Diciotti, la nave della resistenza 12


E’ un vero peccato che il commento di Francesco Merlo, uscito oggi su Repubblica, non sia leggibile on line se non si possiede un abbonamento al giornale digitale. Io l’ho letto e, pur potendo, non lo riporto per rispetto alla proprietà intellettuale.
E’ un peccato dicevo, perché il testo, non a caso titolato “Diciotti, la nave della resistenza” è la dimostrazione plastica del fatto che c’è gente che sa ancora scrivere con quello stile aulico e largamente retorico che rende la nostra lingua e la narrazione giornalistica italiana totalmente indigeribili perché infarcite di ideologismo e sobillatrici di contenuti irrazionali. Fra un paese come il nostro definito “stato di diritto e Misericordia” che nemmeno la CEI ha mai osato e un “Capitano di Fregata” (scritto tutto in maiuscolo, compreso fregata che non è un grado, un nome o una città, ma una classe navale. Come scrivere Station Wagon in maiuscolo) dalla “schiena dritta”,passando per i “settemila cavalieri di Gerusalemme”, citazioni di Camus e riferimenti a “Tifone” di Conrad, il messaggio che passa nel commento è che questo comandante, di cui non cito il nome per rispetto (mentre viene sbandierato nell’articolo indicando anche il profilo facebook quasi ad auspicarne la crocifissione social da parte dei barbari razzisti), stia mettendo in atto una sorta di rivolta personale, un ammutinamento, continuando a salvare vite umane a dispetto degli ordini che gli sono stati impartiti.

Se io fossi il capitano di quella nave denuncerei Merlo per diffamazione perché il messaggio che il giornalista trasmette attraverso la mia persona, il mio nome, il mio incarico e il mio grado, è un messaggio eversivo di rivolta messa in atto dalle forze armate contro il governo. Un golpe che si consuma quotidianamente nel mediterraneo con mezzi e uomini che battono una bandiera piratesca.

Da militare mi aspetto che il capitano stia svolgendo il servizio che gli è stato assegnato, che pattugli le acque prescritte e che, se nel corso della navigazione incontri persone in difficoltà, le tragga in salvo perché questo è il suo dovere. Da militare, se fossi certo che il capitano non stia rispondendo alla consegna e vada in giro a fare quello che gli pare, pretenderei l’immediato decadimento dal comando e l’attivazione di un’indagine volta a chiarire i fatti.

Da cittadino sono disgustato. Disgustato dalla retorica di certo intellettualume italiano che continua a scambiare la gestione della migrazione per una nuova forma di fabulazione politica, una sorta di apostolato laico che va a sostituire l’ormai vetusta e sfruttatissima lotta di classe.

Da cittadino sono disgustato dal mercimonio politico che si fa della questione migrazioni, dei video in diretta su facebook dove si reclama il merito di aver consegnato in un porto italiano, una nave della Marina Militare italiana, come se fosse in atto una guerra civile e non si spiega come sia possibile che ci sia questo conflitto tra gli ordini di servizio ai quali, sicuramente, il comandate obbedisce e le istituzioni che quegli stessi ordini impartiscono.

Da cittadino sono schifato dalla retorica di entrambe le parti, che nulla chiarisce se non l’intenzione collegiale di intorbidare la melma, confondere le menti e nascondere la verità più grande: che questo è un paese che cade a pezzi, dove nemmeno più la salute e la sicurezza sono tutelate, afflitto da un debito stratosferico, nel qual nessuno ha il coraggio di mettere mano a riforme strutturali, dove il credito politico ormai si gioca sulle disgrazie: i ponti che crollano, i torrenti che vanno in piena, la gente che affoga in mare.

Un paese dove i cittadini bambini chiedono solo gelato a pranzo, colazione e cena e la classe dirigente solo gelato gli dà fottendosene della bulimia intellettuale nella quale tutti siamo precipitati come una massa di pecore allo sbando che non capiscono niente e niente hanno deciso di capire. Fino alla fine.


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12 commenti su “Diciotti, la nave della resistenza

  • fma

    Il grande Gioanbrerafucarlo, da sessista convinto, li chiamava “articolesse”.
    Articoli che lasciano trasparire la perfetta ignoranza di chi scrive rispetto al tema trattato, non nascosta anzi esibita, affinché sia chiaro che non è l’accaduto il piatto forte, ma le considerazioni che ha indotto nell’animo sensibile dell’autore.
    Un selfie.

    • Comandante Nebbia L'autore dell'articolo

      lo metto qui dove non ci legge nessuno
      LA NAVE DELLA RESISTENZA
      Francesco Merlo
      Lo sbarco dei bambini, prologo alla liberazione generale, è la prova che il capitano coraggioso della Diciotti merita
      l’elogio militare e la medaglia al valor civile. Il comandante si è infatti permesso per ben due volte in quaranta
      giorni di salvare vite umane: in luglio 67, e adesso 177. Pensate al nerbo e alla schiena dritta di questo Capitano di
      Fregata che, la seconda volta, quando ha deciso di non girarsi dall’altra parte, ben sapeva che sarebbe finito di
      nuovo in quarantena. È stato infatti bloccato a Catania, un altro porto del suo Paese dove, proprio come a Trapani
      nel mese scorso, è stato trattato da pirata in fermo di polizia sia pure sotto la dicitura ipocrita della “sosta tecnica”.
      Si chiama Massimo Kothmeir, un cognome che evoca altre migrazioni e contaminazioni, e sul profilo Facebook ha
      un bel disegno fanciullesco di un barca carica di migranti retta da due grandi mani che escono dal mare. Dunque
      non è solo per dovere militare che il comandante accoglie e salva, ma per vocazione civile, con un grande amore
      per il Mediterraneo che ha conosciuto ogni tipo di boat people, antico e moderno, dai settemila Cavalieri di
      Gerusalemme che, cacciati da tutti i porti, errarono dal 1522 al 1530, alla famosa Exodus con a bordo 4515
      profughi ebrei scampati ai campi di concentramento. Sino appunto alla Diciotti, che è molto più piccola, di stazza e
      di gloria. Sul prossimo Calendario della Guardia costiera, quello del 2019, ci sarà una frase di Camus: “Quel che
      noi chiamiamo gloria è il diritto di amare senza misura la vita umana”.
      Non c’è infatti dubbio che sia diventata un simbolo di resistenza questa Diciotti, che non è una Ong né un barcone
      di volontari, ma un Pattugliatore, una nave della Guardia Costiera appunto, con un equipaggio di 60 militari.
      Dunque simboleggia anche la contestazione dell’autorità politica in nome dell’etica militare questa nave senza
      riposo, con i fantasmi che prende a bordo, con le sue anime notturne, che questa volta sono 177 sottratte alla morte
      al largo di Lampedusa, uomini donne e bambini che non hanno nomi e che noi giornali classifichiamo come ”
      migranti” senza identità personale, perché la sola cosa che conta è il numero.
      E sarà ricordata, la Diciotti, anche perché per la prima volta è salito a bordo il magistrato, il procuratore di
      Agrigento Luigi Patronaggio, per accertarsi che i migranti siano trattati come persone e non come ostaggi che « non
      facciamo sbarcare — ripete Salvini — se prima l’Europa non li distribuisce ai Paesi membri». Ovviamente il
      governo italiano ha ragione a pretendere il coinvolgimento dell’Europa, ma nulla può giustificare il divieto di
      salvare le donne e gli uomini che in mare implorano uno “strappo” sino a terra, uno “strappo” che vale le loro vite.
      Né, una volta salvati, li si può sequestrare, loro e la nave che li ha presi a bordo. Dunque il magistrato è salito per
      accertarsi che quelle 177 persone non siano prigioniere e che quella nave non sia diventata una galera fuori legge.
      La nave militare infatti è già Italia, un Paese dove esiste il reato di sequestro di persona.

      E anche questo è un capovolgimento simbolico che dobbiamo al comandante e alla sua ostinazione visto che ancora
      nel luglio scorso il ministro Salvini pretendeva di vedere i migranti — allora erano solo 67 — scendere dalla
      Diciotti con le manette ai polsi. Affacciato al virile balcone del suo Twitter accusò quei migranti di violenze contro
      l’equipaggio, di dirottamento e ammutinamento, evocando la terribile immagine degli uomini neri che scendono da
      una nave italiana con le catene ai polsi. Poi, grazie al presidente Mattarella e al premier Conte, tutto finì come
      doveva finire in un Paese che è ancora uno Stato di diritto e di misericordia, con lo sbarco dei naufraghi e la
      denunzia di due persone su 67 per violenza privata.
      Oggi, dopo solo un mese, i denunziati di allora sono giustamente considerati vittime dall’autorità giudiziaria: c’è
      infatti ipotizzato un sequestro di persona, che ancora è a carico di ignoti, anche se Matteo Salvini ieri sera, quando
      ha annunciato che avrebbe permesso lo sbarco dei bambini, in diretta video su Facebook con un linguaggio febbrile
      e una mimica da esagitato si è già offerto alle manette: « Io non sono un ignoto, mi chiamo Matteo Salvini e mi
      sono rotto le palle: se volete processarmi, processatemi». E via contro il presidente Mattarella e contro il premier
      Conte che appunto nel luglio scorso fecero sbarcare gli immigrati a Trapani e potrebbero farlo anche adesso a
      Catania: «Mai con il mio ok». Salvini ne ha per tutti, anche per Fico: « Faccia il presidente della Camera e mi lasci
      fare il ministro». E pensate cosa direbbe il giorno in cui davvero fosse indagato.
      Ebbene, anche questo dobbiamo al comandante della Diciotti, che non si è mai fatto intervistare e non ha mai
      esibito né la spavalderia sgangheratamente chiassosa né il buonismo retorico: il contrario di De Falco, oltre che,
      ovviamente, di Schettino. Alla sua nave dobbiamo il ritorno al metro e alla misura dei codici, alla sobrietà della
      giustizia e alle sue forme. Non c’è infatti populismo che giustifichi i superpoteri e le superpunizioni, non c’è
      spettacolo di frenesia vitalistica che possa legittimare il ghe pensi mi dell’uomo forte.
      E di fronte a quella nave, sequestrata in un porto scavato nella roccia nera con sullo sfondo l’Etna, gigante
      accogliente e protettivo, abbiamo visto tanti cittadini — catanesi in questo caso — ritrovare la passione della
      dignità umana offrendo simbolicamente ai sequestrati 177 arancini, uno per ogni immigrato, il cibo identitario
      donato come un confine aperto da una processione di artisti guidati dall’attrice Nellina Laganà, in una città dove
      l’arancino è un concetto filosofico, un’esercitazione teologica: ” Arancino libero per tutti” fu l’indimenticabile
      slogan catanese del mitico Sessantotto. Come vedete, sono davvero tanti i simboli e gli insegnamenti che ci
      arrivano dalla piccola nave della Guardia Costiera sequestrata e da quel suo comandante d’altri tempi Massimo
      Kothmeir che, come il capitano in Tifone di Conrad, invece di aggirare la tempesta sceglie di affrontarla. E vince.

      • fma

        “…un bel disegno fanciullesco di un barca carica di migranti retta da due grandi mani che escono dal mare…”

        Uno ha tutto il diritto di coltivare i buoni sentimenti, ma non dovrebbe mischiarli alla professione, men che meno enfatizzarli per mostrare a tutti quant’è buono. Né il giornalista, né il comandante. Per una questione di pudore, secondo me.

  • Alessandro

    Tutta la mia solidarietà per questo commento che coglie appieno l’assoluto degrado del giornalismo dopo “la presa del potere” da parte di Salvini e Di Maio, lo sconforto nel vedere Repubblica ridotta ad essere la controcopia del Giornale e sopratutto lo stato di assoluto disfacimento intellettuale, culturale ed economico di questo paese. Accompagnato dal sorriso compiaciuto della classe dirigente.

  • Antonello Puggioni

    Quando la maggioranza non ci capisce più niente o non vuole capire niente è segno che la minoranza ci capisce benissimo.
    Vediamo quanto reggerà.

  • emilio

    Lei Comandante, come al solito, ha fatto chiarezza se non altro su quello che dovrebbero essere i fatti se corrispondessero alle descrizioni. In effetti da tempo le vicende sono descritte in un tripudio di contraddizioni: si passa da, come ha detto lei, un clima di “pacifica” guerra civile, con pezzi di stato uno contro l’altro a chiedere a gran voce accoflienza a braccia aperte ma in tutina bianca, maschera e occhiali. E guanti. Come la chiamano, dissonanza cognitiva? O, per chi lesse in gioventù Castaneda, un buon metodo per procurare schizofrenia?