Confessioni di un violento: Due stelle


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la caduta più letale è quella che si disvolge lentamente, per tratti infinitesimali quasi impercettibili, in modo che la curva che descrive il passaggio dalla luce all’oscurità sia più simile al convergere infinito verso un asintoto indifferente che all’esplosiva occorrenza di un’intersezione.  così viene inevitabilmente il tempo che, dopo anni di navigazione ignara, la costa scompare agli occhi del distratto comandante, convinto di svolgere in maniera appropriata il suo servizio tenendo gli occhi su carte e bussola e ignorando la curva frattale del mare.

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c’è stato un tempo ed un luogo in questo paese dove uccidere animali era esercizio comune senza che ci fosse un posto dove pubblicamente farne doglianza o mostrarne orribili foto. quando la cagna bastardissima di mio nonno faceva sette o otto cuccioli, era per lui pratica naturale e assolutamente conseguente quella di affogare le femmine e cercare di regalare i maschi a chi aveva bisogno di un cane per le pecore o per il pollaio.
io, che non conoscevo ancora l’essenza senza appello della morte, gli vedevo compiere l’operazione con infantile curiosità chiedendo, come fa chi già si sente grande, di sostituirlo almeno una volta nell’entusiasmante incombenza. lui non aveva letto al punto di formarsi una coscienza da società civile,  inoltre, non era così intelligente da capire la profonda differenza che c’è tra cane, maiale, gatto e vitello. poi, forse pensava che quello fosse un passo fondamentale per il mio rudimentale percorso formativo. così tenni una cucciola sussultante nell’acqua limpida di un secchio di stagno fino a quando non sentì improvvisamente il suo corpo diventare leggero come una piuma nella pace della dipartita. fu solo quando trassi dall’acqua quella bestia esanime, diventata minuscola nel suo pelo ricciuto e bagnato, che compresi di aver compiuto un’azione irreversibile, di essermi inoltrato per i primi passi della tana del Bianconiglio, percorso che non conosce remissione. è questa l’unica cosa che ho imparato da mio nonno e ne piansi per giorni. è stato il mio primo e ultimo assassinio. ciò che è venuto dopo è stato solo un esercizio di convinzione e disciplina, una difesa della personale integrità, l’impegno per prendere una posizione e tenerla, un’esplicazione professionale di vendetta, il sistema per procurarsi indispensabili informazioni. anche se a qualcuno dicevo che la cosa mi scuoteva, non era vero. dopo quella cagnolina, non ho pianto più.

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la processione del tempo si esplica attraverso l’ottusa pertinacia della decadenza. il progresso e l’evoluzione sono risultati collettivi, il disfacimento è un sentiero di solitudine. io lo so e lo tengo fisso in mente quando me li trovo davanti tutti e quattro. sono giovani, tra i venti e venticinque, giovani, forti, neri come la paura che avevo da bambino. il sottopassaggio è sorvegliato da telecamere, questo vuol dire solo che la mia morte può andare a finire su youtube. uno ha in mano un taglierino, un altro una bottiglia. gli altri due sono così grossi e forti che non hanno bisogno di niente per farmi paura. posso posare a terra la borsa, svuotarmi le tasche, togliermi l’orologio e sperare che finisca lì. Io ho più del doppio della loro età, sono fuori allenamento e disarmato. il mio istruttore diceva che fuggire il combattimento quando si è in evidente condizione di inferiorità è una vittoria che si apprezza col passare del tempo. eppure la mia esperienza mi dice che non basta. quello che c’è in ballo non sono solo i cento euro di roba che mi porto addosso, ma la voglia che gli intuisco di prendersi un po’ di divertimento. manca il secchio, io non sono una cagnolina, mio nonno è morto da trent’anni, ma il cerchio si sta chiudendo.

è per questo che non aspetto richieste e non attendo che la situazione sia chiara. nel grigiore della condizione incerta sono il primo ad aggredire quello che mi è più vicino. morsi alle guance, dita negli occhi, testa sbattuta a terra, grida disperate di guerra. sento qualcuno che cerca di colpirmi alle spalle e mi alzo per attaccarlo, ma alla fine scappano perché loro avevano paura di morire. io no. mi odio troppo.
a terra rimane il più grosso, quello la cui forza e gioventù mi offendono di più. è per questo che gli straccio la maglietta dell’inter e gliela infilo in gola. sto lì a guardarlo soffocare per qualche minuto nel suo vomito che sa di spezie, con le ginocchia sulle sue braccia e le mani premute sulla sua bocca.
mi alzo e scappo solo quando sento qualcuno arrivare. lui rimane lì, salvo per puro caso a un minuto esatto dalla morte, con gli occhi bianchissimi che sembrano due stelle brillanti sospese nel cielo della notte più scura che io abbia mai visto.

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Una delle personalità di Gianalessio Ridolfi Pacifici che non è uno schizofrenico. Su questo, tutte le sue personalità sono d'accordo. Abbiamo scritto una raccolta di racconti pessima. Leggile a questo link.

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