Ecco perché Napolitano ha nominato Monti senatore a vita 68


Il mio ultimo post ha riscosso un certo successo ed è stato ripreso da molti altri siti e blog.
Qualcuno mi ha fatto notare che nella lista di colpi assestati alla Carta Costituzionale dal peggior presidente della Repubblica della storia d’Italia, mancava la nomina a senatore a vita di Mario Monti, avvenuta poco prima dell’investitura come premier.
Non mi ero dimenticato di questo fatto, anzi, per la sua importanza, esso va trattato a parte, ed il momento più adatto per farlo è questo, dato che Monti ha appena fatto outing: alle prossime elezioni non sarà candidato, dato che non ne ha bisogno, avendo diritto di essere membro del Parlamento a vita. Tutto lineare, sembra.
Senonché questa situazione si inserisce in un quadro a dir poco singolare: ricordiamo che secondo la tesi maggiormente diffusa nel mainstream, Mario Monti guida un governo di tecnici a cui Napolitano ha affidato il compito, in sostanza, di “salvare la Patria” e di “evitare il fallimento dell’Italia”, dato che i partiti politici non avevano la capacità o la forza di farlo.
Sappiamo quanto sia falsa questa tesi, ma per un momento prendiamola per buona, mettiamola un attimo da parte e svogliamo un ragionamento più generale: il sistema politico nel quale viviamo è quello della democrazia rappresentativa. Piaccia o non piaccia (a me, da buon partecipazionista, non piace molto), il sistema funziona così: i rappresentanti politici e, di conseguenza i governanti, vengono scelti dal popolo tramite elezioni periodiche. Una volta eletti restano in carica senza vincolo di mandato, cioè fanno quello che gli pare. Ma alla fine della legislatura il popolo, tornando al voto, può esprimere un giudizio sull’operato delle forze politiche, confermando al potere chi ha governato oppure determinando la sua sostituzione.
In estrema sintesi, nelle democrazie rappresentative, è questo principio del consenso che fonda la legittimità del potere politico dei governanti. Senza di esso la rappresentanza non può essere qualificata come democratica.
Ora torniamo alla situazione attuale. Napolitano in sostanza ci ha detto che la crisi era talmente grave che la prima parte del meccanismo del consenso andava messa da parte: data l’incapacità di coloro che avevano vinto le elezioni (e in generale delle forze politiche presenti in Parlamento), per “salvare la Patria”, il governo andata autoritativamente assegnato ad esperti esterni.
Ma non si è limitato ad assegnare a Monti il ruolo di premier. Lo ha anche nominato senatore a vita (cosa assolutamente non necessaria, ricordiamolo: la nomina a premier può benissimo ricadere su persone che non sono membri delle Camere).
Ecco spiegato il motivo di quella scelta: Napolitano, ben conoscendo quale scempio il governo avrebbe realizzato, ha sottratto Monti dall’obbligo democratico di sottoporsi al giudizio retrospettivo del popolo sul suo operato.
Monti non ha bisogno di candidarsi, quindi non lo farà. Ma in questo modo non si potrà misurare il consenso che egli riscuote davvero in seno agli italiani, perché esso può essere espresso solo ed esclusivamente con il voto alle elezioni politiche.
Ovviamente un eventuale basso consenso avrebbe necessariamente messo in difficoltà la tecnocrazia al potere e lo stesso Napolitano, dacché si sarebbe reso evidente che un numero crescente di italiani non approva affatto le misure del governo, e non crede alla favoletta della loro necessità per non far fallire l’Italia. Sanno, questi italiani, che uscendo dall’euro il fallimento può essere scongiurato, viceversa esso è assicurato. Ma il presidente della Repubblica, che dovrebbe rappresentare tutti gli italiani, e tutte le possibili opzioni politiche, finge di non conoscerne l’esistenza. E in questo modo tradisce il suo mandato, manda definitivamente in frantumi la Costituzione che dovrebbe difendere, e priva il futuro governo (che sarà ancora guidato da Monti o da un suo simile, ed avrà ancora il mandato di eseguire i diktat europei) di ogni forma di legittimità democratica.
La gravità di tutto ciò è indescrivibile, così come le conseguenze sono del tutto imprevedibili.
Io credo che per questo Paese inizierà a intravedersi una via d’uscita dal pantano quando la piazza del quirinale si riempirà di persone che pacificamente andranno a dire all’inquilino del Colle che non accettano che la Costituzione vada in frantumi, e che egli deve rispettare il ruolo che la Carta gli assegna.
di Fabrizio Tringali del blog Mainstream

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