Difendersi dalla Crisi: la Protezione Personale (Prima Parte) 16


Premessona

Anche stamattina il bollettino è nero. Ci sono tante iniziative in atto, ma oggettivamente l’impressione è che nessuno sappia veramente cosa ci attende. La dimostrazione è che, dopo le euforie per accordi, piani di salvataggio e misure anti contagio, le cose riprendono ad andare male, anzi malissimo.
La stampa ha un evidente atteggiamento censorio, anche comprensibile in questo caso. A dire che la Grecia è fallita, non è stato il Corriere o Repubblica, ma i blog ed i siti di informazione indipendente. Ufficialmente, la Grecia ha concordato con i creditori una riduzione del debito del 50%. In pratica, per ogni titolo comprato a 100 euro, ne verranno restituiti 50. Questa, tecnicamente, si chiama “ristrutturazione del debito”. La voce di Wikipedia è chiara e breve, vale la pena di riportarla per intero:

La ristrutturazione del debito è una procedura che prevede un accordo con il quale le condizioni originarie di un prestito (tassi, scadenze, divisa, periodo di garanzia) vengono modificate per alleggerire l’onere del debitore. La procedura viene eseguita ai fini del risanamento dell’impresa o al fine di poter gestire una liquidazione su base concordata con i creditori e non fallimentare ed è regolata dall’art. 182bis della “Legge Fallimentare” (R.d. 16.3.1942, n. 267), introdotto di recente nell’ambito di sostanziali modifiche apportate a tale legge.
Possono usufruire della ristrutturazione debitoria soltanto quegli enti pubblici o imprese possedute da privati, che si trovano in una situazione di crisi o di insolvenza e che abbiano i requisiti dimensionali previsti dall’art. 1 della “Legge fallimentare”.
Esempio di ristrutturazione di debiti sovranazionali è quello dell’Argentina nel gennaio 2005, che ristrutturò unilateralmente il suo debito di circa 82 miliardi di dollari. L’offerta fu accolta, dopo aver fatto terrorismo economico sulla sua situazione interna, da meno del 50 % dei possessori privati dell’Europa, Stati Uniti e Giappone. Il dato dichiarato dall’Argentina, mai certificato dagli istituti internazionali preposti, è stato del 76,15 % di accettazione.

Lo stesso atteggiamento censorio, ripeto comprensibile, è stato adottato per la ristrutturazione unilaterale operata dalla Banca d’Irlanda dove decine di risparmiatori italiani si sono trovati i loro investimenti ridotti nella ragione di 1 a mille. Un centesimo di euro per ogni mille euro investiti. Questa sì che è una ristrutturazione.

Il panico, in questi casi, fa precipitare la crisi. Il sistema nel quale viviamo si regge su convenzioni. I soldi, le banche, i prestiti, i BOT, le obbligazioni, addirittura l’oro, sono solo delle “promesse“, degli impegni che qualcuno si impegna ad onorare, ma se questo qualcuno dice: “non posso onorare il mio impegno” che gli puoi fare? Nulla, specialmente se questo qualcuno non ha niente che valga la pena prendergli e se è un organismo nazionale. Ci si tiene la perdita e si guarda avanti. Lo sanno bene quelli che sono incappati in un fallimento (come creditori).
Giusto per fare una riflessione, le banche italiane hanno un sistema di tutela, il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi

Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, costituito nel 1987 nella forma di consorzio volontario, è oggi un consorzio obbligatorio di diritto privato, riconosciuto dalla Banca d’Italia, la cui attività è disciplinata dallo Statuto e dal Regolamento. Scopo del Fondo è quello di garantire i depositanti delle Banche consorziate.

Qui la FAQ, dove si spiega che ogni conto corrente è garantito dal fallimento dell’istituto di credito fino a 100.000 euro (per cointestatario). Il sito ha un aspetto serioso e, se si sorvola sul fatto che non funziona su firefox, è tutto a posto, siamo in una botte di ferro. Anche se la nostra banca fallisce (in Italia, se si vuole fare banca si deve aderire al fondo che però vale solo per il contante), nel giro di 20 giorni al massimo i nostri soldi ci vengono restituiti dal Fondo.
Troppo bello per essere vero. Sicuramente le banche aderenti “si assicurano” depositando periodicamente degli importi sul fondo, anche se non sono certo che lo facciano in contanti. Secondo me va tutto bene se fallisce la Banca di Forlimpopoli o la Banca Popolare di Giovi Piegolelle. Messe insieme faranno, diciamo, ventimila, cinquantamila correntisti e la situazione si può contenere. Certo, se arriva veramente la tempesta e a fallire è Unicredit (solo per esempio, non ho nessuna informazione in merito) con a cascata tutte le sue controllate, non essendo sicuro che il Fondo disponga di una zecca privata, ho molti dubbi che si riuscirebbe a tappare la falla. Infatti, in casi analoghi, sono dovuti intervenire gli stati che hanno dovuto nazionalizzare le banche ed assumersi l’onere del debito per arrestare il tracollo del sistema creditizio (vedi il silenzioso crash di Dexia).

Già, gli stati nazionali. Gli stessi che, in questo momento, affogano sotto il peso del debito. Insomma, secondo la mia personale opinione, se incomincia a crollare il castello non c’è fondo che tenga. L’euro, il debito, l’Europa, lo spostamento dell’asse all’Est e l’indebolimento politico ed economico degli Stati Uniti sono uno scenario che nessun fondo poteva oggettivamente prevedere e per il quale non esistono piani. La situazione è simile a quella della carena di una nave che si sfascia pezzo a pezzo con i marinai che corrono da una parte all’altra a mettere pezze. I marinai fanno un po’ quello che possono, ma è il progetto della carena che si è rivelato inadatto a reggere le mutate condizioni del mare. Il rischio di affondare è serio, serissimo e anche se il comandante invita alla calma dicendo che la situazione è sotto controllo, lo fa per non far correre tutti alle scialuppe di salvataggio nello stesso momento.

In passato, grazie al nostro consulente Kurt, siamo venuti a sapere che una catastrofe economica globale è uno degli scenari previsti dagli organismi militari internazionali e per la quale sono stati diffuse istruzioni specifiche. Un estratto è stato pubblicato anche sulle pagine di MenteCritica con il titolo “Economia dell’Apocalisse“. La situazione nella quale ci troviamo non è quella descritta nell’articolo, ma se si arriverà mai all’apocalisse economica, la strada somiglierà sicuramente a quella che stiamo percorrendo.

Come comportarsi in queste situazioni? Non parlo a livello globale, sul quale noi, checché ci raccontino i pubblicitari della democrazia, non abbiamo alcun effetto. In situazioni come queste, contiamo quanto le mucche per il lattaio. Importanti per quello che possiamo dare, ma pronte a essere cedute alla fabbrica del Kit e Kat appena non riusciamo più a fare latte.
Sinceramente, io non faccio affidamento sulla BCE e tanto meno su Silvio Berlusconi per cercare di ripararmi dalla pioggia. Loro facciano le grandi manovre, io, per quello che posso, cerco di fare le mie.

Questo per dire che si può prendere qualche misura per limitare leggermente i danni indipendentemente dalle grandi politiche sovranazionali. Certo, muoversi dal branco non è esente da rischi. La cosa più probabile è che non accadrà nulla e io avrò perso solo tempo, soldi e credibilità. Fa parte del gioco ed è un costo da sostenere se non si vuole fare affidamento sulle veline dei ministeri e sulla tiepida coperta del pensiero comune.
Se la cosa interesserà i lettori di MenteCritica, ho intenzione di scrivere altri due pezzetti sulle misure che ho adottato, sperando che qualche altro “pessimista” come me si voglia confrontare integrando o correggendo. Lo faccio per solidarietà con i pezzenti come me ( i riccastri si stanno sicuramente già mettendo al riparo) che, magari, non si sono posti il problema per mancanza di cultura sull’argomento o per semplice incapacità di uscire dal branco. Siccome io sono presuntuoso ed ho una concezione alterata delle mie capacità, il problema non me lo sono posto e sono partito. Magari non potrò raccontare tutto, non potrò entrare nei dettagli (anche perché il panico in questa fase rischia di danneggiare alcune “misure protettive” non ancora mature), ma se interessa lo faccio volentieri. Se non interessa, ciccia. Come dico da un bel po’, siamo già oltre l’ognuno per sé, Dio per tutti e io non ho nessun posto in paradiso da guadagnare.