Elezioni politiche 2013. (parte prima: chi ha perso). 19


Non ce la faccio più. Continuo a sentire in televisione un sacco di sciocchezze, ma la più grossa, la più intollerabile, consiste nell’affermazione secondo cui Berlusconi sarebbe uno dei 2 vincitori. Normalmente, data l’età, non mi scandalizzo di fronte all’indecenza, ma pensare che si possa acclamare come vincitore chi ha perso in una sola tornata elettorale oltre 6 milioni di consensi mi lascia perplesso: è più demenziale o più immorale? In genere quelli che accreditano sui media questa tesi, lungi dal richiamare gl’inoppugnabili dati numerici di una catastrofe senza pari, si arrovellano a sostenere/magnificare il prodigioso recupero di consensi che Berlusconi avrebbe realizzato in un paio di mesi (dal 15% al 21,4%) grazie ad una sontuosa campagna elettorale. Di norma, a questo punto anche i giornalisti non berlusconiani si sentono in dovere di convenire, comunque, sulle strabilianti doti di comunicatore di Silvio, riconoscendogli un onorifico titolo di “il più bravo a fare le campagne elettorali”. Siamo all’apoteosi del conformismo, alieno da qualsiasi sforzo di analisi.

A dirla tutta non è neanche tutta colpa loro. Questi giornalisti (una delle tante caste di questo Paese) osannati come opinion maker, ciondolando fra talk show televisivi, Montecitorio, salotti e terrazze romani (dipende dalla stagione), hanno perso qualsiasi contatto con la realtà, scivolando verso una tronfia autoreferenzialità. E quando dico realtà non intendo solo la sempre più drammatica condizione della stragrande maggioranza di cittadini che non appartengono a nessuna casta, ma penso che abbiano smarrito persino la capacità di comprendere i meccanismi che guidano al voto i cittadini.

Ma davvero qualche imbecille pensava che il partito del PdL, al quale fanno riferimento ancora in questo momento 22.000 amministratori locali (sindaci, assessori e consiglieri comunali, provinciali e regionali) potesse scendere al di sotto di un fisiologico 20%? Chi amministra può ovviamente contare su uno zoccolo duro, alimentato da un sistema di relazioni, che quasi sempre degrada, com’è noto, a vero e proprio clientelismo. La macchina pubblica, che amministra 800 miliardi di euro, è una mammella turgida di latte. Senza dimenticare che in vastissime aree dell’Italia meridionale, in assenza di una vera economia primaria, intorno a quella mammella si sviluppa una parte consistente dell’ancorché misera economia reale di quel territorio.

Tenuto conto che la stessa argomentazione sullo zoccolo duro va ripetuta per quanto riguarda il PD (senza arrivare al Monte Paschi, si pensi alla formidabile rete d’interessi che si dipana nelle cosiddette regioni rosse attraverso una ragnatela economico-finanziaria che intreccia un colosso assicurativo, l’Unipol, con il variegato e ricco sistema delle cooperative) è evidente che l’emorragia di voti patita (circa 4 milioni) ne rende ancora più clamorosa e bruciante la sconfitta. Allo stesso modo va spiegata la vittoria in Lombardia di Maroni, che, pur in presenza del dimezzamento complessivo di voti per la Lega, ha potuto contare su interessi consolidati attraverso la presenza in tanti paesi e valli di numerosissimi ed attivissimi amministratori locali.

Questa chiave di lettura non ha assolutamente la pretesa di negare l’incidenza elettorale di altri fattori molti importanti, a partire dal cosiddetto voto d’opinione, che, tuttavia, nella sua espressione più consistente presenta caratteristiche di scarsa mobilità ed elasticità. La quota di elettori più informati ed attenti alle dinamiche politiche evidenzia, in genere, un’attitudine a cristallizzare la propria preferenza verso una formazione politica, a causa di una scarsa disponibilità a rimettere in discussione punti di vista faticosamente raggiunti nel tempo. Viene in mente Manzoni; “Non è importante sapere qual è la vera via, ma tenerne per vera una sola e tirare avanti”.

Si pensi, ad esempio, al modestissimo risultato delle liste Monti, accreditato fino a qualche mese fa di un vastissimo consenso (intorno al 50%), evaporato miseramente nelle urne (meno del 10%). Povero Monti: aveva creduto (gli avevano fatto credere) che la partita del consenso si giocasse tutta sulle televisioni, miscelando tesi economiche, birrette e cagnolini. Alla fine ha dovuto costatare che il suo consenso reale non andava oltre il 2 o 3%, considerato che il resto dei voti sono venuti dal prosciugamento sul territorio di quel poco di cui disponeva Fini e, soprattutto, del discreto bacino, limpidamente clientelare, dell’UDC (in tutta evidenza, i valvassini locali di Casini hanno pensato che se bisognava convergere su Monti attraverso Casini, tanto valeva farlo direttamente, accreditandosi personalmente con le piccole clientele portate in dote).

Una riflessione a parte va fatta per Rivoluzione Civile di Ingroia, nata male e finita peggio. Sotto la spinta (ed il finanziamento) di Antonio Di Pietro si è costituito rapidamente un variopinto (rosso, verde, arancione, viola) accrocco di movimenti e partitini (teoricamente in grado di aggregare circa un 8%) con l’autocertificazione di  sinistra radicale del Paese. Allo scopo, frugando affannosamente fra personalità di una qualche riconoscibilità televisiva (incassata la non disponibilità della prima scelta, Roberto Saviano) si sono fiondati sul giudice Ingroia, francamente piuttosto improbabile come leader della sinistra italiana (a dirla tutta, francamente improbabile come leader politico tout court). Ben presto, anzi prestissimo, le personalità di maggiore qualità, da Gallino a Revelli, capirono la vera natura del gioco e scapparono disgustati, lasciando Di Pietro, Ferrero, Diliberto, Bonelli e compagnia bella a disputarsi le ultime fiches di sopravvivenza politica, testardamente a dispetto dei loro stessi fallimenti.

Dunque, hanno perso tutti? Ovviamente, no. Ha vinto Grillo, ma a questo punto non si può provare a comprendere il significato e le modalità del suo incredibile successo senza dipanare un ragionamento piuttosto complesso ed assolutamente meritevole di un’analisi molto articolata, anche per l’evidente contraddizione con tesi presenti in questo stesso intervento. Il dovuto rispetto per la capacità di tolleranza del lettore mi suggerisce si rimandare l’analisi ad altro commento.

(continua )


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