Elezioni. Navigazione a vista. 10


Partiamo dalla partecipazione al voto: il temuto incremento del tasso d’astensionismo non è andato oltre il 6/7% rispetto alle precedenti amministrative. Non c’è stata la preventivata disaffezione elettorale e non varrebbe neanche la pena di dilungarsi oltre, se non per una riflessione sul Presidente della Repubblica, che ancora una volta non ha trovato di meglio per commentare il voto che scagliarsi testardamente contro l’antipolitica del Movimento 5 stelle. Napolitano è un personaggio strano ( ricorro allo stesso aggettivo che Monti utilizza per definire la sua maggioranza); a tratti ho l’impressione che sia stato appena scongelato dopo essere rimasto ibernato per una ventina d’anni. In particolare, mi sembra che non abbia capito (sotto questo aspetto è in numerosissima compagnia) che se il sistema politico italiano (della cui salute tanto si preoccupa) ha retto a questa ultima prova, lo deve in larghissima parte proprio al Movimento di Grillo che ha portato al voto ed all’impegno civico un numero considerevole di giovani e meno giovani che, altrimenti, avrebbe sicuramente ingrossato le fila dell’astensione. Come sarebbe cambiata l’analisi del voto se la partecipazione non fosse andata oltre il 50%?

E così difficile capire che è stata proprio quella che lui chiama sprezzantemente antipolitica a tamponare nella circostanza la crisi profonda della cosiddetta politica? Questa considerazione non m’impedisce affatto di vedere i serissimi limiti prospettici di quel Movimento, allorché, com’è più che probabile, sarà chiamato a misurarsi in Parlamento con problematiche decisive per il Paese, a tutt’oggi relegate dai suoi adepti sullo sfondo o addirittura dietro le quinte del loro programma politico. La questione, per quello che è il mio modo di approcciare il concetto stesso di politica, pone di fatto il Movimento fuori dai miei interessi e tuttavia è innegabile che quei giovani hanno portato nello stantio ed asfittico panorama dei nostri partiti una ventata di entusiasmo ed una dose di freschezza di cui si sentiva grande bisogno. Non so come evolverà il Movimento, ma sono incline a credere che imploderà quando sarà costretto a passare dalle problematiche amministrative (l’epoca dei Comuni appartiene ad un altro secolo), per le quali non sono richiesti particolari competenze, né un bagaglio di conoscenze complesse (non sempre surrogabili con l’impegno e la buona volontà) a quelle inerenti l’economia e lo sviluppo del Paese, il suo posizionamento sullo scacchiere internazionale e così via. E’ possibile (qualcosa di simile, per quel che vale, è già accaduto per l’uomo qualunque di Giannini) che la gran parte di loro sarà incorporata da formazioni politiche più solide, nelle quali potranno mettere comunque più proficuamente a frutto le molteplici ed utili esperienze che avranno nel frattempo maturato. Vedremo.

E’, invece, del tutto pacifico che se il Movimento è il vero vincitore di questa tornata elettorale, il maggiore sconfitto (princeps inter pares) è il PdL, che ha visto i propri consensi ridursi in maniera drastica in tutte le regioni del Nord. Al di là del consueto e patetico balletto delle dichiarazioni dei suoi principali esponenti (ma Berlusconi, intervenuto da Mosca a tarda sera, è sembrato il John Travolta della febbre del sabato sera), restano negli occhi di tutti soprattutto le immagini impietose di quelle grafiche che segnalavano come in città di grande rilevanza quel partito raccogliesse meno consensi dello stesso Movimento 5 stelle.
Per spiegare questa disfatta i più importanti osservatori politici hanno posto l’accento su una serie di ragioni (a partire dalla infelice scelta dei candidati fino ai contraccolpi per l’assenza di Berlusconi dall’agone elettorale) ed i più prudenti (ma anche i più inossidabili fra i sostenitori dell’ancien regime) si sono premurati di avvertirci che di qui alle prossime elezioni non è affatto da escludere una rifioritura di quel partito, ancorché con altro nome, una maggiore attenzione al web e forse persino con un altro leader. E’ la televisione, bellezza. E chi compare in televisione ha per ciò stesso un’autorevolezza per la quale fa opinione, anche se dice cose banali o palesemente prive di ragionevolezza.

E così difficile capire che la narrazione di Berlusconi è entrata in drammatica rotta di collisione con la condizione reale del Paese? La rappresentazione onirica di un Paese dove i ristoranti sono pieni ed è pura fortuna trovare un posto su aerei sovraffollati ha ormai lasciato il posto alla quotidianità dei licenziamenti, al fisco soffocante, all’angoscia di un mal di vivere che spinge ad un numero incredibile di suicidi di piccoli e piccolissimi imprenditori, quasi che fossimo nella Wall Street dei magnati del 1929. L’omino di Arcore non suscita più né amore, né odio, appartiene al passato degli Italiani: non occupa altro che un piccolo spazio nella nostra memoria, com’è giusto che sia, non diversamente dalla visione di un film, una volta usciti dalla sala cinematografica.

La frana della Lega, che al contrario del PdL non ha potuto aggrapparsi al Sud come ammortizzatore della sconfitta, era ampiamente preventivata per l’esplodere di scandali dai contorni semplicemente grotteschi. Il tentativo di porre rimedio attraverso qualche espulsione ha lasciato il sospetto che fosse ispirato più che dalla volontà di fare vera pulizia, dalla necessità di mettere una pietra sopra la scandalosa vicenda prima che emergessero aspetti più gravi con il coinvolgimento di personaggi ben più importanti di quel simpatico cicciottello a nome Belsito, al quale si è voluto attribuire l’improbabile ruolo di Belzebù della Padania. Le ramazze agitate in quel di Bergamo evocavano (involontariamente, suppongo) nell’immaginario collettivo la scena finale di Miracolo a Milano. Ovviamente, c’è solo da compiacersi se per una volta la fantasiosa simbologia celtica della Lega ha attinto ad un capolavoro del neorealismo italiano (anche se la conseguenza più evidente è stata che molte scope si sono alzate in volo e si sono portate via un bel po’ di voti leghisti).

A dirla tutta, le urne hanno riservato un’amara delusione anche al Terzo Polo, cioè ai casinisti ( o casinari, non so bene come si dica) che hanno preso questa nuova denominazione subito dopo aver raccattato per strada la piccola pattuglia della famiglia Fini oltre a qualche sbandato senza fissa dimora politica. Quello che più mi colpisce in questa compagine politica è lo scarto fra la pomposa spocchia del suo millantato progetto (partito della nazione, sic) e la reale consistenza del suo elettorato, concentrato quasi esclusivamente al Sud, dove è caratterizzato (con reciproca soddisfazione) da un limpido clientelismo, alimentato dall’antica e cara pratica del voto di scambio.

Paradossale è poi il risultato del PD e dei suoi tradizionali alleati di Sinistra (IdV e SEL) che appaiono per lo più come presunti vincitori di questa strana competizione fra gamberi politici che corrono all’indietro, per cui vince chi perde meno o almeno riesce a mascherare meglio l’abbandono di una quota di elettori che la volta prima avevano dato loro il consenso.

Non mi dilungherò sulla specificità di Verona, di cui ormai tutti sanno tutto, mentre vorrei fare una riflessione su Palermo, dove si è manifestata l’altra anomalia elettorale. Francamente non m’interessa tutta l’analisi sulle bizzarre primarie del centro-sinistra, né intendo aggiungere un altro rivolo al fiume di parole che sono state spese sui limiti di questa modalità di selezione dei candidati. Piuttosto voglio segnalare che in questa città, una delle due capitali storiche del Mezzogiorno d’Italia, emerge ancora una volta la irrefrenabile vocazione clientelare, qualunquista ed irrazionale di noi meridionali. Personalmente non ho alcun pregiudizio nei confronti di Orlando e non m’imbarazzano più di tanto neppure i suoi frequenti spostamenti da un partito all’altro, segnali evidenti della sua necessità biologica di stare comunque al centro della scena politica, piuttosto che effetto di reali evoluzioni del suo pensiero. La mia astiosità (il mio dolore) è in realtà tutta per un popolo impermeabile ad ogni tentazione di affrancarsi da un atavico stato di soggezione nei confronti della mediocrità e dell’avidità della sua classe dirigente. Ogni giorno di più sembra svanire qualunque volontà di riscatto: lentamente l’esercizio della sudditanza si sta coniugando con un tenero sentimento di rassegnata afasia, nel quale ritrovare persino un pizzico di contenuta soddisfazione.


10 commenti su “Elezioni. Navigazione a vista.

  • Gianalessio Ridolfi Pacifici

    E’ possibile (qualcosa di simile, per quel che vale, è già accaduto per l’uomo qualunque di Giannini) che la gran parte di loro sarà incorporata da formazioni politiche più solide, nelle quali potranno mettere comunque più proficuamente a frutto le molteplici ed utili esperienze che avranno nel frattempo maturato

    condivido in pieno, anche se non con l'ottimistica visione finale. Il potere corrompe. Solo una disciplina severissima, un regime interno, una sorta di chiesa votata all'ideologia può produrre amministratori e politici affidabili in termini di correttezza. Se non altro perché sono quelli che sopravvivono alle punizioni. Ma per questo ci vuole carattere. Ci sono riusciti i tedeschi, i cinesi e i russi, Qui, manco il mascellone ce l'ha fatta.

    Sulla chiosa dell'articolo, la cui amarezza è pienamente percepibile solo da un tuo conterraneo, ho poco da aggiungere. Se non che il tuo dolore, in me che vivo remoto, si è trasformato in astio, senza mezzi termini. E spero che si fermi qui.

  • fma

    Qualche giorno fa mi dicevi che eri persuaso dell’improponibilità di una soluzione “democratica” per il mezzogiorno. Qui ricompare lo stesso convincimento, ma esteso all’Italia intera.
    Senza sforzo potremmo allargare il discorso alla Grecia e agli altri piigs. E di lì, senza affendere la logica, allargarlo ulteriormente ai paesi europei sedicenti virtuosi. Nel senso che i popoli sovrani di tutti i paesi Europei, chi per un motivo chi per un altro, sembrano non avere in sé i valori che sarebbero necessari per prendere le decisioni giuste in questi tempi grami.
    Può venirci in soccorso la sorte.
    Si dice che nel maggio del ’40, il sostituto designato di Neville Chamberlain, sir Halifax, soffrisse di fastidiosi problermi ai denti, che lo ostacolarono in qualche modo nella corsa al governo, spianando con ciò la strada a Churchill. Qualcuno si spinge a dire che se sir Halifax non avesse sofferto di carie magari oggi l’Europa sarebbe profondamente diversa.
    L’altra strada è una democrazia “commissariata”. La Grecia, in questo senso un laboratorio, forse ci dirà qualcosa.

    • eduardo

      La locuzione democrazia commissariata da te utilizzata mi semra piuttosto “strana” (volutamente, capisco). La verità è che io mi sono limitato ad un’analisi sul teatrino della politica italiana e tu hai colto l’occasione per una rilessione sulla “politica” vera, che meriterebbe una discussione molto più seria, non so quanto gradita ai lettori di Mente Critica. Con molta rozzezza: non sono affatto sicuro che l’armamentario teorico (tutto l’armamentario) di cui disponiamo sia sufficiente al tempo della globalizzazione e di una finanziarizzazione che ha creato una ricchezza 8 volte superiore a quella reale. Avremmo bisogno di “sperimentare” (anche sbagliando) ed invece mi sembra che di fronte alla paura di scoprisi fragili ed inadeguati si preferisca rifugiarsi nella certezza di equazioni risolte in passato con incognite diverse.

      • Comandante Nebbia

        A me, invece, il processo iterativo di fma non piace. Mi spiego.
        Non si può prendere un concetto valido in un punto nello spazio e poi dilatarlo all’infinito in attesa di trovarne contraddizione.
        Io, da tecnico, non credo alle soluzioni “assolute” che non vengono prodotte nei nostri laboratori, ma in quelli celesti.
        In genere si ha un problema, puntuale, al quale si applica una soluzione puntuale. Se poi la soluzione è applicabile più in generale, vuol dire che si è fatto un ottimo lavoro e non solo un buon lavoro.

        Per tornare al punto, non si può mettere sullo stesso piano l’alfabetizzazione politica e culturale di un medio cittadino delle antiche democrazie nord europee con quella di un medio cittadino campano, siciliano, calabrese o pugliese (lascio fuori i lucani di cui rispetto l’antica cultura montanara e contadina solo disgraziatamente collocata così maldestramente al sud, nemmeno nei laboratori celesti si fa tutto a perfezione).

        Casal di Principe, Scampia, Salerno, Pozzuoli (solo per rimanere a casa mia, ma Bari, Palermo, Crotone ecc. non pensino di essersela cavata) non sono nelle condizioni sociali, culturali e economiche di definire autonomamente una direzione politica seria. Diciamola per una volta apertamente e senza mezzi termini. E’ mia intenzione scrivere una breve nota su un paio di casi puntulai che dimostrano come un commissariamento fatto per bene risolve i problemi, senza stare a farsi domande sui massimi sistemi.
        Mentre, infatti, ci si interroga sulla liceità di certe ipotesi intellettuali, i bambini crescono e si formano in un ambiente che ne fa delle persone minorate nelle prospettive e nelle capacità di comprensione.

        • eduardo

          Francamente non so perché fma abbia ritenuto che fosse mia intenzione estendere l’amara sfiducia per la popolazione del Mezzogiorno all’inero Paese (e poi anche ai pigs). Evidentemente non sono stato chiaro o, come è del tutto evidente, a lui interessava una riflessione certamente più seria, ma anche “altra”. Ho tentato di rispondergli accettando il terreno da lui individuato.
          Al contrario, tu ritorni (e come non potresti provenendo da Pastena) sul nostro Sud, che è poi, al tempo stesso, l’ocasione emotiva ed il nervo scoperto della mia analisi del voto. Sono evidentemente (ma anche confusamente) d’accordo con te: non so bene quale sia la soluzione, né se è sufficiente un commissariamento o se sia necessaria una vera sospensione delle garanzie democratiche per tutti i cittadini. Forse un effettivo scorporamento dalla Padania (e la conseguente miseria ai limiti del soffocamento) potrebbe essere un’ipotesi da prendersi in considerazione per un effettivo risveglio delle coscienze. Non so. Forse, più semplicemente, bisogna rassegnarsi ed aspettare un nuovo romanzo del “ciclo dei vinti” (in fondo Verga ne scrisse solo due, ma ne aveva previsti cinque).

      • fma

        Volevo esprimere un concetto semplice.
        In Democrazia il potere sta in capo al popolo sovrano, che lo esercita attraverso predefiniti meccanismi di delega.
        Un popolo è adeguato ai tempi e al sistema politico che si è dato, la Democrazia nel nostro caso, se è in grado di esprimere soluzioni politiche adeguate ai problemi dei tempi.
        Se no, nell’impossibilità di cambiare un popolo con un altro, non resta che sperare nella sorte (sir Halifax e la carie), oppure “interpretare” il parere del popolo sovrano democraticamente espresso.
        Rilevavo che questo problema non riguarda solo il Sud, ma l’Italia intera: altrimenti perché i leghisti di ieri oggi voterebbero Grillo? ma anche la Grecia, visti i risultati delle ultime elezioni; e pure la Spagna, se è vero che prima s’è esaltata in Zapatero e poi l’ha abbandonato per Rajoy. Ma pure la Germania, che non è in grado di capire che non può conquistare la leadership europea a gratis.
        Mi pareva che tu fossi dello stesso avviso, evidentemente ho frainteso.
        Me ne scuso.

        • eduardo

          Ricordo anch’io la lezione hegeliana (tutto ciò che è razionale…) ed anche la successiva elaborazione marxiana e tuttavia mi sembra riduttivo parlare di democrazia solo perché sono consentite libere elezioni. Ma il mio punto di vista per quello che ruguarda le questioni più importanti è piuttosto nella risposta al tuo primo commento.

  • Anonimo

    Quello che mi meraviglia del voto siciliano è la perenne vittoria delle destra mentre gli immigrati dalla Sicilia in Toscana e che io conosco bene, sono praticamente tutti di sinistra. Che sia il siteme clientelare siciliano a far “scappare” quegli che non sono come loro?

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