Default Italia 89 Giorni al Fallimento: Etica e Manovra Bis 5


La cicala e la formica.
La manovra c’è. O quasi: nel senso che a giudicare dalla conferenza stampa di Tremonti e Berlusconi sembrerebbe di capire che alcune poste, pur valorizzate nel loro ammontare finale, debbano essere ancora definite nella composizione e, forse anche determinazione dei loro addenti, probabilmente questa notte stessa dai funzionari del Ministero dell’Economia, guidati dallo stesso Ministro e dai suoi più stretti collaboratori. (Con ogni probabilità mancherà il prezioso contributo dell’on. Milanese, ma, insomma, si farà di necessità, virtù).

La manovra c’è, anche se una manovra c’era già, varata da appena qualche giorno e già scaduta, manco fosse una confezione di latte fresco. La manovra c’è, ma non è detto che non sia semplicemente di passaggio, nel senso che fra qualche giorno o qualche mese ve ne potrebbe essere un’altra ancora più robusta e, soprattutto, più capiente, in grado cioè di recepire altre misure, non alternative a quelle precedenti, ma aggiuntive. Il cliente ha sempre ragione: se ordina del prosciutto e non ne specifica la quantità, il povero pizzicagnolo non può fare altro che affettare e aggiungere, almeno finché il cliente non gli dirà che va bene così.

La manovra c’è, perché è giusto che ci sia. Mettiamola giù così: cos’altro puoi fare se hai il terzo o quarto debito del mondo, ma non hai la terza o quarta economia del mondo? E ancora: l’esplosione del debito risale agli settanta ed ottanta, nella seconda repubblica l’incremento è di pochi decimali. Insomma, fra un mantra e l’altro l’allusione alla favola di Esopo riproposta nella poesia di La Fontaine sembra molto chiara: che cosa avete fatto quest’estate? Avete cantato? E adesso ballate.

E noi balliamo, un po’ per simpatia/invidia nei confronti di John Travolta e un po’ perché ci vergogniamo di aver fatto la figura delle cicale, specialmente quanto ci sferzano, ricordandoci di essere ladri del futuro dei nostri stessi figli. Ballando, ballando ci dimentichiamo di non essere stati noi a portare i capitali in Svizzera o negli altri paradisi fiscali, anche perché le nostre entrate non ci hanno consentito mai di fuoriuscire dagli inferni fiscali; di non avere ville in Sardegna, né yacht o jet per arrivare sin lì; non abbiamo avuto la fortuna di essere corrotti, né concussi; non possediamo la Ferrari e neppure un Suv (per quanto, ad essere onesti, abbiamo l’impianto a gas ed anche la finanziaria).

Acqua passata, non macina più. L’importante è che adesso, grazie alla manovra, ci salviamo, anche se il nostro patrimonio patirà qualche piccola sofferenza. E se dovessimo essere licenziati senza giusta causa o giustificato motivo? E se ci taglieranno la liquidazione che avevamo già mentalmente impegnato per sposare la figlia e per togliere lo scoperto? E se i nostri redditi resteranno limati al punto di non poter più conguagliare quello del figlio precario in una grande città del nord? Come dice Checco Zalone in una splendida caricatura di Vendola: “Bambino, ma tu, da me, che cazzo vuoi?”

Basta, siamo seri. Non ho la competenza in materia economica per capire se questa manovra potrà realmente salvarci o se finiremo comunque come la Grecia (o come le tigri del sud-est asiatico). La mia impressione, intanto, è che siamo parte di un sistema che può paragonarsi alle costruzioni poste in essere con le carte da gioco, dove la sottrazione di una carta fa franare l’intera impalcatura, per cui non è affatto scontato che, malgrado questa sanguinosa manovra, non si finisca comunque nel baratro.

Ma, pur non volendo replicare le argomentazioni di una parte politica alla quale va comunque imputata carenza di proposta (oltre che gravi responsabilità gestionali per gli anni nei quali ha governato), mi sembra evidente che andremo incontro ad una ulteriore caduta della domanda interna a causa della massiccia flessione dei redditi di fasce larghissime della popolazione (peraltro, già stremate). Questa accelerazione di una tendenza già in atto andrà a combinarsi con una scarsa competitività sui mercati esteri di aziende, che in linea di massima, una volta private della leva della svalutazione, hanno agito pressoché esclusivamente sulla riduzione dei costi (a partire da quelli del personale), preferendo trasferire nei patrimoni personali qui surplus, che andavano reinvestiti nella ricerca e nell’innovazione.

Francamente non vedo come potremo uscire vivi dal combinato disposto della caduta della domanda interna e della scarsa competitività delle esportazioni, atteso che negli ultimi decenni (segnatamente negli anni della seconda repubblica) i governi di destra e di sinistra che si sono alternati hanno vivacchiato alla giornata, impegnati angosciosamente ad inseguire le scadenze del debito pubblico, a rubare e a rubacchiare, senza mai provare a misurarsi con un vero progetto di società per il futuro del Paese e (questa volta sì) per i nostri figli.

Questa, secondo me, è la colpa più grave della cosiddetta casta, altro che gli scandali delle case o i menù delle (fraterne) mense di Camera e Senato, che tanto appassionano oggi i frequentatori rabbiosi dei network più pensosi, al pari dei fruitori voraci di X Factor e del Grande Fratello. A pensarci bene, la casta non è altro che la proiezione verso il potere di un Paese (ma forse bisognerebbe dire di un Occidente), nel quale l’egoismo e l’individualismo più sfrenato hanno fatto smarrire ai singoli cittadini il senso del rapporto con la società di appartenenza. La ricerca del piacere e della soddisfazione dei nostri piccoli e grandi desideri ci ha lentamente, ma inesorabilmente spinti a ritenerci sciolti da ogni responsabilità verso il Paese, il comune, gli amici, perfino la famiglia.

Mi rendo conto che apparirò stravagante, eppure mi sono convinto che la fuoriuscita dalla crisi economica passa attraverso la strettoia del superamento della crisi sociologica. Solo una vera e propria rivoluzione etica, che veda protagonisti le nuove generazioni e segnatamente le donne, potrà avere la credibilità per avviare un percorso di risanamento morale ed economico, rivitalizzando con nuova linfa la fondamentale relazione fra il singolo individuo e la società, intesa come spazio e tempo, destinati a produrre vita ben oltre la vita stessa dei singoli individui.

Penso ad un percorso difficile e ricco d’incognite, lungo il quale si rende oramai necessario governare i processi di accumulazione, di cui vanno ridisegnati i limiti ed i confini, coniugandoli con una radicale sensibilità sociale, che metta a lavoro tutte le energie disponibili, dispiegandole secondo i meriti, ma senza mortificarne le debolezze. Penso, ad esempio, ad un percorso virtuoso, che neghi la possibilità di un rapporto di 1 a 470 fra la retribuzione massima e minima dei dipendenti di una stessa azienda.

Penso, tanto per rendere meno serioso il discorso, ad un Paese nel quale i calciatori milionari che minacciano lo sciopero, vengano messi ai minimi contrattuali, facendo spazio alle giovani riserve (un Paese, voglio dire, che sia indotto ad affrontare con serenità il rischio di vedere fuggire all’estero i pallonari più talentuosi ed anche performance meno esaltanti dei club nazionali e della stessa Nazionale).

Non è il caso che continui con i mille esempi possibili e comunque non esaustivi. Quello che serve è un recupero totale del concetto di responsabilità in ogni posto di lavoro e, più in generale, nella vita sociale. Ecco, per me, questo sarebbe economicamente più produttivo di qualunque manovra o, quanto meno, ne costituirebbe un presupposto indispensabile per l’effettivo successo.