Sussulti e Rantoli della Democrazia 11


D’accordo, stanno per mandar via Berlusconi, molto probabilmente per sempre. No, non l’opposizione, come avviene in tutti i Paesi normali, ma una indistinta fragaglia parlamentare, una miscellanea di piccoli e piccolissimi pesci senza nome, il cui destino più nobile e naturale sarebbe quello di finire fritti in padella. Ma forse la metafora non è azzeccata, perché più che di pesciolini si tratta di paguri (tanto per rimanere in ambiente ittico), molluschi che hanno sin qui usato  una miserabile conchiglia vuota per arraffare tutti i vantaggi personali possibili, serenamente insensibili alla decomposizione morale ed economica del Paese. Fanno parte di quelli che hanno trasformato il Parlamento in una sorta di holding dei molteplici e variegati interessi della conchiglia, prezzando con disinvoltura scrupoli e pudore. Si sono proclamati pensosi (e responsabili) dei destini dell’Italia ed hanno sostenuto ed argomentato con grande fervore che Ruby era la nipote di Mubarak, senza lasciar trapelare  un’ombra di riso sui loro volti mirabilmente atteggiati a novelli padri della Patria.

La conchiglia si è lesionata ed i paguri sono tutti alla ricerca di una nuova conchiglia non necessariamente più sana o capiente: l’obiettivo minimo, che è al tempo stesso condizione necessaria per il nuovo accasamento, è che sia capace di portarli a fine legislatura per poter godere di quel vitalizio, che è la più ignobile ed intollerabile discriminazione fra i pensionati italiani. Franza o Spagna, purché se magna (tutta gente di buon appetito, peraltro). Mai come in questo momento avremmo bisogno di politici di valore, capaci di tirare fuori il Paese dalla melma nella quale è stato ricacciato e di disegnare un futuro decoroso per i nostri giovani ed invece dobbiamo fare i conti con una cucciolata famelica dove i più robusti spintonano i meno dotati per occupare per primi le mammelle della mamma.

La sorte d’er puzzone è segnata ed anche i fedelissimi come l’odioso Stracquadanio ed il raffinato avvocato Paniz si riposizionano rapidamente, ammantando i loro discorsi con vacue e retoriche giustificazioni, dopo averci ammorbato per anni con sofismi della peggiore lega. Intanto quelli dell’opposizione si leccano i baffi e deglutiscono l’acquolina che si è formata in bocca perché vedono avvicinarsi come non mai il momento dell’agognato banchetto. Per fare cosa? Non è chiaro, salvo il fatto che si va facendo strada, anche nel popolo, l’idea che la cacciata d’er puzzone avvii una sorta di età dell’oro. Intendiamoci: la cacciata di questo insolente ed inconcludente minchione, ossessionato dai miti dell’eterna giovinezza e della vulva  rosea, è semplicemente un atto dovuto quanto ritardatario sull’orologio della Storia, per cui ogni diatriba in proposito risulta noiosa e stucchevole.

Lasciamo pure stare l’età dell’oro, ma non si riesce a capire neppure quale sia la strada che intraprenderemo, giacché in campo restano almeno due ipotesi concrete, foriere di sviluppi, almeno inizialmente, diversi. La prima prevede un sostanziale e sostanzioso accoglimento della ricetta made in BCE con a capo del Governo ancora un uomo del PDL (Schifani o Letta) impegnato a guidare la stessa attuale coalizione con un presumibile appoggio esterno di Casini e forse anche del PD; la seconda, meno probabile, un Governo del Presidente, cioè un governo Monti, sostenuto da una larga maggioranza (dal PDL a Di Pietro) che vedrebbe all’opposizione la sola Lega ed avrebbe sempre il compito di ottemperare ai diktat del duopolio Merkel e Sarkozi (via BCE), ma avendo cura d’inserire nell’agenda qualche misura che avesse l’apparenza di una maggiore equità sociale.

Questa seconda ipotesi, per quanto meno probabile, avrebbe l’indiscutibile merito di fare felici tutti, innanzitutto la Lega, che monopolizzando l’opposizione avrebbe la possibilità di leccarsi le recenti ferite e magari anche di far decantare presso i suoi elettori il ricordo delle tante leggi ad personam votate, insomma di rifarsi una verginità a buon prezzo.  Ma anche quelli del PDL che resterebbero aggrappati al potere con il vantaggio di avere anche il tempo necessario di smottare verso il terzo polo, che potrebbe, a sua volta, consolidarsi sensibilmente in vista di prossimi più radiosi traguardi. Benissimo anche per la corrosiva comitiva dipietrista, costretta a spostarsi negli ultimi tempi per mancanza d’ossigeno verso un’idea di sinistra verbale e verbosa, ma sostanzialmente prototipo di un partito liquido, cioè votato per legge di fisica ad assumere la forma del contenitore, qualunque esso sia. Ma più di tutti a godere sarebbe Bersani, leader formato casereccio del PD, capo di un Partito dalle tante anime, di cui due palesemente e sinceramente inconciliabili, per non dire incompatibili.

In un modo o nell’altro è sicuro che si avvicina il momento in cui i suggerimenti della BCE troveranno finalmente applicazione, cosicché anche i più riottosi dovranno prendere atto che la nostra sovranità nazionale, apparentemente trasferita ad un organo comunitario, è stata invece acquisita con un silenzioso colpo di mano dal potere economico internazionale, rappresentato in Europa da Merkel e Sarkozi. Ma dovranno anche rassegnarsi all’idea che la perdita più o meno consapevole della sovranità nazionale ha trascinato con sé anche quel tanto di democrazia, reale o formale che fosse, alla quale pensavamo come una conquista definitiva dell’era moderna, potenzialmente ed auspicabilmente da espandere ancora.

La vicenda del primo ministro greco Papandreu, che i nostrani mezzi d’informazione hanno colpevolmente minimizzato, illumina la scena politica europea con chiarezza solare. La sua decisione d’indire un referendum con il quale sottoporre ai cittadini greci l’accettazione delle nuove misure imposte dalla troika (in questo caso comprensiva anche del FMI) era sembrato ai più un sussulto di democrazia. La posta in gioco era così tragicamente alta per il popolo da non far ritenere sufficiente il mandato espresso con libere elezioni: il diritto di prendere nelle mani il proprio destino era giusto che ritornasse al popolo sovrano. La Merkel e Sarkozi hanno impiegato poche ore per chiarire che la democrazia greca non aveva diritti a sussulti, ma solo a qualche rantolo da moribondo e Papandreu ha dovuto fare una miserevole marcia indietro e disdire il referendum.

Questa, ovviamente, è una inequivocabile lezione (colpirne uno per educarne cento) che non ha come unica destinataria la Grecia, ma tutta l’Europa, a partire dall’Italia, che, com’è noto, ha un elevatissimo debito pubblico ed una crescita vicina (da circa 10 anni) allo zero, il che si traduce plasticamente in un deficit di circa il 126%. Siamo stati per oltre 30 anni un Paese di gaudenti e buontemponi (sembra questa l’opinione generale, ma se appena gratti un po’ scopri facilmente che è l’opinione divulgata proprio da quelli che hanno goduto, direttamente o indirettamente, i frutti più succulenti del disavanzo, i gaudenti veri) per cui adesso è giunta l’ora di rimettere i nostri debiti: amen.

Come? Lo spiega la lettera della BCE: blocco delle retribuzioni e tagli consistenti nella Pubblica Amministrazione, aumento dell’IVA, compressione delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti, licenziamenti senza laccioli, innalzamento dell’età pensionabile (a partire dalle donne), liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici locali su larga scala. Per il momento.

Certo tutta la materia economica, a partire imprescindibilmente dalla genesi della crisi del mondo occidentale, andrà affrontata e sviluppata con un’articolata analisi  che a questo punto del ragionamento risulterebbe troppo pesante e, tuttavia, non sarebbe corretto sottacere un enorme motivo di perplessità rispetto alla ricetta della BCE, che in un modo o nell’altro ci apprestiamo comunque ad applicare. In termini molto semplici e senza ricorrere a strumenti teorici dell’economia politica: se continueremo a ridurre la forza lavoro attiva ed a comprimere i redditi dei lavoratori dipendenti si acuirà la flessione della domanda interna, coinvolgendo rapidamente anche i redditi dei lavoratori autonomi e producendo, in ultima analisi, un ulteriore abbattimento del PIL, che non potrebbe essere sostenuto da un improbabile aumento delle esportazioni, proprio perché la crisi economica coinvolge anche molti Paesi verso i quali è orientata la nostra esportazione. La conseguenza principale di questa manovra sarebbe, quindi, di dubbia efficacia sotto il profilo economico, perché (al di là degli importantissimi aspetti sociali) abbatterebbe contemporaneamente il numeratore (spesa pubblica), ma anche il denominatore (PIL) di un equazione oggi drammatica, lasciandone in sostanza invariato il valore del rapporto, salvo causare, sia detto senza enfasi, un po’ di macelleria sociale, che finirebbe inesorabilmente con l’aggravare i problemi, col rischio più concreto di replicare uno scenario sempre più simile a quello temutissimo della Grecia. E’ ora di studiare seriamente (come del resto già molti economisti non appartenenti alla mainstream stanno facendo) altre possibili soluzioni, anche a costo (anzi con il dovere) di scontrarsi con quel potere finanziario internazionale, che, è bene ricordarlo, è la causa prima (molto più del debito pubblico) dell’attuale crisi.