Di Nazioni e di Ostaggi


Premessa

Questo è il mio ultimo scritto divulgativo. Non ho più intenzione di condividere la mia competenza, la mia formazione e la mia esperienza gratis su Internet. Ci sono centinaia di persone che campano scrivendo cose molto più banali e molto più superficiali di quelle che scrivo io. Oggi, 11 maggio 2020, dopo quattordici anni e due mesi di volontariato, oltre trenta milioni di letture, 1302 articoli e cento diecimila commenti solo su questo blog, senza contare facebook e twitter dove i numeri di letture e interazioni superano largamente quelli di questo sito, do le mie dimissioni. Dopo questa non breve dissertazione, mi metterò in congedo e scriverò solo per il piacere di farlo. Questo pezzo non verrà condiviso su nessuna piattaforma. Se vi trovate a passare di qui e lo leggete, bene. Se no, non vi siete persi niente. Scrivo questa cosa solo per soddisfare la mia superbia. per dimostrare a me stesso quanto sia più complesso il mio modo di ragionare rispetta alla superficialità dilagante. Questo scritto non è un regalo, ma un atto di pura presunzione. Mi piace l’idea di congedarmi come divulgatore lasciando un pessimo ricordo. E solo chi mi conosce davvero può capire perché.

Della Nazione e della Sicurezza

La Nazione è una forma di aggregazione funzionale dove una serie di individui cedono una consistente aliquota della propria libertà individuale, in cambio di una serie di servizi. Lasciamo da parte tutte le considerazioni patriottiche, i garibaldi e amenità del genere. Una nazione è una macchina che rende più produttiva e sicura l’opera dei singoli ad un costo X la cui entità è inversamente proporzionale all’efficienza della macchina stessa.

Fra i molteplici servizi che mette a disposizione la macchina Nazione, c’è (o dovrebbe esserci) un servizio collegato alla sicurezza dei suoi cittadini. Sicurezza è un termine generico e andrebbe distillato nelle sue varie declinazioni: l’istituzione di una serie di leggi a tutela sella sicurezza fisica e dei beni, apparati destinati a definire le leggi e farle rispettare (Parlamento, Magistratura, Forze di Polizia), la difesa militare, la tutela della salute in termini di prevenzione, soccorso e cura. Alcune nazioni tutelano la sicurezza in maniera più generale, altre in maniera più particolare. Per esempio, nelle macchine Stati Uniti o Cina, il “diritto alla salute” non è compreso fra i servizi erogati e ognuno deve arrangiarsi da solo.

Però, limitiamoci alla nostra realtà, dove il servizio sicurezza erogato dalla macchina Italia comprende, almeno teoricamente, quello relativo alla salute, e, nel caso specifico, il soccorso in caso di emergenza.

Delle molteplici declinazioni del soccorso

Siamo talmente abituati alla disponibilità di questo servizio da darlo per scontato. Ognuno di noi, a prescindere dalle contingenze che portano a richiederlo, dà per scontato che una qualsiasi richiesta di soccorso correttamente inviata, venga nei tempi più brevi soddisfatta. Mi sento male? Chiamo un’ambulanza. Vengo aggredito da dei malfattori, chiamo la polizia. Non indulgiamo sull’efficacia di queste richieste in quanto ricadono nel campo delle valutazioni di efficienza della macchina Italia che non ho intenzione di esaminare. Passiamo invece a riflettere sul fatto che “il soccorso” è un diritto di un cittadino italiano sancito costituzionalmente a prescindere dalle scelte che hanno portato a richiedere soccorso. In Italia si curano i tabagisti affetti da cancro al polmone, gli alcolisti con la cirrosi epatica, i cardiopatici obesi, i tossicodipendenti con le ennemila patologie legate al consumo di stupefacenti. La macchina nazione, e giustamente direi, non soccorre sulla base di una valutazione etica che viene saltata a piè pari, ma interviene sulla condizione di bisogno senza dare giudizi morali.

Per esempio, la Nazione, nella sua efficientissima suddivisione amministrativa di primo livello, le sub macchine Regioni, eroga un servizio di elisoccorso i cui costi sono stratosferici. Un elicottero da soccorso, con strumentazioni mediche a bordo e personale addestrato a missioni di recupero, ha un costo per ora di volo di circa quindicimila euro. Questo comprende il noleggio del’elicottero, le assicurazioni, il carburante, la manutenzione, i costi del personale, l’hangaraggio e una serie infinita di spese non immediatamente percettibili al profano. La dissipazione economica collegata a questo servizio appare nobilissima in certi frangenti, ad esempio il trasporto in ospedale di un bambino investito, mentre è più difficile digerirla quando un elicottero di soccorso si alza per andare a prelevare sciatori, alpinisti, parapendisti, fanatici della tuta alare e altri illustri pirla che, nel loro pieno diritto costituzionalmente sancito, decidono di passare i fine settimana a mettere in pericolo la loro pelle e quella di chi dovrà andarli a prendere in caso di incidente. Si tenga presente che questo servizio, a seconda delle regioni, viene erogato gratuitamente o con il pagamento di un piccolo ticket nel caso di ricovero in pronto soccorso successivo al prelievo. Mentre se chiamate l’elicottero solo per il divertimento di vederlo svolazzare sulla vostra testa e farvi riportare a valle perché siete stanchi, vi costerà, nel caso del Trentino, tra i 98 ai 140 euro al minuto che è solo un’aliquota del costo reale di esercizio (vedi qui la tabella dei costi e delle condizioni regione per regione).

Di questi costosissimi interventi di elisoccorso ne vengono effettuati decine di migliaia all’anno in tutto il territorio nazionale. Nel 2013 il Trentino ha speso oltre 11 milioni di euro per 2500 interventi. Trattandosi di regione alpina, è plausibile che la maggior parte degli interventi sia stata erogata per i pirla di cui sopra. Sull’argomento nessuno eccepisce. Nemmeno io che passo i fine settimana in attività molto meno rischiose. In quanto obeso, mi aspetto che nessuno eccepisca nulla quando la Nazione dovrà dissipare risorse per curarmi perché mi verrà il diabete, un infarto, un cancro o, semplicemente, un medico dovrà certificare il mio stato di morte.

Del Valore Personale della Carità

Come dice l’ingegner Badin, cito testualmente

“L’idea che le opere di bene servano a migliorare il mondo è figlia di un pregiudizio morale. Per migliorare il mondo (più cibo, più istruzione, più servizi alla persona, più sicurezza, più libertà), c’è bisogno di produrre quel che manca, piuttosto che di spostare da una parte all’altra le briciole che cadono dalla tavola. Le opere buone sono rapporti strettamente personali tra chi è nel bisogno materiale e chi sente il bisogno morale di aiutarlo. Due cose che vanno benissimo, ma non devono essere spacciate per un processo utile a cambiare il mondo. Tant’è che malgrado il moltiplicarsi delle organizzazioni dedite alle opere buone, il mondo non fa che peggiorare. È un fatto che andrebbe spiegato ai ragazzi. Farne degli eroi per aver fatto qualcosa che non serve ad altro che ad appagare se stessi non è utile a nessuno, se non al professor Kantorek di turno.”

Sulla base di considerazioni analoghe, mi riservo il diritto di pensare che la cooperazione internazionale sia una macchina complessa, essenzialmente dedita a mantenere in vita sé stessa e il proprio apparato. Organizzazioni come FAO o UNICEF, per esempio, distribuiscono (poche) risorse solo dopo aver pagato ai propri funzionari rispettabili stipendi, affitti per sedi, costosi appartamenti nel centro di Manhattan o Roma per i propri dirigenti, marketing promozionale, congressi e pubblicazioni editoriali sicuramente interessantissimi, ma difficilmente edibili. Per fare un esempio più vicino a noi, nel 2017 la Chiesa Cattolica ha raccolto 986 milioni di euro tramite il meccanismo dell’otto per mille. Di questi, solo 275 milioni (il 28%) sono andati in carità. Mentre, per esempio, 13 milioni (una cifra stratosferica per chi scrive), sono stati destinati a “Tribunali ecclesiastici italiani per la cause di nullità matrimoniale”. Incredibile.

Assegnazioni totaliCategoriaRipartizione
Sostentamento del cleroSostentamento del clero€ 350.000.000
Alle diocesi per culto e pastoraleEsigenze di culto€ 156.000.000
Alle diocesi per caritàInterventi caritativi€ 150.000.000
Paesi del Terzo MondoInterventi caritativi€ 85.000.000
Tutela e restauro dei beni culturali ecclesiasticiEsigenze di culto€ 70.000.000
Fondo per la catechesi e l’educazione cristianaEsigenze di culto€ 43.000.000
Nuova edilizia di cultoEsigenze di culto€ 40.000.000
Interventi di rilievo nazionale per la caritàInterventi caritativi€ 40.000.000
Interventi di rilievo nazionale per culto e pastoraleEsigenze di culto€ 39.000.000
Tribunali ecclesiastici italiani per la cause di nullità matrimonialeEsigenze di culto€ 13.000.000
Totale€ 986.000.000
fonte

Rimane il diritto di ciascuno di fregarsene di queste considerazioni e dedicare sé stessa o sé stesso ad opere di carità o cooperazione per soddisfare la propria esigenza personale di sentirsi utile e “fare qualcosa”, così come i pirla del week end si dedicano liberamente a scalare picchi o a percorrere piste da sci al di sopra delle loro possibilità. Sia i cooperanti che i pirla, nell’esplicazione delle loro aspirazioni, hanno diritto al servizio di soccorso qualora incorressero nelle condizioni di doverne fare richiesta. E questo, per quanto detto nei paragrafi precedenti, escludendo qualsiasi graduatoria morale sulle contingenze che abbiano portato a richiederlo.

Dell’Opportunità di Pagare un Riscatto per la Liberazione di un Ostaggio

Data la necessità di prestare soccorso ad un ostaggio, come porsi di fronte alla richiesta di un riscatto? Nei giorni scorsi, a seguito di un popolare evento di cronaca, ho letto il seguente tweet:

Il cinema, in tutte le sue declinazioni, è una delle più grandi invenzioni della storia dell’umanità. Fra i suoi effetti collaterali ha l’assottigliamento della linea di confine che separa realtà e immaginazione. Il tweet appena citato è vittima di questa infausta sindrome. Solo una persona cresciuta guardando film e serie televisive può ipotizzare che i nostri servizi segreti, la nostra infrastruttura satellitare e le nostre forze armate siano in grado di mettere in atto un’operazione di hostage rescue sorvolando chilometri e chilometri di territorio ostile, atterrando in qualche landa desolata e sparacchiando a capocchia per recuperare un ostaggio. Gli americani possono e qualche volta ci sono riusciti, gli israeliani non possono ma lo fanno lo stesso, già i russi hanno le loro difficoltà. Regoliamo la faccenda militare con un tranquillo “non disputabile” e procediamo nell’analisi.

Pagare un riscatto per recuperare un ostaggio è prassi comune e diffusa anche tra le Nazioni che non ne fanno pubblica ammissione. I soldi si stampano, gli ostaggi morti e i soldati perduti nell’operazione sono spine nel fianco mediatico che è difficile estrarre. Per questo, per quanto sia deprecabile, la pratica del pagamento è praticamente quella più utilizzata. Va dato atto a nazioni più serie che, quando questo accade, non se ne fa uno spettacolo televisivo e lo spazio sui media è severamente contingentato. Questo perché pagare un riscatto per riavere un ostaggio non è una vittoria politica, ma un atto vergognoso e deleterio per chi cadrà vittima degli investimenti messi in atto dai rapitori.

Quando si danno soldi a tizi che rapiscono la gente, va tenuto in considerazione che non siamo di fronte a dei Robin Hood. Quindi le milionate investite per salvare una vita non andranno in ospedali o infrastrutture, ma, nella migliore delle ipotesi, nel traffico di stupefacenti. nella peggiore andranno a finanziare atti di terrorismo. Senza contare il fatto che per ogni riscatto pagato, ci sarà sicuramente un gruppo di tizi che, vista l’esiguità dell’investimento necessario per avviare l’attività imprenditoriale, farà un pensiero molto serio su questa opportunità di business.

Facendo una valutazione costi/benefici, pagare un riscatto, per quanto atto infame, è la migliore opzione per una Nazione Occidentale obbligata per questioni costituzionali o di visibilità internazionale a soccorrere i propri cittadini in difficoltà.

Detto questo, viene da chiedersi se esista un’alternativa. Si potrebbe votare una legge che impedisca al governo di pagare riscatti e obbligare chi parte per fare cooperazione internazionale a sottoscrivere una polizza assicurativa che copra i costi di un eventuale rapimento. Questa però, è solo una sicumera, perché probabilmente i costi per il singolo sarebbero insostenibili, le persone, nell’enfasi dell’incontenibile bisogno di salvare il mondo, partirebbero comunque con una scusa qualsiasi e, in caso di rapimento, nessun governo avrebbe il potere di sovrastare l’opinione pubblica. A questo si aggiunga che i fondi per i riscatti vengono direttamente dal budget dei servizi che non è sottoposto a controllo parlamentare e il gioco è fatto.

Conclusioni

I cittadini hanno il diritto di adottare comportamenti pericolosi. La Nazione ha il dovere di soccorrerli senza fare valutazioni di merito sui comportamenti. Nel caso di rapimento di persone che si applicano nella cooperazione internazionale, pagare il riscatto è l’opzione che comporta il miglior rapporto costi/benefici e si attiva automaticamente. Date queste premesse, fare can can intorno ai rapimenti “per mantenere attiva la memoria” è operazione inutile, dannosa e finalizzata esclusivamente alla promozione personale per sembrare “quello o quella che ha a cuore la questione più degli altri”.

Arrivederci e grazie per l’attenzione.