Default Italia, 49 Giorni al Fallimento. L’Ideologia dell’Ineluttabile 21


La grande crisi va modificando in maniera sempre più sensibile molti comportamenti nella vita quotidiana della maggior parte degli Italiani, soprattutto per quanto riguarda la costante contrazione dei consumi, in quanto strettamente relazionati al reddito e, quindi, alla capacità di spesa. Ma la naturale indisponibilità dei cittadini ad abbassare il proprio tenore di vita può essere derubricata a mera ritrosia (evitando una significativa sensibile reazione contraria) solo attraverso una paziente azione di convincimento, cioè dispiegando una sorta di ideologia dell’ineluttabile, fondata su pilastri concettuali semplici e facilmente assimilabili. Mi soffermerò su due di essi particolarmente interessanti.

 

Siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità.

In genere, quest’affermazione viene argomentata facendo riferimento allo sconcio delle pensioni d’anzianità ed, in particolare, alla legge vigente per lunghi anni in Italia che consentiva di percepire una sia pur modesta pensione a fronte di un tempo di lavoro insopportabilmente contenuto (15 anni 6 mesi ed 1 giorno). Ci sono, ovviamente, altri esempi di strampalate incongruenze che hanno prodotto un qualche aggravio sui conti dello Stato, ma si preferisce concentrare l’attenzione su questo argomento, perché, oltre ad essere oggettivamente di forte impatto, richiama una straordinaria carica d’ingiustizia, avendo cura di scaricarne implicitamente vantaggi e responsabilità sui lavoratori, intesi come classe sociale.

Una volta gettato in questo campo il seme di comportamenti contrari all’etica ed alla morale, basta irrorare con qualche considerazione generica, di quelle che hanno facile presa nell’opinione comune. “L’Italia è come una famiglia che ha mantenuto per anni un elevato tenore di vita accumulando debiti con le banche, che adesso esigono il rientro”. L’esempio è palesemente capzioso. I membri di una famiglia (guarda caso, il nucleo fondante della società) hanno, in linea di massima, un tenore di vita omogeneo, ma questo non è affatto vero per i componenti di una nazione, la cui vita si snoda, al contrario, su condizioni del tutto diverse, se non addirittura confliggenti.

Nel corso degli ultimi 15 anni (non c’è polemica partitica, atteso che nel Paese si sono alternati governi di centro-destra e di centro-sinistra) il salario reale dei lavoratori italiani si è eroso di oltre il 10% del potere d’acquisto, a causa di un costante trasferimento verso il profitto. Per quanto possibile, vorrei evitare di cadere nella facile demagogia, ma sappiamo tutti che a fronte di una contrazione della vendita di utilitarie, c’è un incremento della domanda di auto di lusso o d’imbarcazioni da diporto. E non credo sia necessario fare riferimenti espliciti a ben note vicende industriali degli ultimi mesi che hanno segnato un profondo arretramento del reddito e dei diritti dei lavoratori, grazie al ricatto di trasferire le fabbriche in Paesi dove il costo e le condizioni del lavoro restano ancora a livelli pressoché schiavistici.

Si potrebbe, allora, ragionevolmente sostenere che è quanto mai scorretto scaricare sui lavoratori, in maniera più o meno surrettizia, la colpa dell’enorme debito accumulato dall’Italia, segnatamente a partire dagli anni ’80, proprio in considerazione del fatto che in questo lasso di tempo le loro retribuzioni reali, oltreché i diritti faticosamente conquistati, sono complessivamente regredite ed anche in misura consistente. Del resto, è ugualmente evidente che non è lecito pensare che quanti hanno tirato avanti con pensioni da fame (anche al di sotto di 600 euro mensili) siano vissuti al di sopra delle possibilità del Paese (piuttosto, sarebbe doveroso chiedersi come siano riusciti a sopravvivere).

Il punto è spinoso e non vorrei dare adito ad equivoci. Non m’interessa in questa sede affermare che, se mai l’idea di “essere vissuti al di sopra delle possibilità” ha un suo fondamento, bisognerebbe ricercare in altre categorie i beneficiari veri della festa; se possibile, vorrei cercare di capire insieme a voi se è tollerabile un sistema economico, la cui ideologia, non solo accetta, ma premia le diseguaglianze più spaventose. Perché, se è tollerabile, allora è persino giusto affermare che la causa vera del debito va ascritta ad uno Stato non sufficientemente liberista o, comunque, ancora impregnato di qualche forma di solidarietà, insopportabile retaggio del secolo passato da eliminare al più presto. Con la massima chiarezza possibile: quello che dà noia non è il timore che s’insinui qualche malsano principio socialista, ma che sopravviva qualche principio della nostra Carta Costituzionale, che non è un pezzo di carta, ma il contratto sociale posto a fondamento dello Stato, cioè del nostro vivere in comune.

Abbiamo bisogno di meno Stato.

Con questa espressione si allude innanzitutto alla necessità di operare una forte contrazione su quello che potremmo definire l’organico dei dipendenti statali. A dispetto dell’apparente genericità e vaghezza, grazie in particolare alle esternazioni reiterate di un piccolo-grande ministro, si fa riferimento essenzialmente a quanti lavorano a vario titolo nell’ambito della scuola. Tanto per fare un esempio, si  consideri che nessuno si cimenta su una valutazione seria sul rapporto costi/benefici del corposo appannaggio del Ministero della Difesa. Meglio concentrarsi sulla scuola e sulla cultura in genere, con la quale, com’è stato autorevolmente affermato, non si mangia. Giusto o no, certo (come dimostrano i vari Milanese, Tarantini e Lavitola) si mangia molto si più con Finmeccanica.

Inoltre, svilire la scuola (posto che ci sia ancora spazio per un percorso avviato con innegabile successo già da tempo) significa anche debellare le difese immunitarie di una nazione, rendendola più facilmente permeabile ad un disegno di società appiattita su valori/disvalori funzionali ad un’ulteriore concentrazione di potere della classe dominante e dei suoi fedelissimi cani da guardia. Per dirla con una battuta, si offre alla visione dei cittadini una vasta gamma di “Grande fratello”, affinché si riduca l’interesse e la voglia di leggere “Il grande fratello”.

L’intento di ridurre il perimetro dello Stato, tuttavia, non si limita a questo pur rilevante obiettivo strategico, ma incrocia anche il tentativo di deprimerne le funzioni (l’essenza stessa, si potrebbe dire) allo scopo di favorire la massima libertà di manovra sempre ad esclusivo vantaggio delle caste dominanti. (Si pensi, per fare un esempio chiarissimo, al deciso attacco all’articolo 41 della Costituzione).

Orbene, anche l’opportunità, anzi la necessità, di avere meno Stato (ancora meno Stato) sembra aver “sfondato” nella nostra opinione pubblica. Eppure, non siamo di fronte ad un principio particolarmente innovativo, giacché in tutto l’Occidente ha avuto grandissima applicazione specialmente negli ultimi decenni, fino a consolidare una vera e propria ideologia, che, in campo economico, ha preso il nome di neo-liberismo. Ma se questa pratica ci ha condotto, com’è evidente a tutti, sull’orlo di una catastrofe mondiale senza precedenti, sarà lecito chiedersi (fuori ed al di là di ogni ideologismo) se non sia arrivato il momento d’invertire la tendenza e di pretendere “più Stato”?


Informazioni su Contributo redazionale

A seguito di un attacco hacker il database degli autori degli articoli di MC è stato compromesso. Questo articolo è stato scritto da un contributore di MC, ma non è stato possibile risalire a chi. L'autore, se lo ritiene opportuno e necessario, può richiedere la ri attribuzione del contenuto via contatti del sito.

21 commenti su “Default Italia, 49 Giorni al Fallimento. L’Ideologia dell’Ineluttabile

  • Comandante Nebbia

    Grazie Eduardo,
    molto interessante.

    Mi rimane da capire come inquadrare le scelte “etiche” di una nazione in un contesto di competizione mondiale dove la competizione per la sopravvivenza si basa su altri criteri.

    Alla lunga c’è da dire che aveva ragione Trotsky.

    Sono curioso di leggere le opinioni di altri lettori. Di uno in particolare 🙂

    • eduardo

      Mi permetto di offrirti la traccia di un articolo da affidare alla tua penna, alla quale non manca la nota fantastica.
      Berlusconi, miracolosamente guarito a seguito di un viaggio in Terra Santa (alla ricerca della patonza palestinese ancora mancante al suo album Panini) prende in mano la situazione. Convoca a Pietralcina gli Stati Generali dei Paesi della sponda europea del Mediterraneo. Italia, Grecia, Spagna e Portogallo escono dall’euro ed adottano l’eurino. Qualche giorno dopo viene accolta la domanda di adesione di Slovenia, Croazia, Cipro, Malta e Turchia (quella della Francia resta in stand by ancora per un mese). Nuovo summit a Pompei con la partecipazione di Egitto, Libia, Algeria, Tunisia, Marocco, Georgia, Kwait ed Arabia Saudita. Abbandonato l’eurino viene comunemente adottato l’eurabo, fondato su vantaggiosi scambi petrolio-tecnologia ed accolta finalmente la domanda della Francia. Berlusconi viene incoronato imperatore del Mediterraneo da Ratzinger nella chiesa di Notre Dame. Constatata l’assoluta indisponibilità di Jean Louis David, viene affidato a Vauro il compito di raffigurare l’evento. Mi fermo, cazzo, era solo una traccia.

      • Comandante Nebbia

        Con questo canovaccio tu dimostri una fantasia di molto superiore alla mia, anche perché io sono limitato dal mio pessimismo.

        Credo che spetti a te svilupparla.

        Comunque, complimenti :mrgreen:

      • ilBuonPeppe

        Per quanto questa trama possa sembrare fantasiosa, e facendo una bella tara sui dettagli, penso che contenga qualcosa di estremamente serio che, se ben gestito, potrebbe davvero cambiare il corso della storia.
        Purtroppo non vedo all’orizzonte persone che abbiano la capacità e il coraggio di fare scelte “diverse”. Si continua a buttare carbone nella caldaia sperando che il treno rallenti da solo.

        • eduardo

          Peppe, ti ringrazio per aver colto il segnale nascosto nel paradosso, ma era scontato: non per niente sei “buono”. (e gentile).

  • fma

    Uno dei sistemi più collaudati per dimostrare la bontà della proprie tesi consiste nel prendere alcune delle verità sostenute dal campo avverso, farle diventare la Verità e trarne delle conclusioni.
    Parto dal fondo:
    a)

    Ma se questa pratica ci ha condotto, com’è evidente a tutti, sull’orlo di una catastrofe mondiale senza precedenti, sarà lecito chiedersi (fuori ed al di là di ogni ideologismo) se non sia arrivato il momento d’invertire la tendenza e di pretendere “più Stato”?

    È evidente che il nostro paese, e l’Occidente, stiano vivendo una catastrofe, che tuttavia non vuol dire che la catastrofe sia mondiale, a meno di non voler far coincidere il mondo con l’Occidente. Persone degne di fede riferiscono che a Pechino si respiri tutt’altra atmosfera, così come a Bombay e a Rio. Solo se Pechino, Bombay e Rio dovessero la loro fortuna a “più stato” la ricetta avrebbe fondamento, in caso contrario sarebbe una pura illazione ideologica.
    b)

    Abbiamo bisogno di meno Stato.
    Con questa espressione si allude innanzitutto alla necessità di operare una forte contrazione su quello che potremmo definire l’organico dei dipendenti statali.

    Se la notazione si fermasse qui, magari aggiungendo: a parità di servizi, sarebbe difficile da contestare. Allora si aggiunge:

    A dispetto dell’apparente genericità e vaghezza, grazie in particolare alle esternazioni reiterate di un piccolo-grande ministro, si fa riferimento essenzialmente a quanti lavorano a vario titolo nell’ambito della scuola. Tanto per fare un esempio, si consideri che nessuno si cimenta su una valutazione seria sul rapporto costi/benefici del corposo appannaggio del Ministero della Difesa. Meglio concentrarsi sulla scuola e sulla cultura in genere, con la quale, com’è stato autorevolmente affermato, non si mangia. Giusto o no, certo (come dimostrano i vari Milanese, Tarantini e Lavitola) si mangia molto si più con Finmeccanica.

    No. Per valutare se la richiesta di riduzione dei dipendenti pubblici, che non sono lo Stato, abbia una ragion d’essere, oppure no, bisogna quantomeno formularla senza ricorrere surrettiziamente all’antipatia che si porta appresso il ministro Brunetta. Cioè pressappoco: Cari concittadini pensate che si debba cercare di migliorare l’efficienza della Pubblica Amministrazione, in qualsiasi settore, nessuno escluso, di modo che, a parità di servizi, ci costi il meno possibile, come si farebbe per una qualsiasi altra azienda, oppure no? Possiamo, per esempio, chiedere conto alla regione Sicilia dei suoi ventunmila impiegati e 2300 dirigenti e alla Calabria dei suoi diecimila forestali, pari a quelli di tutto il Canada, oppure no?
    c)

    se possibile, vorrei cercare di capire insieme a voi se è tollerabile un sistema economico, la cui ideologia, non solo accetta, ma premia le diseguaglianze più spaventose. Perché, se è tollerabile, allora è persino giusto affermare che la causa vera del debito va ascritta ad uno Stato non sufficientemente liberista o, comunque, ancora impregnato di qualche forma di solidarietà, insopportabile retaggio del secolo passato da eliminare al più presto.

    Qui si pone sostanzialmente il lettore di fronte a un aut-aut che di fatto non esiste. Si dice: se non vogliamo un sistema economico che produca diseguaglianze spaventose,allora dobbiamo tenerci lo stato sociale del secolo passato: prendere o lasciare. E perché mai? Chi o cosa ci impedisce di adeguare la macchina alla realtà socio-economica attuale? Di più: è possibile che la macchina sopravviva se non viene adeguata alla nuova realtà? Oppure siamo di fronte a una verità etica, valevole per sempre e per tutto?
    d)

    Siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità.
    In genere, quest’affermazione viene argomentata facendo riferimento allo sconcio delle pensioni d’anzianità … avendo cura di scaricarne implicitamente vantaggi e responsabilità sui lavoratori, intesi come classe sociale.
    Una volta gettato in questo campo il seme di comportamenti contrari all’etica ed alla morale, basta irrorare con qualche considerazione generica, di quelle che hanno facile presa nell’opinione comune. “L’Italia è come una famiglia che ha mantenuto per anni un elevato tenore di vita accumulando debiti con le banche, che adesso esigono il rientro”. L’esempio è palesemente capzioso. I membri di una famiglia (guarda caso, il nucleo fondante della società) hanno, in linea di massima, un tenore di vita omogeneo, ma questo non è affatto vero per i componenti di una nazione, la cui vita si snoda, al contrario, su condizioni del tutto diverse, se non addirittura confliggenti.

    Il fatto che i membri di una nazione godano, o abbiano goduto, di situazioni diverse non sposta la situazione di un millimetro, mentre il paragone con una famiglia, dove non è vero che i tenori di vita siano omogenei, nella sua banalità, regge benissimo. Se il padre gioca al casinò e va a puttane, caricando la famiglia di debiti, il risultato finale sarà che il figlio dovrà lasciare l’università e andare a lavorare. È esattamente quel che sta capitando a noi.
    E potrebbe pure essere che debba rinunciare al cornetto e al cappuccino alla mattina.

    • eduardo

      a) Ho sostenuto a più riprese in questo stesso spazio (chiamo a testimone proprio chi ti ha invitato al confronto)che non siamo in presenza di una crisi mondiale, ma di una crisi dell’Occidente. Su questo punto d’analisi siamo perfettamente d’accordo, ma, mi sembra, che tu affermi implicitamente che Cina, India e Brasile possano essere arruolate a pieno titolo nella legione neo-liberista mondiale. Non credo. Pensi, per fare un esempio, che se Jiabao intendesse riformare la borsa del suo Paese o volesse introdurre una qualche riforma sanitaria avrebbe le difficoltà di Obama? Non vorrei sembrarti polemico, ma ti faccio notare che i Paesi da te citati “in controtendenza” con la crisi sono tutti retti da governi a vario titolo di sinistra, caratterizzati da un forte potere politico dirigista. D’altro canto è innegabile che proprio le crescenti aperture liberiste hanno favorito il loro sviluppo in coincidenza con la dissennata liberalizzazione totale dei mercati (globalizzazione). Per conto mio, fuori da ogni ideologismo, credo che il liberismo necessiti per funzionare (o sopravvivere) di condizioni di mercato non eccessivamente sperequate. Insomma, per l’Occidente pensare di uscire dalla crisi senza la deglobalizzazione (démondialisation, come dicono ifrancesi) si rivelerà (si sta rilevando) solo una stupida ed assurda caccia all’uomo (con buona pace di di Krugman e di Cohen, “La globalizzazione non è colpevole”; “i nemici della globalizzazione”, come vedi parlo di economisti di sinistra).
      b) In tutta sincerità, trovo il ministro Brunetta alquanto inutilmente arrogante e spocchioso (“per la politica ho rinunciato al Nobel per l’economia”)e di qui riviene una certa “antipatia”. Per il resto sono favorevolissimo ad una razionalizzazione della macchina statale, a partire dai dipendenti della Regione Sicilia e dai forestali calabresi, ma anche dai falsi invalidi lucani e dai corsisti campani, tutti iscritti “ope legis” in una politica ambidestra che a partire dalla metà degli anni ’70 ha avviato il Sud del Paese sulla strada dell’assistenzialismo, riducendone in sostanza la funzione a sbocco mercantile per le merci prodotte al Nord. E questo non è più sopportabile per il Nord ed anche per il Sud. Anche qui ho il sospetto che per un’operazione del genere, che avesse l’ambizione di non lasciare sul campo morti e feriti, ci vorrebbe “più Stato”.
      c) Non penso affatto che si debba mantenere lo stato sociale del secolo passato. Per fare un esempio, sono favorevole a portare l’età pensionabile a 65 o anche a 67 anni, così come sono favorevole ad una sanità totalmente gratuita per i meno abbienti, ma modulata sui redditi per gli altri cittadini. Penso anche che tutti (ma proprio tutti) dovrebbero essere tutelati con un reddito minimo in caso di licenziamento o di impossibilità di accesso ad un posto di lavoro (con le modalità, s’intende, presenti in tutti i Paesi europei e che non starò qui a ripetere. Serve dirlo? Anche per questo, secondo me, ci vorrebbe “più Stato”.
      d) Mi sembrava di essere stato chiaro quando ho scritto che il tenore di vita di una famiglia “in linea di massima” è omogeneo. Pensavo di evitare esempi possibili, ma certamente infrequenti. Pazienza, ma non vedo cosa sposti il tuo ragionamento. La verità è che c’è chi si è arricchito (anche a dismisura e spesso con modalità illecite) e chi è sopravvissuto (e sopravvive) rimandando le rate della finanziaria e finendo inesorabilmente nella CRIF. Sono questi che sono vissuti al di sopra delle possibilità del Paese e non il poveraccio che ha avuto salva la vita, perché è stato operato gratis nell’Ospedale Fatebenefratelli.

      • Comandante Nebbia

        caro Eduardo,
        una piccola nota.
        io credo che sistemi “misti” siano già stati adottati. Il Nord Europa ne è l’esempio più eclatante: Norvegia, Svezia, Danimarca, per esempio, coniugano un sistema modernamente liberista coniugato ad uno stato estremamente presente la cui invasione nella vita dei singoli è estremamente significativa.

        Quello che mi sembra di capire è che organizzazioni sociali non estreme, non rigide, richiedono cittadini più educati la cui attitudine sia quella di cercare di colmare le lacune dello stato e non di approfittarne.

        Sotto questa luce, la “meridionalità” dell’Italia è un dato oggettivo. Certe ipotesi mi appaiono veramente remote, per quanto certamente accattivanti.
        Una nazione è composta di singoli, ma si esprime come media.

        • eduardo

          Confesso di non aver capito bene il senso della tua nota. Non sono un simpatizzante della Lega Sud: sai bene che sono favorevole ad una sospensione delle garanzie costituzionali (ivi comprese anche quelle elettorali) in tutte le Regioni meridionali per un periodo non breve. Questo non m’impedisce di avere una visione storica (forse sbagliata, ma non superficiale) delle dinamiche economiche che, per volontà del potere centrale, hanno guidato il non sviluppo del Meridione (in passato, tu stesso hai avuto la cortesia di pubblicare un mio articolo in argomento che prendeva le mosse dalla presenza di Benigni a Sanremo).

          • Comandante Nebbia

            Chiarisco meglio il concetto:
            secondo me in Italia l’educazione civica è insufficiente per permettere l’organizzazione di uno stato che gestisca flessibilmente mercato e sociale.

            La flessibilità prevede regole leggere che i cittadini possono aiutare a far rispettare o aggirare facilmente.

            Secondo me la meridionalità della nostra penisola, che parte da Campione d’Italia per arrivare a Lampedusa, non permette regole flessibili e quindi non è semplice conciliare socialità e mercato, come in Svezia, Danimarca, ecc.

  • ilBuonPeppe

    Bravo Eduardo. E’ un piacere leggere qualcuno che ogni tanto si fa delle domande.
    Purtroppo viviamo in un periodo in cui non c’è spazio per le domande, ma solo per le risposte, possibilmente preconfezionate ad arte da chi ha obiettivi precisi.
    L’economia, la società, la politica e molto altro hanno assorbito in tutto e per tutto il metodo religioso: è così perché è così. Verità dogmatiche senza spazio di riflessione.
    Pagheremo ancora a lungo questa deriva.

  • fma

    a) Mi posso sbagliare, ma credo che la deglobalizzazione abbia tante probabilità di riuscire quante ne ha l’acqua di andare da sotto in su.
    Se Cina, india e Brasile possano essere iscritti tra le economie di mercato: certo che sì. La Cina non fa piani quinquennali da un pezzo. Anche per loro sono i mercati, interno e internazionale, a decidere cosa produrre.
    Ma Jabao se volesse potrebbe fare la riforma sanitaria che non riesce ad Obama: certo che sì, ma questo ha a che fare con il sistema politico, non con quello economico. In Cina l’economia è governata dal mercato, la politica dal partito comunista cinese, che non ha bisogno del consenso (per adesso) per sopravvivere.
    b) Mi fa piacere sentire che il ministro Brunetta era solo un espediente dialettico, ma che nella sostanza sei disposto a rivedere le spese dello stato, anche ove i destinatari finali tenessero famiglia. Credo sia un punto fondamentale per uscire dalla attuale situazione.
    c) Vale quanto detto al punto precedente. Non è una questione di più o meno stato, ma di costi e di efficienza. Il costo di oggi (altissimo), con i servizi di oggi (infimi), non ce lo possiamo più permettere. E’ un costo che si scarica sul prodotto nazionale e lo mette fuori mercato.
    d) Chi deve pagare.
    Tu dici: ” è quanto mai scorretto scaricare sui lavoratori, in maniera più o meno surrettizia, la colpa dell’enorme debito accumulato dall’Italia.”
    Io dico: sarà pure scorretto, ma ” Se il padre gioca al casinò e va a puttane, caricando la famiglia di debiti, il risultato finale sarà che il figlio dovrà lasciare l’università e andare a lavorare.”
    Ogni altra considerazione, che dica che dovrà pagare questo anzichè quello, troverà moltissime orecchie disposte ad ascoltare, ma servirà solo ad illudere la gente che sarà qualcun altro a pagare.

      • fma

        Solo se si parla di numeri, o di grandezze misurabili.
        Quando si tratta d’amore faccio parlare Galbusera. :mrgreen:

    • eduardo

      In ogni polemica c’è un momento in cui, almeno uno, si deve tacere. Nella circostanza lo farò io, nella qualità di dante causa,ma anche perché (su questo ti sbagli di grosso) non ho alcuna intenzione, né interesse ad “illudere la gente”
      Cordialmente,

      • fma

        Mi dispiace se ti ho dato l’idea di voler fare polemica.
        Ho il vizio di chiacchierare troppo.
        La prossima volta mi accontenterò della tua replica senza ribattere.

        • eduardo

          Mi dispiace che tu abbia attribuito all’espressione “polemica” l’accezione negativa più corrente. Avrei fatto meglio ad usare un più neutro “confronto”.
          Chiacchierare, peraltro, è un’attività che considero gradevolissima, ma, credo ne converrai, quelle fatte de visu corrono minori rischi rispetto a quelle fatte per iscritto di apparire polemiche (questa volta intese proprio nell’accezione negativa). Non so se sono riuscito a spiegarmi meglio, che è poi la cosa che m’interessa di più quando incontro un conversatore amabile e stimolante come te.

  • Fera Finuccia

    …” il salario reale dei lavoratori italiani si è eroso di oltre il 10% del potere d’acquisto, a causa di un costante trasferimento verso il profitto.”

    Di quale profitto parla, di quello dei politici che guadagnano 20,000 euro al mese?
    Lei forse ha capito che siamo sfruttati, ma capire chi è lo sfruttatore è fuori dalla sua portata.

I commenti sono chiusi.