
Il mercantile passò davanti a Kronstadt… Starinov si sentiva felice ed eccitato mentre fissava le acque verdi scure del Golfo di Finlandia e la guglia dorata che conoscevano così bene… mentre percorreva la strada dal porto all’albergo si sentiva commosso vedendo tutte le cose rimaste al loro posto. Tutte le cose che amava, tutte le cose che gli erano care, erano rimaste le stesse. Era come se fosse partito ieri da quella città che non ha uguali …
Eppure qualcosa era cambiato. In quegli anni di assenza dalla patria egli non aveva avuto piena esperienza del progressivo distacco della società da quei valori comuni e da quelle conquiste che, con il sangue, erano state raggiunte nemmeno un secolo prima.
La gente non aveva più nozione della terribile impresa portata avanti per estrudere faticosamente quei diritti dal caos sociale che un tempo era la Nazione. Pietre miliari, custodite una volta gelosamente, erano ora polverose suppellettili da appoggiare in qualche ripiano polveroso e dimenticato.
Tutti parlavano di diritto di voto, o di libertà di pensiero. Concetti citati a sproposito per abbellire e nobilitare pomposi discorsi. Parole ormai vuote della loro responsabilità.
Il teatro barocco della politica torreggiava ormai dismisura verso il cielo: una profusione di guglie sfarzose, inquietanti gargoyle, scale maestose e lampadari brillanti. Il tempio della “bella società”, il palco in vista da cui lanciare nuove campagne, il terrazzo ove la folla osannava i propri idoli.
E mentre tutti ammiravano a bocca aperta questa cattedrale metastasica, nessuno più si accorgeva che il sole aveva ormai abbandonato lo zenit e si avviava di gran lena verso il crepuscolo. E alle basi del palazzo cominciavano ormai ad allungarsi ombre sinistre e minacciose.
Starinov, che era stato altrove a lungo, se ne sarebbe accorto prima di molti altri, una volta giunto nell’albergo.
Fuori, anche attraverso i vetri chiusi della finestra, il mondo pareva freddo. Giù nella strada, mulinelli di vento giravano polvere e carta straccia a spirale e, sebbene splendesse il sole e il cielo fosse d’un luminoso azzurro, nessun oggetto all’intorno sembrava rimandare il colore, con l’eccezione dei cartelloni che erano incollati da per tutto.
La faccia dai baffi neri riguardava ogni angolo. Ce n’era uno proprio nella casa di fronte. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta, mentre gli occhi neri fissavano con penetrazione quelli di Starinov. Più sotto, a livello della strada, un altro cartellone, stracciato a un angolo, sbatteva col vento, scoprendo e nascondendo, alternativamente, la parola SOCING.
Lontano, un elicottero volava fra un tetto e l’altro, se ne restava librato per qualche istante come un moscone, e poi saettava con una curva in altra direzione. Era la squadra di polizia, che curiosava nelle finestre della gente.
…
La cosa cominciò con il telefono. Può sembrare incredibile, ma la sua memoria era tale da ricordare i numeri di telefono di casa e di ufficio di molti suoi conoscenti e colleghi. Così appena fu solo si buttò sul telefono. Ma restò deluso! A ogni numero che chiamava rispondeva uno sconosciuto. Certamente non poteva aver sbagliato tutti i numeri! Non gli era mai accaduta una cosa simile…
Finalmente una voce familiare! « Buongiorno compagno Cerniugov. E’Starinov che vi parla! »
Vi fu un attimo di silenzio. Poi Cerniugov domandò con aria titubante: « Quale Starinov? Il compagno ingegnere militare di terzo grado? »
« Si, certo, non avete riconosciuto la mia voce? »Silenzio.
« Mi sentite, compagno Cerniugov? »
« Si, vi sento. Dove vi trovate, compagno ingegnere militare? »
« In un albergo … sto benone, sono ancora intero. E voi qui come state? »
« Come al solito, compagno ingegnere militare »
« Sentite, compagno Cerniugov, il motivo reale della mia telefonata è di sapere come devo fare per mettermi in contatto con Boris Ivanovic Filippov »
Nessuna risposta.
« Mi sentite? »
Si, Cerniugov lo sentiva.
« Si trova ora in un luogo di cura » La voce di Cerniugov sembrava avere acquistato un tocco di indulgenza, o era invece commiserazione?
Allora udì per la prima volta quelle brevi, terribili parole:
« Lo hanno preso! »
Preso? Boris Ivanovic arrestato? Il buon Boris Ivanovic Filippov che tremava sempre davanti ai suoi superiori? Il modesto, gentile Boris Ivanovic?
Incredibile!

Lasciò l’albergo e vagò per la città per un bel po’, cercando di capire cosa stava succedendo. Nella sua testa continuava a ronzare un pensiero: « Domani devo andare a Mosca. Che notizie ci saranno ad attendermi? » …
Non ricordava quante ore avesse camminato senza meta per la città. Improvvisamente si accorse che si trovava di fronte alla casa di un altro suo amico, col quale era stato nello stesso reggimento per otto anni…
Suonò il campanello e udì dei passi felpati. Si fermarono dietro la porta. Un minuto dopo una voce sommessa chiese :
« Chi è ? »
« Un amico! » gridò allegramente
« Quale amico? »
« Sono io, Starinov! »
« Scusami Il’ja, ma sai, in momenti come questi, anzi, a questo proposito, alcuni compagni del nostro reggimento sono stati arrestati recentemente. Hanno preso Iuvko e Lermeontov. Ed essi non appartenevano a nessun gruppo di opposizione. Avevano sempre seguito la linea generale del Partito »
Non fece nulla per trattenerlo. La porta si rinchiuse silenziosamente.
Quando arrivò in fondo alle scale, si accorse che respirava a fatica… Il suo migliore amico non lo aveva lasciato entrare in casa sua.
Tornò nella sua stanza d’albergo a notte inoltrata. Non ce la faceva a stare solo con quel telefono nero. Sentiva di nuovo il terreno che gli mancava sotto i piedi.
Quanti anni erano passati da quella notte! Fu solo con il tempo che Starinov, alambiccandosi sul suo passato, si rese conto che fu proprio quella prima notte a Kronstadt ad aver segnato l’inizio della fine, per lui e per il suo paese.
Erano stati in molti, tra gli amici e i conoscenti, ad essere inghiottiti nel nulla, senza motivo. Altri invece erano rimasti in circolazione. Nessuno sapeva quali fossero le colpe degli uni, o le non-colpe degli altri.
A quei tempi era come essere su una piccola barca sovraccarica, di notte, nel mare. Al mattino, dopo la tempesta, alcuni semplicemente non erano più a bordo. Ma nella realtà la tempesta nemmeno si vedeva. Il mare sembrava calmissimo, eppure inghiottiva sempre più persone, voracissimo.
Poi fu la volta degli organismi d’informazione. Dapprima si lasciarono in vita tutte le varie realtà mediatiche, come se esistesse pluralità. Eppure, a un occhio attento, si poteva intuire che dietro le diverse facciate era una sola la mano che vibrava la penna. E poi, poco alla volta, anche i ranghi dei quotidiani e dei cinegiornali cominciarono a sfoltirsi, senza fretta e senza dare nell’occhio.
Finchè un giorno si seppe che la stampa era diventata illegale. Molta gente accolse la notizia con indifferenza : « Tanto erano tutti uguali … dicevano sempre le stesse cose » si sentiva dire nei bar.
Ormai Starinov a queste cose non badava più. Troppo tempo era passato. La rabbia di un tempo aveva lasciato posto alla rassegnazione.
Era appena sbocciata l’estate, ed egli guardava fuori dalla finestra del suo piccolo appartamento. La piccola apertura introduceva nella casa una brezza tiepida profumata d’oleandro. Grosse nuvole bianche e oziose delimitavano all’orizzonte un profondo cielo azzurro. Chiudendo gli occhi, Starinov si lasciò trasportare brevemente ai tempi della sua giovinezza: voci di giovani che si rincorrevano nell’aria, squillanti risate di ragazze desiderose di trovare un bacio e una coccola.
Ma, immutata la scena, non erano più gli stessi gli attori davanti alla casa di Starinov. Nessuno aveva voglia di fermarsi ad assaporare il clima o la compagnia. Individui informi, ognuno procedeva spedito per la propria strada. All’angolo, come se vi fossero sempre state, le uniformi verdi della forza di sicurezza, i manganelli alla cintola, gli occhi severi.
Starinov sobbalzò quando risuonarono forti i colpi sulla porta. Per la schiena gli balenò quello stesso brivido che aveva provato davanti al telefono nero. E che non lo aveva mai più abbandonato.
« Chi è? »
« Montag »
« Cosa volete? »
« Entrare »
« Non ho fatto nulla! »
« Ma se sono solo, accidenti! »
« Lo giurate? »
« Ma si, ve lo giuro! »La porta di casa si aprì lentamente. Starinov fece capolino, cautamente, con un’aria vecchissima nella luce del giorno. Più fragile e spaurito che mai. Sembrava che il vecchio non uscisse di casa da anni. Lui e l’intonaco bianco sulle pareti interne avevano la stessa cera. Bianca appariva la carne delle labbra e delle guance, bianchi erano i capelli, gli occhi si erano sbiaditi fino ad avere del bianco nella loro incerta azzurrità. Quindi, quegli stessi occhi scoloriti si posarono sul libro che Montag aveva sotto il braccio, e a un tratto Starinov non parve più tanto vecchio e fragile. Lentamente, la sua paura scomparve.
« Quel libro … dove lo avete? »
« L’ho rubato »
Per la prima volta, Starinov alzò gli occhi e fissò Montag direttamente in faccia.
« Siete un uomo coraggioso »
« No » rispose Montag « Mia moglie sta morendo. Una mia amica è già morta. Un’altra persona che avrebbe potuto essermi amica è, morta bruciata meno di ventiquattr’ore fa. Voi siete il solo ch’io conosca che possa venirmi in aiuto … »
« Sapete » proseguì Starinov « che i libri hanno un po’l'odore della noce moscata o di certe spezie d’origine esotica? Amavo annusarli, da ragazzo. Signore, quanti bei libri c’erano al mondo un tempo, prima che noi vi rinunciassimo! »
Starinov continuava a voltar le pagine.

« Signor Montag, voi avete davanti un vigliacco. Io vedevo la piega che stavano sempre più prendendo le cose, ma molto tempo fa; ma non ho detto nulla; sono uno degli innocenti che avrebbero potuto parlare chiaro e tondo quando nessuno era disposto a dar retta al “colpevole”, ma non ho aperto bocca, diventando così colpevole a mia volta. E quando finalmente si giunse a organizzare legalmente il rogo della carta stampata, con la creazione delle milizie del fuoco, brontolai un poco e poi tacqui, perchè ormai non c’era più nessuno che brontolasse o urlasse al mio fianco. Ora è troppo tardi.»
Si congedarono.
Montag era un giovane e brillante ufficiale di carriera della Marina. Aveva conosciuto Starinov quasi per caso, ad una parata. A differenza di molti, Montag provava interesse per le persone di una certa età, perchè era curioso di conoscere le loro storie, spesso ricche di dettagli che, nè a scuola nè mai, nessuno gli aveva menzionato. Al tempo del suo incontro con il vecchio, egli non aveva ancora compreso bene la realtà delle cose, sebbene la sua naturale perspicacia lo avesse portato già in precedenza ad interrogarsi su certi avvenimenti del suo tempo.
Sulle prime Starinov era apparso estremamente diffidente. Ciò era quasi sicuramente da imputarsi alla divisa che Montag portava: quella stessa uniforme che, ricca di nastrini e decorazioni nonostante la giovane età, gli permetteva di praticare il suo “passatempo” senza destare troppi sospetti.
Starinov, e le storie che gli aveva raccontato, erano parti integranti della sua particolarissima “attività ricreativa”.
Così, con il tempo, e grazie alla memoria di Starinov, Montag aveva finalmente capito la natura di ciò che, da militare, stava servendo.
Ancora incerto sul da farsi, fu ben presto richiamato in servizio dopo il breve periodo di licenza. Le cose non stavano andando molto bene, per quanto i comunicati ufficiali fossero farciti di dichiarazioni pompose e annunci di strepitose vittorie.
Quella guerra, che lo aveva spinto all’arruolamento quando ancora era ragazzo, si trascinava da sempre.
Nessuno nemmeno più sapeva chi l’aveva iniziata e perchè.
Montag riprese il treno e tornò a Kawatana … Con spiritò di rassegnazione, si dedicò nuovamente ai suoi allievi che alla fine di luglio furono licenziati. Il primo agosto, ne arrivarono altri quattrocento, anch’essi trasferiti dall’aviazione. Come li vide pigiati nelle camerate come tante sardine, alcuni senza coperte e stesi per terra, decise di lasciar perdere ogni recriminazione e di dedicarsi con tutte le sue forze al loro addestramento. Quei giovani erano seri patrioti e meritavano i suoi sforzi.Il 27 ottobre un comunicato senza precedenti annunciò la formazione dei corpi kamikaze, un’unità d’attacco costituita da piloti votati al suicidio.
Quella sorprendente notizia riempì di orrore tutti loro alla scuola di Kawatana. Era un duro colpo per lui, dato che aveva sempre predicato che la vita degli uomini doveva essere risparmiata con ogni sforzo. Avendo cercato con ogni mezzo di cacciare in testa ai suoi allievi l’idea dell’attacco e del ritorno improvviso, quelle nuove tattiche erano per lui inumane e intollerabili.

Ogni sua idea di ribellione svanì dopo che ebbe letto come effettivamente quegli uomini fossero dei volontari. Nella solitudine della sua stanza, non potè fare a meno di piangere…
Nella stessa settimana la sua scuola ricevette una visita inaspettata nella persona del suo vecchio amico di Rabaul, il capitano Toshio Miyazaki. Questo ex combattente della ventisettesima divisione cacciatorpediniere era istruttore anziano a Oppama.
Miyazaki gli disse che era venuto con un treno speciale che trasportava un carico a sorpresa, e gli chiese di andarlo a vedere con lui. Il carro merci venne portato, sempre scortato da un drappello armato che lo accompagnava da Yokosuka, fino alla darsena e quindi scoperchiato: apparvero tre piccole torpediniere ed una dozzina di equipaggiamenti per immersione sottomarina. I battelli erano di legno e avevano un motore d’automobile; facevano l’impressione di normali motoscafi. La loro notivà consisteva nella prua che era piena di esplosivo.
Quando Miyazaki gli mormorò « Sono dei battelli kamikaze » Montag si sentì stringere il cuore in una morsa di ferro.
Per rompere quel tremendo silenzio, chiese a che cosa servivano gli equipaggiamenti da immersione.
« Quelli » spiegò l’amico « sono per gli uomini-rana che si porteranno vicino alle navi nemiche camminando sul fondale e attaccheranno all’elica o al timone una carica d’esplosivo. »
Fu arrestato la sera stessa. A nulla valsero le testimonianze dei servigi resi allo Stato, che portava appuntate sul petto. Il dissenso non era tollerato in alcuna forma. Rifiutarsi di istruire le reclute secondo i nuovi parametri operativi era tradimento.
Con una simile accusa sul capo di Montag, ebbero gioco facile i detrattori del giovane ufficiale, che aspiravano al suo posto. Ben presto, al tradimento, si affiancarono nuove accuse di “eterodossia” legate al suo particolare interesse per il passato.
Il processo fu brevissimo e si concluse in un paio d’ore. Spogliato di grado e divisa Montag finì nel Lager, assegnato ai lavori forzati a tempo indeterminato.
Quando arrivò nel campo, si accorse ben presto che non solo non era più un soldato, ma nemmeno poteva dirsi un uomo. I “lavori forzati” erano in realtà torture continue senza fine, compiti impossibili e senza alcun senso, assegnati solo per il gusto di punire i malcapitati che, inevitabilmente, non potevano portarli a termine.
Era diventato una bestia al macello, mescolato ad altre bestie in una mandria macilenta e disumana. Ogni tanto qualche capo veniva preso, e macellato. Altri semplicemente si lasciavano andare. Lui, con un po’di fortuna e con un’incrollabile forza, riuscì a tenere duro.
Nel campo, Montag si ricordò certi discorsi di Starinov: egli si era spesso chiesto che fine avessero fatto i suoi amici e i suoi cari, tanti anni prima. Pensava che li avessero giustiziati, o incarcerati in qualche istituto. In cuor suo, forse sperava un giorno di rivederli, anche solo per un minuto.
Montag era sicuro che Starinov non avrebbe mai retto di fronte all’orrore della verità, se avesse saputo. Di fronte alla tragedia del campo, anche la sua cauta inazione sarebbe diventata una colpa troppo immensa per essere tollerata.
E poi, un giorno, la Guerra si avvicinò al campo stesso. Furono i periodi più atroci: era chiaro che l’incedere progressivo dei combattimenti verso il Lager era deleterio per la ferrea gerarchia del campo. I carcerieri, a mano a mano che la realtà della sconfitta si palesava, si abbandonarono alle più efferate violenze e ai saccheggi. La violenza e il caos dilagarono anche tra alcuni internati, abbruttiti dalle infinite sofferenze, che volevano assicurarsi la sopravvivenza ad ogni costo.
E infine rimasero soli.
Quello che videro non assomigliava a nessuno spettacolo che lui avesse mai visto nè sentito descrivere.Il Lager, appena morto, appariva già decomposto. Niente più acqua ed elettricità: finestre e porte sfondate sbattevano nel vento, stridevano le lamiere sconnesse dei tetti, e le ceneri dell’incendio volavano alto e lontano. All’opera delle bombe si aggiungeva l’opera degli uomini: cenciosi, cadenti, scheletrici, i malati in grado di muoversi si trascinavano per ogni dove, come una invasione di vermi, sul terreno indurito dal gelo. Avevano rovistato tutte le baracche vuote in cerca di alimenti e di legna; avevano violato con furia insensata le camere degli odiati Blockalteste, grottescamente adorne, precluse fino al giorno prima ai comuni Haftlinge; non più più padroni dei propri visceri, avevano insozzato dovunque,inquinando la preziosa neve, unica sorgente d’acqua ormai per l’intero campo.
Attorno alle rovine fumanti delle baracche bruciate, gruppi di malati stavano applicati al suolo, per succhiarne l’ultimo calore. Altri avevano trovato patate da qualche parte, e le arrostivano sulle braci dell’incendio, guardandosi intorno con occhi feroci. Pochi avevano avuto la forza di accendersi un vero fuoco, e vi facevano fondere la neve in recipienti di fortuna…
Montag raggiunse finalmente la soglia della baracca, e sbarcò la stufa nelle mani di Charles. Era senza fiato per lo sforzo, vedeva davanti a sè danzare grandi macchie nere…
… quando fu riparata la finestra sfondata, e la stufa cominciò a diffondere calore, parve che in ognuno qualcosa si distendesse, e allora avvenne che Towarowski (un franco-polacco di ventitrè anni, tifoso) propose agli altri malati di offrire ciascuno una fetta di pane a loro tre che lavoravano, e la cosa fu accettata.
Soltanto un giorno prima un simile avvenimento non sarebbe stato concepibile. La legge del Lager diceva “Mangia il tuo pane, e se puoi quello del tuo vicino” e non lasciava posto per la gratitudine. Voleva ben dire che il Lager era morto.
Fu quello il primo gesto umano che avvenne fra loro. Credo che si potesse fissare a quel momento l’inizio del processo per cui, loro che non erano morti, da Haftlinge sono lentamente ridiventati uomini.

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15 Ottobre, 2007 a20:17
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15 Ottobre, 2007 a 19:45
nina
grandissimo pezzo
complimenti!
15 Ottobre, 2007 a 20:18
Vortexmind
Grazie
16 Ottobre, 2007 a 10:07
Keyser Soze
Bravo Vortex!