Default Italia: Prima di Fallire Vogliono il Nostro Sedere

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Default Italia: Prima di Fallire Vogliono il Nostro Sedere" è stato scritto da dellefragilicose

Comprendo chi, vedendosi apparire oggi su questa pagina il terzo post di seguito di aspra critica nei confronti di Mario Monti, delle sue politiche “di risanamento e di sviluppo” improntate sull’”equità” (tutto rigorosamente ed ironicamente virgolettato) possa sospettare un’acredine personale del curatore di questo sito nei confronti di Mario Mezzamisura Monti.

Può darsi, non lo escludo. Noi vecchi abbiamo la predisposizione a prenderci delle fisse alle quali ci ancoriamo nella speranza di trovare un punto di riferimento inutilmente cercato per decenni. Comunque è, oggettivamente, anche una questione personale. Lasciando stare il pezzo sull’”equità” che mi ha fatto ridere da subito e che è stato così platealmente sconfessato da non meritare commenti, è proprio sul “risanamento” e lo “sviluppo” che i danni operati dal signor Mario Curatore Fallimentare Monti nei miei personalissimi confronti stanno operando danni per decine (e dico decine) di migliaia di euro.

di Matteo Bertelli

Qui non stiamo parlando dell’oro della Banca d’Italia o di supposte cospirazioni massoniche tutte da verificare. Stiamo parlando di cose di tutti i giorni come la pressione fiscale giunta ad un vergognoso 54% del reddito (imposte, tasse sul reddito, accise, ticket sanitari, canone tv, bolli, ecc.), in pratica ogni cento euro strappati con sangue e sudore a pervicaci debitori, Mario Il Pessimo Monti ne pretende 54 con una sfrontatezza che nemmeno i peggiori camorristi osano sfoggiare quando esigono il pizzo. E che dire dell’IMU, dell’IMU bis che oltre a saccheggiare le mie tasche (e solo le mie) stanno deprezzando l’unico vero investimento che ero riuscito a fare nella vita? Tutto questo senza intaccare nemmeno per un centesimo la spesa pubblica ed i perversi meccanismi che contribuiscono a crearla (la spesa pubblica vale oltre la metà e dico oltre la metà del prodotto interno lordo italiano).

A questo si aggiunge l’irreversibile spirale involutiva del capitalismo già ipotizzata da Marx (vedi a cosa ci siamo ridotti, a citare di nuovo Marx) e che è già più che evidente e nota nei rapporti riservati delle aziende che si occupano di grande distribuzione (grazie a P. per le informazioni. Ieri sono passato per la rotonda di Pergine, ma non c’eri. Deduco che vada tutto bene).

A dire che si sta commettendo un errore storico, comunque, non sono solo gli avversari politici di Monti, i sostenitori dello sviluppo alternativo, i favorevoli all’haircut del debito, i complottisi o i vecchi biliosi come me, ma anche intellettuali liberisti di specchiata fama come Oscar Giannino di cui, in coda a questa nota, riporto un imperdibile commento.

Molti, comunque, continuano a sostenere che a Mario Il Salvatore dei Creditori Stranieri Monti non ci fosse alternativa. Questo sono disposto a considerarlo un dato sufficientemente oggettivo, ma non condivido la susseguente metonimia per la quale queste erano le uniche politiche economiche possibili. Esiste l’eventualità che a Monti sia stata offerta una chance che lui sta sprecando per insipienza o, come mi appare più probabile, per malafede.
Ho avuto ragione in passato quando parlavo di Prodi o quando anticipavo il disastro a cui ci avrebbe condotto Berlusconi. Oggi, con tutta la stampa di regime allineata con il governo (costretta ob torto collo a pubblicare brutti dati nei sondaggi) e milioni di miei connazionali che continuano a credere a Babbo Natale, sono ancora qui a fare la Cassandra. Grattatevi le balle, se volete, ma ricordate che il vecchio dfc ci azzecca spesso. Per vostra e mia maledettissima sfortuna.

di Matteo Bertelli

L’errore sulla spesa che obbliga a una scelta. La mia: né Monti né Montez

di Oscar Giannino pubblicato su Chicago Blog il 24 aprile 2012

Che cosa non funziona, nella linea del governo Monti sulla spesa pubblica? Semplificando, tre cose. Un equivoco sull’obiettivo. Non puntare su una discontinuità profonda. Una grave sottovalutazione delle conseguenze fiscali. Attenti perché per noi ne discendono conseguenze as-so-lu-ta-men-te divisive non solo nel giudizio su Monti. Ma per l’offerta politica attuale. E soprattutto per quella da costruire nei prossimi pochi mesi.

Da Panorama

Come è apparso chiaro dalle dichiarazioni di Piero Giarda, indispettito dagli attacchi che iniziava a a ricevere per il ritardo di una spending review affidatagli in splendida solitudine, il governo di emergenza ha creduto che il problema della spesa pubblica si identificasse in una sua manutenzione. Cioè nel confermare con nuovi provvedimenti la sua stabilizzazione sul Pil, all’attuale quota ben superiore al 50% (naturalmente la stabilizzazione riguarda la spesa corrente, quella per interessi la decide il mercato). La stabilizzazione, di fatto, non è conseguita. E’ solo grazie alle reiterate manovre di Tremonti, che la spesa pubblica nel 2010 e 2011 ha cessato di crescere come in tutto il dopoguerra (unica altra eccezione, un anno sotto Ciampi). Ma il più dei tagli 2011-14 non è ancora conseguito, occorre cioè presidiare con decisione affinché avvengano sul serio, e in loro assenza checché dica Giarda la spesa pubblica è inerzialmente ancora in crescita.

Il secondo errore è che una spesa superiore al 50% del Pil ufficiale, è in realtà una spesa pubblica ben superiore al 60% del Pil “legale”, depurandone il dato “in nero” che l’Istat vi ingloba. E’ cioè una spesa da record negativo tra i Paesi avanzati! Dunque essa non va affatto stabilizzata: ne va invertito il segno, assicurandone un’energica discesa, di 5 o 6 punti di Pil in 3 o al più 4 anni. Come hanno fatto Germania e Svezia, resisi conto che una spesa pubblica tanto ingente uccideva l’economia. E’ tanto più vero per l’Italia, con un debito pubblico che dal 120% risale verso il 123% grazie alla recessione in corso.

Infine, dover provare ad azzerare il deficit pubblico a breve senza incidere in profondità la spesa pubblica significa non solo alzare un prelievo fiscale a sua volta da record, il 54% sull’Italia “legale”, ma un doppio errore se inoltre l’obiettivo è di raggiungere avanzi primari stabili nell’ordine di 5- 6 punti di Pil l’anno, ottenuti per quattro quinti solo con maggiori imposte. Di qui gli 87 miliardi di più tasse in 3 anni calcolate dalla Cgia di Mestre.

Gli errori vengono però al pettine, in un’Europa in cui la Francia di Hollande rilancia gli spread, mentre la sin qui eurovirtuosa Olanda molla la Germania entrando in crisi di governo proprio sui tagli al deficit, e quando gli USA al G20 hanno negato un solo dollaro in più a un’Europa indifferente al sospingere così Spagna e Italia a esiti greci.

Giarda che chiede una task force a Monti per la spending review è una prima – parziale – ammissione di consapevolezza. Così proseguendo si arriva a rivolte fiscali e al deprezzamento degli immobili che sin qui avevano retto il portafoglio patrimoniale delle famiglie. Vieri Ceriani che s’intesta nella delega fiscale l’aumento dell’Iva previsto a ottobre, e aggiunge che non ci sarà un solo euro di tasse in meno, mostra invece che la consapevolezza nel governo ancora manca. Quando dico “manca” lo affermo in maniera sgomenta: con questo governo non si può – a differenza di molti precedenti, di ambo i colori – partire dal presupposto che non capisca che cosa avviene nella realtà economica del Paese e sui mercati mondiali. Ergo, l’apparente inconsapevolezza del governo tecnico e il suo puntare a tutta birra con barra ferma su nuove tasse e basta, è una scelta suicidaria che lascia senza parole.

Monti non è solo, nel non voler tagliare spesa pubblica per meno imposte. Nessun partito, a sinistra a destra e al centro, al di là di chiacchiere ha il fegato di chiedere tagli di spesa per 5 o 6 punti di Pil. Si ripete che tagli alla spesa sono tagli ai servizi ai cittadini: penosa menzogna, visto che la spesa per welfare è meno della metà degli oltre 50 punti di Pil, e le sole forniture sanitarie costano 5 punti di Pil cioè il doppio di 7 anni fa, perché ogni ospedale e Asl ne rifiuta la centralizzazione.

Altro che chiedersi alla Kennedy che cosa possiamo fare per lo Stato. Qui bisogna chiedersi solo che cosa lo Stato stia facendo a noi. Si comporta come un bandito. Ma in più – come scriveva Lysander Spooner – lo Stato ha la pretesa che i ladri non hanno, cioè quella di dirci che gli immorali siamo noi. E che ci ladra per il nostro bene.

C’è una conclusione aggiuntiva da trarne, che aggiungo solo per il blog. A me appare chiaro che l’Italia sia in una cambio di fase più profondo ancora del 92-93, per proporzioni e gravità attuale della discontinuità economica e d’impresa rispetto alla crisi allora della lira.

Allora, se questo è vero, chi la pensa come noi deve porsi un problema. Se restare osservatore libero. O se e come darsi da fare, tirarsi su le maniche e costruire un’offerta politica nuova su questo semplice e dirimente crinale. Meno spesa per meno tasse, meno pubblico per abbattere il debito.

Ne vale la pena? Una pattuglia liberista, dura e pura. Per la libertà, per l’impresa, per il lavoro, per il PIL.

Non credo affatto che questi punti spossano essere l’agenda del vecchio Pdl qualunque trovata abbia il suo anziano Mao Tse Tung: il suo tempo e le sue prove in 17 anni le ha date, sono un passato di delusioni da dimenticare.

Non credo affatto che interessino alla sinistra, non me ne stupisco ed è giusto così.

Non credo affatto che interessino, però, neanche ai vecchi e nuovi dc e ai coloriti caroselli imprenditorial-managerial-intellettual che sui vecchi dc e qualche “tecnico” convergono, magari su nuovi rossi treni. Leggo sul Foglio e sul Giornale di campagne di arruolamento conviviali estese al nostro mondo liberista. Non mi piacciono, non partecipo, conosco i soggetti che invitano e mi basta e avanza non frequentarli, visto che mi querelano per quel che scrivo trascinandomi in Tribunale.

Non è materia divisiva per questo blog, ciascuno ha le sue idee. Ma le mie sono queste, e le dico in chiaro. Non vorrei tra pochi mesi trovarmi all’improvviso con amici liberisti che ricredono a nuovi Berlusconi opportunisti, neomoderatineocentristituttoeilcontrarioditutto, come fecero con l’originale 18 anni fa.

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Avrei voluto essere Rocco Siffredi. Mi consolo scrivendo cazzate.

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