Default Italia: 96 Giorni al Fallimento: Cronaca di una Privatizzazione Annunciata 9


Martedì 2 agosto u.s. ho avuto l’opportunità di assistere, nella qualità di pubblico non pagante, all’Assemblea dell’ATO3 della Campania. Vorrei riferirne con una doverosa avvertenza: questo intervento sarà sicuramente pedante, perché intende rivolgersi precipuamente a quei cittadini che non conoscono i complessi meccanismi legislativi che governano l’erogazione e la gestione di quel bene primario che è l’acqua.

ATO è l’acronimo di Ambito Territoriale Ottimale e, nella fattispecie, si riferisce al “ciclo idrico integrato” o, per dirla più semplicemente, a tutto ciò che riguarda l’acqua, dall’erogazione fino allo smaltimento di quelle reflue. L’ATO 3 della Campania (detto anche Sarnese-Vesuviano) ricomprende n. 76 Comuni (oltre all’Ente Provincia di Napoli) che insistono per l’appunto sull’ampio territorio come sopra denominato, riuniti per motivi di contiguità territoriale e funzionale in Consorzio obbligatorio.

All’Assemblea dell’ATO partecipano (oltre ad un rappresentante della Provincia di Napoli) i sindaci dei comuni consorziati (o loro delegati) con compiti di grande rilevanza per quanto attiene i servizi idrici a tutela e nell’interesse dei cittadini dei diversi comuni. In estrema sintesi quest’Assemblea, oltre a tutti i compiti strettamente amministrativi, ha il diritto-dovere di scegliere il gestore cui affidare il servizio idrico, di determinare le tariffe a carico dell’utenza, di sorvegliare sul buon funzionamento del servizio affidato.

L’ATO 3 della Campania scelse a suo tempo come gestore del servizio la GORI (anche qui mi sia consentito di decriptare, senza indulgere a facile ironia, l’accattivante acronimo) Gestione Ottimale Risorse Idriche. Non vi tedierò con richiami legislativi, ma è necessario sapere che la GORI è una società mista, cioè partecipata per una quota maggioritaria da un Ente Pubblico (per l’appunto, lo stesso Consorzio ATO 3) e per una minoritaria da privati (fra questi la quota di gran lunga più significativa è detenuta da ACEA, divenuta, di fatto, vero dominus della gestione del servizio).

Per espressa volontà della legge siamo in presenza di una società (la GORI) in cui gli organi decisionali sono affidati alla minoranza (i privati, cioè ACEA) e non alla maggioranza. Caso davvero singolare fra le imprese, a maggior ragione se si tiene presente che, sempre per espressa volontà della legge, ai privati partecipanti all’iniziativa imprenditoriale spetta una remunerazione del capitale investito non inferiore al 7%. In pratica, s’invitano gli imprenditori privati a partecipare ad e vanno “un’impresa senza rischio d’impresa” o, per dirla con un pizzico d’ironia, a sottoscrivere BOT al 7%.

Una legge, come ho detto, piuttosto singolare e, a scanso di equivoci (pure possibili laddove ci si lasci condizionare dalle diverse posizioni assunte nella recentissima campagna referendaria) giova ricordare che fu sostanzialmente voluta sia dall’attuale maggioranza che dall’attuale opposizione, in ossequio ad un pensiero filosofico di grande impatto mediatico: il pubblico funziona male, meglio allora rivolgersi al privato. Privato è bello.

Per carità, le mode vanno rispettate, ma poi, col tempo, qualcuno ha incominciato a chiedersi (specialmente dopo aver sperimentato sulla propria pelle le inefficienze ed il malaffare anche del privato) se non è necessario, come suole dirsi, discernere il grano dal loglio, giungendo alla conclusione che certi servizi fondamentali per il bene e per la quieta convivenza dei cittadini è opportuno, anzi necessario, che restino nella gestione del pubblico, correggendone con varie misure storture ed inefficienze, che non nascono da una condanna divina, ma da una maldestra operatività e gestione.

Bene. Torniamo ora all’Assemblea dell’ATO 3 del 2 agosto che ha visto la partecipazione di una cinquantina di sindaci sui 76 aventi diritto (ma anche dovere, se solo fossero stati pienamente consapevoli del ruolo loro assegnato dallo Statuto dell’Ente, che non è di mera onorifica rappresentanza, ma di tutela degli interessi dei cittadini dei loro comuni). Specialmente quando l’ordine del giorno è imperniato su fondamentali atti amministrativi, come l’approvazione di bilanci consuntivi e preventivi e sulla proposta d’innalzare le tariffe pagate dai cittadini utenti, quindi dall’intera collettività.

La trattazione dei diversi punti all’ordine del giorno scorre lenta e noiosa, anche perché appare abbastanza chiaro che almeno la gran parte dei sindaci non ha neppure letto di sfuggita i bilanci sottoposti alla loro approvazione, che, in tutta evidenza, considerano un atto dovuto, oltreché di fastidiosa routine. Chi, come il vice-sindaco di Cicciano, palesando una competenza tecnica, rileva delle carenze di forma e di sostanza, viene tollerato bonariamente dai colleghi, ai quali appare come un rompiscatole o, quanto meno, come un neofita che vuole mettersi in mostra ad ogni costo, ingolosito dalla presenza di una corposa platea.

Si capisce subito che i sindaci sono venuti per il punto 6 dell’o.d.g., riguardante l’innalzamento delle tariffe e, come diceva il buon Califano, tutto il resto è noia. Quando finalmente viene in discussione questo punto il proscenio diventa animato e brioso: molti s’iscrivono a parlare, anche in rappresentanza di piccoli comuni, ma appare subito chiaro che l’orientamento, come si sarebbe detto una volta, è questione che riguarda pochi comuni (sia per l’importanza degli stessi, sia per il prestigio personale dei sindaci: Pomigliano, Nola, Castellammare, Portici, Gragnano e qualche altro).

Non tira aria della consueta bagarre fra opposti orientamenti politici: aleggia piuttosto lo spirito di una comune volontà, per non dire di un accordo, forse neanche tacito, di condiscendere alla richiesta di aumenti tariffari, senza però esporsi al giudizio dei propri elettori. Serve un colpo d’ala, perché le catechesi di partito non rassicurano completamente, in specie per quanto riguarda alcuni indisciplinati sindaci di piccoli comuni.

Nelle more si allunga il brodo con mozioni che propongono suggerimenti assolutamente condivisibili e di buon senso (come, ad esempio, l’allargamento di tariffe di favore per i meno abbienti o l’invito alla GORI di praticare una gestione più oculata del proprio personale e così via di seguito); condivisibili, ma di certo non bisognosi di essere presentati come mozioni, giacché una siffatta attività fa parte dei compiti assegnati statutariamente proprio all’Assemblea.

Ad un certo punto, verso le ore quindici del pomeriggio, fra i morsi della fame degli astanti e qualche contenuto accenno di pennichella, è arrivato finalmente l’atteso colpo d’ala (sarebbe più corretto dire, di mano) ad opera del Presidente dell’Assemblea, on. Marrazzo (mi piace rendere merito al suo ingegno politico, ma metto nel dovuto conto che il tutto poteva essere stato sapientemente concertato prima fra quelli che contano).

Resta il fatto che l’on. Marrazzo ha brillantemente ribattezzato le mozioni, facendole diventare ipso facto degli emendamenti al suindicato punto 6 relativo agli aumenti tariffari, sottoponendoli a democratica e libera votazione. Di conseguenza, essendo proposte di buon senso, sono state approvate a larghissima maggioranza dai componenti dell’Assemblea (sulla cui qualità complessiva è meglio sorvolare) senza che gli stessi si rendessero conto che approvando gli emendamenti ad un articolato, ne approvavano implicitamente anche la polpa (gli aumenti tariffari) non emendata.

Lo spettacolo non è stato non edificante, ma oramai quasi più nessuno pretende dalla politica spettacoli edificanti. Quello che conta è capire (cercare di capire) perché rappresentanti politici appartenenti a schieramenti di destra e di sinistra (uso senza ritegno una terminologia forse non più realmente rappresentativa dei politici che ho visto in scena) rischiano la personale impopolarità per tutelare gl’interessi della GORI (e dell’Acea).

I più maliziosi adombrano forme più o meno velate di corruzione, probabilmente sull’onda di una fenomenologia mai come oggi particolarmente dilagante. Ma il mio personale tasso di malizia non mi consente di giungere a tanto. Non credo che siamo in presenza di episodi corruttivi, proprio no. Piuttosto sono incline a credere che il Sistema politico ha un interesse non confessabile a mantenere in vita un carrozzone come la GORI, perché utilizzabile, per rimanere in tema idrico, come vasca di decantazione delle acque reflue del clientelismo politico.

A mio avviso è questo il problema vero, l’incapacità a rassegnarsi all’idea che il Sistema economico mondiale, al quale volenti o nolenti siamo interconnessi, ci costringe a tagliare per sempre sprechi e costi inutili, nei quali in un modo o nell’altro abbiamo tutti guazzato almeno un po’. Questo è il problema e non gli aumenti tariffari che sono ingiusti ed insensati, politicamente scorretti e subdoli dopo un referendum che ha espresso con indubitabile chiarezza la volontà popolare.

Infine, ma proprio infine, mi permetterei (ma sinceramente con tutta l’umiltà del caso rispetto all’opinione espressa in Assemblea, fra gli altri, da un prestigioso magistrato, da un valoroso avvocato amministrativista e persino da un illustre docente di diritto amministrativo) di ritenere annullabile l’atto relativo all’aumento tariffario. E possibile che stia dicendo una bestialità e sono pronto a farne pubblica ammenda, tu ttavia vorrei ricordare che il d. l. n. 70/2011, innovando sensibilmente la materia, ha istituito l’Agenzia Nazionale di Vigilanza sulle Risorse Idriche, con carattere di Authotity indipendente, demandando ad essa fra numerosi altri compiti, anche quello di stabilire la nuova regolamentazione tariffaria, che dovrà tener presente sia i criteri dedotti dall’art. 154 del codice dell’Ambiente, sia le conseguenze dell’elisione referendaria per la parte che attiene specificamente alla remunerazione del capitale.

Fino all’emanazione di tale atto non potranno essere modificate le tariffe in vigore. Tale prescrizione tutela in realtà i gestori, atteso che l’abrogazione di legge relativa alla remunerazione del capitale investito, laddove adottata immediatamente dagli ATO più solerti porterebbe indubbiamente ad un abbassamento delle tariffe oggi in vigore, in considerazione del venir meno di uno degli elementi (remunerazione del capitale investito) che contribuiscono ex vigente art. 154 alla determinazione complessiva della tariffa.

In tale contesto appare quindi veramente paradossale che l’ATO 3 deliberi contro ogni logica addirittura un aumento delle attuali tariffe, per cui torna prepotente la domanda: perché? A chi giova?


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9 commenti su “Default Italia: 96 Giorni al Fallimento: Cronaca di una Privatizzazione Annunciata

  • Marechiaro

    Pedante ma interessante, e purtroppo inquietante. Sbaglio o, nonstante i referendum, continuano a fare quello che vogliono?

  • alberto

    Bene si tolga il 7% di remunerazione del captiale investito (sia a debito che di proprieta’) e vediamo come potra’ mai esssre in equilibrio finanziario il settore idrico e chi ci mettera’ le risorse. Tutto qua, non aggiungo altro, a chi non sa nemmeno le regole base di quello che si chiama mercato, che quando sono presenti autority serie, funziona e non porta a fenomeni dilanganti di corruttele e di sprechi. Chi ha scritto l’articolo sa quali sono i capitali finanziari necesari ad intraprendere un serio efficientamento della rete idrica? Sa su una bolletta media quanto incide il 7% di remunerazione garantita? Sa perche’ tale voce era stata introdotta? Sa che quel 7% e’ lordo?

    • eduardo

      Alberto sa molte cose, ma non sa che c’è stato nel mese di giugno un referendum che ha manifestato la chiara volontà popolare in perfetta antitesi con le sue idee. Ma forse lo sa e, tuttavia, ritiene, legittimamente, che la democrazia è un gioco con il quale far trastullare quelli che non sanno, salvo poi a far intervenire per le necessarie correzioni quelli che sanno.
      Ma questo è un dettaglio. Mi consenta, invece, di metterla a parte di qualcosa che non sa (semplicemente perché è una storia localistica che non può conoscere: non riguarda principi filosofici dell’economia, ma un caso concreto). In 6 anni di gestione la GORI ha cumulato con il sistema bancario un debito di 170 milioni di euro (per intenderci: se volesse venirne fuori nel corso del 2012 dovrebbe portare la tariffa a circa 2 euro al metro cubo). Non sono stati realizzati interventi strutturali sulla rete idrica: la dispersione che era al 26% è ora al 34%. L’ingresso dei privati non ha in alcun modo limitato l’ingerenza nefasta della politica: l’organico dell’azienda è esploso, fino a raggiungere n. 720 unità, con un pletorico numero di dirigenti e quadri, senza parlare di autisti, benefit e prebende di ogni genere. In pratica, non v’è partito, anzi non v’è corrente partitico, che non abbia utilizzato l’azienda come valvola di sfogo del clientelismo più becero. E i privati, si chiederà? Come suol dirsi, una mano lava l’altra ed entrambe lavano il viso, tanto il 7% di remunerazione è assicurato.
      Cordiali saluti.

      • alberto

        @eduardo. Ma la richiesta dei referendari non e’ per il solo pubblico nel settore idrico? E gli esempi virtuosi quali sarebbero, in questo paese dove le cose di tutti sono sempre state di nessuno? L’Atac, l’Ama, l’A.n.m di Napoli? I referendari pur di avere l’acqua un po’ meno cara (si tolga il 7%) preferiscono forse pagare di tasca propria le perdite delle municipalizzate? Ricordo che sui profitti, si pagano le tasse che vanno a favore della collettivita’. Per quanto riguarda l’esito del referendum, si e’ tolta l’adeguata remunerazione del capitale, fissata in un altro decreto al 7%. E ora? Facciamo pure un referendum che impedisca alle banche di fare profitti sul denaro impiegato, o che abolisca le commissioni di indennita’ creditizia gia’ che ci siamo, prevedo un’adesione del 99%! Con conseguente fallimento del sistema creditizio. Per fortuna che anche la democrazia e i suoi demagoghi, devono fare i conti con la realta’ e con la dura legge del capitalismo. Ricordo inoltre le direttive europee che prevedono di inserire in bolletta tutte le voci di costo e quindi anche il costo del capitale investito, sia a debito che di proprieta’. La nuova agenzia del settore idrico stabilira’ l’entita’ della remunerazione. La democrazia e’ una procedura, fortunatamente non e’ l’unica forza della societa’ Occidentale! La stessa democrazia ha decretato l’elezione del governo presente.

        • eduardo

          Mi scuso, ma non capisco che intendi dire: il capitalismo, la remunerazione delle banche, la democrazia procedura, ma non unica forza dell’Occidente, il governo del Paese, l’ATAC e l’ARIN. Lasciamo andare, è meglio.

          • alberto

            @EDUARDO Il mio discorso era che nel mondo occidentale si combattono le seguenti forze: il capitalismo, la chiesa, l’islam, la democrazia , il capitalismo, la tecnica. Come ben si vede in questi giorni, il governo ha dovuto abdicare a quanto chiedeva il mercato, in termini di riforme economiche e sociali. Io personalmente credo che il modello referenadario sul settore idrico non abbia nessuna possibilita’ di essere messo in pratica, in un paese come il nostro, dove, il debito pubblico e la pressione fiscale sono gia’ alle stelle. L’esempio delle banche era per far capire che la maggioranza dei cittadini e’ facilmente manovrabile e segue spesso gli istinti piu’ che la ragione (economica).

          • eduardo

            Adesso capisco meglio. Provo a rispondere senza polemica, ma con la massima serenità. Le banche? Sono interdetto, perché mi sembra proprio che tu sia piuttosto isolato (a livello mondiale) nel non avvertire la necessità di porle sotto controllo o, per usare una tua espressione, controllare i loro “istinti”. Sull’abdicazione del governo alle richieste del mercato preferirei stendere un velo pietoso. Per incidens: l’irreversibile fine di Berlusconi, a mio avviso, non deriva tanto dall’azione dell’opposizione o dalle sue attività personali che lo rendono impresentabile sulla scena mondiale, al pari della sua improbabile compagnia di giro, quanto piuttosto dalla montante irritazione del neo-liberismo internazionale, che gli imputa di non aver avuto la capacità di portare a termine il progetto tendente ad instaurare una totale libertà di manovra del potere insieme ad una definitiva destrutturazione delle difese sociali. Ma io non volevo addentrarmi in vicende così complesse: ho solo cercato di rappresentare una situazione fallimentare (irreversibile) tenuta in piedi dall’incrocio perverso d’interessi fra la partitocrazia (tutta) ed i privati. Per altro il tuo nome di battesimo mi richiama alla mente la vicenda di un tuo omonimo (DS o PDS, non ricordo la denominazione dell’epoca) che fu il primo presidente dell’ATO 3 e che alla fine del madato divenne ipso facto dirigente di ACEA con una retribuzione semplicemente magnifica. Ma questa dell’omonimo è un’altra storia.

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