti dalle vendite dei giornali e dai pagamenti degli inserzionisti; in questo modo, se tali media dipendessero maggiormente dalle vendite e dalle preferenze dei lettori, essi cercherebbero di investire maggiormente nella qualità dell’informazione prodotta per distinguersi dai concorrenti, innescando cosi’ una competizione virtuosa.
A parte il fatto che il sistema pubblicitario televisivo ha una funzione complementare a quella di altri media, quanto sopra auspicato già succede da sempre per l’editoria non basata sulla diffusione delle sole notizie giornalistiche (es. riviste di settore, ecc.).
In questo contesto vale la pena elencare gli effetti negativi che possono sorgere con tali provvedimenti, ovvero che:
A) la qualità dei contenuti offerti si appiattisca comunque verso il basso al fine di minimizzare costi e impegno, con un effetto simile a quello provocato dai cartelli societari non dichiarati;
B) la pubblicità invada oltre ogni limite lo spazio di lettura a scapito dei contenuti originali diretti ai lettori;
C) i grossi inserzionisti ed investitori, assieme allo spazio acquistato e pagato, siano tentati di influenzare, con le loro amichevoli conversazioni, con i loro velati e appena accennati desideri, le politiche editoriali grazie a responsabili che prontamente scelgono la via del soddisfacimento dei desideri altrui inserendola senza problemi nella propria professionalità.
Ecco allora che la relativa indipendenza economica garantita da un minimo di finanziamenti statali (per quanto deprecabile sia il concetto stesso di finanziamento statale), potrebbe, in teoria, porre le premesse per un’informazione imparziale e di qualità; purtroppo essendo le sovvenzioni in gran parte legate alle vendite ed essendo questo meccanismo calato nella realtà italiana, provoca un po’ troppo spesso l’effetto opposto.
6) Come si può aumentare la trasparenza e la qualità dell’informazione italiana ?
Obiettivamente è una domanda che potrebbe essere fatta anche in altri campi, ma la via pare essere quella del rispetto delle regole, della valorizzazione della professionalità, della coscienza civile e dell’onestà intellettuale aggregata, ovvero di qualità condivise e percepite come valori importanti non solo da poche singole persone, bensì da tutti i componenti dei gruppi di lavoro operanti nel campo dell’informazione.
Queste qualità ci sono senz’altro in tanti stimati operatori del settore, basterebbe solo che fossero un po’ più diffuse e condivise.
Forse qualche cambiamento importante è già iniziato con l’aumento dei canali informativi offerti dai nuovi media che stanno indirettamente stimolando gli attori tradizionali a fare meglio.
Concludo queste embrionali riflessioni sull’informazione di massa sperando che il sistema Italia cerchi di resistere un po’ di più alle tentazioni dal fascino oscuro e non scivoli nuovamente oltre la soglia dei paesi con informazione parzialmente libera.
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Impeccabile.
capolavoro di articolo
Qualche imperfezione c’è, es.:
in realtà per i giornali sono legate principalmente alla “tiratura”.
Complimenti vivissimi. Un approfondimento sul tema come se ne trovano raramente.
Ne approfitto per lanciare una proposta (non necessariamente originale) che risponde, secondo me, all’ultima domanda.
Riforma della RAI
- proprietà pubblica
- nessun controllo da parte dei poteri esecutivo e legislativo (magari un cda che sia espressione di varie istituzioni culturali)
- abolizione della commissione di vigilanza
- abolizione del canone e finanziamento con la fiscalità generale
- vincolo nella fascia 8-22 a trasmettere almeno per il 70% informazione e cultura
- riduzione a due reti, una nazionale una (realmente) regionale
- la rete regionale deve avere programmazione locale almeno al 70% nella fascia 8-22
Ottime proposte, però personalmente lascerei almeno due reti nazionali (per questioni di varietà di offerta).
Segnalo anche le mappe storiche sulla libertà di stampa nel mondo dal 1984 al 2007.
grazie. Begli spunti
Molto interessante grazie. Se ci retrocedono, ora che ho imparato ad usare il pc per informarmi, il prossimo passo sarà imparare il finlandese.
San Marino o la Svizzera sono più vicine
Ecco la lista completa dei paesi con il punteggio relativo alla libertà di stampa nel 2007.
Ricordo che la percentuale del 17% si riferisce alla percentuale di popolazione mondiale che gode di stampa libera, mentre quella del 38% si riferisce al numero di nazioni che hanno una stampa libera.
Analisi ammirevole, dotta e puntuale senza essere pedante.
È sempre bello vedere qualcuno che condivide l’impostazione razionale ma riesce a non lasciarsi andare a rampogne inferocite come le mie
Corretta anche dal punto di vista delle scienze sociali e della comunicazione, il che per me è sempre un gran piacere ^______^
Sarà bello riportare il tuo post sul mio blog… con i dovuti link e attribuzioni, è ovvio
Oh, ho gradito molto anche l’aver trovato una cosa che volevo fare io da un po’ e rimandavo per mancanza di tempo: una spiegazione riassuntiva ma accurata dei meccanismi con cui la House of Freedom valuta la libertà di stampa.
Grande ^________^
E… ehm… scusate il doppio posting, ho il cervello a due tempi come i motori a vapore ^__^’