I Diversamente Meritevoli 56


Io sono una di quelle persone che in ambito lavorativo non si sono specializzate. Il pensiero del lavoro inteso come realizzazione del mio cammino non ha caratterizzato la mia vita. In fondo non ho mai realisticamente deciso cosa volevo fare da grande, e nello specchio segreto del mio ormai anziano cervello probabilmente sono ancora nella fase in cui si pensa che da grandi faremo l’attrice, la scrittrice o l’astronauta.

Nonostante cio’, non essendo nelle condizioni di vivere di rendita, nel corso della mia vita ho lavorato, e di persone come me sui posti di lavoro ne ho incontrate tante. Alle loro (alle nostre) spalle storie diversissime, tristi, felici, scelte consapevoli, scelte sciagurate, determinismo degli eventi, filosofia di vita, grande cultura, grande ignoranza. Nessun vero comune denominatore tra i precari cronici degli anni 80 e 90, tranne forse la priorita’ invincibile di altri fattori rispetto alla vita lavorativa, comprendendo in questi “altri fattori” i piu’ disparati e dissimili accadimenti inscrivibili in due grandi insiemi: l’ impossibilita’ di fare altrimenti e la scelta di non fare altrimenti.

Filosofi in attesa di affermazione, viaggiatori, studenti perpetui, individui appesi alle risposte e alle fughe di un amore, persone chiuse in un loro mondo che lavorano, e bene, con il corpo mentre la loro mente e’ altrove. Persone semplici, persone complicatissime, disperati, giocatori, malati veri, malati immaginari, analfabeti, colti, divorziati recidivi, persone “troppo avanti”, persone “troppo indietro”: gente che stava sempre per fare un’altra cosa, per disgrazia o per fortuna era davvero una questione soggettiva.

Devo dire che non ho notato che a questa transumanza impiegatizia facesse seguito necessariamente un caos di inefficienza nelle proprie mansioni : ho visto un cuoco stagionale in Corsica, la cui sola esperienza culinaria si rifaceva all’osservazione nella cucina della mamma in Normandia, preparare magnifiche composizioni di insalate, e imparare velocemente il necessario per gestire con cura una cucina, prima di ripartire alla volta di un nuovo diverso lavoro; ho visto una donna taciturna fino al mutismo e sciatta curarsi in maniera impeccabile della pulizia degli ambienti di uno studio medico, prima di sparire verso altri lidi per me misteriosi come i suoi pensieri. Certo, se gestivi un 5 etoiles ti prendevi uno chef 5 etoiles (e gli pagavi anche uno stipendio 5 etoiles), ma se gestivi una trattoria sulla spiaggia di Calvi al figlio viaggiatore della massaia normanna potevi tranquillamente dare una possibilita’; se gestivi l’igienizzazione di sale operatorie ti affidavi naturalmente a professionisti attrezzati, ma se ti occupavi di organizzare la pulizia serale di uffici anche a una signora stile Misery di Stephen King non avevi motivo di chiudere la porta in faccia.

Detto questo, e cioe’ che precario non ha mai significato cialtrone, era chiaro comunque che esistevano determinati lavori che potevano essere svolti senza grandi specifiche competenze: pulire, cucinare semplici cose se non si e’ proprio negati, lavare i piatti (con il walkman che trasmette Mozart, oh sublime contaminata liberta’!) occuparsi di bambini se li si ama e se non si e’ serial killer (ma chi lo puo’ certificare questo, neanche la Scienza della Formazione in persona credo), servire ai tavoli, tenere un registro degli appuntamenti, stare a una cassa, a uno sportello di biblioteca, fare il figurante nel cinema, nel teatro, eccetera eccetera.

I piu’ semplici tra questi, i piu’ solitari, inoltre, garantivano l’ulteriore liberta’ di essere se stessi oltre quel limite di stampo un po’ militare che impera oggi nei diktat sul “fare squadra”, “non mollare”, “lavorare uniti con in mente l’obiettivo”, cioe’ consentivano a chi vi fosse portato (come si diceva, per eccesso o per difetto) di poter lavorare per mantenersi senza pero’ essere costretto a smettere di pensare ai fatti propri, e di mollare quando cavolo gli andava di mollare senza che cio’ lo defenestrasse per sempre dal tram del mondo del lavoro.

Poi, in maniera proporzionale alla caduta dell’offerta lavorativa, si e’ sempre piu’ rafforzato il concetto di merito; tale concetto, di intrinseca e indiscutibile giustizia, ha pero’ partorito degli  eccessi di pertinenza che finiscono per violare la liberta’ di un essere umano di essere come vuole o come riesce ad essere.

Perche’ l’essere umano e’ una questione di gradi. Non si e’ solo o capacissimi o incapaci, volenterosi o indolenti, abili o disabili, meritevoli o completamente immeritevoli. Esistono persone capaci di lavorare ma non cosi’ devote al lavoro da aver nei confronti di esso costruito nella loro vita una rete di proficue e costanti relazioni. Esistono. Che ne vogliamo fare? Sicuramente non lasciare loro i posti di lavoro ai quali fino a qualche decennio fa potevano approdare anche dagli sbilenchi trampolini della loro esperienza. Ben altre competenze sono ora richieste per quei posti. Leggo a caso da annunci sul web:

” azienda settore pulizie assume a … ambosessi automuniti patente B comprovata esperienza nel settore pulizie uffici e capannoni, disponibilita’ lavorare su turni anche festivi quattro ore al giorno in due turni (pure 2 turni!!! 4 viaggi per raggiungere e lasciare il posto di lavoro!!! n.d.a.) inviare curriculum con foto”.

” Ristorante a … assume per servizio ai tavoli e aiuto cucina  2 ambosessi max 30 anni, bella presenza, esperienza nel settore, gradita conoscenza inglese, flessibilita’ oraria, automuniti in quanto il luogo di lavoro non e’ raggiunto da mezzi pubblici”.

“Famiglia cerca baby sitter per accompagnare e riprendere da scuola  bambina di sette anni. Si richiedono studi specifici ed esperienza con i bambini, automunita, buon carattere,  disponibile a flessibilita’ oraria se necessita.Orario dalle 8 alle 8.30  e dalle 16.30 alle 17.30”

e via e via domandando al candidato sempre di piu’, in competenze, esperienza, cultura, disponibilita’ oraria, in cambio di sempre meno. Si sa, quando il burro cala, cala per tutti. Ma soprattutto sta calando per una categoria che vorrei battezzare diversamente meritevoli, nella quale mi riconosco senz’altro. Come ho detto e’ una categoria la cui eterogeneita’ impedisce un’identificazione socioculturale, anche se qualcuno potrebbe suggerirmi “fancazzisti”. Ma non e’ cosi’, credetemi amici, o almeno non e’ solo cosi’. Un po’ di fancazzismo puo’ far parte della natura del diversamente meritevole, cosi’ come un certo fatalismo, ma nella maggior parte dei casi le ragioni che lo hanno spinto ad esserlo hanno la stessa serieta’ di quelle che sostengono in altri l’ambizione e il carrierismo, e come queste sono, naturalmente, discutibili. Ma se i manager finiscono a sgomitare per un posto di magazziniere, le laureate in scienza della formazione si lanciano a portare e riprendere bambini a scuola, le pulizie le fa un igienista di comprovata esperienza, al telefono rispondono le laureate poliglotte, ha ancora senso parlare di “premiare il merito”?

Qui si e’ sorpassato il concetto di premio del merito per approdare a quello di sfruttamento del merito, e di conseguente svuotamento del suo valore. Cosi’, mentre di finge di gratificare il primo, richiedendogli competenze e impegno esagerate per la mansione (e la retribuzione), e per farlo si magnifica e si sopravvaluta un lavoro che si rivelera’ probabilmente solo una donazione di irriconoscibile sangue,  (irriconoscibile perche’ identico a quello che altri al nostro posto hanno gia’ donato e a quello di quelli che lo doneranno in futuro) si emargina il secondo,  che vede crollato il suo individuale (ma mica tanto) equilibrio lavorativo basato sull’avere meno ma essere piu’ libero (a modo suo e secondo lui, naturalmente) e che puo’oggi sperare solo nel ripristino della schiavitu’ perche’ torni ad esistere un’offerta lavorativa meno appetibile per laureati e pluriesperti plurimasterizzati.

A questo punto sarebbe bello se le parole potessero riacquistare  un valore. Intanto bisognerebbe chiarirci sul concetto di lavoro: basta appiccicare l’etichetta di “lavoro” sopra un’occupazione perche’ questa sia degna di questa definizione? Quali nefandezze a volte sentiamo giustificare con la chiosa “stava solo facendo il suo lavoro”? Io tante. Ma questa sarebbe un’altra lunga discussione.

E poi stabilire delle regole. Vietare che si richiedano foto o curriculum o “comprovata esperienza” per lavori di intuitiva esecuzione, bella presenza per spazzare nelle scale e polilinguismo per lavare i piatti. Ricominciare a fidarsi dell’osservazione e dell’esperienza, prendere il rischio di fare provare una persona a fare il semplice lavoro che gli stiamo proponendo, dargli una possibilita’ e cosi’ decidere.

Questo, come si capira’, non e’ un problema che riguarda solo noi fancazzisti (ma si’, sia pure), ma anche voi, lavoratori indefessi che avete legittimamente fatto della realizzazione tramite il lavoro il vostro obiettivo primario. Perche’ la scala dorata del merito potrebbe rivelare la propria degenerazione verso la livella dello sfruttamento, e il target sempre piu’ pseudo-alto ricongiungersi con il suo omologo baratro di mancanza di diritti.

Del resto che il lavoro renda (sempre) liberi e’ sciocchezza pericolosa che purtroppo abbiamo gia’ visto utilizzata in bruttissimi mondi.

Di Tinouche

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