Donne:Mutazioni Genetiche XYZ 8


Forse il cromosoma xx del sesso femminile ha subito e  continua a subire mutazioni genetiche.
La seconda x, quella determinante per le differenze tra le ” femminucce” e i maschiacci ha perso o ha dovuto perdere nel tempo quelle doti di sensibilità, d’intuizione e di grazia che la contraddistinguono. Ci ritroviamo muscolose per lavori maschili o per allenamenti in palestra che dobbiamo/vogliamo sobbarcarci, a dover fare anche da padri perché i nostri partner latitano e a ricorrere a quei metodi di lotta feroce per la dura sopravvivenza che dalla foresta si è spostata nella vita cittadina e politica e poco importa se al posto di sangue scorrono tracolli economici o scorrette campagne elettorali, il fine è sempre quello: scannare il rivale senza nessuna regola morale.

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Eunuche per natura, ci ritroviamo a guardia di un harem che non è più il nostro focolare, a difendere e a mantenere in nome di uno strano femminismo, odalische e preferite ancelle per il divertimento del sultano. Non siamo più ne’ amazzoni, ne’ sante votate al martirio per difendere la nostra purezza, ne’ intriganti Cleopatre, ne’ geishe, ne’ romantiche fanciulle in attesa del principe azzurro, e nemmeno matrone. Siamo dei codici fiscali in cui la nostra femminilità  viene annullata per una parità solo qui applicata, costrette a fare il doppio lavoro di casalinghe e di lavoratrici o di dover elemosinare a qualcun altro il necessario per mandare avanti il bilancio familiare, e purtroppo, sempre più  spesso a ritrovarci con tutti e due i problemi perché non ci pagano, la nostra ditta fallisce,  siamo in prova, a fare lo stage, o il volontariato in certi casi nemmeno volontario ma imposto, come chi accudisce gli anziani e i malati di casa  fra l’irriconoscenza dei congiunti.

Sempre più spesso sento la voglia di tirare fuori la parte maschile che c’è in me (o forse solo preistorica) di fregarmene dell’ordine nella stanza tutta rosa e di salire gridando sopra un albero, di dimenticare le buone maniere e di mandare affanculo, come uno scaricatore di porto chi vuole vivere alle mie spalle, di farmi giustizia da sola perché Don Chisciotte non verrà mai a difendermi nemmeno se fossi più bella di Dulcinea, di svolgere il mio lavoro solamente concentrandomi su quello, senza dover prima sparecchiare e spolverare il tavolo dove devo lavorare perché gli uomini di casa quell’unica volta che lo fanno è solo perché qualcosa  abbiamo insegnato, ma mai per senso del dovere, di non  dovermi preoccupare, quando mi devo presentare in un ufficio del mio look più di quanto lo impongano le regole del buon gusto e della pulizia, e dell’età in qualunque epoca della vita che spesso è  l’unico motivo per dirci di no: sei troppo giovane e carina, non vai bene per un lavoro pesante, sei in età fertile, costi troppo all’azienda, hai famiglia e non si può contare sulla tua disponibilità, sei anziana e noi vogliamo la bella presenza.

No, non voglio appropriarmi di quella Y che non ho, ve la lascio,  tanto pure io c’ho du’ palle! Un paio mi costano una fortuna in reggiseni, e le altre mi fanno vincere battaglie (di Pirro, però), ma soprattutto c’ho du’ palle nell’altro senso metaforico del termine, che mi fanno desiderare di aggiungere al mio cromosoma XX orgogliosamente femminile, oltre alla Y latente che c’è in me, come nell’ultima pagina dell’agenda, quella che rimane quasi sempre bianca, la Z, : si, la mutazione genetica è diventata XYZ, dove zeta sta per Zorro.

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Zorro! proprio lui, quello che in un mondo assurdo deve nascondersi dietro la mascherina per difendere i deboli e non quando fa il signore! Zorro col mantello nero come se fosse un giudice, che fa giustizia da solo! Zorro che corre ancora a cavallo brandendo la spada e lasciando non la sua firma ma la spigolosa Zeta. Ecco, devo  sostituire la sinuosa S della mia taglia di una volta (con la XXL ! direte voi…anche….!.) con questa zeta che insinuano essere un simbolo massonico, ma forse per sporcare l’idea di un eroe che si spende per la giustizia, o forse perché la realtà è che per combattere il male, bisogna averne fatto parte, conoscerlo.

Invecchierò senza diventare mai grande, sognando cosa farò da grande, aspettando non Babbo Natale, non il principe azzurro,  ma Zorro. O solo qualche donna, più in gamba di me, col mantello da giudice, che ci liberi dalle ingiustizie ai vertici. Alle nostre di tutti i giorni, non illudiamoci, dobbiamo pensarci noi, e se avremo a che fare con un giudice, donna o uomo che esso sia, auguriamoci che non sia uno scarto del bunga bunga ma soprattutto che non venga ammazzato o anche solo isolato e visto che non siamo tutti sordomuti come il servo Bernardo del personaggio, smettiamola di tacere e di far finta di non sentire.


8 commenti su “Donne:Mutazioni Genetiche XYZ

  • Paolo Tagliaferri

    Concordo sulla difficoltà che le donne riscontrano nel mondo del lavoro (in Italia)… purtroppo so com’é dura per riscontri diretti. La parte sull’uomo che non fa un c***o … beh quella ritengo che sia soggettiva, in fin dei conti ognuno si sceglie il partner che vuole, sta alla donna in questione valutare se vive con un bambinone incapace o no e agire di conseguenza … cosí come sta all’uomo capire se sta con una persona matura piuttosto che con una sanguisuga o con una che li fa passare tutti in rassegna ma penso di non dire nulla di nuovo. Alcuni poi sembrerebbero essere beati bel circondarsi di belle sanguisughe…per cui in ultimo dipende veramente da che cosa si cerca. Per quanto mi riguarda non starei certo a guardare senza agire se qualcosa (lavoro o vita privata) non mi va piú a genio.

  • marechiaro

    sono d’accordo con te sul fatto che ci sono donne sanguisughe da cui stare lontani, donne che fingono violenze mai subite e sottilmente perfide, donne che detesto al pari di uomini violenti e immaturi, e che dobbiamo essere noi stessi a saper scegliere. La giustizia attuale per quanto ho personalmente costatato, se non si ha la fortuna di trovare il giudice capace, spesso non solo non ci difende, ma ci complica ancora di più la vita anche se partecipiamo attivamente. Questo vale anche per gli uomini, ma per noi donne per natura condizionate dai sentimenti la cosa peggiora ancora di più, ed ecco che per sopravvivere dobbiamo rinunciare alla sensibilità femminile, andando in un certo senso “contronatura” Nel mio precedente post ” Stabilità Mentale” del 4 settembre, 2010 Archiviato in Storie Italiane parlavo di una situazione vissuta da vicino di un figlio che urlava e picchiava la madre anziana. Ci siamo attivati un pò tutti per mettere fine a questa situazione con l’assurdo risultato che sono intervenuti assistenti sociali e polizia. Per allontanare il figlio manesco? No, per mettere nell’ospizio la vecchietta, comunque autosufficiente, lasciando la casa libera a lui!Ora qualunque madre, dopo questo fatto sa che non può abbandonarsi alla famosa frase “i figli sò pezz’ e core”, e io vorrei essere risarcita per questo sentimento che ci scippano, ma è mai possibile che se una è sfigata e debole fra le quattro mura di casa passa dalla violenza paterna, a quella del marito o poi a quella dei figli? Di fronte a pestaggi evidenti perchè non si procede d’ufficio? Perchè si pretende che una donnina di più di 80 anni ormai rintronata faccia la denuncia senza darle alternative a una così difficile convivenza? Senza parlare poi di donne con figli piccoli, senza possibilità economiche che subiscono violenze ed umiliazioni. Il rischio di dover comunque convivere dopo un’eventuale denuncia o di essere continuamente inseguite, o di dover patire ogni volta che devono lasciare in affido i bimbi dopo un divorzio molto spesso, nonostante le leggi che ci sono, costringono la donna a soccombere, o a diventare cintura nera di Karate autosterilizzandosi. Certo la cronaca nera registra anche casi di donne violente al pari degli uomini magari pscologicamente, ed è questa la cosa più inquietante che ho definito come “mutazione genetica”.

  • Piquet Mastrobirraio

    Iniziamo dall’argomento “preparare la cena”. Ne sentivo parlare anche laddove si diceva che “il maschilismo è proprio come lo descrivi tu: quando si crede di poter prendere un frutto senza aver coltivato l’albero, bere un vino che non hai fatto maturare solo perché hai voglia di farlo. Corteggiare è una cosa bellissima, ma che richiede rispetto anche nelle sue versioni più pazze e travolgenti.”
    Il tuo “femminismo” consiste nel pretendere che a coltivare l’albero (e a pagare materialmente e moralmente per farlo) sia solo l’uomo.
    Corteggiare fa schifo. Significa prostituirsi psichicamente. Significa dare tutto in pensieri, parole e opere avendo in cambio la sola speranza.
    Significa spendere in fatica, recite, corteggiamenti, sincerità, dignità (quando si dovrebbe fare da freddi specchi su cui provare l’avvenenza, da pezzi di legno innanzi a cui permettersi di tutto, da cavalieri serventi pronti a tutto per un sorriso, da mendicanti alla corte dei miracoli d’amore costretti a guardare dal basso verso l’alto colei che potendo dare “la sportula” può decidere del paradiso o dell’inferno) senza certezza del corrispettivo.
    La consensualità (e il rispetto) prevedrebbe (anche nelle cose non strettamente “economiche”, ma tali in solo senso lato) accordi chiari a priori e basati su interesse e soddisfazioni reciproci e soprattutto garantiti dal rispetto del dare-avere (nessuno può avere con certezza e dare a capriccio, come pretendono le dame dal medioevo ad oggi).
    Nell’amor naturale amato dalle donne invece è solo l’uomo ad affrontare i rischi (materiali, morali, psicologici, economici ed oggi pure legali) e i sacrifici della conquista (come scritto nel libro mai scritto della vita imposto dalle donne).
    C’è ancora una inachis qualsiasi che osa chiedersi perchè poi, una volta riusciti in ciò, gli uomini passino al capitolo due dello stesso libro mai scritto, ove si stabilisce che il conquistatore possa disporre della città conquistata “pretendendo la cena” e “non occupandosi del suo piacere”? Ha già fatto abbastanza fatica prima. Ora tocchi alla femmina faticare e preoccuparsi delle attenzioni. Si può certo abolire (e forse sarebbe ora: un bene per ambo i genere) questo libro non scritto (e tornare ad essere uguali come da fanciulli), ma allora si smetta da parte femminile di pretendere dall’uomo i doveri del capitolo uno negandogli i corrispondenti diritti del capitolo due.
    Quella della cena è una questione di scambio: se io sacrifico la mia naturale poligamia sull’altare (è proprio il caso di dirlo) del tuo desiderio monogamo, tu ti devi sacrificare nella monogamia (recitando da madre, ovvero dall’unica donna che può essere unica). Altrimenti perché io dovrei accettare di rinunziare al mio modo naturale di vivere (poligamo) e allontanarmi dalla madre vera? Perchè dovrei agire contro la mia natura e il mio interesse? Detto ciò, disprezzo gli uomini che vendono la propria libertà per un piatto di pasta, ma disprezzo ancora di più le donne che chiamano questo turpe commercio della sessualità maschile come “maschilismo”.

    Osi dire che avete dalla parità i doveri ma non i diritti?
    Io direi piuttosto che è vero il contrario, date le interpretazioni continue a senso unico delle leggi su aborto (la donna sola decide della vita e della morte del nascituro), divorzio (la donna, qualora non possa o non voglia trovarsi un lavoro adeguato, può farsi mantenere vita natural durante allo stesso tenore di vita del matrimonio: di casi contrari non ne ho mai visti, giacchè quando il marito è povero o nullatenente non ha l’avvocato per difendersi dall’accusa di maltrattamenti – e quindi dalla colpa che esclude il mantenimento, e comunque, essendo le disparità, numeriche e psicologiche, dell’amore sessuale favorevoli alle donne, sono queste a poter inserire fra i requisiti pretesi dal partner la maggiore ricchezza, mai viceversa) e violenza sessuale (la tanto adulta ed emancipata donna viene all’uopo vista come eterna minorenne incapace, per questo o quel motivo, di decidere e proferire un no chiaro – si condanna per violenza anche chi, senza violenza alcuna, convince la donna al rapporto con promesse – o un sì valido – gli angloamericani considerano stupro qualsiasi rapporto sotto l’effetto alcolico, come se l’uomo fosse responsabile pure delle voglie sessuali suscitate in certe ragazze dall’alcool e dalla trasgressione, delle quali poi da sobrie si pentono, come se fosse possibile deresponsabilizzare chi sceglie di bere, come se simmetricamente chi stupra da ubriaco potesse essere ritenuto non punibile).

    Non siamo nello stato che regala soldi alle imprese fondate da donne e che vuole imporre per legge le quote rosa?

    Dobbiamo, noi uomini, smettere di fare il gioco di chi, prima, ci ha convinti, con favole egalitarie e distorsioni moralistiche e anacronistiche della storia (consistenti nel valutare con i parametri eudemonici e individualisti di oggi le ragioni del mondo anagogico e comunitario di ieri, nel quale gli uomini non avevano affatto la libertà di fare di tutto, ma il dovere di sacrificarsi nel proprio ruolo, esattamente come le donne), a smantellare tutte quelle mirabili strutture (dell’arte come della religione, della politica come della storia, del pensiero come della società), edificate nei millenni dai più forti, dai più saggi, dai più geniali e dai più coraggiosi epigoni maschili (dei grandi popoli indoeuropei fondatori di città e civiltà grazie ai loro valori virili e aristocratici) proprio al fine di permettere agli uomini di compensare tutto quanto in desiderabilità e potere è dato alle donne per natura (dalle disparità di desideri e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all’esser madre) e poi, senza più limiti nè remore nè regole, fa uso delle proprie armi naturali per raggiungere (sempre dietro il paravento della “parità” formale) un’incontrastata preminenza nelle sfere più rilevanti davanti alla natura, alla discendenza e alla felicità individuale (aiutata in questo peraltro da leggi applicate a senso unico contro ogni etica, ogni natura e ogni diritto, come nel caso di aborto, divorzio e violenza sessuale).

    Proprio perchè quanto dici sulla “debolezza maschile” (ma io preferisco chiamarla sensibilità alla bellezza ed ingenuità di disio, poichè da essa possono derivare, testimoni i poeti, le più raffinate squisitezze intellettuali e le più delicate soavità sentimentali) è in parte vero (e dalla situazione dell’amor naturale, in cui mentre l’istinto maschile è disiare in ogni creature femminina la bellezza con la rapidità del fulmine e l’intensità del tuono non appena essa appare ai sensi nelle grazie corporali, conformemente alla necessità di propagazione della specie, quello femmine è sentirsi in ogni dove belle e disiate per attirare quanti più maschi possibili, metterli alla prova e scegliere chi eccelle nelle doti volute, conformemente alla necessità di selezione della specie, è, continua per sublimazione ad essere la femmina a scegliere e decidere e il maschio a seguire e faticare per essere scelto anche in molto altro se non intervengono freni e compensazioni) tutte quelle mirabili strutture dell’arte come della religione, della politica come della storia, del pensiero come della società, che la demagogia femminista ha convinto oggi a smantellare in nome di una finta uguaglianza, e che i più forti e saggi fra gli uomini fondatori di città e civiltà avevano storicamente concepito, anagogicamente per misurare i millenni e non essere raggiunte dai contemporanei nè superate dai posteri, ed edemonicamente per avere la stessa libertà di scelta e la stessa forza contrattuale in quanto più conta innanzi alla natura, alla discendenza ed alla felicità individuale, non costituivano “oppressione della donna” ma “giusti e umani bilanciamenti per l’uomo libero e felice”.

    Proprio perchè la donna gode del privilegio di natura e quindi di cultura d’esser universalmente mirata, amorosamente disiata, socialmente accettata per quello che è – bella (quando la bellezza manca o è mediocre supplisce l’illusione del desiderio) senza bisogno di dover mostrare altre doti o di compiere imprese particolari (cui sono invece costretti i cavalieri i quali senza esse restano puro nulla socialmente trasparente), il fatto di non avere sempre il femminista 50 e 50 non dipende da discriminazioni (del genere: “non ti permetto di svolgere questo mestiere perchè sei una donna” o “anche se fai questo lavoro a parità di competenza e straordinari ti pago meno perchè sei nata femmina”), bensì dal tentativo umano e disperato dell’uomo di compensare con lo studio, il lavoro, la fama, il successo, la ricchezza, la cultura, il potere, la fatica, il merito o la fortuna individuali tutto quanto (in desiderabilità e influenza sul mondo) alla donna è dato delle disparità di desideri nell’amore sessuale e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all’esser madre (se un uomo non raggiunge una certa posizione di preminenza o prestigio sociale resta negletto dalle donne, perchè non è in grado di rappresentare ai loro occhi “la miglior scelta”, “il miglior padre per la futura prole”, l’eccellenza nelle doti qualificanti la specie e per questo desiderabili simmetricamente alla bellezza femminile, e trasparente per la società, perchè non può nemmeno contare su quel modo di influire sulle cose e sugli uomini proprio della donna, agito, a prescindere da cultura e società nei ruoli comunque presenti di madre, moglie, sorella, amante, amica, confidente, per tramite di quanto negli uomini vi è di più profondo e irrazionale e notato persino da Rousseau).

    Proprio perchè voglio vivere libero e felice, appagato sia nel bisogno naturale di godere della bellezza così come questa è diffusa nella vastità multiforme delle creature femminine sia in quello psicologico di poter scegliere liberamente le persone con cui scambiare emozioni e sentimenti, i modi in cui interpretare la realtà, gli stili secondo cui percorrere ogni aspetto dell’esistenza, e non essere soggetto nè, in particolare, durante quel residio di medioevo indegno di un uomo libero chiamato corteggiamento, a perfidie sessuali, tirannie erotiche, avvelenamenti sentimentali o irrisioni al disio da parte della dama di turno,
    nè tantomeno nella vita in generale, a sottoporre sistematicamente i miei gusti, le mie scelte, i miei stili di vita, i miei pensieri, i miei desiri, la mie emotività, il mio sentire, il mio vedere il mondo, al giudizio ultimo del capriccio estetico, sentimentale, morale o “filosofico” femminile, e non accetto di sottopormi come tu vorresti a “castità e obbedienza” verso una sedicente dea che nè promette un’eterna vita (anzi, solo di rendere la vita presente un susseguirsi di negazioni, dannazioni, condanne della mia più profonda e vera natura, di riduzione ad apolide di impotenza sociale e individuale di ogni mio pensiero ed ogni mia azione
    di dipendenza di ogni mio bene e di ogni mio male dai gusti del genere femminile e dai capricci della dama di turno, di irrisione di ogni mio puro e ingenuo trasporto sessuale, emotivo e sentimentale e di frustrazione sempiterna d’ogni disio), nè mi tratta da figlio (piuttosto da cagnolino, o addirittura da automa chè nessuna persona amante imprigiona d’amore l’altro perchè lo disprezza e lo considera inferiore e non perchè lo apprezza e lo considera tanto prezioso e pieno di doti delicate e rare da aver bisogni di restare in gabbia, per non dire da schiavo, chè nessuna madre eserciterebbe la propria autorità sul figlio non per cullarlo, proteggerlo, appagarlo nei sogni e nei bisogni, ma per irriderlo, umiliarlo, costringerlo, farlo patire nel corpo e nella psiche e privarlo di ciò di cui ha disio naturale), mi rifiuto, fino a quando non potrò disporre di qualcosa di immediatamente apprezzabile ed oggettivamente valido al pari della bellezza, con cui essere mirato, disiato e accettato al primo sguardo e a prescindere da tutto il resto come le belle donne lo sono per le loro grazie corporali, con cui bilanciare ogni eventuale rapporto (anche solo emotivo) in desiderabilità e potere (o anche solo renderne interessante agli occhi della donna l’eventualità, tanto da concedere l’occasione di un rapporto solus ad sola in cui POI rendere sensibili le eventuali doti di sentimento ed intelletto da lei volute ma d’apprezzamento soggettivo ed arbitrario) di cui le donne sentano bisogno e brama di forza e rapidità pari o superiori a quelli del mio natural disio di cogliere in loro la bellezza e di goderne l’ebbrezza dei sensi e delle idee, di avere il minimo contatto non commerciale con una donna non prostituta.

  • Piquet Mastrobirraio

    Proseguo, e finisco, riferendomi soprattutto alla tua risposta.

    Parli come se per noi uomini le difficoltà del lavoro precario e sottopagato non esistessero. Come se non fossero ancora più sentite che in voi (proprio perchè noi abbiamo l’obbligo di “primeggiare” per non essere trasparenti).

    Proprio non riesci a capire che ciò di cui tu ti lamenti è l’effetto non di una discriminazione ma di un privilegio? Del tentativo dell’uomo di compensare con lo studio, il lavoro, la fatica, l’impegno, la posizione sociale, la cultura, la ricchezza, il potere, il merito o la fortuna individuali quanto in desiderabilità reale e influenza sul mondo è dato alle donne dalle disparità di desideri e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all’esser madri?

    Non riesci a capire che se noi uomini avessimo i vostri privilegi naturali eviteremmo volentieri di cercare per forza un lavoro stressante solo perchè ben retribuito, di sacrificare la vita alla carriera, di finire morti di lavoro (fra le statistiche che tu citi manca furbescamente quella della prevalenza maschile nelle morti sul lavoro) o in galera per aver tentato di raggiungere quella posizione senza al quale rimaniamo negletti dalle donne e socialmente trasparenti?

    Parli come se a noi uomini piacesse vivere nel bellum omnium contra omnes.
    Parli (visto che parli di genetica) come se gli spermatozoi gareggiassero fra loro per diletto e non perchè l’ovulo accetta solo il primo.
    Parli come se voi, nelle sfere davvero rilevanti innanzi alla natura, alla discendenza ed alle felicità individuale, sceglieste i più deboli e i più delicati (magari perchè più ricchi e sensibili) e non i più forti (se non fisicamente, economicamente, socialmente, sentimentalmente o psicologicamente).

    La nostra natura sarebbe (come dimostra la nostra maggioranza tanto fra i poeti quanto fra i suicidi per amore) forse più sensibile, delicata e “sentimentale” della vostra, ma il nostro ruolo ci ha impedito di non nascondere ciò con vergogna e le vostre provocazioni odierne ce ne fanno pentire.
    Per molto tempo gli uomini sono stati indotti dalla società (e quindi anche dalle donne) a ricoprire il ruolo dei “forti protettori” (impossibilitati a “piangere”) e a trascurare in sè quelle componente ingiustamente definita “femminile” e in realtà semplicemente “autentica” (la quale ha avuto solo la poesia per esprimersi, vedi il caso eclatante del Tasso, nella cui Gerusalemme Liberata si hanno i personaggi maschili “rapiti” dalle necessità ufficiali e controriformiste della trama e i personaggi femminili, da Erminia a Clorinda, liberi di figurare gli aspetti più segreti, puri, delicati e autentici dell’animo del poeta).

    Ora che anche a voi, assieme ai diritti, spettano pure i doveri del “capofamiglia”, vi lamentate di quanto gli uomini hanno sopportato in silenzio per millenni e per cui hanno pure ricevuto le critiche moralistiche e demagogiche del femminismo?

    Ciò di cui ti lamenti (chaos capitalistico) non è altro che la trasposizione umana di quanto (senza l’intervento dell’uomo) la crudele natura (di cui voi donne siete il volto) rende necessario per la sopravvivenza (e tu hai ben descritto).
    E’ vero che ad ogni uomo ben riuscito piacciono (in quanto ricerca di ciò che, proprio per l’essere più difficile, pericoloso, selettivo, a volte pure mortale, e comunque necessitante di sacrificio, dedizione, fatica, freddezza, abilità e coraggio, ha “più valore”) la competizione e la “guerra” (in senso lato e, consentimi, spiritualizzato), ma la competizione è tale proprio perchè ha delle regole e la guerra come la cantano Omero o l’Ariosto non può esistere senza un’etica guerriera. Ciò che “piace” agli uomini e che il mondo degli uomini “aristoi” (nelle sue espressioni di civiltà: la Grecia Arcaica, Roma Repubblicana, l’India dei Veda, la Persia Iranica, la Germania Sacra e Imperiale) ha generato nella storia non ha alcun reale punto di contatto nè con la giungla del capitalismo (dominato dal tipo inferiore del mercante, e dai suoi criteri inferi del tempo e dell’utile, e nato solo dopo che, con la rivoluzione francese, con il mito del “demos”, sono stati politicamente aboliti per sempre i tipi del sapiente e del guerriero, ovvero le due caste fondate sui criteri superi del sacro e dell’eterno).
    nè con le guerre imperialiste delle borse di parigi, new york e londra (camuffate da esportazione della democrazia e ben lontane dal concetto romano o germanico di “Impero”).

    Permettimi di ridere al pensare a te, donna-zorro, che “difendi i deboli”. I giovani maschi (quelli che non possono ancora aver conseguito una posizione di preminenza o prestigio sociale) sono spesso costretti a fingersi “forti” (con effetti a volte tragicomici) proprio per sfuggire alle perfidie, alle irrisioni e alle frustrazioni che le coetanee (sulle quali già fiorisce la bellezza e, se questa manca, supplisce l’illusione del desiderio) riservano agli “sfigati”, o comunque per non accettare di rimanere trasparenti per la società e negletti dalle donne (ti ricordo che non abbiamo nè il privilegio della bellezza – il vostro di essere universalmente mirate, socialmente accettate e amorosamente disiate da tutti e al primo sguardo, senza obbligo di mostrare altre doti compiere particolari imprese cui sono invece costretti i “cavalieri” i quali senza esse restano puro nulla – nemmeno quando siamo belli – nè la possiibilità, propria a voi per natura e riconosciuta da Rousseau, di influire sulle cose e sul mondo tramite quanto negli uomini vi è di più profondo e irrazionale, all’interno dei ruoli naturali che nemmeno la più misogina delle società può togliervi, o comunque in ogni rapporto umano non banale).
    Vuoi che ti ricordi come voi, così sensibili, empatiche e pacifiche, avete trattato il Leopardi, ovvero quanto di più puro, sincero, autentico, delicato, profondo, sia mai stato dato non solo al genere maschile ma a tutta l’umanità?
    Un uomo privo di ricchezza e potere (ovvero delle doti che in una data società permettono ad un uomo di divenire potente e ricco) ha tanto poco fascino sulle donne quanto sugli uomini ne ha una donna priva di bellezza.
    Un uomo ricco solo di poesia e potente solo di sensibilità e immaginazione si troverà perennemente a dover confidare con la luna e le stesse dell’Orsa i “tristi e car moti del cor”. Solo se avrà modo di mostrare eccellenza in quelle doti conferenti primato o prestigio sociale (e quindi immediatamente evidenti ed oggettivamente valide al pari della bellezza e in grado di renderne il portatore mirato universalmente, disiato amorosamente e accettato socialmente da tutti, al primo sguardo ed indipendentemente da tutto) sarà poi osservato e apprezzato anche nelle doti (eventuali) di sentimento o intelletto d’apprezzamento soggettivo e arbitrario (esattamente come capita ad una fanciulla di sentimento, “regina di cuori” solo se anche bella).
    Ecco perchè, se per voi il lavoro e la carriera sono spesso una scelta, per noi sono sempre un obbligo.
    Se noi a volte pariamo “spietati e fieri” come il Pirata di Bellini, lo è per nostra sventura. Molto più di quanto sta accadendo a voi.

    Se il vostro atteggiamento nella sfera erotico-sentimentale non fosse paragonabile a quello dell’Opec con il petrolio (nello sfruttare senza limiti, remore nè regole le disparità di numeri e desideri a voi favorevoli), se ciò di cui sentiamo naturale bisogno (e non mi riferisco solo al poter “scopare”, ma al sentirci apprezzati) ci fosse reso disponibile come lo è fra i bonobò (o come lo è una favola ai fanciulli), noi eviteremmo volentieri di sopraffarci fra noi per ottenerlo.

    La dimostrazione? Fra uomini che non si conoscono, al massimo, c’è indifferenza. Noi non odiamo i nostri avversari, perchè siamo abituati (da quando siamo spermatozoi) a convivere con la situazione di “guerra”. A volte proviamo pure un senso di cameratismo, simile a quello provato dai soldati della prima guerra mondiale per i loro corrispettivi del fronte avverso, dalla guerra divisi ma anche uniti dalla comunanza di sofferenze e fatiche. Voi, invece, siete subito invidiose e ostili l’una con l’altra. Non potete tollerare la rivale perchè per voi la “guerra” è contronatura. Piuttosto che incolpare noi delle guerre dovreste provare a cercare in voi un’etica guerriera.

    Un’ultima nota va alle tue citazioni giudiziarie. E’ vero quanto rilevi, e dipende dall’assurdo persistere, in una repubblica sedicente antifascista, di un codice rocco fascista (ovviamente sbilanciato a favore dell’accusa), per il quale la parte lesa e accusatrice può anche fare da teste, e il giudice ha la più ampia libertà nel valutarne credibilità oggettiva e attendibilità soggettiva (assurdità sofistiche inesistenti in sè, se si ricorda come una cosa vera si distingua da una immaginaria non per qualità intrinseche e valutabili per speculazione, ma per il mero fatto, valutabile solo con l’esperienza, che le une esistono e le altre no, e come chi accusa, con il fatto stesso di accusare – per non dire di quando è anche parte civile – denuncia di avere un interesse o comunque una volontà di vedere la condanna dell’imputato). Cito infatti da una recente sentenza della suprema corte “la testimonianza della parte lesa è fonte di prova su cui può essere fondato anche esclusivamente il convincimento di colpevolezza dell’imputato, anche in assenza di riscontri oggettivi o altri elementi atti ad avvalorare dall’esterno l’una o l’altra tesi”.

    Anche la demagogia femminista, pronta a sostenere retropensieri aberranti del genere “nel dubbio il violentatore deve finire in carcere e, se per caso innocente, aspettare di poterlo dimostrare” (come non esistesse la presunzione di innocenza), “poichè la maggioranza degli stupri è vera e non denunciata – fatto tutto da dimostrare n.d.r.- quando c’è una denuncia bisogna procedere subito come i fatti fossero già provati” (come se la responsabilità penale non fosse personale e fosse possibile far pagare agli innocenti le colpe dei colpevoli non riconosciuti), “lo stupro è grave e non può rimanere impunito” (come se la gravità di un’accusa fosse un anticipo di colpevolezza e se anche in reati massimamente gravi come l’omicidio si potesse condannare qualcuno a decenni di anni di carcere senza prove certe, senza manco l’esistenza di un cadavere) o “mettere in dubbio la parola della donna è come violentarla una seconda volta” (come se per stabilire la veritò non fosse necessario mettere prima in dubbio tanto la parola dell’accusa quanto quella della difesa e poi cercare riscontri oggettivi o testimonianze terze in sostegno dell’una e dell’altra tesi e infine, se questi mancano, non procedere nè dando dello stupratore all’uomo nè della mentitrice alla donna, ma assolvendo per insufficienza di prove) ha però la sua parte in certi processi (in cui una parte delle intellettuali donne non vorrebbe manco fosse pagato agli accusati un avvocato decente, e in cui è servita una sentenza della consulta per abolire l’infame decredo di abolizione della possibilità di domiciliari per i soli accusati in attesa di giudizio).

    E tu, che contribuisci a perpetrare lo stereotipo del “maschio violento per natura”, sei in parte coadiuvante la mentalità, se non femminista, almeno “cavalleresca” che permette ai giornali di parlare all’indicativo dopo ogni denuncia per bocca di donna e ai magistrati di mandare in galere chiunque sulla sola parola, anche prima e anche senza riscontri oggettivi e testimonianze terze della presunta “violenza”.

    Per non dire di quanto concesso dalla vaga ed omnicomprensiva legge sulla “violenza sessuale”, la quale conferisce alla donna non solo il “diritto” di far valere come prova la sua semplice parola (questo già era, volendo, con il codice rocco, anche se in tal caso la definizione più ristretta e tassativa, più degna insomma dell’oggettività del diritto, permetteva di smascherare colei che non riportava segni di violenza medicamente certificati), ma addirittura quello di definire a posteriori e secondi i propri soggettivi parametri, il confine fra lecito e illecito (E poi ci si lamenta dei nuovi maschi pigri e insicuri: poichè in una sfera tanto soggettiva e delicata quanto piace all’una dispiace all’altra, se la distinzione fra una forzature intenzionale e il naturale gioco delle parti – nel quale l’uomo fa la prima mossa, senza poter sapere a priori se il tentativo sarà gradito, e regolandosi solo a posteriori, secondo i segnali non verbali e non univoci della donna, se e come proseguire o ritirarsi, e la donna fugge per farsi seguire, si nega per accrescere il disio e mettere alla prova l’interesse, temporeggia per valutare quanto le interessa, e infine lotta come chi vuol esser vinta – non è segnata da qualcosa di evidente, riscontrabile e rilevabile, da sè come dagli altri, come prima del ’96 era la violenza nella sua accezione ristretta e oggettiva, nessun ragazzo per bene vorrà “andare alla conquista”, giacchè non si può pretendere l’abilità e l’intuito del casanova costituire obblighi giuridici e il rischio di finire in galera o comunque con la vita e la carriera rovinate fare “parte del gioco” se si sbaglia qualcosa in buona fede).

    Comunque, visto che sei stata tanto ragionevole da ammettere l’esistenza di un sottoinsieme di donne perfide corrispondente a quello degli uomini violenti e malvagi e tanto paziente da leggermi fino a qui, mi firmo lo stesso con il mio vero nome.
    Non concordo con tutto quanto dici, ma dalle tue parole intuisco che meriti il mio rispetto e la mia “compassione” (non in senso ironico, ma in quello schopenhaueriano del condividere con i miei simili le sofferenze della vita).

    Addio

    Flavio Zabini

  • marechiaro

    Egregio signore Flavio Zabini,
    Grazie della parola bellissima prima della firma (addio).
    E, grazie, a Dio, che non l’ho mai incontrata realmente!

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