Giornalisti di Serie A e di Serie B

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Giornalisti di Serie A e di Serie B" è stato scritto da Laura Costantini .

La prima volta che ho visto un tesserino dell’Ordine dei Giornalisti ero in fila per iscrivermi alla Facoltà di Lettere. Davanti a me c’era un uomo di mezza età, sovrappeso, brizzolato. Stava facendo la fila per iscrivere sua figlia. Quando la sportellista gli chiese un documento, estrasse il tesserino bordeaux con la scritta impressa in oro. Per me fu come vedere il Santo Graal.


Non riesco a ricordare quale fu la causa scatenante, ma so con certezza di aver deciso di fare la giornalista a 11 anni. Ovviamente sapevo che sarebbe stata una strada difficile ma, con l’ottimismo tipico dei bambini, ero convinta che ce l’avrei fatta. Anche se non avevo la più pallida idea di quale fosse il primo passo.
Otto anni dopo, mentre ero in fila per iscrivermi a Lettere, lo chiesi al detentore del mitico tesserino: “Come si diventa giornalista?” La risposta la ricordo ancora, insieme all’espressione scocciata del tizio: “Si aspetta che muoia un giornalista professionista.”
Poi si degnò di spiegare che i giornalisti a Roma erano un migliaio e che coprivano tutto quello che c’era da coprire. Quindi finché qualcuno non toglieva il disturbo (magari in modo meno definitivo, andando in pensione) speranze di acchiappare il tesserino: zero.
Il problema è che si era nel 1982, i tempi d’oro delle assunzioni nei giornali (mi dicono che gli anni ’70 furono una manna per gli aspiranti scribacchini) erano ormai passati. Senza l’indispensabile calcio in culo non c’era possibilità. Ho scoperto in seguito come il tesserino fosse solo l’ultimo tassello del puzzle. Un tassello che ancora negli anni ’80 ti faceva assurgere nell’empireo dei giornalisti assunti, quelli a tempo indeterminato, quelli il cui contratto (vigilato dall’Ordine) è talmente blindato che, a meno non si macchino di omicidio, stupro, rapimento, non puoi cacciarli via. Neanche se non sanno fare il loro lavoro. E ce ne sono moltissimi che non lo sanno fare, il loro lavoro, altrimenti non si spiega come ho fatto io a lavorare per tanti anni, firmando anche tre pezzi a settimana su OGGI da collaboratrice esterna e scatenando le (inutili) ire del comitato di redazione.
Ma andiamo per ordine.

Il giornalismo è una di quelle professioni che si imparano facendole. Anzi, sarebbe utile esistesse ancora una sorta di apprendistato fatto andando a bottega da chi è in grado di insegnarti i fondamentali.
Mi si obietterà che esiste il praticantato ma non è la stessa cosa. Mi racconta un collega ormai caposervizio che quando ha iniziato lui era abusivo. Un ragazzo che veniva spedito in Questura o sui luoghi di incidenti, rapine e omicidi a raccogliere notizie. Poi tornava in redazione e raccontava quanto aveva visto all’estensore il quale, dotato di una buona penna (elemento assolutamente essenziale per fare il giornalista, checché ve ne dicano), redigeva l’articolo e lo firmava. L’abusivo riceveva, quale unico pagamento, una pacca sulla spalla se aveva fatto un buon lavoro. Ingiusto? Sindacalmente parlando si. Ma vi assicuro che ne conosco parecchi di colleghi cui avrebbe fatto bene quell’imprinting di umiltà.
Il mio esordio nel mondo del giornalismo è avvenuto grazie a una piccola borsa di studio offerta dalla Comunità Europea per un corso di sei mesi. Durante il quale venni spedita a farmi le ossa e consumare le suole nella redazione romana de Il Secolo XIX. Ovviamente di tesserino neanche l’ombra. Conservo ancora gelosamente la lettera su carta intestata, firmata dal caporedattore Gianluigi Capurso, con la quale si chiedeva che potessi assistere alle conferenze stampa di Palazzo Chigi, ai tempi del Berlusca Primo (1994). Già all’epoca avevo scoperto che la strada sarebbe stata lunghissima e che il tesserino restava una sorta di miraggio. Perché?

Esistono due tesserini: quello da giornalista pubblicista e quello da giornalista professionista. Come si può facilmente evincere, quello da pubblicista è il tesserino di serie B, ma all’epoca era anche l’unico cui si potesse aspirare. Essere pubblicista significa che fai il giornalista per hobby, che il tuo reddito principale ti viene da altra occupazione. Per il 60% (calcolo mio, non ho statistiche in mano, solo occhi per vedere) dei pubblicisti questa è una balla di proporzioni galattiche. Dal 1995 al 2003 il mio reddito, unico e scarso, è venuto dalla ricerca di notizie e redazione di articoli che venivano pubblicati con la mia firma sui principali settimanali italiani (OGGI, CHI, VISTO, STOP, NOVELLA 2000, quelli con le tirature in assoluto più alte). Ma il mio tesserino è rimasto quello da pubblicista. Perché?
Perché per accedere al giornalismo di serie A, quello dei colleghi professionisti, si deve fare un esame e la possibilità di sostenerlo viene concessa solo a coloro che siano stati assunti da una testata giornalistica regolarmente registrata per un periodo di praticantato di almeno 18 mesi. Un escamotage esisteva (ed esiste tuttora): un corso universitario in giornalismo. Chi si laurea in Scienze della Comunicazione ad indirizzo giornalistico si vede riconosciuto una sorta di praticantato d’ufficio che dà diritto a sostenere il famigerato esame. Ci ritroviamo così giornalisti professionisti giovanissimi, agguerriti e… assolutamente incapaci di capire dove mettere le mani. Perché nessun corso di laurea può mai insegnare come si fa questo mestiere. Ribadisco, lo si impara per strada, con attese estenuanti sui luoghi dei crimini, con tentativi spesso inutili sotto portoni ostinatamente chiusi, con la capacità non innata di origliare, spiare, carpire una parola, un movimento, un indizio. E con la necessità di guadagnarsi la stima dei colleghi più anziani.

Tutto questo l’Ordine dei Giornalisti lo sa, ma si guarda bene dal dirlo. Da anni si vocifera di un’equiparazione di pubblicisti e professionisti, dell’abolizione dell’Ordine. Personalmente sono riuscita ad ottenere il tesserino di pubblicista nel 2000, presentando articoli pubblicati (almeno 70 in due anni, ma le regole sono cambiate), regolari fatture di pagamento, lettere dei direttori dei giornali. Quando l’ho avuto in mano, quel tesserino bordeaux con la scritta impressa in oro, mi sono sentita la padrona del mondo.
Mi sbagliavo. Oggi potrei, se volessi, sostenere l’esame (spese di cancelleria e iscrizione esose più la tassa di centinaia di euro di un corso di preparazione all’esame che l’Ordine Lazio e Molise organizza in quel di Fiuggi). Sono già pubblicista e potrei ottenere il praticantato d’ufficio, dimostrando (con almeno tre colleghi professionisti disposti a testimoniare) che il lavoro che svolgo per RaiUno è giornalistico. Tra la Rai e l’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti (I.N.P.G.I.) è in corso un contenzioso proprio a questo riguardo. La Rai ci assume come programmisti-registi (qualifica che esiste solo in Rai e che, all’atto pratico, non vuol dire niente), ci paga come impiegati di quarto livello e ci usa per quello che siamo: giornalisti. Non solo, i contributi li versa all’ENPALS (l’ente previdenziale per i lavoratori dello spettacolo) e non all’INPGI, causando a quest’ultimo un notevole danno economico. La differenza di retribuzione tra un programmista e un giornalista è abissale (nessun collega giornalista Rai mi ha mai mostrato la busta paga, ma si viaggia sulle tre volte quello che guadagno io), il lavoro svolto, invece, è lo stesso.
Quindi, tornando a bomba, io potrei sostenere l’esame e diventare giornalista di serie A. Perché non lo faccio? Un po’ per pigrizia, un po’ per protesta. Io ho imparato questo mestiere sulla strada e sulla carta stampata. Mi sono occupata di cronaca nera, bianca, sociale, rosa. Ho bussato alla porta di chi aveva appena perso un congiunto, di chi aveva visto arrestare il proprio figlio con la canna fumante ancora in mano. Ho intervistato personaggi famosi, scienziati, gente comune. Ho sostenuto gli sguardi ostili di un’intera città in preda all’omertà mafiosa. Ho raccontato con onestà quello che ho visto e sentito. Continuo a farlo e non credo che quell’esame possa fare di me una professionista migliore.

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Giornalista RAI: realizzo interviste e servizi per la trasmissione "La vita in diretta" Scrittrice: Scrivo racconti e romanzi insieme a Loredana Falcone. A oggi ne abbiamo pubblicati 8 con varie case editrici. Scrivere ti salva la vita. I social network, alle volte, te la rovinano. E comunque, faccio amicizia solo con chi si presenta. Bene. Il nostro ultimo libro è Carne innocente" (Historica Edizioni).

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