Donne: Le Vere Maschiliste Siamo Noi

feminist_by_blackcherryxiii1.jpgPremetto un punto essenziale: io ho sofferto in prima persona violenza ed abusi in famiglia ed anche fuori. L’esperienza dolorosamente vissuta fin nella più intima fibra ha orientato le mie scelte professionali e personali.
Così, se esprimo opinioni al riguardo, lo faccio perchè so che cosa significhino certe esperienze in quanto le ho vissute sulla mia pelle, in tutti i sensi.

Qualche tempo fa a Roma centomila donne hanno sfilato per protestare e richiamare l’attenzione sulla violenza di cui la Donna è fatta oggetto tanto nel privato quanto nel pubblico senza distinzione di contesto sociale e culturale. Poteva essere un momento molto forte di aggregazione e riconoscimento, ma non lo è stato. Mi ha fatto realmente sanguinare nell’intimo venire a sapere che donne impegnate in politica sono state allontanate da un corteo che in virtù dei valori che propugnava le avrebbe dovute accogliere a braccia aperte.

Prima di tutto, se veramente si vogliono indossare i panni della tolleranza chiunque andava accettato, sarebbe stato anche un’ulteriore dimostrazione che il problema è realmente “sentito” da tanti, anche se ad esempio uomini. E poi perché prendersela con donne impegnate in politica? Loro meritano tutto il rispetto per varie ragioni. Come ha chiaramente dichiarato Miriam Mafai la politica riguarda tutti noi e se si vuole una legge diversa in tema di violenza sulle donne, bisogna per forza di cose coinvolgersi con chi è impegnato nella vita politica in modo attivo. Inoltre, ritengo che indipendentemente dal partito, una donna che si impegna in attività politica meriti rispetto ed apprezzamento, perché non è certo facile ed agevole affermarsi in un ambiente simile.

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Mi è venuta in mente una frase di un film della serie di Don Camillo e Peppone. A chi si preoccupava con Don Camillo del fatto che nella sezione comunista di Brescello era stata inviata una donna ad organizzare la sezione femminile, il sacerdote rispondeva “Al massimo disorganizzerà la sezione maschile. E poi non c’è da preoccuparsi è dai tempi di Noè che qualcuno cerca di organizzare le donne e non c’è mai riuscito”. Forse, su certe frasi dovremmo riflettere un po’ a lungo. L’episodio increscioso della manifestazione è la triste riprova di osservazioni tanto ciniche.

Capisco la Rabbia, il sentimento di disperazione e di frustrazione, ma non è con l’odio che si troveranno risposte e soluzioni. Prima di tutto ciò che come donne possiamo e dobbiamo fare è interrogarci su noi stesse, su ciò in cui ci riconosciamo, sull’identità culturale e sociale. Esiste una branca della Psicologia la Vittimologia di cui sentiamo parlare spesso in riferimento ad eventi criminali. La Vittimologia -orrenda parola- cerca di tracciare il ritratto psicologico delle persone oggetto di un evento criminale, violento quindi. Noi Donne ad un livello collettivo, ma soprattutto personale dobbiamo chiederci le ragioni per cui ciò capita. Esiste un’identità culturale che ci educa a viverci in un determinato modo, percepirci in una determinata ottica. Siamo noi Donne le prime a doverci liberare da determinati schemi culturali e sociali. E’ troppo semplice addossare le “colpe” agli uomini violenti, alle leggi latitanti… Dobbiamo crescere dentro ognuna di noi senza distinzione di cultura e provenienza sociale.

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Cosa intendo dire? Certamente parole non troppo simpatiche per alcune. Prima di tutto: ogni maschilista ha una madre che lo ha educato in tal senso. Non più tardi di ieri ho ascoltato per un’ora il triste racconto di una giovane sposa che a soli 4 mesi dal matrimonio è in crisi perchè il marito si comporta da “macho” con il beneplacito della di lui madre, nonché suocera della paziente. Ovviamente la frase difensiva della paziente era :”Speravo che lui cambiasse”. Merita soffermarci un attimo su questa frase, frutto di una visione culturale secondo la quale, la donna “può cambiare” il bruto o l’imbecille di turno con il suo amore. Finché una donna crederà di “cambiare” un uomo non farà altro che ripetere uno schema culturale partorito nel contesto della mentalità della donna intesa come angelo del focolare, operatrice famigliare stile crocerossina, benefattrice dell’umanità e via dicendo.

La vita di coppia dovrebbe essere gioia di condivisione, non palestra per esercizi di salvataggio. Quindi, da una parte l’ingenua convinzione della vittima di turno di poter cambiare il maschilista spalleggiato da una donna che è esponente di quel numeroso gruppo di donne che hanno aderito in pieno alla mentalità patriarcale. Gli schiaffi volano con il consenso della suocera. E non credete sia un caso isolato. Per fortuna molte giovani donne reagiscono, ma tante subiscono nel silenzio delle case. Non illudiamoci, il fenomeno non riguarda solo donne di una certa età, purtroppo interessa anche persone più giovani. Posso citare vari esempi, uno che mi ha “sconvolta” profondamente.

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Una vignetta non umoristica. Avevo in terapia un adolescente che finalmente aveva incontrato una coetanea con cui iniziare una relazione affettiva (età 16 anni). Io mi complimentai all’annuncio fattomi in presenza della madre, che intervenne commentando “Sono contenta perché è una ragazzina seria: non porta la minigonna, non mostra l’ombelico. Non è una… come tutte le altre. Io sono contenta di avere un maschio almeno non mi resta incinta… tutte scostumate le ragazzine di oggi” La madre del mio paziente ha 38 anni.

E’ chiaramente condizionata dalla mentalità maschilista e patriarcale che ci illudiamo, almeno io ho sperato, fosse andata in cantina. Ma, come può andare nel sottosuolo un modo di pensare a cui in modo più o meno inconsapevole molte donne continuano a riconoscersi e peggio ancora identificarsi? Purtroppo, quando si affronta il discorso dell’identità della donna bisogna sempre rendersi consapevoli che ci si deve rendere coscienti e consapevoli della svalutazione culturale di cui tutte siamo partecipi. Se vogliamo realmente crescere bisogna che ognuna di noi a titolo personale prenda coscienza dei “limiti” culturali in cui ci ritroviamo a vivere.
Ora, le parole fanno sempre un bell’effetto, andiamo sul pratico perchè bisogna anche spiegare con esempi concreti ciò di cui si sta parlando.

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Altra vignetta non umoristica. “Dottoressa, lo so che mi ha aiutata tanto, Certamente, lei è migliore di tanti suoi colleghi uomini, ma vede lei è una donna e non posso darle fiducia, né so ringraziarla”. Simpatica frase detta da una donna che era stata sodomizzata da un medico durante una visita specialistica. L’edificante discorsetto mi fu rivolto davanti al giudice istruttore e servì a spiegare per quale ragione l’interessata mi ricusava come CTU proposto dalla Procura. Io non mi sono stupita più di tanto, perché ho capito l’atteggiamento mentale dell’interessata. Era una donna che nutriva un profondo disprezzo per tutte le donne a cominciare da se stessa. Triste risultato di uno schema educativo per cui la competenza e l’aiuto se vengono da una donna non hanno lo stesso valore di quello di un uomo.

Altra vignetta non umoristica. “Mio fratello (noto anticlericale) ha fatto bene ora che è rimasto vedovo, a mettere le figlie in collegio dalle suore. Almeno, con una buona educazione religiosa le terranno a freno, perché si sa bene che noi donne se non c’insegnano un po’ di timor di Dio siamo tutte p…” Frase di sublime orrore pronunciata da signora quarantenne sorella di uomo politico noto per il suo ateismo ed anticlericalismo, negli anni 60 fautore del libero amore (quello praticato dalle altre di certo non dalla sorella o dalle figlie). Qui, è evidente il concetto che le donne sono “naturalmente immorali” e che devono essere educate in modo religioso per imbrigliare le loro tendenze pericolose. La stessa condotta negli uomini è incoraggiata ed apprezzata, spesso anche dalle loro madri.

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Altra vignetta non umoristica, molto truce.
“Dottoressa, lo dica a mia madre di tornare con papà. E’ vero lui l’ha spedita varie volte al pronto soccorso con fratture e lesioni perché la picchia, ma è solo per amore. Sa ieri il mio papà piangeva, non lo posso sopportare. Certo che anche mia madre ha pianto tanto, ma cosa vuole una figlia ha bisogno di un padre. Io posso veder piangere mia madre, tanto ci è abituata, ma il mio papà no, e poi no”. Quando mi sento dire che una donna deve sopportare tutto per amore dei figli, io racconto questo episodio. Una donna che subisce violenza dal marito ottiene dai figli soltanto disprezzo, i maschi spesso lo mascherano con la così detta pietà, le femmine con il disprezzo perché ognuna vorrebbe identificarsi con un modello diverso di madre.

Purtroppo, le vignette riportate non risalgono a decenni fa’, sono attuali e non sono inventate.
Ci hanno dato una pseudoemancipazione che è comoda solo per certi modelli che piacciono ai maschilisti. Rendiamoci conto che non è importante poter svolgere certi lavori, ad esempio indossare l’uniforme militare, ma libere di essere Persone in una società dove l’essere maschi o femmine non costituisca una diversità culturale. Il discorso è molto complesso e non lo si può certo concludere in poche battute. Il dibattito è aperto, apertissimo, ma senza faziosità di parte, liberarci da questo sarebbe già un primo passo verso un interloquire costruttivo.

Immagini tratte da DeviantArt

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Anima Sola Stampa questo Articolo Stampa questo Articolo

L’apporto che questo blog sta dando alla discussione sulle donne e’ eccezionale. voglio ringraziare Mentecritica per questi articoli e voglio ringraziare Anima Sola per questa testimonianza profondamente vera. Concordo con lei, le peggiori maschiliste sono le donne e spesso in qualsiasi fascia di eta’. Credo si debba all’invalsa abitudine di invidiare le altre per qualsiasi motivo. Una madre di un maschio non puo’ essere solidale con la nuora se la nuora viene trattata da suo figlio meglio di quanto il marito abbia trattato lei. E’ un’ammissione di colpa che ho sentito con le mie orecchie e alla quale non ho saputo come rispondere. La logica del: io sono stata trattata come una pezza da piedi, perche’ tu dovresti essere meglio di me?
Una logica che va sconfitta a tutti i costi.
Laura

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Mi duole dirlo ma….é vero, desolatamente vero.
Impegnandoci possiamo fare bene qualsiasi cosa, anche la parte del peggior nemico di noi stesse e delle altre donne..

Luna

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I racconti sono agghiaccianti, ma non si discostano molto dalla realtà che vedo intorno a me.

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Quanto hai ragione…appena ho letto il titolo del blog sono corsa a leggere perchè rispecchiava un pensiero che ho da tempo. Siamo noi le prime a credere a tutti i condizionamenti: e i casi che racconti tu ne sono la prova lampante, agghiaccianti come ha detto Doxaliber. Invece di “far fronte comune”, ci ostacoliamo l’una con l’altra in nome di regole che ci auto-imponiamo e che invece andrebbero superate a tutti i costi.
E come hai detto tu, se c’è un uomo maschilista vuol dire anche che è stato cresciuto con quegli ideali: dalla società si, ma anche dalla famiglia.

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Condivido l’articolo nella sostanza, ma vorrei approfondire alcuni aspetti.
Dici che “indipendentemente dal partito, una donna che si impegna in attività politica meriti rispetto ed apprezzamento“. Un apprezzamento a prescindere? No, grazie.
Per le donne, esattamente come per gli uomini, il rispetto va guadagnato. Se una donna si impegna in politica fa benissimo, e le va riconosciuto il merito di essere riuscita a farsi strada in un ambiente sicuramente difficile; ma se poi il suo comportamento è come e peggio di quello di tanti uomini, allora di queste donne faccio volentieri a meno.
Se non sbaglio una delle donne cacciate via dalla manifestazione è stata la Santanchè: donna senz’altro, politico anche, rispettabile… lasciamo perdere. La mia opinione su di lei è da codice penale. Vuoi davvero considerare simili soggetti come modelli da imitare?

…interrogarci su noi stesse, su ciò in cui ci riconosciamo, sull’identità culturale e sociale“. Ma non facciamo forse tutti parte di un’unica società, uomini e donne? E’ proprio di queste differenze che dobbiamo liberarci, come del resto riconosci anche tu: “Siamo noi Donne le prime a doverci liberare da determinati schemi culturali e sociali“.
L’obiettivo fondamentale è appunto “essere Persone in una società dove l’essere maschi o femmine non costituisca una diversità culturale“. Non più uomini e donne, ma “persone“.

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Anche se un po’ tangente al discorso dell’articolo, relativamente al rapporto educativo madre-figlio, mi viene in mente un breve racconto di Buzzati “Le madri incontentabili” e in particolare la parte di Sesostri.

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