… E scoprimmo di Essere Nudi

Ma Benigni recita Dante, oppure lo interpreta? Nulla di tutto questo: Benigni lo vive. Benigni è Dante. Lo è, nell’abbacinante climax che lo travolge fino a lasciarlo esanime: corpo morto. Lo è, nel momento in cui vede sgretolarsi di fronte a sé le illusioni di cui la sua carne e il suo spirito - il suo spirito fattosi carne - si erano nutriti fino a quel momento. Quando il suo vecchio della montagna, il vecchio d’oro, si tramuta in polvere di creta, stoppia fangosa. Polvere e nulla.

Muore, in quel momento, e non risorge. L’ideale resta vuoto. La lettera, ferma. Cupo artifizio, cembalo che tintinna. La vita non è sogno. La vita non è letteratura.

Ma la letteratura dà la vita. Il corpo stordito, l’ansito d’una comprensione, il baricentro sbieco, il turbine assordato in cui ruotano a spirale mani, troni, potenze, dolori, liquami, tormenti, tutto risolto (e perduto) in una bocca che bacia tremante: quella è l’umanità. L’umanità che pecca per troppo amore, è l’umanità assetata d’amore. Povera, miserrima. Benigni è Dante, perché Dante è uomo. Tutti gli uomini. Ciascun uomo.

Ma Benigni è anche l’uomo Dante, di quel tempo e di quello spazio. E’ il Dante trasmigrato, con la sua affannata e sensuosa sperdutezza, nel corpo di Roberto in forza d’una eretica, e benedetta, metempsicosi artistica.

Chi da sé cade, non risorge. Cade, e giace nel sepolcro freddo della sua insipienza disperante e ansiosa. Ma d’un freddo che è domanda, pretesa. Un freddo che vuole l’eternità. Che pretende d’afferrarla, possederla, violentarla per troppo amore. Smania. Unicità.

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“…l’altro piangea, sì che di pietade/io venni men così com’io morisse” (Inf. V, 140-141).
Ari Scheffer,
Paolo e Francesca, 1835.

Con l’uomo Dante corpo morto, s’annulla il “mio”. Solo nella perdita, solo nell’abbandono nell’altro, il corpo morto risorge. E’ la prova suprema. E’ sovrumana. E’ necessaria. Di troppo umano si muore. Ma quel troppo umano, nell’implacabilità dell’eterno, quanto ci sembra meritevole d’un singulto pietoso.

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Daniela Tuscano Stampa questo Articolo Stampa questo Articolo

Da ignorante di Dante posso dire che ciò che ha descritto così bene Daniela rappresenta le sensazioni e le considerazioni che in parte mi son trovato a sentire ed a fare parlandone con altre spettatori emotivamente coinvolti. Ma mi viene spontaneo chiedere a Daniela cosa pensa di questo:

Dante: Sermonti contro Benigni
(ANSA) - ROMA, 18 NOV - ”Non e’ un buon servizio fatto al Poeta e nemmeno agli ascoltatori”. Vittorio Sermonti critica Roberto Benigni in un’intervista. ”Il suo modo di attualizzare Dante e’ divertente ma non si possono dire spiritosaggini e cose un po’ ovvie per adescare il pubblico”. Benigni il 29 novembre su Raiuno leggera’ il canto V dell’Inferno. ”Ho 78 anni e mi dispiace lasciare il campo a questo tipo di divulgazione allegra. Dante e’ duro e severo e ci vuole durezza e severita’ per capirlo”.

Aggiungo che Zeffirelli (!!!) ha detto che non si dovrebbe consentire ad un pratese di leggere e recitare il fiorentino Dante con quell’accento.

E’ stata la stessa Associazione Dantesca Italiana a replicare a Sermonti. E lo ha fatto elogiando Benigni e il suo lavoro.

E’ vero, l’attore toscano è più ispirato che competente. Non è uno studioso né pretende di esserlo. Sermonti è un dantista, Benigni no; ma non mi pare una novità.

Questa polemica tralascia un particolare a mio avviso fondamentale: che Dante è di tutti. Non si esaurisce certo in Benigni; ma non è completato nemmeno da Sermonti. Dante è l’uomo, e li comprende entrambi. I quattro sensi delle scritture, ecc.

Benigni ha il grande pregio di divulgare l’opera dantesca, di mettere nel testo il suo afflato di uomo e di artista. Poi si può approfondire altrove; con Sermonti, o con altri. Attenzione, divulgare non significa banalizzare, e non mi sembra che Benigni lo faccia. Il suo Dante, in questo senso, non è “divertente”, neppure nel significato originario del termine (volgere altrove). Io credo, al contrario, sia molto utile per avvicinarsi al Vate.

A scuola studiamo Dante, lo ascoltiamo attraverso Benigni, cerchiamo di farlo “nostro” (esorto sempre i miei studenti a ripetere i suoi versi immedesimandosi in lui, secondo la loro sensibilità). Attraverso Benigni si può giungere a Sermonti, ecc. Quanto a Zeffirelli, vabbè, quella sì è una barzelletta. Peccato, però, che non faccia nemmeno ridere.

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