Default Italia – I Conti in Svizzera, l’Estero e il Faro nella Tempesta 11


Settimana scorsa ho pensato a lungo a come mettere i miei averi quanto più al riparo possibile da situazioni critiche. Dopo aver raccolto opinioni e averle intersecate con le informazioni a mia disposizione, ho tratto alcune conclusioni. Le elenco di seguito premettendo due importanti specificazioni.
Tali conclusioni sono le mie. Quelle di serpiko. Uno che si sceglie un nick così sa di non essere un profeta ed è ben lontano dall’infallibilità. Sto inseguendo un avversario nella nebbia e senza mappa del territorio. Se lo troverò, ingaggerò un combattimento. Se il nemico è in agguato, sarà un nuovo Trasimeno ben prima del 21 giugno.
In più, tali conclusioni potrebbero essere soggette a revisioni repentine. La nebbia talvolta si alza e non sempre ci s’accorge d’aver preso la strada giusta o quella migliore. Probabile quindi ci siano periodici update.

 

La Svizzera (vedi il nostro articolo su come aprire un conto corrente in Svizzera)  non è la mia soluzione. Non nell’immediato.
Perché:

  • i soldi ivi depositati non sono al riparo da una patrimoniale.
    Gli importi spostati legalmente in questo paese non sono esenti da tassazione: una patrimoniale attingerà ad essi come fossero in Italia, quantomeno nella medesima percentuale. Quantomeno.
  • (sic) non sono al riparo da una manovra di rientro coatto.
    Vedi sopra: se la tassazione fosse superiore alla perdita dovuta all’effetto valuta, sarebbe conveniente farli rientrare. Nel caso peggiore non sarebbe nemmeno da escludere, al pari di una futura tassazione sull’esportazione, anche un prelievo sul rientro coatto.
  • (sic) sono solo parzialmente al riparo dall’effetto valuta.
    Il franco è una moneta forte ma tale forza si basa sul sistema bancario svizzero. Che a sua volta si basa sui depositi stranieri. Dobbiamo pensare alla Svizzera come a un’enorme società di servizi: funziona se chi produce ha bisogno di questi servizi e pensa che il prezzo richiesto per essi sia equo o conveniente.
    Non è un caso che la stessa BNS abbia escluso tassativamente che il franco possa rafforzarsi sull’euro ai livelli di questa estate, quando aveva raggiunto picchi di 1,08 CHF per 1 €. Il cambio è stato fissato a un minimo di 1,20 CHF per 1 €.

Prendiamo questi dati, mescoliamoli alla situazione contingente e pensiamo alle tre possibilità.

  1. L’euro non fallisce ma l’Italia ne è fuori.
    Otterremmo un euro nuovamente forte, una Svizzera praticamente inalterata rispetto all’euro e una liretta svalutata rispetto a entrambi. Per chi nel frattempo ha portato i soldi in tale stato significa GUADAGNO.
  2. L’euro fallisce e si decide al ritorno delle monete nazionali.
    Otterremmo due monete europee fortissime, nuove barriere fiscali e dazi più forti verso i paesi extra UE, con conseguente spostamento dei soldi svizzeri verso i due paesi forti per opportunità. Ne conseguirebbe la svalutazione del franco rispetto alle monete forti e un rapporto inalterato tra esso e le monete deboli. Significa STABILITA’ o PERDITA.
  3. L’euro non fallisce e l’Italia viene mantenuta in esso.
    E’ l’ipotesi che io, nel mio piccolo, ritengo più probabile, nonostante questa strada possa essere battuta da speculazione selvaggia e generi costi di sistema inimmaginabili. Il franco dovrà svalutarsi per adeguare il proprio valore alle perdite dei propri migliori clienti e mantenere conveniente la propria offerta di servizi. Significa PERDITA SECCA.

Tutto sta a dare percentuali alle tre ipotesi qui sopra secondo i propri sentori.

Datemi pure dell’ottimista ma valuto l’ultima ipotesi come la più probabile. La quoto al 45%. Poi do un 35% alla prima e un 20% all’ultima.
Datemi pure del pragmatico ma non muovo i miei denari se ho solo il 20% di probabilità di guadagno. Men che mai se così facendo ho quasi più probabilità di subire una perdita. Tanto vale che questa perdita la subisca dove sto.

Chiaro che tutto questo si basi sulla mia convinzione che il sistema bancario italiano non abbia a che temere in un lasso di tempo breve, diciamo nei prossimi 4 mesi. Convinzione rafforzata nelle ultime ore da un particolare non da poco: la richiesta di aumento del capitale del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Come dire, prevediamo che qualche banca caracolli a breve ma non temiamo per il sistema generale.
Come posso motivare questa convinzione?
Un fondo di garanzia è un ammontare di denaro che serve a gestire in misura parziale un eventuale rischio. Operasse a copertura totale, sarebbe un’assicurazione. La misura del fondo viene calcolata con una formula anche semplice, se vogliamo: totale degli importi depositati fratto numero dei depositi attivi, per coefficiente di rischio del momento.

Un fondo di garanzia è anche, per sua stessa natura, un immobilizzo. Quindi un costo, da un punto di vista imprenditoriale. Soldi sprecati perché non investibili. Difatti nessun “fondo di garanzia” è stato gestito come tale, a partire dal TFR, che anni addietro veniva utilizzato dalle imprese come un finanziamento (o una garanzia) a tutti gli effetti.
Dubito che chi sieda a capo di codesta montagna di soldi abbia resistito alla tentazione di farli circolare in qualche modo. Di conseguenza, un fallimento bancario su larga scala genererebbe problemi di redimibilità. Se in cima alla montagnetta ci fossi io e vedessi rischi forti all’orizzonte, avrei già chiesto un abbassamento delle soglie di copertura per singolo deposito. Come le assicurazioni, che, all’innalzarsi del rischio, diminuiscono il massimale e aumentano il premio.

Nutro la forte convinzione che un buon segnale d’allarme sia proprio questo.
Il mio faro nella tempesta. Non lo spread, non gli indici di borsa. Che da soli, infatti, riescono a fornirci un’idea della situazione ma nessuna buona ipotesi per il futuro.

Rientrano in questa mia analisi solo i casi di conti tenuti su suolo svizzero in valuta svizzera. Nel senso che sposterei i soldi in Svizzera soltanto se fossi sicuro di doverli convertire a breve in CHF o nutrissi la convinzione di un prossimo crollo del sistema bancario italiano ed europeo (vedi le ipotesi sopra).
V’è poi il caso di conti tenuti su suolo svizzero in valuta euro, che molti dei lettori di questo sito hanno considerato e sottoscritto. Proprio in virtù di questo fatto, ritengo meritino un loro approfondimento.

La mia posizione nei confronti di questi prodotti è piuttosto neutra.
Versare euro in Svizzera oggi significa rinunciare a interessi più cicciotti su suolo italiano. Con il 4% lordo offerto da molti operatori e tassato al 20%, contro l’1% lordo tassato al 35% del rendimento svizzero, significa rinunciare su un deposito di 30000 € a qualcosa come 63,75 €/mese. 765 €/anno di costo “assicurativo” del capitale.
L’ideale in questo momento sarebbe aprire subito il conto svizzero così da averlo pronto in caso di necessità (il prodotto PostFinance è ottimo per qualsiasi ragione d’utilizzo), lasciando poi i soldi in Italia. Anche questo però c’è un costo, legato alla gestione del deposito svizzero.
Dunque ho deciso di rimandare questa mossa, fermo restando che la considero anche per me stesso come ultima possibile ancora di salvezza.

Ciò premesso, la mia valutazione è fatta con gli stessi criteri del promotore finanziario che vi sottopone il prospetto di rischio a monte della sottoscrizione di un investimento. Ognuno ha la propria propensione al rischio ed è giusto che si muova lungo la strada che ritiene più appropriata per garantire stabilità a se stesso e ai propri denari.
Ecco perché non critico minimamente chi abbia percorso per primo questa strada, per questioni di tempo materiale, tranquillità o semplice opportunità (mica passiamo tutti i giorni da Lugano, voglio dire). Tutt’altro.
Ammesso che tale contromisura si possa rivelare superflua, cosa che tutti noi speriamo, i soldi pagati per la propria serenità sono sempre ben spesi.

 

N.d.R.

A completamento delle considerazioni espresse dall’autore, si aggiunge un interessante articolo apparso su Repubblica Economia e Finanza il 12 novembre u.s.

Patrimoniale e caccia agli evasori
In Svizzera con le valigie di contanti
In parte si tratta di cifre regolarmente dichiarate e in parte di soldi in nero. Da quando Ue e Fmi hanno aumentato la pressione sull’Italia il fenomeno è cresciuto d’intensità
di FRANCO ZANTONELLI
LUGANO – Tornano i capitali italiani in Svizzera, un po’ in modo regolare, ovvero dichiarati, molti stipati in borsoni e valigie, come all’epoca degli spalloni degli anni ’60 e ’70. “Negli ultimi 6 mesi c’è stato un aumento della massa monetaria prelevata in banche italiane, che non è più stata depositata e che, se non è finita sotto il materasso, ha preso la via dell’estero”, ci ricorda Giancarlo Cervino, direttore del Centre for International Fiscal Studies di Lugano. Il periodo coincide, tra l’altro, con l’aumentata pressione di Ue e Fmi su Italia e Grecia. “Il timore principale dei risparmiatori – spiega Cervino – è che qualche istituto di credito italiano possa fare default”.

In secondo luogo, a far ritornare i risparmiatori verso la Svizzera, ma anche a Montecarlo ed in altri paradisi fiscali, ci ha pensato l’aumento dei controlli dell’agenzia delle entrate presso le banche italiane. Il consulente di una delle principali banche della piazza finanziaria di Lugano ci dice, inoltre, che nelle ultime settimane, si è registrato un aumento del fenomeno dell’arrivo di capitali. “Soprattutto – ha precisato – di quelli dichiarati al fisco italiano”. In buona parte il nostro interlocutore parla di capitali di imprenditori e di imprese.

“In primo luogo – rileva il fiscalista Giancarlo Cervino – per i nuovi poteri dati dati a Equitalia di sequestrare delle somme depositate in conti correnti italiani, a garanzia di pretese tributarie dello Stato”. E l’eventualità, più volte ventilata di una patrimoniale costituisce un altro elemento favorevole al ritorno dei capitali in Svizzera? “Dipende dal tipo di patrimoniale. Se si trattasse di un prelievo secco sui depositi, come durante il Governo Amato, allorà direi di sì”, afferma convinto Cervino. Il quale poi aggiunge che “di fronte all’aumento della pressione fiscale e dei controlli, gli imprenditori non si fidano più, indipendentemente da chi sia al Governo”.

Sui capitali non dichiarati che, invece, arrivano per vie traverse, la patrimoniale non c’entra nulla. Qui parliamo, infatti, di capitali in nero. Di conseguenza il timore di tutti quei risparmiatori che stanno nell’ombra, è dovuto esclusivamente ai maggiori controlli fiscali e anti-riciclaggio, decisi in Italia. Resta da capire, a questo punto, se la ripresa dell’esportazione di capitali verso le banche ticinesi, che riproporrebbe, per quelli in nero, l’accusa alla Svizzera di essere un paradiso fiscale, già rilanciata da Sarkozy al G20 di Cannes, possa mandare a gambe all’aria la prospettiva di soluzione sul contenzioso fiscale italo svizzero, fortissimamente voluta dalla ministra svizzera delle finanze, Eveline Widmer-Schlumpf.

Un accordo nei confronti del quale Giulio Tremonti si è, però, dimostrato freddo, visto che prevede l’anonimato dei titolari dei conti anche se, come è accaduto per Gran Bretagna e Germania, porterebbe diversi miliardi di euro di nuovi tributi, nelle casse pubbliche. Ad esempio, per quanto riguarda la Germania, l’intesa fiscale con la Svizzera prevede un’imposta di poco più del 26 per cento sul reddito da capitali non dichiarati e un prelievo di circa il 20 per cento sui depositi in nero. Insomma, un super-scudo fiscale, doloroso per gli evasori, ma la cui prospettiva non sembra, tuttavia, dissuadere il nuovo massiccio esodo di soldi italiani verso la Svizzera.


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11 commenti su “Default Italia – I Conti in Svizzera, l’Estero e il Faro nella Tempesta

  • Gianalessio Ridolfi Pacifici

    Qualche considerazione:

    E' evidente che un'eventuale patrimoniale nella quale si sia costretti, per legge, a dichiarare l'intero asset (proprietà immobiliari, mobiliari, titoli, contanti, ecc.) non risparmia il danaro esportato sempre che la dichiarazione sia onesta. Certo è che il danaro esportato è al riparo da prelievi overnight alla Amato. L'autorità della repubblica, infatti, non si estende alla confederazione.

    Il fulcro del discorso di Serpe è certamente la questione tranquillità. E' vero che esportando si rinuncia alle rendite offerte dai conti deposito italiani, ma è anche vero che nessuno regala nulla. Se un conto deposito in Italia rende il 4% è perché, probabilmente, è almeno quattro volte più rischioso di un conto deposito aperto in Svizzera. Ognuno scommette su quello che vuole.

    La comodità di danaro in euro su conto svizzero è l'immediata convertibilità in valuta extra UE su un conto extra UE E quando dico immediata è il tempo di un click. Questo ha il suo prezzo.

    • clavius

      premetto che sono assolutamente incompetente in materia di economia, finanza e banche. non sono interessato ad investimenti ma solo a proteggere i miei risparmi, visto che non ho ancora elaborato un piano
      detto questo, leggendo l’articolo (che ho apprezzato moltissimo) m’è venuto un dubbio.
      avendo un paio di conti legali in svizzera (uno in franchi, l’altro in euro, tra i quali poter spostare liberamente) si potrebbe abbassare drasticamente l’eventuale rischio di perdita di cui si parla negli scenari 2 e 3, convertendo all’occorrenza il proprio gruzzolo da una moneta all’altra. o c’è qualcosa che mi sfugge?
      grazie

      • serpiko

        Il mio assunto è che il franco svizzero non sarà immune dalla svalutazione generale. Perchè non può essere valutato in rapporto fisso al nuovo marco.
        Insomma 1 CHF, nel nuovo mercato che si creerebbe non potrebbe valere 1 soldino tedesco ma si svaluterebbe rispetto ad esso, rimanendo agganciato a una media delle monete dell’attuale area euro.
        Questo almeno il risultato della simulazione a oggi più attendibile di un default europeo.

        Al posto di uno spostamento Italia-Svizzera della liquidità, sto infatti valutando uno spostamento Italia-Germania.
        In quel caso, con scenario di crollo dell’euro, la valuta verrebbe riconvertita automaticamente in “nuovi marchi” che a oggi sembrerebbero offrire maggiori garanzie di tenuta.

  • ilBuonPeppe

    Tutti i discorsi sui costi di un conto in Svizzera, gli interessi, la patrimoniale, le tasse, eccetera, mi sembrano abbastanza inutili.
    Secondo me una operazione del genere non si fa per evitare la patrimoniale né per guadagnarci, ma solo per evitare di perdere tutto a seguito di un eventuale tracollo.
    Se prevedo che l’Italia (eventualmente in compagnia dell’Euro) andrà verso il disastro finanziario, allora l’opzione svizzera ha senso a prescindere, altrimenti no.
    A meno che ovviamente la somma da esportare non sia molto alta, ma in quel caso ho anche altre possibilità, e probabilmente cascherei comunque in piedi.

  • serpiko

    …e difatti:

    Datemi pure del pragmatico ma non muovo i miei denari se ho solo il 20% di probabilità di guadagno. Men che mai se così facendo ho quasi più probabilità di subire una perdita. Tanto vale che questa perdita la subisca dove sto.

    Chiaro che tutto questo si basi sulla mia convinzione che il sistema bancario italiano non abbia a che temere in un lasso di tempo breve, diciamo nei prossimi 4 mesi.

  • newtax

    Perdonami sara’ una mia “mancanza” ma il punto 2 da te esposto proprio non lo comprendo,come fai ad affermare che un ritorno alle monete nazionali(nel nostro caso alla nostra liretta) porterebbe un pareggio o peggio una lieve perdita del franco svizzero.Rispetto alla lira che non varra nulla? capisco marco e franco francese ma il riferimento noi dobbiamo farlo alla nostra lira e non credo che possa sussistere paragone tra un franco comunque di buon valore ed una neolira quasi “cartastraccia”,alla base di cio’ credo che soltanto il punto 3 da te esposto potrebbe esporre a rischi i risparmiatori del franco svizzero.

  • andrea

    Una domanda…ma cosa si intende x 35 x cento di interessi che dal 2017 la comunita’ europea vuole applicare sui capitali Esteri in svizzera?Cioe’ si intende sul patrimonio o sugli interessi?

  • andrea

    L’eventuale accordo UE / svizzera che prevede una tassa sui capitali di cittadini comunitari in svizzera del 35 x cento e’ sulle rendite o sui capitali?

I commenti sono chiusi.