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Dobro Jutro Sarajevo – 2

11 novembre, 2007 - 6:01 di  
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(prima parte) In “No Man’s Land“, splendido film di Danis Tanovic, viene narrata l’assurda storia di tre soldati, due bosniaci e un serbo, che rimangono intrappolati in una trincea al confine tra la Bosnia e la Croazia, in una e vera e propria terra di nessuno. Nel film c’è di tutto: ironia, dramma, paradosso, violenza, odio, disprezzo.



Il regista porta ad empatizzare sia con il soldato serbo che con quelli bosniaci: il “nemico” vero, il dominus che guarda dall’alto, a mo’ di divinità greca, le pochezze degli esseri umani senza prenderne parte, è la comunità internazionale. Peccato che non sia quello il suo ruolo. Nel film, il sistema delle Nazioni Unite è dipinto egregiamente mediante la figura del soldato francese che si danna l’anima per cercare di porre un freno alla devastazione umanitaria, ma che sardonicamente rimane imbrigliato nella fittissima tela della burocrazia, delle regole soffocanti, dei veti incrociati, dei negoziati estenuanti ed inconclusivi, salvo, infine, cadere vittima di quella perversa spirale di laissez faire che è duramente stigmatizzata con le ultime parole del film, pronunciate da una reporter: “Una trincea è pur sempre una trincea. Sono tutte uguali”. Anche in “Welcome to Sarajevo“, film del 1997, il regista Michael Winterbottom pone l’accento sull’inerzia e sulla malcelata indifferenza della comunità internazionale, che non considera la carneficina che si sta consumando a Sarajevo una priorità (”Ci sono 13 posti al mondo più pericolosi di Sarajevo”). E’ storicamente appurato che, nella gestione del conflitto, l’intervento internazionale è arrivato fuori tempo massimo (già nel 1989 spiravano, più che visibilmente, venti di guerra), e che, in alcuni casi, di cui uno (il massacro di Srebrenica, su cui si tornerà in seguito) in maniera lampante e vergognosa, i caschi blu hanno collaborato con i criminali di guerra, o li hanno lasciati compiere i loro efferatissimi delitti. Adesso si tratta, quindi, di delineare la portata dell’intervento in uno scenario post-bellico, che, come si è visto nella prima parte di questa inchiesta, è molto diverso da come potrebbe essere uno scenario “standard”. Ad ora, i molti organismi internazionali presenti nel territorio si stanno occupando di state building, di assistenza economica e finanziaria, di consulenza politica , giuridica e culturale. Ma non sempre, come si vedrà in seguito, i risultati sono esaltanti.

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C’est votre monde.

OHR. La sigla sta per “Office of the High Representative”, ovvero un’istituzione internazionale creata ad hoc per la Bosnia-Herzegovina. Il suo compito primario è quello di garantire e promuovere l’attuazione delle misure previste nell’accordo di Dayton che ha posto la parola fine alla guerra. E’ una figura inedita nel diritto internazionale, ed è probabilmente l’organismo più controverso all’interno del panorama istituzionale bosniaco. L’Alto Rappresentante, che è una specie di presidente internazionale della Bosnia, è dotato di poteri speciali (chiamati “Bonn powers” dalla conferenza di Bonn del 1997), giuridicamente vincolanti, che gli permettono, de facto, di avere le prerogative ed i profili del monarca assoluto. Egli, infatti, può sollevare dall’incarico politici e ministri, può premere per andare in una certa direzione piuttosto che in un altra, può imporre riforme e leggi qualora la classe politica bosniaca fallisse nel legiferare su materie particolarmente importanti. La partecipazione dell’Alto Rappresentante nella vita politica della Bosnia è andata progressivamente mutando. All’inizio del mandato, egli doveva occuparsi di mettere insieme le parti che erano state in guerra fino a poco tempo prima, e di rendere effettivo il processo di pace previsto nell’accordo di Dayton. Ora, invece, il compito principale dell’High Rep. è quello di promuovere la stabilità politica ed istituzionale, pur sempre nel rispetto del principio della responsabilità domestica: ovverosia, sono i politici ed i cittadini bosniaci ad essere responsabili della transizione e dello sviluppo democratico del loro paese. Ed è su questo punto che sono sorte molte polemiche, soprattutto recentemente. Il precedente High Rep., Paddy Ashdown, venne duramente criticato per l’estensivo uso che fece dei “Bonn powers” per rimuovere dall’incarico politici e funzionari corrotti: le sue funzioni furono, a buon titolo, equiparate a quelle di un proconsole romano.

L’attuale Alto Rappresentante, invece, Cristian Schwarz-Schilling, non è ben visto sia dalla comunità internazionale che dai politici locali per il motivo esattamente opposto: non ha mai fatto uso dei “Bonn powers“. La sua presenza, a detta di molti, sarebbe praticamente impalpabile, quasi nulla, in nome di una malintesa interpretazione delle proprie prerogative e dei propri compiti. Schwarz-Schilling, infatti, appena insediatosi, dichiarò di «non credere alla soluzione colonialista per la Bosnia», e quindi pensò bene di non muoversi a sufficienza, ad esempio, nel coordinare le attività d’intelligence per la cattura dei criminali di guerra ancora a piede libero, o nel non estendere il mandato di Tony Robinson, un ispettore che stava indagando su banche e compagnie di assicurazioni che stavano dando sostegno ai criminali. L’Ufficio, dunque, sembra oramai pleonastico. A giugno, stando alle dichiarazioni di Schwarz-Schilling, l’OHR dovrebbe chiudere i battenti, presentando un bilancio finale non esattamente in attivo. Nell’ultimo periodo, infatti, sono stati mancati tutti gli obiettivi preposti dall’UE e dall’ONU, quali la riforma costituzionale, l’ unificazione delle forze di polizia e la collaborazione con il Tribunale Internazionale per la ex Yugoslavia. A detta dei diplomatici che operano in loco, l’Ufficio ha ben rappresentato, negli ultimi tempi, «la temporanea perdita d’interesse» della comunità internazionale nei confronti della Bosnia-Herzegovina. La soluzione che si profila all’orizzonte, dunque, è la seguente: al posto dell’OHR rimarrà il rappresentante speciale per l’Europa, dotato di poteri meno stringenti e vincolanti (i cosiddetti “soft powers“), il quale eserciterà una pressione politica sulle istituzioni locali affinché la Bosnia si doti delle misure necessarie a raggiungere i requisiti per l’ingresso nell’UE. Una sorta di via di mezzo tra l’approccio con il bastone (Paddy Ashdown), troppo duro, invadente ed inconcludente, e quello con la carota, che si è rivelato altrettanto, e forse anche di più, fallimentare. La situazione è quasi da aporia kafkiana: se l’OHR interviene continuamente, i politici locali non saranno mai in grado di produrre autonomamente le riforme; se, invece, l’Alto Rappresentante non c’è o non interviene, i politici non si sentono obbligati a fare le riforme. O, semplicemente, non hanno voglia o non ne sono in grado.

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World Bank. Come visto nel primo intervento di quest’analisi sulla Bosnia, la guerra ha causato danni strutturali ed infrastrutturali enormi, ha fatto crollare il PIL dell’80%, ha atomizzato l’economia del paese e ha costretto 2 milioni di persone ad emigrare o a rifugiarsi in un altro paese. Da quando la Bosnia, nel 1996, è entrata nella Banca Mondiale, è stato speso più di un miliardo di dollari (un’enormità, se si pensa che il paese è piccolo e consta di appena 4 milioni di abitanti) per ricostruire ponti, strade, centrali, ferrovie, servizi, etc. Terminato nel 2000 il primo ciclo del CAS (Country Assistance Strategy – Strategia per l’assistenza del paese), ne è seguito un secondo, iniziato nel 2004 e tuttora in corso, focalizzato principalmente sulle riforme necessarie per competere sul mercato globale, sulla liberalizzazione dell’economia, sulla creazione di posti di lavoro e sulla riforma del settore pubblico. Il settore economico, ad ogni modo, ha fatto enormi progressi dalla fine della guerra fino ad ora: il prodotto interno lordo è stato triplicato; le esportazioni addirittura decuplicate; l’inflazione è rimasta sotto l’1 per cento fino al 2002 (è però destinata a crescere in questi anni dato l’aumento del prezzo del petrolio e le tasse sull’accisa); il settore bancario è stato in larga parte privatizzato e modernizzato, ed una nuova classe di giovani banchieri, anche troppo rampanti, si è affacciata sul mercato del lavoro; altri settori finanziari sono sulla buona strada del rinnovamento. Tuttavia, la situazione ora non è delle più rosee. Le privatizzazioni delle società e delle aziende statali stanno procedendo molto a rilento. Gli investitori stranieri sono poco attratti dal mercato della Bosnia-Herzegovina, che non offre loro adeguate garanzie, per non parlare degli imprenditori: intraprendere un’attività in Bosnia significa entrare nel vortice della burocrazia, delle licenze (il paese è agli ultimi posti, 160esimo, al mondo per quanto riguarda la concessione di licenze e permessi) e della regolarizzazione esasperata. Ciò ha fatto sì che la corruzione raggiungesse livelli endemici, che si ergesse a sistema. Nell’indice di corruzione del 2006 stilato da Transparency International, la Bosnia-Herzegovina è al 93esimo posto. Il 50% della popolazione è disoccupata, il 18% è sotto la soglia della povertà, il 30% potrebbe finirci in un batter d’occhio (a volte basta ammalarsi per poco tempo). Quasi tutte le persone con cui abbiamo parlato sono disoccupate, vivono con mezzi di fortuna, sono costrette a lavorare in nero o in grigio, a cavallo tra la legalità e l’illegalità. Insomma, l’economia bosniaca deve ancora tornare ai livelli antecedenti la guerra. Il vero problema è che l’economia, anche prima, non era un granché.

UNDP. Per l’incontro nella sede dell’UNDP (”United Nations Development Program”) va fatto un discorso a parte. Gli obiettivi principale di quest’organizzazione, che dispone di fondi piuttosto limitati (23 milioni di dollari stanziati per la missione, e 140 milioni di finanziamento da parte di numerosi stati), sono quelli di ridurre la povertà e di garantire l’effettività dei diritti umani. L’UNDP, come molti altri organismi internazionali operanti sul territorio, dopo i primi 10 anni, sta ridefinendo gli obiettivi. E’ in una sorta di stato di transizione. Dal monitoraggio delle violazioni e dal supporto per i diritti umani, si sta progressivamente virando nella direzione dello sviluppo democratico. I punti fondamentali fissati dall’organizzazione sono la riforma costituzionale (segnatamente per la stabilità governativa), la disoccupazione e la povertà, le minacce alla sicurezza (armi, munizioni, mine), i media ed i sistemi di comunicazione, l’inquinamento ambientale, la crescente disparità tra i sessi e l’assoluta mancanza di prospettive tra i giovani (secondo un sondaggio, il 70% di loro vorrebbe andare via dal proprio paese). I trequarti dell’incontro sono stati abbastanza istituzionali: dopo una breve introduzione ad opera del responsabile regionale, Stefan Priesner, rappresentanti e funzionari vari hanno illustrato le operazioni condotte nelle rispettive aree d’operatività soprammenzionate. Ad un certo punto, un funzionario italiano, Massimo Diana, esponendo e spiegando le sue attività, si è prodotto in un accorato j’accuse contro tutta la comunità internazionale presente a Sarajevo ed in Bosnia-Herzegovina: «Dovremmo andarcene tutti, noi compresi: sto parlando da parte in causa». Con un discorso di ampio respiro, partito dalla disgregazione dell’entità yugoslava, sospinta dalla propaganda e dalla smisurata sete di potere di alcuni personaggi, Diana, dall’alto di un’esperienza sul campo ventennale, punta il dito contro i responsabili delle varie missioni internazionali perché questi, a suo parere, non si rivolgono mai alla gente, al popolo. Sono lontani anni luce, non recepiscono le istanze popolari e, soprattutto, non sanno come sbrogliare l’intricatissima matassa politica, etnica e culturale. La comunità internazionale, inoltre, non considera più la Bosnia come una priorità, e per questo, negli ultimi anni, si è assistiti ad un taglio continuo di fondi per le varie missioni. Prima di congedarci, poniamo una domanda: «Ma cosa la spinge a rimanere qui, a lavorare per l’ONU?»«Il contatto con le persone, le loro storie, la voglia di andare avanti. Lasciamoli andare da soli, non possono avere per sempre le stampelle. Lasciamoli sbagliare: oggi c’è la diffusa convinzione che, se lasciati soli, questi torneranno ad ammazzarsi, a farsi la guerra. Non è vero! Vi posso garantire che queste persone ne hanno avuto abbastanza della guerra. Lasciamoli andare avanti da soli, una volta buona. Lasciamo che la democrazia nasca dal basso, invece di imporla dall’alto». Insomma, chi vivrà, vedrà.

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Srebrenica.

Il simbolo insanguinato. Il luglio del 1995 sarà ricordato per sempre nella storia. In quel mese, a Srebrenica, una piccola enclave bosniacca nell’est della Bosnia, si consumò il più immane omicidio di massa pianificato della storia recente. L’operazione venne condotta dall’esercito della Republika Srpska, guidato dal generale Ratko Mladic (tuttora latitante), e da corpi speciali dell’esercito serbo (gli “Scorpions”). Il massacro di Srebrenica è una ferita ancora aperta tra gli stati dell’ex Yugoslavia. Apertissima. La Camera d’Appello dell’ICTY (Tribunale internazionale per i crimini commessi nella ex-Yugoslavia) ha stabilito che, quando si parla di Srebrenica, si deve parlare di genocidio: «Le forze armate serbe, cercando di eliminare una parte dei bosniaci musulmani, hanno commesso un atto di genocidio. Hanno pianificato l’estinzione di quarantamila bosniacchi che vivevano a Srebrenica, un gruppo che era divenuto l’emblema dei bosniaci musulmani in generale. Hanno spogliato degli affetti personali, delle cose più care e della propria identità i prigionieri maschi musulmani, soldati e civili, vecchi e giovani, e li hanno uccisi deliberatamente e metodicamente unicamente in base alla loro etnia». Tutto ciò è avvenuto, inoltre, sotto gli occhi del mondo intero e, fatto più grave, sotto il naso di quattrocento soldati olandesi che si trovavano là in qualità di “peacekeepers”, dal momento che dal 1993 Srebrenica era stata dichiarata area protetta dall’ONU. Evidentemente protetta non lo era abbastanza, come abbiamo avuto modo di constatare grazie al racconto, molto toccante ed emotivamente coinvolgente, a cui abbiamo assistito presso la sede de “Le donne di Srebrenica”, un’associazione costituita nel 1996 dalle donne che hanno subito grosse perdite familiari durante il massacro, i cui maggiori sforzi sono rivolti nel cercare i corpi delle persone scomparse e nel far trovare e processare i responsabili del genocidio.

La pulizia etnica. Per capire, ammesso che vi sia qualcosa da capire in questo genere di cose, il massacro, bisogna avere ben presente cosa significhi “pulizia etnica”, termine coniato dagli stessi serbi. Quest’ultimi ritenevano che l’area della Podrinje centrale, cioè la regione di Srebrenica, fosse un territorio d’importanza strategica fondamentale per i loro piani: senza quell’area, che era popolata da bosniacchi, non ci sarebbe stata unità territoriale all’interno dell’appena costituita Republika Srpska. Era dunque di vitale importanza, per i serbi, entrare in possesso di quei territori, dal momento che le enclavi bosniacche avrebbero rotto quest’unità territoriale, dividendo l’area in due zone, una sotto il controllo dei serbi, l’altra dei bosniaci, in una regione che era primariamente abitata da serbi. Come disse il generale Mladic, avvertendo Radovan Karadzic (Presidente della Republika Srpska) e Momcilo Krajisnik (rappresentate serbo della Presidenza allargata della Bosnia): «Le persone non sono dei sassolini, o delle chiavi nella tasca di qualcuno, che possono essere mossi da un posto all’altro come se niente fosse…Per questo, non possiamo permettere ai serbi di rimanere in una parte del paese rimuovendo gli altri abitanti in maniera indolore. Non so come il sig. Krajisnik ed il sig. Karadzic spiegheranno questa cosa al resto del mondo. Questa cosa si chiama genocidio». I serbi, dunque, iniziarono nel 1992 la loro campagna di pulizia etnica dei bosniacchi residenti nell’est della Bosnia, più precisamente nelle città di Bratunac (1,156 morti), Zvornik (762), Cerska, Snagovo (500). I villaggi che circondavano Srebrenica erano usati come basi per attaccare la cittadina, a cadenza quotidiana. All’inizio del 1992, le forze armate e paramilitari serbe rasero completamente al suolo Srebrenica (il 90% andò distrutto negli attacchi), uccidendo o mandando via i cittadini bosniacchi, e presero il controllo della città per un paio di settimane.

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Nel maggio 1992, però, l’esercito governativo bosniaco, sotto il comando di Naser Oric, riuscì a riprendere il controllo della città: nei mesi seguenti, le forze bosniache riuscirono ad espandere l’area di influenza attorno a Srebrenica conquistando diverse cittadine, tra cui Zepa, che era un’importante città di collegamento. Nel procedimento contro Naser Oric presso il Tribunale Internazionale, è emerso che le distruzioni e le uccisioni perpetrate dall’esercito bosniaco nei vari villaggi erano ingiustificate, così come alcuni attacchi militari. Nel 1993, una grossa operazione militare venne portata a termine con successo dai serbi, che riuscirono a prendere alcune cittadine e a troncare il collegamento tra Zepa e Srebrenica, che, a quel punto, si trovava ad essere praticamente isolata. Dal racconto della donna, che fu coinvolta in prima persona in quei tragici eventi, si apprende che non c’erano viveri, armi, munizioni: insomma, i cittadini non avevano né i mezzi per sfamarsi né quelli per difendersi. In più, le aree intorno a Srebrenica erano nuovamente in mano ai serbi, che le tenevano sotto stretto controllo militare, anche, e soprattutto, minando le foreste ed i campi. Pertanto, quando qualcuno usciva dalla città in cerca di cibo, era altamente probabile che non vi facesse ritorno, e che rimanesse ucciso o dalle mine, o dai serbi. Quando il generale Philip Morillon, francese, comandante dell’UNPROFOR visitò Srebrenica nel marzo del 1993, si trovò davanti una città sotto assedio e quasi totalmente distrutta. La piazza principale era oltremodo affollata: gli abitanti del luogo richiedevano a gran voce l’intervento umanitario dell’ONU. La donna ha raccontanto un episodio simbolico e altamente esplicativo dell’aria grave che si respirava in quei giorni. Poco prima di congedarsi, il generale Morillon non aveva aperto ad alcun aiuto di tipo militare nè tantomeno umanitario: ad un certo punto, una donna stava tenendo in braccio un bambino che, a causa degli stenti e della fame, morì; la stessa, allora, mise il bambino sotto la ruota di un cingolato ONU, e questa fu la mossa, stando al racconto, che commosse e convise Morillon ad intervenire, facendo issare la bandiera delle Nazioni Unite sull’edificio della Posta, dichiarando che Srebrenica era una “safe area“, una zona protetta.

Scene da un genocidio. Seppur essendo sotto l’egida dell’ONU, Srebrenica continuò ad essere vittima di raid e attacchi da parte delle milizie serbe. Attacchi, peraltro, resi molto più letali e devastanti dal fatto che i resistenti bosniaci non avevano più molte armi, dato che, sulla carta, la zona era protetta e demilitarizzata. Entrambi le parti del conflitto violarono ripetutamente gli accordi. I serbi, addirittura, trovarono un modo di bloccare la strada che percorrevano i convogli internazionali per portare rifornimenti e viveri all’interno della città. Nel luglio del 1995, le forze armate serbe (e della Republika Srpska) riuscirono a penetrare nella zona protetta; il 9 luglio erano ad un solo chilometro da Srebrenica, grazie alla quasi inesistente resistenza incontrata durante l’incursione: la sera stessa partì l’ordine di conquistare nuovamente la cittadina, direttamente dal presidente Karadzic. Il 10 luglio la situazione era tesissima. Il colonnello Karremans richiese urgentemente il supporto aereo della NATO per cercare di fermare l’avanzata dei carri, che puntualmente arrivò. Intanto, una folla tra le 20.000 e le 30.000 persone, l’11 luglio 1995, venne radunata a Potocari, un villaggio poco distante da Srebrenica. Mentre racconta l’esperienza, la donna incomincia a mostrare i primi segni di evidente difficoltà. Prende lunghe pause, respira profondamente, si strofina continuamente la mano sulla fronte, fuma nervosamente delle sigarette sottili. Ricorda distintamente quel giorno, ricorda la confusione che regnava sovrana, mista ad un terrore quasi incomprensibile, dominata da un silenzio surreale, interrotto solamente dalle grida e dai pianti.

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Mano a mano che i minuti passano, la sensazione è quella di essere accompagnati per mano, una mano molle ma consapevole, in quel tunnel degli orrori. La donna racconta delle esecuzione sommarie commesse dai cetnici, dell’efferatezza criminale con cui venivano consumati atroci delitti. Racconta la morte di un bambino, a cui venne tagliata la gola da una baionetta perché colpevole di piangere troppo, e di un altro, appena nato, schiacciato da uno stivale cetnico perché la madre aveva osato chiedere delle forbici per recidere il cordone ombelicale. Descrive scena apocalittiche, inumane, quale quella di un uomo infilzato su di palo, bruciato e arrostito vivo, a mo’ di spiedo, con tanto di birra versata sopra per rendere più prelibata la pietanza, tra le risa sguaiate e divertite dei serbi. La donna descrive la fabbrica nel quale, tra l’indifferenza, se non la complicità, dei caschi blu, le truppe di Mladic separarono uomini e donne, dando il via alla carneficina vera e propria. Una commissione federale bosniaca ha stabilito che, tra morti e dispersi, le vittime del massacro sono 8.373. 8.373 persone strappate dalla vita perché bosniaci. 8.373 persone trucidate perché diverse. 8.373 persone scomparse nel nulla davanti agli occhi sbarrati della comunità internazionale che stava guardando, ma che non voleva vedere. Nemmeno ora, però, nel 2007, si sa il numero preciso delle vittime e dei dispersi. La narratrice, nel massacro, racconta di aver perso, oltre ad un figlio, il marito, due fratelli ed il suocero, anche la vita: «Quando sento una canzone, non riesco a essere felice. Non posso. Quando il tempo fuori è bello, io non provo emozioni. Non provo più nulla. Riesco ad andare avanti solo perché bisogna andare avanti. Nient’altro». La donna si congeda affannosamente. L’interprete dice che si sta sentendo male. Dal canto nostro, non possiamo certo dire di stare bene.

Omega.

Solamente dopo il massacro di Srebrenica la comunità internazionale decise di intervenire sul serio. Inviò un grosso contingente militare (più di 60.000 uomini), costrinse i serbi a ritirarsi da Sarajevo e riuscì a strappare quell’accordo di pace, a Dayton (in Ohio, poi firmato a Parigi), che, de facto, fotografava l’allora situazione con una costituzione tutta giocata sul delicatissimo equilibrio nazionale e locale. Purtroppo, l’allora situazione è ancora quella attuale, ovverosia divisa in tre etnie, a tutti i livelli istituzionali e non. In Bosnia ci sono tre sistemi educativi diversi. Un bosniacco impara cose diverse da quelle che impara un bosniaco serbo, e un bosniaco croato studia su libri e con un metodo diversi da entrambi gli altri. Le forze dell’ordine sono tripartite, i tribunali devono rispettare la “lottizzazione etnica”; persino la Corte Costituzionale non ne è esente. Lo Stato centrale praticamente non esiste: quattro mesi fa ci sono state le elezioni, e ancora adesso che scriviamo dev’essere formato il governo. La riforma costituzionale, volta a fornire più potere al governo centrale e meno a quelli locali, è saltata, anche se per due soli voti. Tutta l’entità territoriale è spezzettata in cantoni, a loro volta suddivisi in municipalità, spesso e volentieri in conflitto, legislativo-politico s’intende, tra loro. Ad esempio, un cantone può garantire un determinato tipo di assistenza medica, mentre un altro può offrirne uno in maniera diametralmente opposta. L’agone politico è ridotto a mera discussione ideologica (trend che, comunque, è riscontrabile in democrazie ben più salde e consolidate) ed interetnica, che non punta mai all’esplicazione di un programma, quanto piuttosto alla demonizzazione dell’avversario, tutta giocata sul retaggio di un passato che ha lasciato segni profondi non solamente esteriori, ma soprattutto interiori, sociali, culturali. E’ per questo motivo, principalmente, che, ancora adesso, i partiti nazionalisti raccolgono la maggior parte dei consensi. Qualcosa, comunque, si muove. La Corte di Stato bosniaca, supportata da un panel di giudici internazionali, ha incominciato ad erogare le prime condanne per i crimini di guerra. La società civile sta incominciando, seppur molto lentamente e con eccessive remore, ad organizzarsi, a fare pressione sui politici, ad incanalare in maniera costruttiva e propositiva il malcontento che serpeggia tra la popolazione. Molte energie e molte risorse sono spese per le nuove generazioni, la vera speranza di questo paese, dal momento che le vecchio sono, purtroppo, completamente perdute e rovinate. Certo, non è molto. Ma, almeno, è già qualcosa. Laku noc, Sarajevo. E sogni d’oro.

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