Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Donne" è stato scritto da Cinzia De Monte
Donne. Tu non puoi nemmeno immaginare quante storie si imparano semplicemente prestando attenzione ai discorsi tra donne alla fermata dell’autobus.
Le modelle incastrate nel loro corpo magrissimo che insieme è prigione e libertà, perché ingrassare di un chilo significa dover accettare un lavoro al call center a 1000 km da casa.
Le impiegate inchiodate alla scrivania a far un lavoro inutile, mentre a casa il bambino sta con una baby sitter scocciata perché non può avere bambini ed odia quelli delle altre, ma deve occuparsene perché la madre separata non può mantenerla all’università, dove lei volentieri rinuncerebbe ad andare, preferendo un futuro da velina, ma non può nemmeno sognare di fare la velina, perché da sempre le hanno insegnato che le veline sono immonde, ed invece loro sono quelle che hanno meno colpa di tutte, la colpa e di chi le spoglia in televisione perché c’è qualcuno che le guarda.

La nonna che ha dovuto mostrare alla suocera il lenzuolo sporco di sangue per dimostrale di essere degna del suo prezioso figliolo ed ora guarda la nipote adolescente ballare praticamente nuda sul cubo di una discoteca, e non sa se provarne vergogna o una vaga invidia. Vorrebbe insegnarle a conservarsi per l’amore vero, ma non sa come dirlo alla ragazzetta, perché nemmeno lei l’ha mai provato, si è dovuta accontentare di quello che era rimasto sul mercato, prima che lo prendessero le altre e lei rimanesse, questo si che era immondo all’epoca, zitella. Ora passa una vita di non amore, a sperare che il marito quella sera non ne abbia voglia, perché le sue mani invadenti arrivano diritte al nervo scoperto della sua anima e la provocano più dolore che una violenza da estranei. Non sa che non è quella la vita che voleva, perché nemmeno immagina che ce ne poteva essere un’altra, anzi è abbastanza fortunata se si confronta con sua sorella che ha avuto 10 figli e due aborti perché il marito era un animale e non c’era verso di sottrarvisi quando gli girava, anche se si dormiva in dieci nella stessa stanza ed i bambini piccoli ridevano di quel movimento nel letto mentre gli adolescenti si tappavano le orecchie e gli occhi, sperando di addormentarsi quanto prima per non sentire più quegli ansimi schifosi. Ed il giorno dopo avevano vergogna di guardare la madre e provavano terrore misto a ribrezzo per il padre che aveva fatto quelle cose alla mamma.
Le donne che hanno abortito, la gravidanza è andata male quando già avevano imparato a riconoscere i guizzi della piccola farfalla nella pancia; dopo l’aborto, in ospedale, le hanno messe nella stessa stanza di quelle che hanno appena partorito, dove è un continuo via vai di parenti con fiori e tutine rosa e celesti, e loro non riescono nemmeno più a piangere ed hanno il terrore di posare la mano sulla pancia svuotata, per cui la incastrano sotto la schiena, per evitare che da sola prenda l’iniziativa di carezzare la pancia così come aveva fatto fino un paio d’ore prima. Hanno sentito il dottore rispondere con indifferenza all’infermiera (che gli chiedeva dove mettere l’embrioncino morto) di buttarlo nella spazzatura speciale e, tornando in barella al loro posto, hanno visto di sfuggita lo scatolone con l’etichetta “rifiuti speciali” essere preso dagli inservienti senza un minimo di garbo, ma li c’era la loro bambina, come potevano maltrattarla così.
Le donne che devono dividersi tra il pianto dei figli piccoli e la cena da preparare per il marito che ha un lavoro importante e la sera torna tardi, che si sentono in colpa per non provare verso le loro creature quel trasporto mistico di cui tanto si parla, desiderando solo che tutti vadano finalmente a dormire, per rifugiarsi nella fantasticheria di un’avventura oltraggiosa con l’uomo incontrato per caso, con cui sarebbe fantastico fare l’amore, in barba al marito che le accusa di essere diventate frigide, mentre è lui che ha smesso di riscaldarle, impigrendosi in gesti ormai consumati dall’abitudine.
Le donne che accettano di essere maltrattate dal loro uomo, perché così vivevano le loro madri, perché se rimangono sole non possono mantenere il bambino avuto da un altro amore altrettanto sbagliato, perché altrimenti lui le lascia e sicuramente farà quanto promesso, cioè parlerà malissimo di loro nel piccolo paese ed allora si che la loro vita sarà finita per sempre, perché ne sono innamorate e le botte sono meglio dell’indifferenza che di solito riserva loro, perché non sanno che c’è qualcuno che potrebbe difenderle (quando mai qualcuno ha difeso una donna dalle botte del marito, eppoi, che figura ci faccio con la mia famiglia e con i miei amici?).
Le donne per le quali essere maltrattate non significa prendere le botte, ma è un continuo sentirsi ripetere “Ti sei vista allo specchio?” , “Come mi deludi”, “Non sei una buona madre” , “Non sei una vera donna come le mie colleghe”, “Vai in palestra, stai diventando flaccida”, “Non hai fantasia, mi annoi”. E non c’è parrucchiere o ceretta capace di vincere la noia del loro uomo, che si sente prigioniero di responsabilità troppo più grandi di lui. Un compagno che non è mai cresciuto, la cui mamma lo accudisce e coccola ancora come un neonato, credendo che preparargli la pasta e fagioli migliore del mondo sia un atto d’amore estremo verso questo figlio che sente ancora nella pancia, ed invece gli sta facendo un male infinito, perché non lo lascia libero di essere un vero uomo per la sua donna. E dalla stessa suocera a cui, in un ultimo tentativo di solidarietà femminile, aveva raccontato delle scappatelle del marito, si sente rispondere “Te lo devi tenere così, con tutte le sue amanti, gli uomini sono uomini”.
Le donne che non possono mettere un paio di pantaloni attillati perché altrimenti ognuno per la strada si sente in diritto di offenderle o provarci, che non sanno cosa sia lo stalking, perché mai nessuno ha impedito agli uomini di dire cose oscene alle donne, ed anche se lo sanno è complicato da gestire, ci vuole tempo, bisogna andare a fare la denuncia in uffici frequentati per lo più da uomini, dove spesso ci si sente rispondere che certe violenze verbali se le cercano, se si conciano in quel modo.
Le donne che entrano in libreria, perché pensano che laddove non arrivi la bellezza ci può pensare una cultura costruita a tavolino, e chiedono all’addetto un libro leggero, per donne, perché altrimenti non lo capiscono, le donne non sono fatte per leggere.
Le donne che hanno conquistato posti di rilievo in azienda, perché veramente amano il loro lavoro e vi si sono dedicate con passione ed enorme sacrificio, ma non possono camminare nei corridoi dell’ufficio senza sentir posato su di loro il vento delle malelingue, le dicerie inventate per giustificare le scarse capacità di chi non è riuscito a salire così in alto.
Leggi il nostro speciale: Un otto marzo fuori stagione.



Mai letto un post così vero e per nulla falfificato o gonfiato o sminuito sulle donne!
Grazie.
Grazie a te! Ho vissuto molte di queste esperienze sulla mia pelle, ma molto di più ho imparato dalle donne che ho incontrato nel tempo. E molto ancora c’è da dire, ognuna di noi ha le se sue cicatrici, che in qualche modo cerca di coprire con toppe colorate o di tenerla ben in vista nel proprio cuore per trarne ameno qualche insegnamento utile.
Io mi auguro che tu faccia la giornalista,la scrittrice,l’insegnante.
Scrivi bene e sai far riflettere,il che non è da tutti.
Spero tu abbia un blog e vorrei averne l’URL.
Grazie
Cristiana
Grazie! Ma niente di tutto ciò purtroppo. Non ho un blog mio, ma vi leggo sempre su MC che sento un po’ anche come la mia casa!
Mi unisco a Cristiana, vorrei saperne di più su una donna così in gamba. Grazie
Grazie a te! Nulla di particolare rilievo nella mia vita, un lavoro impiegatizio, due bambini, un marito, molti sogni chiusi in un cassetto che non riesco più ad aprire, perché forse qualche sogno più intenso degli altri si è messo di traverso e ne blocca l’apertura Un po’ di volontariato, qualche chiacchiera tra amici, la scoperta del tempo che passa nelle parole che dico ai miei figli, le stesse che mia madre diceva a me e che io ho sempre detestato…
A chi si occupa quotidianamente di violenza contro le donne e di cultura per le donne, l’8 marzo viene proprio voglia di tacere…Le giornate commemorative stanno strette…ma coi pugni stretti e digrignando i denti, un bel respiro ed eccomi qua! Perché? Perché la storia delle donne non sia solo una storia di miseria e povertà, perché mentre la storia ufficiale procede fiera dei suoi eroi, cancella una parte di verità e la riuscita della sua glorificazione è proporzionale alla sua capacità di occultamento.
E allora Achillea e le gladiatrici, Agnodice, medica, Ipazia, matematica e filosofa, Ines Suarez, fondatrice del Cile, Ramona, Comandanta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale fino al 2005, anno in cui purtroppo è morta…e poi Sonja Kovalevskaja, grande matematica russa, Audre Lord, scrittrice e poeta, Jocelyn Bell Burnell, astrofisica scopritrice dei pulsar (il Nobel però se lo beccò un uomo!), Rosalind Franklin, fornì le prove della struttura del DNA (il Nobel però se lo beccò un uomo!), Lisa Meiter, fisica nucleare che diede la prima interpretazione esatta della fissione nucleare (il Nobel se lo beccò però un uomo), Ildegarda di Bingen, scienziata, Louise Michel, anarchica di grande impeto, Teresa De Lauretis, grande teorica contemporanea, etc. etc. etc.
La violenza della cultura mondiale contro le donne ( e per violenza non intendo solo la violenza fisica, psichica, economica, morale, ma anche e soprattutto la sottrazione sistematica della memoria storica), è questione assai complessa che implica, o dovrebbe, il discorso delle responsabilità delle donne, la collusione e complicità con il sistema v-etero sessista, implica poi le responsabilità maschili, la violenza contro le donne è fondamentalmente problema maschile, ma sono pochini quelli che si pongono in merito domande…Per non parlare poi della questione dell’identità! I tempi sarebbero maturi per iniziare a parlare delle differenze tra donne, di mettere in discussione l’essenzialismo che ci vuole tutte uguali e ci identifica con l’appartenenza ad un sesso, e sarebbe anche arrivato il momento di parlare delle differenze di classe, di pelle, di cultura, questioni che come zavorre ci trasciniamo dietro da anni nell’illusione che basti essere donne per stare insieme.
Fai della difesa delle donne il tuo lavoro quotidiano? E? fantastico, è uno dei miei sogni in quel cassetto che non si apre più! Raccontami di più, se ti va!
Tu parli di “difesa delle donne”, ma io preferisco pensare che le donne sappiano difendersi da sole e non solo perché ne sono davvero convinta, ma perché credo che restituire ad un soggetto la capacità di agire in modo autonomo e indipendente sia la strategia più efficace. Perdona la precisazione , ma è un nodo cruciale per uscire dalla logica dell’assistenzialismo e pietismo, che non imputo a te ovviamente, ma il pericolo di incorrerci ti assicuro che è reale. Detto questo, posso rispondere alla tua domanda: si! Me ne occupo in modi diversi. Ho toccato con mano, con la pancia e soprattutto con la testa situazioni di violenze, maltrattamenti, stupri su donne e minori, etc. etc. etc. Questo però è un lavoro che necessita di pause di riflessione, non si può ascoltare una ragazzina che ti racconta nei minimi particolari come il padre l’ha stuprata quando aveva 10 anni e poi tornarsene a casa senza fare di questo un’attenta analisi, senza che questo diventi non solo uno strumento per essere di aiuto a quella donna lì particolare, quella che ti trovi davanti il giorno tot, di aiuto per capire, recuperare un po’ di dignità inevitabilmente perduta e magari denunciare, è necessario che si possa trovare grazie a questi racconti (e ce ne sono davvero tanti e raccapriccianti) una chiave di lettura che ti consenta di estendere i risultati all’intero contesto nel quale ci si trova ad agire. La violenza è “solo” il risultato di un sistema secolare e attualissimo di sottrazione della soggettività. Il discorso è complesso, investe la cultura e il modo in cui ci costituiamo come soggetti, di come nel linguaggio, nelle nostre epistemologie, ci pensiamo e agiamo…Il discorso è davvero complesso e può essere affrontato in modo diverso in relazione al contesto…si possono snocciolare i numeri sulla violenza, per far capire all’interlocutore che si sta parlando di un fenomeno sociale mondiale, che necessita di strumenti di lettura adeguati, si può dar voce alle tante storie di violenza, si! Ma quando l’interlocutore è abbastanza capace di senso critico si può anche osare di dire qualcosa di più, di uscire dalla storia singola, dalla necessità di raccontare i particolari per sensibilizzare, si può per esempio restituire alle donne la loro storia, quella delle tante donne che hanno fatto grandi cose, sistematicamente cancellate…non ci sarà mica una connessione tra la sottrazione della memoria e la possibilità che le donne siano oggetti (oggetti di discorsi, oggetti di fantasie, oggetti della scienza, oggetti del potere)?!
Ciao Grazia, trovo le tue riflessioni molto importanti. Anch’io mi trovo ad ascoltare storie raccapriccianti, anche se più per caso che per lavoro. La mia prima risposta istintiva è “la prossima volta chiamami, ti do una mano”, invece tu mi insegni che l’atteggiamento più giusto è restituire alla donna soggetto di maltrattamenti (o ancora più spesso “darle per la prima volta”) la capacità di agire in modo autonomo ed indipendente. Non è difendendo qualcuno che le si insegna a combattere e forse a vincere, ma fornendole gli opportuni strumenti di difesa, che potrebbero essere l’autostima, la non accettazione cieca di situazioni a rischio perché da sempre funziona così, la pretesa dei propri diritti senza aspettare che ci vengano concessi per magnanimità. E poi bisogna insegnare a parlarne, a non credere che le cose succedano solo a noi, bisogna far conoscere, rendere pubblico ciò che succede, per scoprire che moltissime esperienze sono condivise ed è più facile risolvere il problema se si parte da una base ampia.
[...] 8 marzo, una presa in giro: Donne » MenteCritica 8 marzo, una presa in giro: Donne » MenteCritica [...]
I miei complimenti all’autrice.
Grazie! Fortunatamente non tutti gli uomini sono causa del nostro disagio.
Condivido post e complimenti. non mi resta altro che dire: salviamoci la patata, dalla violenza, da vecchie usanze, dall’invidia di altre donne, dai nostri stessi complessi, ma soprattutto salviamo la patata, quella da mangiare, dagli OGM. e meglio della mimosa ho trovato bella l’iniziativa dei Verdi liguri in piazza il giorno della festa della donna per dire no alle patate OGM e sì ad un maggior rispetto per le donne
Saranno distribuiti ai cittadini sacchetti di patate biologiche (Piazza San Lorenzo, ore 15:00 -18:00)
“Più rispetto per le patate italiane!”, è lo slogan ironico della manifestazione indetta dai Verdi liguri domani, 8 marzo 2010, giorno della festa della donna.
Forte! E’ un’iniziativa azzecatissima!
Solo una donna poteva scrivere sulle donne con una tale sensibilità, ogni storia sembra vissuta dalla protagonista. Complimenti all’autrice sperando che queste, se pur vere, non siano storie vissute in prima persona. Brava davvero brava
Grazie! Sono veramente felice delle tue parole!
francesco scusami, sono un po’ imbranata ed ho detto a te ciò che invece avrei voluto dire a Giovanni. A te volevo invece rispondere questo:
Purtoppo come ho già detto prima, ho vissuto molte di queste storie sulla mia pella, ma io o un’altra donna non cambia nulla, il dolore più grande è che le notre difficoltà quotidiane hanno sfaccettature così varie che nemmeno noi stesse possiamo conoscerle appieno
Nel leggere questo articolo, ho percepito in pieno le molteplici emozioni, le sensazioni, l’autenticità, la profondità, con cui l’autrice ha trasmesso con tutta la sua umanità, dei chiari messaggi che mi auguro possano scuotere anche le coscienze “addormentate” di tanti (in)umani.
E’ un post eccellente.
http://www.giovannivolpe.it/?p=1538
Grazie!!! Felice delle tue parole!
Scusami Francesco, se pur vere?
Pensi che una donna, una donna che sa ascoltare, non semplicemente guardare e giudicare a sua volta, come spesso fanno gli uomini sulle donne, credi che una donna così, come credo fortemente sia l’autrice, abbia bisogno di inventare o di passarle per forza di cose sulla sua pelle le cose per capirle e comprenderle.
Condivido comunque anche il penziero di Grazia, non so se ho letto bene tutto il suo commento, ma nel finale, mi trovo in accordo… Purtroppo spesso veniamo definite tutte uguali, anche di pensiero e purtroppo di vita, quindi spesso si fa l’errore di credere (parlo di massa di pensiero) che basti vedere le donne della tv, oppure le donne che hanno posti di rilievo (rispetto il loro lavoro e la loro dignità, parlo dell’apparenza che emerge, non del loro essere), per pensare che tutte le donne quindi sono nella possibilità di poterlo fare (sottolineo possibilità, non capacità)La capacità in uguali condizioni e voglia, credo sia quasi la stessa per tutti non voglio fare distinzioni di sesso in questo, quindi, sottolineo TUTTI.
Che questo 8 marzo, riporti in alto il valore e la dignità di tutte le donne…
Spero la finiscano presto con queste festicciuole assurde ed offensive che vengono messe in opera la sera o il giorno festivo più prossimo alla festa della donna… Spero vivamente che tutte quelle donne che in virtù di queste feste e festini, credono di sentorsi libere ed uguali agli uomini, si sentano, scusate più usate e più stubide che mai…. Se proprio vogliono assistere ad uno spogliarello maschile, che forse farà pure piacere, di certo, non c’è bisogno di aspettare l’8 marzo… Pensateci, forse questa per chi pensa di prenderci per il c… in questo giorno dandoci la libertà di fare “follie” questa è la vera libertà, esempio mondano chiedo scusa, che davvero possiamo prenderci…..
Questo giorno serve a far valere i nostri diritti, non i nostri soldi o i soldi di paà e mammà, o del marito…
Infatti nulla è inventato, credo fortemente che la vita abbia una fervidissima fantasia ed un numero smisurato di interpreti cui assegnare le sceneggiature che inventa ogni giorno. D’accordissimo sul concetto di diversità tra donne e sull’aseptto offensivo delle festicciole celebrative
Sapevo chi eri dentro … ma ogni volta mi sorprendi con la tua sensibilità e la tua capacità di fare sembrare tutto ciò “normale”.
Hai trovato una chiave per aprire quel cassetto, … sfruttala!!!
brava
grazie comandante!
Ciao Cinzia, il tuo post mi è piaciuto così tanto da ripubblicarlo (fonte opportunamente citata) nel mio blog affinché avesse la giusta visibilità. Sono un uomo e da uomo condivido e rispetto ciò che le donne sentono e come si sentono. Mi e vi auguro che la becera visione della donna, mercificata soprattutto in giornate come questa, possa essere rivalutata come merita.
Ora posso dare un autore al post.
In bocca al lupo.
Sono felice della tua attenzione. Ho scritto un po’ di ciò che ho vissuto e un po’ di ciò che sento dalle altre donne, di tutte le età. Le esperienze sono diverse, ma il dolore che ne consegue è sempre forte e, troppo spesso, incondivisibile, perchè capita di non riuscire neanche a prenderne coscienza appieno per formalizzarlo e renderne partecipi gli altri, per dividerne il peso ed alleggerirlo un po’
Cerco di contribuire con una critica all’argomento piuttosto che allo stile che invece mi è piaciuto, perché come maschio (forse con una punta di sessismo) in un mondo di maschi e femmine che (entrambi) ostentano i generi più vari, mi sono sentito un po’ offeso dall’articolo.
Il che, pensandoci, è un bene.
Quello di cui soffre questo articolo, che pure parte benissimo perché si sa che l’occhio del passeggero di autobus è un narratore che perfettamente incarna quella libertà di viaggiare con la fantasia tipica degli uomini/cittadini, è l’eccessivo pietismo verso le “donne dududù”, rappresentandole quasi sempre come “oggetto rassegnato” alla propria condizione.
Presumibilmente le donne descritte qui sono donne del secolo scorso, che poco hanno a che vedere con le donne oggi. Questi ritratti di femmina sembrano presi direttamente dalla cronaca più che da un autobus e, malgrado la mia forse troppo poca esperienza, mettono in gioco soltanto una visuale limitatissima dell’universo femminile.
Ne escono quindi dei maschi che sono un po’ come vicoletti. Da una parte l’uomo annoiato e dall’altra, immancabilmente, il maschilista padrone, cattivo e violento. Anche in altri articoli su MC dedicati a questo tema avevo colto un po’ questa “piattezza” nel giudicare il maschio odierno.
Magari è mio, il problema, perché messo a confronto con questi due gentiluomini, perché per esperienza ho pochi riscontri e poco modo di adattare quello che ho letto alla realtà con cui entro in contatto.
Ovviamente non ho intenzione di dire che quelle realtà non esistono. E mi fa piacere che vengano messe in mezzo.
In mezzo, però, non isolate dal dicorso più ampio sul quale invece dovrebbero concorrere. Ecco, forse sull’argomento ho una qualche necessità di “par condicio”
Ciao Alfonso, grazie della tua critica costruttiva.
Ho vissuto in prima persona molte delle storie che racconto, in particolare quella dell’aborto, dello stalking e di qualcun’altra che non voglio precisare perché coinvolgerebbe altre persone e non credo sia giusto farlo. Io ho 44 anni, sono laureata con lode in ingegneria elettronica, mi occupo di informatica, ho una certa cultura, una certa capacità di stare con gli altri, in particolare con chi ha bisogno di una mano, ho viaggiato moltissimo e vissuto per lunghi periodi in città diverse da quella in cui sono nata. Tutto questo per dirti che non credo di essere definibile come donna del secolo scorso, né di sentirmi rassegnata alla mia condizione. Semplicemente queste cose mi sono capitate, altre sono accadute a persone a me vicinissime, e neanche loro mi davano l’idea di un eccessivo pietismo verso se stesse. Sono cose che ci accadono, di cui gli uomini non si accorgono. Io sono sicura che tu sia un uomo eccezionale e quindi non sia mai stato coinvolto in prima persona in situazioni del genere, ma non credere che coloro fanno apprezzamenti pesanti siano tutti omaccioni in canottiera con una collanaccia d’oro al collo. In certi contesti la battutaccia assume una forma aulica, velata da risvolti culturali, ma l’intenzione non viene modificata dalla forma. Così come il maltrattamento della donna non avviene sempre sfilandosi la cinta dei pantaloni e percuotendola con forza. E’ ovvio che il mio racconto di vite vissute non voleva coprire in toto l’infinito panorama maschile e femminile, semplicemente voleva essere una dar voce ad esperienze che spesso vengono taciute perché non si sanno dire o perché non si riesce nemmeno ad averne consapevolezza.
Grazie per la pronta risposta e scusa il ritardo di questa. Non sono un uomo eccezionale, ho trentaquattro anni e uno dei miei hobbies, ora che ho un’età che considero idonea per tirare alcune somme, è la personalità degli individui con i quali entro in contatto – sempre più spesso riconoscendomici.
In questo, rimprovero la piattezza dell’uomo nel tuo articolo. Come nel tuo commento. Perché sostieni che di questi drammi che hai raccontato gli uomini non sono consapevoli? In fin dei conti, le storie che hai raccontato sono storie di tabù non superati, di somme tirate col bicchiere mezzo vuoto e mancata conoscenza di se stessi.
Se l’aborto per una gravidanza andata male è una maledizione accanto ad una nascita, se una babysitter si prodiga nel giudicare la propria datrice di lavoro con parametri dimensionali, se un libro è messo in contrapposizione alla bellezza (pur nei toni con cui lo introduci e descrivi), queste sono storie di invidia prima che di dolore (va da se’: ciascuno ha la sua croce).
Sono un’umanità “possibile”, lesbica, il cui filo conduttore è un’idea di uomo disgustoso e predatore che allontana le sue vittime dai romanzi di gioventù che ha venduto loro in precedenza.
Ora scusami, ma al secondo commento di risposta ho l’usanza, per farmi conoscere, di iniziare a volare un po’ con esempi presi dritti dritti dalla biosfera
E’ vero che abbiamo la sensazione di esserci staccati dalla Natura (è solo una sensazione), ma queste storie traggono la loro più alta tragicità da una certa mancanza di uomini. E’ nel pinguino imperatore, dove il numero dei maschi è minore di quello delle femmine, che possiamo trovare un bell’esempio di naturale, terribile invidia. Quando il gelo del suolo uccide un cucciolo ancora nell’uovo, la madre sa di aver perso un’occasione che percepisce “unica”. E il risentimento è tale che è disposta anche ad uccidere per sottrarre l’uovo ad un’altra, fosse pure sua sorella.
Non sarebbe così se potesse controllarsi, avere la scelta della lungimiranza. Certi sbagli che facciamo, li facciamo buttandoci, tanto i maschi quanto le femmine. E questo è bellissimo, al di là di ogni conseguenza.
Per dire: nel momento di invidia si perdono di vista i meravigliosi mesi precedenti. Nello sconforto del leccarsi le ferite si scorda l’innamoramento che ci ha portato a stare col proprio uomo, nonché il piano (a buon bisogno non fisico) con il quale a modo nostro restituiamo le botte ricevute. Nel disgusto che si prova quando per strada ci fanno un commento pesante c’è l’identificarsi con la volgarità delle parole. Nell’invidia che la babysitter prova nei confronti di quella in ufficio viene in qualche modo rimossa l’esperienza della babysitter e del bambino (suo, non suo, sono limiti che mettiamo noi: i bimbi sono tali, universalmente).
Scusa la lunghezza del commento.
Da tempo la parola “lesbica” è stata sdoganata da significati negativi (invertita, affetta da psicopatologie, o anche più semplicemente donna acida che odia gli uomini)…certo la donna e l’uomo comune ne fanno ancora ricorso, ma questa è cosa ovvia…Una mente critica però sa vedere (o dovrebbe saper vedere) anche altro, certo la donna e l’uomo che conoscono il valore e il peso delle parole, si guardano bene dall’usarle con superficialità…e sanno per esempio che (e cito una fonte alla portata di tutte/i, Wikipedia!) per Monique Wittig “l’esistenza stessa delle lesbiche, il cui desiderio non è funzionale all’uomo, né alla riproduzione della specie, evidenzia come i concetti di donna e di uomo siano costruzioni sociali e ideologiche. Le lesbiche, sfuggendo “all’eterosessualità obbligatoria” creano una nuova prospettiva sociale, un linguaggio e un sistema di relazioni nuovi e diversi. In quest’ottica, le lesbiche non rappresentano più l’alterità dominata che il sistema di potere identifica come “donna”. Le lesbiche, quindi, non sono donne. In quest’ottica, di conseguenza, la “lesbica” finisce per essere considerata come un corpo desiderante: né maschile né femminile, considerati prodotti di convenzioni sociali che il corpo lesbico priva di ogni significato”…Alfonso, il mio non vuole essere un commento personale a te, ma sai, per par condicio, volevo solo proporre una versione diversa, una tra le tante per carità, del termine “lesbica”.
Giustissimo, hai fatto bene a puntualizzare. Avrei dovuto spiegarne il senso ma temevo la lunghezza del commento. Te ne ringrazio, così mi dai modo di specificare.
Non credo di aver usato il termine a vanvera. Per “lesbica”, piu’ correttamente per “umanità lesbica”, intendevo dire che le reazioni, i pensieri e in definitiva la vita delle donne dell’articolo scartano totalmente l’uomo, relegandolo ad un essere disgustoso e predatore, ecc.
Scusa Alfonso, sarà che non mi intendo di psicologia applicata, ma mi è veramente difficile definire invidia il dolore che ho sentito in qualcuna delle occasioni che ho raccontato. Non era l’invidia per i bambini nella culletta accanto al mio letto dopo l’aborto che mi straziava il cuore. Era un misto di dolore incolmabile per la perdita di un tesoro prezioso ed irripetibile, la consapevolezza di non essere riuscita ad aiutare un esserino minuscolo, lui aveva solo me ed io non ero stata capace salvargli la vita, la paura infinita di provare un’altra volta in futuro lo stesso dolore, semmai quella volta ne fossi uscita mentalmente viva, il sentirmi estromessa dal consesso delle donne vere, perché io non ero stata in grado di svolgere il compito affidatomi dalla Natura che tu stesso chiami in causa. Tutto questo ed anche di più, ma niente credo che possa essere definito invidia.
Riguardo al tuo discorso sull’umanità lesbica, come ho già indicato in un’altra risposta, questo mia non vuole essere una descrizione della totalità del mondo maschile e femminile, ma solo un suo estratto, e guarda che ho detto estratto e non sunto. Puoi contestarmi il fatto che abbia scelto uno scorcio in cui l’uomo esce sconfitto, ma forse l’ho prefirito perché mi veniva facile parlarne, ho queste storie davanti a me ogni giorno. Sono sicura che esistano uomini splendidi, sia come persone che nelle relazioni con le altre donne e con la loro. Tieni conto però, che qualcuno degli uomini raccontati, nella vita fuori casa era considerato persona affidabilissima, perfetto padre e marito, un pilastro della società. Troppo spesso ci si dimentica che le violenze di ogni tipo consumate tra le mura domestiche non fanno statistica perché vengono taciute.
Buondì, non serve la psicologia applicata per definire l’invidia. Basta la definizione di wikipedia. Non so se ora preferisci che io ne parli in terza persona piuttosto che in seconda. Non mi riesce neanche facile parlarne, dal momento che sono un maschio.
Rispetto assolutamente il dolore per la perdita di una creatura tanto attesa, sperata, cercata, con la quale si inizia a vivere prima ancora di poterla vedere in faccia. Posto che per me la madre è quasi una sacerdotessa e, dalla nascita fino a quando la sua creatura non diventa UNA, è assoluta proprietaria (diciamo, per investitura universale), ed ha anche il diritto di ucciderla senza essere giudicata (da me, ovviamente, poi però ci sono le leggi…)
Più comunemente è, dicevo, un dolore comprensibile ed universale. Che necessita di una certa elaborazione per lasciarselo alle spalle (mai completamente). Però mi fa strano leggere a proposito di “salvare una vita” se a dirlo è la persona senza la quale questa vita non sarebbe mai esistita. E invece lo è stata, vita, ma qui entrano in gioco convinzioni personali. E’ la mamma che dona la vita, anche ad un embrione. E’ vivo nella sua mente. Se poi però qualcosa va storto, è la ragionevole aspettativa di una madre a venire meno. E viene ancor meno se collocata in un ambiente dove tutti invece nascono. Qui l’invidia inquina, lo dici tu stessa citando “il sentirmi estromessa dal consesso delle donne vere, perché io non ero stata in grado di svolgere il compito affidatomi dalla Natura”. Non è più mamma, bimbo/a e l’Universo: è mamma e la società intorno, dalla quale si sente giudicata. Se l’apparato riproduttivo non è stato compromesso, CI SI RIPROVA. Se invece purtroppo è stato compromesso, SI PROCEDE ALLA RICHIESTA E SI FA IL POSSIBILE PER OTTENERE UNA ADOZIONE. Non voglio sminuire il dolore, ma non ci vuole una gigantesca forza psicologica per sostenere queste prove. Io, per farti un esempio, sono il terzo figlio dei miei genitori. Il secondo è morto a pochissime ore dalla nascita… Sono figlio dell’andiamo avanti, riproviamo, rialziamoci. Non c’è perdita di dignità, non c’è sconfitta in una gravidanza andata male o un aborto, è solo il modo con cui abbiamo imparato a guardare queste cose che le rende brutte oppure “così”.
Per il resto concordo, ora che mi hai spiegato, sulla posizione degli uomini all’interno dell’articolo. So che sembra strano, ma il motivo per il quale ho criticato l’articolo è principalmente perché vedevo quelle donne da una sedia, dentro l’autobus.
Mi rendo conto che una risposta adeguata implicherebbe dettagliarsi nella descrizione di eventi troppo personali; non me la sento di farlo, per cui non vorrei darti ragione, ma non potendo esprimerti il mio punto di vista completo, devo tirarmi fuori dalla conversazione e quindi “darti una vittoria a tavolino”…
Mi rendo conto, anzi, scusami!, non avevo intenzione di addentrarmici.
Non cerco ragioni ne’ vittorie. Sono contento (e questo è il mio intento) solo quando riesco a capire.
Grazie di avermi aiutato e alla prossima!
Sai cinzia, io non ho, ringraziandp Dio, provato l’esperienza di un aborto e la perdita del feto, ho provato l’esperienza di essere ricoverata in ginecologia per interventi di resettoscopia per poliposi e nello stesso tempo, non riuscivo ad avere figli, mi sentivo nonostante tutto, a 35 anni, anche io come hai decsritto tu, quindi posso immaginare quale dolore immenso hai potuto provare…
Rafforzato anche dall’aver visto il corpicino di una mia nipotina, nata di 5 mesi e mezzo e non sopravvissuta, straziante…. Non sono ed onestamente, non mi va per capire questo, di andare a leggere il significato di invidia.
Ho avuto altre esperienze citate nel tuo articolo e ne ho sentite altre… Io al contrario, per taluni versi, non so se ho fatto vittimismo, ma ad un certo punto, ho mollato, ho mollato tutto, studi, possibilità di viaggio tutto!
Sono riuscita a d avere un figlio a 36 anni, adesso ne ho 39 e mezzo… Vorrei recuperare molte cose perse, ma so che è umanamene impossibile, e non ammetterei mai che mi si dica o si dica a donne che non hanno avuto che (cito parole lette su un altro articolo) “brandelli di vita” che si è invidiose, non voglio assolutamente dire sfortunate, ma forse, diversamente vissute, e non sempre per propria scelta.
L’invidia, dopo magari me la andrò a leggere, credo che scaturisca da una pari opportunità ed un diverso raggiungimento dell’obiettivo desiderato, questa non è e non dovrebbe essere considerata invidia, NON CI STO!!!
ciao maria,
intervengo solo in difesa dell’invidia. A quanto pare, come lesbica, neanche questo termine va bene. Francamente, annullare un intero discorso a causa di una parola mi fa sentire un po’ inutile…
Non so quale difficoltà ci sia nel parlare di invidia, visto che credo sia il sentimento che meglio riassume quella dinamica che riguarda TUTTI in ogni istante della vita. Forse “non suona bene”, ma questo è dovuto più alle storpiature nel suo utilizzo (e aggiungerei una bella dose di “superstizione”) che al suo significato.
Mi pare di averlo spiegato, nel commento precedente. Evidentemente non sono stato esauriente e me ne scuso, provo di nuovo. Intanto contestualizzo.
“Se l’aborto per una gravidanza andata male è una maledizione accanto ad una nascita, se una babysitter si prodiga nel giudicare la propria datrice di lavoro con parametri dimensionali, se un libro è messo in contrapposizione alla bellezza (pur nei toni con cui lo introduci e descrivi), QUESTE SONO STORIE DI INVIDIA PRIMA CHE DI DOLORE”
sennò da come l’hai detta è come se io avessi scritto alla cara cinzia “quella che abortisce soffre solo perché è invidiosa delle altre”.
Sui pinguini, invece:
“Quando il gelo del suolo uccide un cucciolo ancora nell’uovo, la madre sa di aver perso un’occasione che percepisce “unica”. E il risentimento è tale che è disposta anche ad uccidere per sottrarre l’uovo ad un’altra, fosse pure sua sorella.
Non sarebbe così se potesse controllarsi, avere la scelta della lungimiranza. Certi sbagli che facciamo, li facciamo buttandoci, tanto i maschi quanto le femmine. E questo è bellissimo, al di là di ogni conseguenza.”
Quando conosciamo una persona, la giudichiamo a partire da noi (come fa la babysitter precaria dell’articolo). Essa è quindi più bella, meno brillante, più carismatica, più ricca, più povera, più fortunata, meno realizzata, più felice… ora, tu puoi cambiare ogni altro parametro (autoritaria, pulita, interessante) e quello che resterà costante sarà la presenza sparsa di “più” e “meno”.
L’invidia non ha niente a che vedere col disprezzo, che piuttosto è una mancanza di rispetto e quindi suppongo abbia le sue basi nell’educazione.
E’ quel sentimento che ci fa desiderare di avere quei “più” che vediamo negli altri. Oppure ci fa desiderare che loro perdano quello che hanno in “più” fino a quando non vedremo il “meno”.
Forse dando dell’invidiosa a cinzia (e non l’ho fatto) ho voluto dirle “non sei una brava persona”? Intendiamoci: non andrei mai davanti al letto di ospedale di una mia amica che ha appena subito un aborto a dirle che è invidiosa!
Il fatto poi di provare invidia o meno non significa che non si prova dolore genuino. Nell’articolo, questi paralleli mi pare capitino in ogni esempio di donna raccontato.
Buona giornata
“Intendiamoci: non andrei mai davanti al letto di ospedale di una mia amica che ha appena subito un aborto a dirle che è invidiosa”!
Buon giorno a te Alfonso.
Se sei coerente, (non è un voler giudicare, ma solo una affermazione) dovresti farlo…. Non c’è niente di meglio, a questo punto, che prendere di petto il problema o il dramma, per poterne uscire al più presto possibile, non credi?
Vuoi dire che sei d’accordo adesso col connubio invidia/dolore? Aiuterebbe secondo te per risolvere il problema ricordare alla donna dell’articolo che deve superare il momento tenendo lontana l’invidia?
Ebbene, sono andata a leggermi questa invidia, scusa se esco fuori tema…
Di certo, credo che un po’ tutti, siamo stati invidiosi di qualcosa o qualcuno, almeno da bambini, L’invidia è quel sentimento che ti porta a disprezzare le cose ed i valori o doti altrui… Non credo che ne tu nel tuo articolo, ne le varie donne, me o te compresa, abbiamo espresso disprezzo per le doti o la vita o le cose altrui..
Qui forse più che invidia, non so che sentimento metterci, ma riporto questo trafiletto: “Se sono pur vere le varie affermazioni che si fanno intorno all’invidia, è altrettanto vero che ultimamente si fa di questo termine un abuso strettamente politico. Infatti, a questo sentimento del tutto personale ed individuale, è spesso associato il normale ed umanissimo bisogno di giustizia tra le varie classi ed i vari ceti sociali. Definire questa minimale esigenza come “ Invidia Sociale” è solo un astuto e fuorviante machiavello dialettico tendente a svilire le ovvie rimostranze dei ceti più deboli nei confronti delle classi dominanti. In questo modo si cerca di ridurre a un banale rancoroso sentimento individuale una (del tutto giustificata) istanza prettamente sociale.”
Forse e per questo che se molti di massa, esempio banale chiedo scusa, si fanno il cellulare di ultimo grido… Perchè se osano solo dire che forse, a meno che per determinate situazioni o mansioni lavorative, è al quanto inutile, magari temono di essere considerati invidiosi, allora che si fa, si compra il cellulare o la tv di ultima generazione, anche se non si ha un effettivo bisogno o non si hanno risorse economiche adeguate, pur di non essere definiti invidiosi… Bello! E si, l’abbiamo cercata e creata a nostro o loro piacimento l’invidia… Forse lo sto diventando adesso invidiosa… Sto cominciando a disprezzare talune situazioni della nostra società!
Chiedo scusa dell’off topic.
Io non ho detto questo, sei tu che lo hai detto, io ho detto che per me non è invidia, tu hai detto di si, oltre al provare dolore, ma nello stesso tempo, dici che non diresti mai ad una tua amica che ha subito un aborto, nel letto d’ospedale, che quel sentimento unito al dolore è anche invidia…
Se lo pensi, se pensi di aver trovato la risposta giusta a questa cosa, dovresti farlo, tutto qui!! Non credo di scrivere verità assolute, ma non credo esistano verità assolute, o per lomeno non esiste una sola ed unica verità assoluta… Ma qui andrei oltre i miei limiti…
Buona giornata!
ah ok, sorry… non avevo capito che era na provocazziòne
Cascheresti bene con me cara maria perché non sono una persona coerente, e non ho nulla da insegnare a nessuno su come si deve superare un dramma. Sono capace di superare i miei e non mi piacerebbe se qualcun altro cercasse di farlo al posto mio.
Io però ribadisco, non ho scritto che chi abortisce sta male perché è invidioso. In nessun commento. Non so se c’è un modo per spiegarlo diversamente… ho scritto che si tratta di una “storia di invidia prima che di dolore”…
Ma anche, nel caso fossi lì, di fronte a quel letto, lei distesa e silenziosa, sguardo alla finestra, le mani lontano dalla pancia: probabilmente mi metterei a ricordarle quello che l’invidia in quei momenti normalmente annebbierebbe: che ci sono comunque stati dei mesi fantastici di vita vera, che non c’è stata nessuna colpa e nessun dolore, NESSUN ERRORE, che nessuno potrà mai giudicarla per questo evento indipendente da lei, che non c’è vergogna e soprattutto che c’è vita sufficiente per riprovare. Capisci?, cose reali, non la propria posizione all’interno di un’idea di vita, con lo sguardo giudice degli altri e delle proprie aspettative.
Non credo alle verità assolute, ma quelle osservabili mi pare abbiano un senso.
Lo scopo di una donna, come di ogni altro essere vivente, è quello di non vivere invano, quello di lasciare il suo piccolo segno, e non parlo di grandi scoperte o sculture o chissa chè… Parlo di vita…
Si possono avere avuti momenti stupendi e gloriosi, ma per il discorso di un aborto spontaneo o del non riuscire ad avere figli… O di perdere i figli, Li, davvero ci si sente male… Poi certo si recupera, si interiorizza, ma non si dimentica quella sensazione, che è propria e non ha nulla a che vedere con il resto del mondo, la puoi solo condividere con chi ci è passato, anche marginalmente.
(questa è la mia personale versione femminile)
Buondì,
la tua versione femminile è senz’altro più vicina al tema di quanto possa fare io, che in tema di aborti spontanei non so nulla. Mi conosco abbastanza e conosco un po’ di persone, quindi so che il dolore è salutare. E si attraversa. Ma so per esperienza che prende spesso le direzioni della vergogna, del gradino sociale, dell’ inibizione. Sono convinto che le donne di oggi sappiano riconoscere queste cose. Più di quelle cresciute pensando all’aborto o ad una nascita non riuscita come ad un tabù, un argomento da nascondere, per ragazzacce…
Senza togliere niente, ovviamente, ai drammi ed agli strascichi che queste situazioni portano con se’.
Saresti così gentile da portarmi un esempio reale di donna cresciuta pensando all’aborto o ad una nascita non riuscita come ad un tabù, un argomento da nascondere, per ragazzacce? Trovo questa tua affermazione frutto di un elucubrazione mentale avulsa dalla realtà ed indelicata. Tu continui a parlare di donne di oggi e di ieri, senza pensare che il dolore non ha tempo e non ha spazio. Io non ho mai sentito nessuna delle mie amiche (di ieri e di oggi…) raccontare che il suo aborto le aveva fatto male perchè l’aveva indietreggiata nella scala sociale oppure perchè la faceva sentire una ragazzaccia.
L’unica cosa su cui mi sento di darti ragione è che il dolore è salutare, ma non per la singola persona che lo prova, sfiderei qualcuno a dire che il dolore le ha fatto bene, bensì in un’economia di più ampia scala: il mio dolore è salutare per le altre donne che si relazionano con me, perchè io posso usarlo per dare consigli oppure semplicemnete per capire meglio chi lo sta provando. Ma appunto, sono solo considerazioni personali
eccomi, sorry. Ti rispondo eh, prendo piena responsabilità delle cose che dico. Però vorrei prima soddisfare una mia curiosità. Cosa c’è di avulso e indelicato nel dire che un certo femminile tratta l’aborto come un tabù o una pratica a cui ricorrono le ragazzacce?
Tanto per capire qual è la discriminante. Credo che di usare un vocabolario abbastanza tranquillo, e il senso di quello che volevo dire non dovrebbe risultare così offensivo o essere spiegato.
Grazie
Chiedo scusa se mi intrometto di nuovo, ma credo che Alfonso, in buona fede, almeno spero…
Stia raccontando non di donne che hanno provato dolore e vissuto determinati momenti, bensì, sta elaborando semplicemente, spero sempre in buona fede, ciò che molti uomini, e purtroppo anche alcune donne hanno, si sono permesse di asserire nei secoli su altre donne che hanno vissuto questa esperienza e questo davvero per invidia….
Mi è capitato di sentore queste storie, ma da donne che magari avevano una situazione particolare, tipo una vita ristretta e magari, in quanto capita, una linea non perfetta e per questo magari il proprio uomo le umiliava o non le considerava…. Invidiando quindi la donna giovane e bella della porta accanto, che, se a questi purtroppo capitava la disgrazia di avere un aborto sponataneo, oppure di non riuscire ad avere figli, oppure di subire una violenza… Queste rispondevano con situazioni assurde del tipo… gli sta bene era una ragazzaccia, oppure guarda la vergogna che deve far portare alla famiglia, oppure, non è in grado di fare figli….
Insomma, il tabù e l’invidia di altre, non certo di chi subiva queste cose…
Chiedo scusa, non ho molto tempo per preparare i commenti, altrimenti cercherei cavilli e non commenterei più, spero di essermi riuscita a spiegare ciò che volevo intendere… Il tutto, senza offesa.
Bello.
Peccato che in queste occasioni non si trovi anche il modo di parlare delle donne felici o delle donne che fanno soffrire gli uomini.
A me piace pensare anche alle donne che hanno un ruolo di servizio perché lo hanno scelto, per amore di valori che non sono stati imposti ma accolti. Forse perché i miei nonni si amavano davvero…
Pensare alla famiglia come ad un peso e alle proprie fantasie come ad un rifugio in un’epoca in cui il divorzio è considerato come una cosa normale non è motivo né di orgoglio, né di compassione: è solo triste. Significa che la donna, dopo anni di femminismo sfrenato, non sa più cosa vuole essere.
Molto bello Cinzia complimenti. Lo integrerei se ne avessi la forza. Io raggruppo molte di quelle cose che hai scritto ed in più sono una di quelle donne prima massacrate dalla chiesa poi prese come esca perché amano un prete…importante. E per questo mi hanno distrutto tutto “altre donne” invidiose (del mio lavoro, della mia testa, dei miei carismi, del mio ingegno) che, ovviamente, so volevano scopare il prete bello….altri preti invidiosi di lui. Orrendamente distrutta solo per aver detto che lo amavo senza nemmeno prendere un caffè con lui, senza sapere se ero ricambiata. Bella è questa chiesa di merda?