Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Dopo la Pioggia" è stato scritto da doxaliber
La sveglia suonò implacabile alle 07:00, come ogni mattina, ma le dita clementi, invece di premere il tasto di spegnimento, puntarono dritte sul “delay”.
Ancora 5 minuti, solo cinque minuti.

07:05, non un minuto in più né un minuto in meno, la suoneria ricominciò a trillare impaziente, questa volta anche le conniventi dita dovettero cedere alla realtà dei fatti. La sveglia non poteva più essere rimandata, un paio di rotolamenti nel letto prima che le gambe poggiassero i piedi sul freddo pavimento; erano gli ultimi tentennamenti concessi al sonno. Nella penombra Giacomo lanciò uno sguardo invidioso al suo compagno di stanza che dormiva, strafottente e spaparanzato, sul suo lettino.
“Un giorno toccherà questa vitaccia anche a te, goditela finché puoi”, questa era la frase che Giacomo si ripeteva, come un mantra consolatorio, quasi tutte le mattine, quando lui era costretto ad alzarsi per andare al lavoro e nel contempo doveva anche contemplare il suo coinquilino, che magari era appena andato a dormire dopo una serata di baldorie universitarie.
Il brusio prodotto dalla luce al neon quasi scarico e la pioggia che tintinnava sulle ringhiere erano gli unici rumori che risuonavano nella casa. Giacomo aprì il rubinetto per sbattere sul lavandino, non solo la barba rappresa tra schiuma e lametta, ma anche il desiderio del sonno. Gocce d’acqua spruzzate dalla doccia scorrevano sulla sua pelle, altre scivolavano sui muri delle case, sugli alberi, sulle auto e su qualsiasi oggetto esposto alle intemperie. La doccia era un momento di relax, ma nell’abbandono prodotto dal calore dell’acqua si acuivano i pensieri e quel senso di amarezza che pungeva come uno spillo il cuore del giovane. Provò a negare a se stesso la tristezza interrompendo immediatamente il flusso d’acqua per poi vestirsi con pari celerità.
Lettore mp3 agganciato alla cintura, cuffie nelle orecchie ed impermeabile con cappuccio. Giacomo non amava gli ombrelli, preferiva nascondere le sue mani, sofferenti al freddo, nelle profonde tasche del suo giaccone, per poi procedere a passo veloce ed a testa bassa nella città. La pioggia nascondeva ancora la luce del giorno quando Giacomo, quasi correndo, si diresse verso la metro già affollata di persone.
Odiava quella specie di treno lanciato tra oscuri cuniculi. Odiava lo stridìo dei freni, il rumore sordo delle rotaie che rimbalzava in galleria per poi rientrare prepotente dai finestrini. Odiava vedere tante persone così vicine, ma così maledettamente intente ad evitare il contatto e ad ignorarsi. Odiava i finestroni che, così grandi, proiettavano il nulla. I treni sono ben altra cosa, pensava Giacomo mentre la musica nell’auricolare proteggeva il suo udito dal rumore delle rotaie. I treni evocano viaggi; le persone quando viaggiano di solito sono felici, ed infatti nei treni spesso gli individui, magari costretti per ore nello stesso compartimento, socializzano, fanno amicizia, a volte si innamorano. I finestroni dei vagoni poi sono come gli schermi di un cinema: grandi, luminosi, pronti a trasmettere paesaggi sempre nuovi.

Lo spostamento in metro non fu lungo: risparmio di tempo, unico vantaggio di quell’ammasso di ferraglia. Mentre risaliva le scale notò che il buio della metro sembrava un tutt’uno con il cielo plumbeo, che continuava a lanciare implacabili secchiate di acqua sui marciapiedi. L’arrivo all’ingresso dell’ufficio ricordò a Giacomo cos’altro odiasse oltre alla metro ed alla pioggia: il suo lavoro al call center. Come non odiare intere ore della sua vita passate al telefono, tra gentilezze forzate, le sue, e vaffanculo spontanei, quelli dei suoi possibili clienti. Solo un pensiero fisso rendeva sopportabili quelle ore d’agonia: la precarietà. Dentro di sé Giacomo sapeva che in quel posto non sarebbe durato a lungo, prima o poi se ne sarebbe andato o lo avrebbero cacciato. Meglio, così non avrebbe avuto nemmeno il rimorso d’aver perso il lavoro, per una volta la precarietà lavorativa che lo perseguitava fin dalla sua laurea sembrava a Giacomo un’ancora di salvezza invece che una condanna all’eterna incertezza sul futuro. Anche quel giorno il suo “capo” lo “spronò” per gli scarsi risultati, ricordandogli che chi non vende non guadagna, e chi non guadagna non serve.
“Chi se ne fotte, fanculo te, il marketing, i target, gli obiettivi e tutte le altre cazzate che mi propini da mesi, avessi saputo che questo era il mio destino col cazzo che mi sarei laureato”, pensò Giacomo, proferendo al suo Capo parole gentili nettamente contrastanti con quelle suggerite dai suoi pensieri.
“Se il tempo deve passare che passi anche di giorno, non soltanto all’ora della sveglia”, mugugnò tra sé e sé il giovane non più giovane. Ed il tempo passò, anche se non alla velocità dei desideri del ragazzo.
Erano le 13:00 in punto quando Giacomo scese velocemente le scale per rimprendere al volo la metro. La tappa questa volta era in tutt’altro posto, ora la luce era più intensa, pioveva ancora ma le nuvole sembravano diradarsi. La pioggia, meno fitta, lasciava traspirare l’odore di umido dell’asfalto e del cemento.
Mentre attraversava quella via che lo separava dalla agognata meta sentì che quell’angolo di città, a lui da sempre estranea, in qualche modo era diventato familiare, ispirava nel ragazzo qualcosa di inspiegabilmente positivo. Il cielo, meno plumbeo e più clemente, sembrava dargli ragione.
Giacomo entrò nel locale in cui non vedeva l’ora di arrivare. Si guardò in giro. Dov’era, maledizione, dov’era? La coda dell’occhio confermò la presenza della persona che Giacomo cercava, il suo animo si placò ed egli corse al tavolo per sedersi. Una cameriera portò un menu per poi tornare dopo pochi minuti con il blocchetto delle ordinazioni in mano.
- “Cosa le porto?”
“Guardi, non ho ancora deciso”, che in realtà significava: “no, non te, voglio parlare con lei, la tua collega”.
Dopo un breve tiro a rimpiattino con l’intrusa, sempre più scocciata dai continui rimandi di Giacomo, finalmente venne lei, il cuore del ragazzo festeggiò quell’arrivo pompando all’impazzata.
“Dai dai, di cosa hai paura, guardala, in fondo è una come tante, non è questo granché, cosa ci trovi in lei?”
“Cosa ci trovi in lei? Ma l’hai vista bene, quello sguardo, quel sorriso, quegli occhi”.
Parlava da solo. No, non era una ragazza di quelle per cui ti procureresti un torcicollo per poi lanciare sguardi d’approvazione all’amico compiaciuto. Lei è una che ti stende con il sorriso e con la sua semplicità.
“Ciao”, disse il chiodo fisso di Giacomo sorridendo, “cosa ti porto?”
Lui non riusciva a guardarla, la sua testa era piegata sul menu, a cui però non era affatto interessato:
- “Non saprei”;
- “Se vuoi torno dopo….”
- “No, no, aspetta, posso dirti una cosa?”
- “Dimmi”, disse lei.
A Giacomo i secondi di silenzio che seguirono alla domanda della ragazza sembrarono interminabili. Egli stava per biasciare qualcosa quando. d’improvviso. gli occhi di lei si illuminarono e la sua bocca si spalancò con aria stupefatta, rivelando tutta la bellezza di quella ragazza sempre sorridente, poi quelle parole:
- “Guarda, ha smesso di piovere! Corri, andiamo a caccia di arcobaleni!”
Fu in quel momento che lei prese la mano di Giacomo e lo trascinò fuori dal locale. Le porte del bar si spalancarono ed i raggi di un sole caldo accarezzarono immediatamente il volto dei due ragazzi.
- “ Ma dove mi porti, è assurdo!”, disse lui;
- “corri, corri!”, esclamò lei ridendo, mentre con una mano trascinava Giacomo dietro di se; “accidenti ci è sfuggito, vieni, di qua ce n’è un’altro”;
- “fermati, dimmi almeno come ti chiami!”, urlò il giovane di nuovo giovane;
- “eccolo, eccolo, siamo proprio sotto un’arcobaleno, guarda”;

Lui alzò lo sguardo; sopra la loro testa un arcobaleno bellissimo, non ne aveva mai visto uno così.
- “Ora puoi esprimere un desiderio”, disse lei;
La mano di Giacomo si allungò verso il volto di lei, accarezzandolo, “un mio desiderio? Da tanto, tanto tempo, desidero solo baciarti”;
Fu un bacio intenso, bellissimo, almeno fino a quando lei non staccò le sue labbra per dire:
- “Allora, cosa vuoi ordinare?”
- “Come?”
- “Allora, cosa vuoi ordinare? Ehi, ci sei?”
Giacomo scosse la testa inebetito. Sul volto di lei c’era un sorriso, ma non era lo stesso che aveva vistro prima. “Non è possibile, cazzo, ho sognato ad occhi aperti, devo proprio essermi rincoglionito”, pensò il ragazzo. L’amarezza fu grande, Giacomo si sentiva proprio uno stupido. Ma che razza di pensieri idioti, sei un idiota, idiota, idiota. La vocina nella sua testa espresse un giudizio implacabile, senza appello. Il ragazzo, triste ed un po’ imbarazzato, girò la sua testa verso il finestrino che affacciava sulla strada, la pioggia scendeva ancora incessante.
- “Maledetta, fottutissima pioggia”, disse;
- “Ma no dai, la pioggia non è così male”, rispose lei sorridendo ignara;
- “Che stronzata, nessuno ama la pioggia”, sentenziò Giacomo con voce alterata. Una parte di lui voleva rimproverare la ragazza per l’inganno subito, ben sapendo che lei non aveva alcuna colpa. Ma il pentimento punse immediatamente il cuore del ragazzo, che girò la testa verso di lei per dire, con aria costernata: “perdonami, sono nervoso”. Il senso di colpa aveva immediatamente risposto alla rabbia di Giacomo, ferendola a morte. Notò che lei c’era rimasta male, ma si rese anche conto del fatto che, invece di mandarlo al diavolo come lui sentiva di meritare, la ragazza non si scoraggiò e continuò il discorso;
- “Non è vero”, disse lei con un mezzo sorriso un po’ forzato. “Quando piove questo locale sembra più accogliente, la gente sembra davvero trovare ristoro. Quando piove è bello stare in casa, al caldo, con una bella cioccolata in mano ed un bel libro. Poi senza la pioggia tutto sarebbe secco ed intirizzito, non ci sarebbero i fiori. Ma soprattutto, anche tu che odi la pioggia, come faresti ad amare tanto il sole se non ci fosse una nemesi su cui riversare il tuo odio? La gente che esce timidamente di casa dopo un temporale sembra tornare a nuova vita, sente davvero il calore del sole, lo apprezza. Non puoi davvero amare qualcosa se non esiste un’alternativa mediocre da disprezzare, per questo non potresti riuscire davvero ad amare una giornata di sole se essa non fosse ogni tanto rapita da un giorno di pioggia. Se esistessero solo le belle giornate finiresti per ritenere il sole un fatto scontato, Quando le cose sono scontate sono noiose, non si possono amare.”;

Giacomo sembrava distratto mentre la ragazza tentava la sua arringa in favore della pioggia, ma il suo livello di attenzione cambiò quando la cameriera disse, puntando il dito verso il cielo:
- “Ma la cosa peggiore sai qual è? Senza la pioggia non ci sarebbero gli arcobaleni. Dopo la pioggia c’è sempre un arcobaleno, basta avere la voglia di cercarlo”;
Fu in quel momento che Giacomo, prima intento a scrutare la pioggia dal finestrino, voltò di scatto il collo per poterla guardare dritta negli occhi – di nuovo – con aria sorpresa ed espressione inebetita. Fu in quel preciso istante che Giacomo pensò: “è un segno, non può essere altro, devo cogliere l’attimo”.
- “Senti, io devo dirti una cosa”,, disse il ragazzo;
- “Dimmi”, disse lei mimando sincera curiosità;
Ora i minuti di silenzio che precedettero l’evento successivo sembrarono interminabili per entrambi.
Ma lui non fece in tempo a dire niente, né forse lo avrebbe mai fatto. Passò qualche istante prima che una voce dal bancone interrompesse l’attimo fuggente: “Chiara, guarda chi c’è!”.
La ragazza girò la testa, un uomo in divisa la aspettava a braccia aperte, lei sorridente ed entusiasta voltò nuovamente lo sguardo verso Giacomo e disse: “scusami, torno subito, non te ne andare”, poi frettolosamente corse ad abbracciare l’altro.
“Idiota, idiota, idiota, ancora credi a queste stronzate, idiota”, disse tra sé e sé Giacomo prima di alzarsi velocemente ed uscire dal locale, passando inevitabilmente davanti al suo sogno infranto intento ad abbracciare la cruda realtà dei fatti. Aveva smesso di piovere ed il sole si era alzato prepotente nel cielo. Ma Giacomo non se ne curò, era troppo preso a macerarsi nell’amarezza delle occasioni perdute.
- “Come stai sorellina”, disse l’uomo in divisa;
Lei non rispose;
- “Ehi, cos’è quell’aria pensierosa?”, disse suo fratello in mimetica;
- “Niente. Senti, ma mi trovi ingrassata?”, proferì Chiara, con area corrucciata, al fratellone;
- “Ma che dici stupida, sei bellissima, ma come mai voi donne avete sempre questa fissa della dieta?”;

“Fratelli, sempre accondiscendenti, ogni scarrafone è bello a mamma sua“, pensò Chiara. “Se sono bellissima allora perché quello stupendo ragazzo un po’ triste e solitario che viene tutti i giorni a mangiare qui non mi nota nemmeno? Che stupida, stupida, stupida, stupida, colpa mia, come mi è venuta in mente quella storia sugli arcobaleni? Ora lui starà ancora ridendo di me e non tornerà mai più”.

Nooo…che tristezza volevo l’incontro!!
Walt Disney Walt Disney Walt Disney!
Bello questo racconto, intenso, evocativo, m’ha fatto un pò sognare!
Ci sono molti spunti di riflessione, grazie doxaliber. E così scoprimmo che anche gli informatici hanno un’anima!
…Ci dovete preparare a un articolo supertragico?
Doxaliber è una persona molto sensibile.
Grazie a te Sara, sono contento di sapere che il mio racconto ti è piaciuto.
No, non è stato scritto con l’intento di prepararvi a qualcosa di tragico anche se, vista la situazione dell’Italia, la tragedia è sempre alle porte.
Forse dovrei cambiare il nome… inizia ad essere abusato
Pura casualità Chiara, ho scritto questo prima che tu cominciassi a scrivere commenti su MC. Mi piace il tuo nome.
Guarda che coincidenza, lo scrissi nel marzo 2007
http://chiara-di-notte.blogspot.com/2007/03/dedicato-me.html
Credo che tutte le persone siano in qualche modo “felici” quando qualcuno dedica la propria attenzione a loro, quindi non sei la sola.
Bella la citazione da “Cent’anni di solitudine”, un romanzo che ho amato molto.
“Odiava vedere tante persone così vicine, ma così maledettamente intente ad evitare il contatto e ad ignorarsi”
Appunto, ormai il contatto con i passanti mi infastidisce. Forse perchè credo che nemmeno loro non avrebbero voluto sfiorarmi, magari ora che l’hanno fatto non se ne curano ma in ogni caso a volte penso che il loro progetto fosse proprio quello di uscire di casa con la musica nelle orecchie e agire come se la strada, come se il mondo intero fosse deserto. Chi me lo fa fare, mi dico, di stabilire anche la minima relazione con un popolo che mi sembra così. Intendiamoci (il disclaimer, il disclaimer, è un’epidemia!) probabilmente ciascuna di queste persone di per sè è splendida o sarebbe splendida se ti concepisse effettivamente come una persona: a volte è già tanto se ti vede come “quel tizio che mi spinge/che occupa la corsia/che si è seduto sull’ultima sedia prima di me”, puro corpo. Anche i tizi che salutano il conducente sono rari salendo e qando li sento ragiono tra me e me che magari lo prenderanno per un fesso, un ingenuone, uno che non ha capito come si sta al mondo e pensa di potersi comportare come una nonnina di una volta che chiacchera col verduraio. Macchè: entra, serviti, esci! Interessante il parallelo metropolitana-call center (o sta solo nella mia testa?) Il meccanismo, una costante universale, credo, è lo stesso. Come i passeggeri della metropolitana tentano di evitarsi pur sapendo di essere come costretti a stare lì vicino a quello sconosciuto di fianco, così l’addetto al call center dice il suo nome di battesimo e si presenta cordialmente a qualcuno che non vedrà mai, con cui ha in comune solo il guasto sulla sua linea telefonica e con cui forse non avrebbe mai voluto parlare (“ma perchè parla a me, perchè se la prende con me, io che ne so poco più di lui, come se fossi responsabile io di tutto quello che fa non la filiale, ma l’azienda intera?”). Sono entrambe relazioni falsate, direi strumentali
Grazie per l’ottima analisi.
Lo so è il vizio di un aspirante critico letterario. Che poi tutto sommato è esplicitare quei pensieri che il resto del pubblico tiene per sè, il che, me ne rendo conto, può essere anche preso come irritante, un pò come uno che spiegasse la battuta invece di ridere…
Io non l’ho trovato irritante. Mi piace capire l’intepretazione che le persone danno a ciò che scrivo.
A me è piaciuto tantissimo, ma Dox, lo sai che usano quello stile anche negli aneddoti motivazionali?
La frustrazione, il sogno, la delusione del protagonista e la demotivazione, l’occasione a portata di mano ma sottovalutata per una mancanza di “coraggio”.
L’unico elemento che non avrebbero usato sarebbe stato il fratellone
Comunque, grazie, per un attimo ho sognato e mi sono immedesimato.
Davvero usano queste cose negli aneddoti motivazionali! :-O Comunque grazie a te.
Oh, ma mi è piaciuto! Credo tu lo abbia capito.
Solo che voglio sempre dire qualcosa di originale!
Mi è piaciuto il tuo commento.
Ma suppongo che nelle “cose” motivazionali in realtà il fine ultimo di questi racconti è quello di definire un po’ “sfigate” ed “imbranate” le persone che vivono la vita basandosi profondamente sulle proprie emozioni interiori.
azz. allora sono sfigato e imbranato…
Siamo in due.
semplicemente fantastico.
grazie Doxaliber, hai risvegliato l’attore teatrale che è in me… ti offendi se lo uso per un mio studio? pensavo di farne un monologo
Grazie. Fai pure. Al massimo mi metti nei credits!
Però se finisci a Broadway voglio la percentuale eh?
La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e 7Up…
Bellissimo Doxa.
Grazie.
Bellissimo questo racconto di vita.
Come a Marco, a me ha impressionato la metafora fra la metro e il lavoro da call-center.
Sai che ti dico, se le telenovelas italiane fossero così, forse le casalinghe sarebbero un pelo meno ignoranti…
ma è simile o uguale a tante realtà.
(soprattutto quella della metro e del call center)
doxa dalle mille risorse mi piace un casino
è un piacere scoprirti narratore
Grazie.
Leggendo questa storia mi è tornato alla mente il periodo in cui vivevo a roma… e ogni mattina, quando mi alzavo, il mio mantra erano le parole di Battiato:
…non servono tranquillanti o terapie
ci vuole un’altra vita…
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