Elezioni politiche 2013. (parte seconda: chi ha vinto). 34


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La vittoria, l’impresa di Grillo, è senza alcun dubbio stupefacente, per le dimensioni numeriche, per la crescita tumultuosa e trasversale del consenso, per il brio e l’effervescenza istrionica dei suoi comizi/spettacoli, per la felina agilità (da giaguaro?) con cui ha saputo innestare, qua e là) idee programmatiche concrete e fattibili su una visione complessivamente nebulosa, talvolta persino poetica, e, comunque, abbastanza accattivante per indurre nell’elettore un “lieto naufragar in questo mare”. La citazione non contiene assolutamente una vena critica: un disegno politico, che non proietti la sua luce su una speranza, un sogno da realizzare in un tempo, anche lungo, finisce con l’inaridirsi inevitabilmente in mera tecnicalità, in grado di coinvolgere solo supponenti aristocratici del pensiero unico, ma destinata a non toccare le corde profonde di un popolo, di cui non avrà mai il consenso (cosa, peraltro, che non dispiace affatto ai suddetti tecnici, ma che li rende anzi più tronfi, perché certifica, ai loro occhi, la qualifica di migliori (aristòi) proprio perché incompresi dal volgo).

Ecco il primo elemento che ha concorso alla vittoria: Grillo ha proposto una visione, una narrazione, direbbe Vendola, in una campagna elettorale nella quale PD e PDL  (patetiche controfigure de “I duellanti” di Ridley Scott) si sono azzardati a spingere le proprie proposte al di là di una contabilità spiccia, che appariva palesemente priva di concretezza e credibilità. Intendiamoci, non parlo del rimborso dell’IMU o di altre chimere del genere che servono solo ad alimentare i finti dibattiti in televisione ad opera di finti opinionisti. Mi riferisco all’assenza di un’analisi seria sulla crisi economica dell’Occidente, nella quale siamo invischiati fino al collo e col sovrapprezzo della zavorra delle nostre peculiarità, a partire dal debito pubblico e dalla modesta competitività. Per quanto mi riguarda, ho le scatole piene di quanti (tutti) non sono capaci di fare altro che proiettare la panacea di tutti i guai trasferendo allegramente (quanto improbabilmente) tutti i nostri problemi in un’idea di Europa piuttosto vaga, ancorché pervicacemente evocatrice del pozzo di San Patrizio.

Non capisco granché di economia, ma temo che i grandi filoni del liberismo e del keynesianismo , che hanno orientato di volta in volta le politiche economiche degli stati nel passato, siano oggi insufficienti per il dominio incombente sul pianeta del Molok della globalizzazione, che mette in crisi tutte le ricette sin qui sperimentate. Che significa allora “prima di tutto il lavoro” (poco meno di un inutile slogan) se i nostri prodotti continueranno ad avere un costo (e quindi un prezzo) assolutamente non concorrenziale con quelli dei Paesi emergenti (senza considerare quelli destinati ad emergere presto, a partire da sud-est dell’Asia e dell’intera Africa)? Ma davvero si pensa che continuando a comprimere i salari ed i diritti dei lavoratori si possa rimanere in partita? Non bastano ancora 30 e passa milioni di disoccupati che vagano per l’intera Europa come anime del Purgatorio ad indurre lorsignori a rassegnarsi ad una meno iniqua distribuzione della ricchezza, così, tanto per alleviare un po’ il lavoro delle mense della Caritas?

Mi sbaglierò, ma credo che gli elettori abbiano intravisto (forse più semplicemente, intuito) in quello strano miscuglio delle parole d’ordine di Grillo (cambieremo il mondo, nessuno dev’essere lasciato indietro, reddito di cittadinanza) una attenzione ed una tensione vera verso queste problematiche, qualcosa che andava al di là di “restituiremo l’IMU in busta chiusa (quale,  la 1, la 2 o la 3?)” oppure “prendiamo un po’ di soldi là, mettiamo un po’ di soldi qua”.

L’attenzione di Berlusconi e Bersani si è concentrata, fin dal primo momento, ciascuno verso il proprio elettorato (cioè quella parte di cittadini che li avevano votati in passato e che, per una stravagante alchimia, consideravano quasi come un loro patrimonio) nel tentativo, sostanzialmente sconfessato dalle urne, di distrarli dal giudizio storico sulle inefficienze e ruberie che hanno caratterizzato in questi anni il loro comportamento. Per impedire che gli elettori dimenticassero, a Grillo non è stato necessario sciorinare tutto il rosario delle malefatte, ma è bastato evocare la qualità della pena promessa ai colpevoli (tutti a casa; arrendetevi, siete circondati).

Tutto questo non basta a spiegare lo tsunami elettorale. A mio avviso, lo slogan più efficace, quello che ha raggiunto le coscienze della gente e ne ha stregato le menti, è contenuto in quel grido rivolto al popolo:siamo una comunità. In questa evocazione non c’è la consueta promessa dell’Eden;piuttosto, a leggerla in controluce, l’insicurezza e la paura per un futuro gravido di oscuri presagi e, tuttavia, un afflato di solidarietà, nel quale trovare il coraggio e la forza per resistere. Un messaggio, quasi un ideale giuramento, nel quale si fondono elementi di cultura politica e religiosa.

E’ accaduto così, nel mare di banalità in cui si è impantanata la campagna elettorale dei partiti tradizionali, che una incredibile moltitudine di cittadini abbia deciso di affidarsi al Movimento 5 Stelle, anche a costo di chiudere gli occhi di fronte alle contraddizioni presenti nell’architettura a tratti ambigua del Grillo-pensiero. A partire dalla puntigliosa insistenza con la quale si è sbandierata una diversità definita nella forma organizzativa di movimento, contrapposto con capziose argomentazioni a quella di partito, sulla quale si declina la vita politica in tutti gli stati del mondo.

A ben guardare, la tenacia con cui in ogni circostanza viene ribadita (anche quando non strettamente pertinente) la natura movimentista dei 5 Stelle appare piuttosto come uno schermo (probabilmente, non consapevole nella maggior parte degli aderenti) per meglio occultare la palese mancanza di democrazia interna, che si alimenta di una serie infinita di atti e di comportamenti e non di una mera petizione di principio (uno vale uno) quotidianamente smentita dalle decisioni assunte nel movimento. (Ho il vago sospetto che neppure nella Comune di Parigi il parere di Proudhom valesse quanto quello di qualunque altro).

In particolare, appare francamente bizzarro il tentativo di conciliare questa teoria con il ruolo indiscutibilmente egemone dello stesso Grillo (e di Casaleggio, una sorta di epifenomeno, una stella cometa che compare e scompare), indiscutibilmente al limite della conduzione dittatoriale, giustificata con la necessità di difendersi dagli infiltrati. Com’è del tutto ovvio, il concetto d’infiltrato costituisce un pericolo solo per un corpo necessariamente “chiuso” (come, ad esempio, una loggia massonica o un’organizzazione criminale), ma non è in alcun modo tollerabile per un’aggregazione politica democratica, dove la semplice e sostanzialmente unilaterale adesione (salvo gravi motivi ostativi) attribuisce al cittadino gli stessi diritti e doveri di tutti quelli che vi hanno aderito precedentemente e di quanti lo faranno successivamente.

Si potrebbe continuare con altre parole d’ordine molto poco convincenti (soprattutto, democrazia diretta, una specie di ammiccante corollario del già richiamato uno vale uno), ma forse è più interessante riflettere ancora sulla straordinarietà del successo di Grillo, a dispetto di tante contraddizioni e della modestissima presenza di amministratori locali in grado di veicolare il consenso sul territorio. In realtà, dove erano già presenti amministratori locali del M5S (come in Sicilia) si è verificato un vero trionfo di quelle liste, non per motivi clientelari, ma proprio per l’apprezzamento dell’attività politica svolta e per la coerenza fra le dichiarazioni espresse in sede di campagna elettorale ed i comportamenti tenuti una volta eletti (innanzitutto, l’effettiva decurtazione degli emolumenti, in palese ed insanabile contrasto con il noioso chiacchiericcio di tutte le altre formazioni politiche nazionali).

Probabilmente, ciò che ha fatto premio sui tanti dubbi è stata la percezione (questa sì abbastanza chiara) che intorno a Grillo si andava coagulando un’alternativa concreta ad un sistema di governo corrotto e fallimentare, in cui si erano progressivamente sbiadite, per non dire annullate,le differenze fra i diversi partiti. In definitiva, giorno dopo giorno i cittadini si sono persuasi che quello guidato dal comico genovese fosse l’unico bus in partenza per tentare di allontanarsi da un presente sempre più intollerabile: chi voleva sinceramente andare verso il cambiamento vi è salito a bordo. Altri hanno legittimamente preferito rimanere a terra. A discutere.
p.s. A dispetto di tutti gli scettici, sono stati democraticamente eletti i capigruppo del M5S a Camera e Senato (Lombardi e Crimi). Dureranno in carica 3 mesi, poi si dimetteranno. Da quel momento (e per il resto della loro vita terrena) saranno “capigruppo emeriti”.

(continua)


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34 commenti su “Elezioni politiche 2013. (parte seconda: chi ha vinto).

  • fma

    Complimenti, Eduardo.
    Tratteggi le ombre e le luci del Movimento come meglio non si potrebbe. Sono curioso di vedere come la prenderanno i grillini che frequentano questo blog.
    Penso anch’io che keynesianismo e liberismo siano strumenti spuntati per interpretare la realtà economica che ci si va dipanando davanti.
    Temo che lo spostamento dell’asse economico del pianeta produrrà degli effetti che non potremo evitare, in nessun modo; tra questi la diminuzione degli stipendi e il peggioramento del tenore di vita. Una meno iniqua distribuzione della sopravveniente povertà naturalmente può essere utile a farci sentire comunità, tuttavia non credo sia questo ciò a cui anela chi ha votato M5S. Ma sarei contento se mi dimostrassero che ho capito male.

    • paolo 2

      mi sento chiamato in causa visto che ho più volte dichiarato il mio voto a 5stelle, ti dico subito che non hai capito male, anzi. Che le ombre le vedo anche io ma che non mi frega nulla . Ho votato una prima doverosa volta a 18 anni e poi mai più per i successivi 25, in quanto non credo nella democrazia rappresentativa , quindi la polemica su quanto veramente “uno valga uno” all’interno del Movimento manco mi tange. So bene di non contare nulla, la democrazia diretta fatico a praticarla in famiglia visto che il voto del mio cane conta più del mio, mentre il mantra della Comunità riferito ad una società nazionale complessa e perdipiù composta da italiani è degno del volume di Tommaso Moro. Ciononostante sono tornato volentieri nell’urna per votare Grillo, perchè mi dirai tu … te lo dico in due parole che non rendono piena giustizia al concetto : perchè peggio di così non si poteva andare e voglio che se i Sansoni crepano allora i Filistei li seguano. in questo senso m5s mi pare salvifico come acceleratore della crisi, quella vera.
      “Temo che lo spostamento dell’asse economico del pianeta produrrà degli effetti che non potremo evitare” , infatti qui hai ragionissimo, il vero problema è questo, unico errore l’uso del verbo al futuro, lo spostamento ha già prodotto effetti irreversibili nelle prossime 2-3 generazioni e se pensiamo che i cinesi o gli africani sosterranno il ns welfare allora è giusto scomparire per sempre, anche da quei pochi libri di storia che citeranno le nostre , ormai tre, povere repubblichette.

    • aol

      Chi ha votato il movimento a 5 stelle sa benissimo che la frase ” uno vale uno” significa semplicemente più trasparenza e partecipazione ma in fondo credo che lo sappiano pure i suoi detrattori. Per quanto riguarda la diminuzione degli stipendi e il peggioramento del tenore di vita dovresti chiedere delle spiegazioni a quelle teste di cazzo che pensano di chiudere il cerchio ” cinesizzando” questo paese di merda, le stesse teste di cazzo che considerano marchionne uno dei migliori ad di tutti i tempi.

        • aol

          mmm, no, più semplicemente credo nella possibilità di cambiare questa società poi, ovviamente, c’è chi ha creduto alle stronzate di mario monti e del partito democratico. Sinceramente, senza offesa, ogni riferimento a te è puramente voluto. 😉

          • fma

            Ti sbagli con un altro, non sono un credente per principio.
            Di Monti continuo a pensare che ci abbia tolto le castagne dal fuoco, cioè che abbia fatto la cosa per cui l’avevano chiamato.

  • paolo 2

    premetto che anche di questo me ne frego, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-03-07/lespresso-costa-rica-societa-140753.shtml?uuid=AbbXonbH

    se avessi “la pilla” come si dice qui, farei esattamente uguale , la differenza tra lui e le società offshore degli altri è però fondamentale.
    a grillo i baiocchi li ho dati di mia sponte pagando un paio di biglietti per i suoi spettacoli, a baffino d’alema invece mi è toccato pagargli una gomena della barca ed a berlusconi una comparsata della minetti vestita da infermiera , ma erano soldi estorti a mano armata.

  • eduardo quercia

    Ringrazio gli amici che hanno avuto l’affettuosa benevolenza di leggermi e mi hanno stimolato con i loro commenti ad un’ulteriore, non prevista, riflessione (quelli che non hanno perso, né vinto).

  • Dani

    Credo che quella che tu chiami conduzione dittatoriale altro non sia che un serrare le fila per paura degli attacchi esterni (vedi stampa ,tv) in un momento delicato per il movimento . Un boom cosi grosso neanche lo stesso Grillo se lo aspettava, almeno non all’inizio dello tsunami tour, forse l’ha intuito nell’ultima settimana prima del voto.
    Se lui è intelligente come io credo ,col tempo lascierà il movimento vivere di luce propria ,ma questo non è il momento per le ragione di cui sopra .
    Comunque io sono ben felice di averlo votato e visto il resto del panorama politico lo voterò a lungo ! Non basterà al PD di rifarsi il lifting per riavere indietro tutti i voti persi.

    • eduardo quercia

      Caro Dani, siamo seri. Anch’io ho votato M5S, ma questo non mi obbliga a giocare con la retorica come se facessi parte di una setta.
      Non si era detto che il M5S non era e non si sarebbe comportato come gli altri partiti? Per quanto mi riguarda farò il possibile perché si tenga fede a questo principio (nel pieno rispetto di chi volesse comportarsi diversamente, s’intende).

  • Adriana

    Alcune considerazioni senza pretesa di organicità: 1) Un partito risulta persuasivo o non con o senza democrazia interna. Se la democrazia interna è un fine o un problema o non c’è, lo decidano esponenti e militanti del partito stesso. Personalmente, non vedo la necessità di democrazia interna in un partito e non è per me criterio essenziale per votare un partito o non votarlo.
    2) Errore economico, o di propaganda, di molti altri, con ingenuità o in mala fede: continuare a sostenere che la rovina è il settore pubblico, insinuando in molti che si debba eliminarlo. A parte il fatto che questa è la via alla privatizzazione, che gli elettori se ne rendano conto o non, ed è la medesima posizione di Monti e i suoi, tale posizione è diffusissima in molti sostenitori di molti partiti, i quali (sostenitori e partiti) continuano a identificare corruzione e potere pubblico con servizi pubblici, sociali ecc; ma mentre ciò si può capire per le persone ben imbottite di tale propaganda, si capisce solo che chi la fa è in assoluta mala fede, o anche solo non riflette, atteggiamenti colpevoli entrambi. Molti votanti e non non voglio certo la corruzione ecc ecc, ma comincerebbero a interrogarsi sulle finalità di tutti quelli che predicano contro il pubblico, se solo pensassero ciò che la privatizzazione vera implica: cure e istruzione quasi zero per moltissimi, trasporti, previdenza, acqua a prezzi da gioielliere, risorse del suolo e del sottosuolo per pochissimi (v, per esempio, se si vuole una lettura, Jean Ziegler, La privatizzazione del mondo; in wiki, notizie sull’autore e bibliografia). Molti negherebbero il proprio voto a tali più o meno pittoreschi predicatori, compresi economisti dentro la sinistra che si esprimono per le privatizzazioni- e anche non economisti.
    Domanda: partiti, in primisi il 5Stelle, movimenti e persone col mantra castacorruzionespesapubblicastatobrutto, che pronunciano tutto attaccato cioè tuttattaccato, perché non sciolgono l’ambiguità e dicono chiaro che sono per beni sanità istruzione trasporti pubblici e SOLO contro il pubblico quando questo è ruberia e corruzione? Perché non distinguono tra stipendi pubblici e pensioni da un lato e ladrocini, corruzione e malgoverno? Sospetto: perderebbero molti dei loro elettori giustamente inviperiti contro castacorruzione, se andassero a fare la differenza doverosa tra spesa per beni e servizi pubblici e la famosa castacorruzione, perché a molti loro elettori e da loro allevati/indottrinati col mantra pubblicoè brutto, dovrebbero dire di aver mentito.
    Ma molti elettori di tutti i colori come campano? Non hanno forse coniugi, figli, amici e parenti stimabili, oltre che amati, che percepiscono stipendi pubblici e pensioni? Considerano dunque feccia tutti costoro, o i tagli dovrebbero averli solo i coniugi,figli, amici e parenti degli ALTRI????
    Il punto vero è la menzogna di fondo, che consiste nell’attribuire il deficit al bilancio del settore pubblico. Da questa menzogna, con cui qualcuno ha conquistato le piazze e con cui qualche altro cerca voti per sé o per il proprio partito, sono provenuti appunto moltissimi voti di persone giustamente inviperite contro tutti e tutto, persone che è (stato) molto facile aizzare confondendo ben bene le cose e colpevolmente tacendo la confusione.

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