Oltre Berlusconi 8


Cosa accadrà quando la sua parabola politica, quasi ventennale, sarà giunta al termine? Sarà bene chiarire subito che non s’intende in questa sede sollecitare un pronostico in ordine al nome del successore nella carica di Presidente del Consiglio e neppure alla formula politica del governo, per quanto quest’ottica risulterebbe senza dubbio molto più attraente e stimolante per chi volesse cimentarsi nell’avanzare una risposta. La costante attenzione dei media intorno alla specifica problematica consentirebbe agevolmente a ciascuno, secondo le proprie simpatie, di intervenire con diffuse argomentazione, mutuate in parte dai commenti degli editorialisti, opinion maker, ed in parte (quella più succulenta) dai resoconti dei cosiddetti retroscenisti, una sorta di topi di Montecitorio, il cui scopo principale sembra essere quello di lasciar intendere ai lettori, con opportuni ammiccamenti, di saperla molto più lunga di quanto effettivamente scrivono.

Ribadito, quindi, che non si vuole portare l’attenzione su Mario Monti, sul governo del Presidente o sulla grande coalizione, lo scopo della domanda si connota, più modestamente, nel sollecitare una riflessione sui cambiamenti che interverranno (o potrebbero intervenire) nella vita quotidiana degli Italiani, nei loro redditi e nelle loro relazioni sociali. E’, infatti, del tutto evidente che va montando in una parte crescente del Paese una grande aspettativa, gravida di speranze indistinte intorno all’inesorabile avvicinarsi dell’ora della caduta, percepita come uno spartiacque fra il bene e il male, quasi che dovessimo inserire quella data nei libri di storia per poi dividere gli anni in avanti Berlusconi e dopo Berlusconi.

Forse è proprio la durata temporale dell’epopea segnata dall’imprenditore di Arcore (quasi un ventennio, appunto) a suggerire un immaginifico e stupido parallelismo col ventennio fascista. Non è il caso di aprire qui una riflessione storiografica, ma è innegabile che non sono seriamente confrontabili la privazione delle libertà individuali o il tragico epilogo bellico del fascismo con la farsa berlusconiana; ma neppure la dignità storica di una visione politica, per quanto profondamente negativa, con la cialtronesca paccottiglia di una squallida compagnia d’avanspettacolo. La distanza fra le due epopee è la stessa che intercorre (a voler sorvolare sui primi attori) fra Alfredo Rocco e Alfano o fra Giovanni Gentile e la Gelmini.

L’epoca berlusconiana è stata un’altra cosa, innanzitutto un reciproco, straordinario e felicissimo condizionamento con la società italiana (mira ed è mirata, e in cor s’allegra). A mano a mano che le televisioni influenzavano il gusto e la sensibilità, le aspettative ed i desideri degli Italiani, il piazzista di Arcore ne intercettava gli umori, se ne faceva interprete e ne proiettava su se stesso l’immagine subliminale, sinceramente indifferente al mutamento sociologico che stava producendo. Una volta consolidati e resi intangibili gli interessi personali che aveva posto alla base della sua discesa in campo, è stato in qualche modo travolto dalla bramosia di estendere il suo potere, quasi a voler estendere e sottomettere anche il tempo, senza curarsi di travalicare ogni limite di pubblica decenza e responsabilità, fino a dare sostanza e luce letteraria alla definizione di una mio amica, che lo ha battezzato Imperatore Cerone.

Resta inteso che il pur magnifico lavoro fatto in questi anni dalle televisioni è stato complementare alla cementificazione di un blocco sociale sapientemente costruito a partire dalla difesa ad oltranza di interessi annidati nelle tantissime e solidissime corporazioni e lobbies che innervano il Paese, ma anche attraverso la paziente collazione dei detriti causati dallo smottamento politico e morale delle forze una volta antagoniste. A queste ultime va onestamente riconosciuto il demerito, ma sarebbe più giusto dire la colpa, di essersi progressivamente appiattite sui paradigmi socio-culturali dell’ideologia neo-liberista, che ha prodotto una desertificazione progettuale, tenacemente nascosta dietro la logora bandiera di un antiberlusconismo diventato via, via, più di maniera che di sostanza.

Un problemino non da poco, visto che l’ormai prossimo scioglimento del cerone potrebbe (o forse, dovrebbe) costringere anche la cosiddetta opposizione a gettare la maschera dell’antiberlusconismo, dietro la quale ha sin’ora nascosto il tutto ed il niente, per chiarire a quale idea di società intende riferirsi. Un’opposizione che già oggi cade in angoscia depressiva, se solo legittimamente (ancorché, pro domo sua) qualcuno dell’attuale maggioranza prova a chiedere come si sarebbe comportata di fronte alla lettera della BCE, se si fosse trovata nella condizione di essere alla guida del governo. (Domanda capziosa, giacché sanno tutti benissimo che si sarebbe comportata esattamente come il governo in carica: ma perché sputtanarsi pure quando hai il vantaggio di stare all’opposizione?)

Meglio, molto meglio, glissare elegantemente (e che sò Pasquale, io?) o, al massimo, lasciare al Letta nipote il piacere dell’onestà. Basta una sana e consapevole riluttanza e si può benissimo evitare di dire che la BCE ha ragione e che è giusto pagare la colpa grave di essere vissuti al di sopra delle nostre possibilità. Perché, in fondo, la BCE è buona e desidera solo che noi si possa continuare a vivere nel migliore dei mondi possibili. Che poi da un certo punto di vista (il loro) è anche vero, considerato che in Italia chiunque vive di politica, vive benissimo, indipendentemente dalla congregazione di appartenenza, che avrà comunque cura di assicurargli, in un modo o nell’altro, anche una serena vecchiaia.

Diciamoci la verità, la sigla BCE, di per sé, incute rispetto, anzi deferenza, perché nel tempo le è stato conferito (specialmente in Italia) un alone di sapienza tecnica, obiettiva e neutrale, esplicata al servizio e nell’esclusivo interesse dei Paesi membri dell’Unione Europea, insomma un santuario del bene comune. Allora sarà bene precisare che la BCE è un’istituzione partecipata dalle diverse Banche Centrali, che, a loro volta, appartengono non agli Stati (come furbescamente si tende a far credere), ma alle banche (private) dei singoli Paesi. Col che non se ne vuole delegittimare aprioristicamente l’operato, ma semplicemente spogliare l’Istituto di indebiti caratteri di democraticità e di presunta obiettività decisionale.

La BCE è, di fatto, l’organo politico (per quanto non eletto da nessun cittadino europeo) deputato a governare (non solo attraverso la moneta) la linea economica dell’Europa con ovvie ed imprescindibili conseguenze su tutti gli altri comparti politici. Va da sé che proprio in quanto organo che esercita il massimo potere politico è sostanzialmente orientato e diretto dai Paesi economicamente (e, quindi, politicamente) più forti dell’Europa, cioè Germania e Francia, come è ovvio che sia in una bizzarra unione monetaria che procura ostinatamente di negare vere forme di unità politica federale e persino fiscale. E legittimo in questo quadro di riferimento sottoporre a verifica quali interessi sono effettivamente tutelati dalla BCE o s’incorre nel reato di lesa maestà?

Ma non basta porsi la domanda in riferimento ai singoli Paesi, perché con un minimo di attenzione si scopre facilmente che a beneficiare di queste politiche non sono i popoli di questi Paesi, ma solo le classi dominanti, detentrici del potere economico. Perché persino in quei Paesi il livello di disoccupazione si mantiene molto alto, anche se le classi meno abbienti fruiscono colà di una protezione sociale molto più efficiente che in Italia o, in generale, nel Sud dell’Europa. Qui, infatti, lo spettro della macelleria sociale che ha già sfondato ogni argine in Grecia, procede oramai con passo spedito, implacabile anche grazie ad un’assoluta e cieca obbedienza di governanti che, avendo rinunziato consapevolmente a difendere ogni parvenza di sovranità nazionale, si sono oramai ridotti a meri servitori di poteri sovranazionali.

Le strade d’Europa sono oramai percorse da milioni di cittadini di tutte le età che hanno perso il posto di lavoro e che cominciano a disperare di poter ritornare ad un’occupazione appena stabile e sicura; da giovani precarizzati nel lavoro e nella stessa aspettativa di vita, perché un lavoro a tempo finisce inesorabilmente col prefigurare una vita a tempo; da un numero crescente di immigrati, soprattutto africani, in bilico fra la ricerca di un lavoro necessariamente nero come il colore della loro pelle e le lusinghe malavitose; da un’esorbitante incremento di poveri sospinti verso le associazioni caritatevoli dal primario bisogno di sfamarsi. I luoghi di lavoro, invece, sono percorsi da un fremito che sotto le bandiere di una selvaggia liberalizzazione smonta pezzo dopo pezzo le difese dello stato sociale e tutti i diritti acquisiti dai lavoratori in oltre un secolo, la cui cifra più significativa e rimarchevole era stata quella di promuovere e consolidare forme di de-schiavizzazione del lavoro e di emancipazione, sia pure parziale, delle classi lavoratrici.

A questo punto è quanto mai urgente interrogarsi se politiche così ferocemente e cinicamente restrittive possano rivelarsi realmente utili come sbandierato dai delegati del capitalismo globale che ci ostiniamo a chiamare governanti. La verità è che a costoro non è consentito neppure realizzare riforme in senso keynesiano per ridistribuire i redditi fra capitale e lavoro o in senso protezionistico dell’industria nazionale, peggio ancora se in mano pubblica, perché queste politiche minerebbero alla base la riproducibilità sistemica di un Capitalismo che ha individuato nella compressione del reddito e dei diritti dei lavoratori l’unica linea di galleggiamento.

L’interrogativo posto all’inizio di questo ragionamento assume i contorni e le caratteristiche di una classica domanda retorica, anche se altri vorranno forse offrire risposte diverse. O, almeno, lo spero.


8 commenti su “Oltre Berlusconi

  • Mente Critica

    Già, cosa c'è oltre Berlusconi? Il nulla credo. Come giustamente inquadrato nell'articolo di Eduardo Quercia la questione va ampiamente oltre i confini nazionali. C'è da dire che, se possibile, la degenerazione dello scenario italiano indotta negli ultimi venti anni a causa del berlusconismo e dell'anti berlusconismo non hanno preparato il nostro paese all'unità necessaria per affrontare con forza la crisi.

  • Mente Critica

    Già, cosa c'è oltre Berlusconi? Il nulla credo. Come giustamente inquadrato nell'articolo di Eduardo Quercia la questione va ampiamente oltre i confini nazionali. C'è da dire che, se possibile, la degenerazione dello scenario italiano indotta negli ultimi venti anni a causa del berlusconismo e dell'anti berlusconismo non hanno preparato il nostro paese all'unità necessaria per affrontare con forza la crisi.

  • Mente Critica

    Già, cosa c'è oltre Berlusconi? Il nulla credo. Come giustamente inquadrato nell'articolo di Eduardo Quercia la questione va ampiamente oltre i confini nazionali. C'è da dire che, se possibile, la degenerazione dello scenario italiano indotta negli ultimi venti anni a causa del berlusconismo e dell'anti berlusconismo non hanno preparato il nostro paese all'unità necessaria per affrontare con forza la crisi.

  • Mente Critica

    Già, cosa c'è oltre Berlusconi? Il nulla credo. Come giustamente inquadrato nell'articolo di Eduardo Quercia la questione va ampiamente oltre i confini nazionali. C'è da dire che, se possibile, la degenerazione dello scenario italiano indotta negli ultimi venti anni a causa del berlusconismo e dell'anti berlusconismo non hanno preparato il nostro paese all'unità necessaria per affrontare con forza la crisi.

  • Vincenzo Rauzino

    Siamo in default dal 1992 o forse anche prima, e continuiamo a ballare come i passeggeri del Titanic mentre affondava, e crediamo ancora in una crescita che non tornerà mai più.
    Ciò che deve crescere è la sostenibilità e la sobrietà.
    Dobbiamo ripensare la politica, la finanza, il modo di stare al mondo….
    E se ci facessimo governare da un supercomputer come in Ubik mio Signore di P.K. Dick?
    E se fossero i magistrati ad amministrare lo Stato oltre che la giustizia?
    E se tutti i nostri dati e la nostra storia, insieme alle nostre transazioni finanziarie ed ai nostri redditi fossero memorizzati in un supercomputer e magari reso di dominio pubblico?
    Forse ci sentiremmo come nel romanzo di Orwell, come si intitolava, 1984, ma almeno sarebbe garantita la redistribuzione della ricchezza globale.

  • ilBuonPeppe

    Sì, la caduta di Berlusconi sarà uno spartiacque, ma non tra il male e il bene, bensì tra il male e il peggio.
    “Peggio” che si potrà manifestare in due modi solo apparentemente diversi: si andrà ad elezioni e vincerà il PD oppure si passerà per un governo tecnico a guida Monti, Passera o qualche altro pupazzetto.
    In entrambi i casi il risultato sarà quella macelleria sociale fatta di privatizzazioni, liberalizzazioni, tagli selvaggi e svendite, tutto all’insegna del “lo vuole la BCE”.
    Un “meglio” verrà solo se e quando saremo capaci di costruirlo partendo da basi completamente diverse rispetto all’oggi e, soprattutto, fregandocene di ciò che dice l’Europa, l’FMI e compagnia cantante.
    Anche con la caduta di Mussolini, per passare dal male del fascismo al bene che è poi arrivato dopo, si è dovuti passare per il peggio di una guerra.

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