Default Italia 93 Giorni al Fallimento: Non Paghiamo Nessuno. Prendetevi il Colosseo 12


Bisogna ammettere che questa storia d’intervenire “a mercati chiusi” è una marchetta pubblicitaria geniale: il Paese si ferma, trattiene il respiro, presagendo imminenti catastrofi e si predispone inconsciamente ad elaborare il lutto. Ovviamente, la magia pubblicitaria consiste, a seconda delle circostanze, nel non dire nulla di doloroso (se del caso, anche nulla di nulla) o di dire cose dolorosissime, ma con formulazioni sufficientemente fumose, in modo che la gente comune non capisca quali misure siano state effettivamente adottate. L’effetto positivo è scontato. A questo punto i cittadini, sempre più confusi, si rituffano nelle faccende quotidiane, aggrappandosi volentieri all’idea che in fondo poteva andar peggio. Fatto!

Non è dato sapere se l’ex pifferaio magico e l’ex incantatore di serpenti, suo ineffabile tesoriere, debbano, di volta in volta, superare reali divergenze o semplicemente recitino parti in commedia. Ma non ha troppa importanza, giacché topolini e serpenti si sono acconciati da tempo a concentrarsi sulla melodia, senza prestare particolare attenzione al testo della canzone. Accade così che Chichì e Cocò possano canticchiare allegramente “e la vita l’è bela, basta avere l’ombrela” ed a distanza di soli due giorni intonare il “De profundis”.

Infatti i quattro punti in cui si articola la manovra, ultimo modello, più che pilastri, come definiti con fantasiosa tracotanza dagli ex dioscuri del Governo, richiamano alla memoria i 4 candelabri che vengono collocati agli angoli del catafalco durante la veglia funebre. Ci si chiede se questi signori ed i loro accoliti, come suol dirsi comunemente, ci “sono” o ci “fanno”. Si presentano in Parlamento o alle televisioni e proclamano, senza nascondere un certo fastidio ed insofferenza per l’ingratitudine del Paese, che la crisi non è colpa loro. Ma che ragionamento è? Sembra di assistere allo sfogo di un medico, che dopo aver curato per anni un paziente sperimentando varie terapie, di fronte all’aggravarsi tumultuoso della malattia eccepisca che, comunque, non lui non è responsabile del fatto che il paziente contrasse la malattia, perché la colpa è del virus.

Del resto, ad essere onesti, bisogna ammettere che almeno Tremonti, spocchia a parte, aveva fatto capire chiaramente che secondo lui la cosa migliore da fare per combattere la crisi era rimanere immobili ed aspettare che ripartisse la locomotiva americana. Il fustigatore degli economisti pensava che eravamo di fronte ad una crisi ciclica del capitalismo. Parafrasando Woody Allen, potremmo dire che aveva capito che “Dio è morto e Marx è morto”, ma non aveva capito che anche “l’America non stava troppo bene” (vado pazzo per gli eufemismi).

Sulla genesi della crisi molto è stato scritto anche da illustri economisti, ma io penso che sin qui si è trascurato il noto aforisma di Trilussa. In realtà è accaduto che a mano, a mano che alcuni miliarducci di terricoli incrementavano le loro razioni di consumi in termini certamente superiori rispetto all’aumento di produzioni complessive, gli altri abitanti del globo hanno tentato disperatamente di mantenere i loro tassi di benessere, truccando i PIL nazionali con l’emissione di carta a vario titolo denominata, subprime, derivati e via dicendo.

Ma, si sa, ogni bel gioco dura poco e così anche i più riottosi hanno dovuto imparare che la teoria dei vasi comunicanti incominciava inesorabilmente a produrre i suoi effetti d’impoverimento dei Paesi d’appartenenza. Con modalità apparentemente e teoricamente generalizzate, ma in realtà ferocemente selettive in ossequio anche qui ad una teoria, quella dell’utilità marginale del bene, che ha rivelato un’ulteriore interessante applicazione. Infatti, abbiamo scoperto sulla nostra pelle che mentre un incremento reddituale (e, quindi, di capacità di spesa) produce proporzionalmente effetti benefici soprattutto sui meno abbienti, un eventuale decremento proporzionale penalizza con assoluta maggiore efficacia sempre gli stessi soggetti, cioè i più deboli.

Troppa teoria, d’accordo, e allora cosa bisogna fare? Alcuni, soprattutto fra quelli appartenenti alla mia (tarda) generazione, sembrano rassegnati irrimediabilmente al peggio e si limitano a proporre giusti, quanto improbabili comportamenti vendicativi nei confronti della nostra classe politica. E’ evidente l’influenza della teoria della faktizitat (o realtà indisponibile) di Heidegger, ma, soprattutto, quella del catastrofismo catarchico proprio di grandi, amatissimi scrittori russi dell’ottocento. Bene, anch’io non posso ( e non voglio) sfuggire a questa inebriante suggestione, quanto meno per fatto d’età.

Tuttavia, una specifica riflessione (sempre per motivi anagrafici) s’impone. Se la storia recente si è preoccupata di dimostrare la debolezza della visione storicista di alcuni epigoni marxisti, per cui la storia si sarebbe comunque declinata sulle progressive conquiste dei lavoratori, forse è ugualmente improvvido ritenere, per coerenza logica, che la palese inversione di rotta suggerita dai tempi sia irreversibile. La Storia disegna solo linee ondulate: non riuscire a prevedere la direzione della prossima curva, non vuol dire che non ci potrebbe essere, anche a breve, una svolta. La Storia è una peripatetica infaticabile, raramente e difficilmente decifrabile dai suoi figli contemporanei. A volte sceglie percorsi carsici e non mi meraviglierei più di tanto se questa volta avesse scelto le diverse sponde del Mediterraneo per manifestare la sua intelligenza.

Ma non mi meraviglierei neppure se domani dovessi scoprire che la Storia potrebbe fottersene dei mercati (aperti o chiusi che siano) e del default. Non possiamo pagare il debito, e allora? Volete metterci in prigione come si fa con gli insolventi? Non credo. Volete il Partenone, il Colosseo, la Sagrada o preferite Mikonos, la costa Brava, le Cinque terre? Accomodatevi, smontate i pezzi e rimontate il tutto nelle vostre ville (ma vostre, di chi? Chi cazzo siete, signori creditori, almeno il piacere di guardarvi in faccia).

No, non la sto facendo troppo semplice. In realtà intendo parlare a nome di quei milioni e milioni di greci, spagnoli e italiani che lavorano per sfangare una vita di merda, sempre più puzzolente e schifosa, dei tanti che nel corso degli ultimi anni hanno perso o stanno perdendo per strada ogni benefit di esistenza dignitosa. Signori creditori, perdonateci, ma noi non abbiamo troppa paura. Questo sentimento appartiene ai nostri connazionali che colano grasso da ogni poro della pelle, ma che danno di stomaco se solo sentono parlare di patrimoniale o di tassazione più elevata per i redditi più alti.

L’avevo detto che non potevo sottrarmi al sacro pessimismo letterario di Santa Madre Russia e l’ho fatto. Eppure sono mesi ormai che insieme ad amici carissimi (tutti rigorosamente un po’ stronzi, anche se meno di me) cerchiamo di ragionare in positivo sulla crisi e sul futuro del Paese. Per carità, lavoriamo per ipotesi e non ci neghiamo, per principio, a nessuna suggestione. Non è questa la sede per entrare nei dettagli, ma va detto subito che il macigno da spostare pregiudizialmente ci sembra costituito dall’individuazione delle modalità per abbattere l’attuale classe politica o, almeno, quella palude mefitica, che con spregiudicata arroganza continua ad autodefinirsi di centro-sinistra.

Basta. Proviamo ancora ad uscire in positivo dalla crisi di un Sistema che sembra non reggere più, sapendo che se dovessimo fallire, non siamo noi a dover avere soverchi timori. Perché, se ci costringeranno, non ci resterà che citare Tavernier: Che la festa cominci.