De André, l’Anima Salva
11 gennaio, 2008 di Daniela Tuscano
Archiviato in Suoni & Musica
Fabrizio De André ci ha lasciati con una sensazione di levità, di dolcezza, di gentilezza. Di famiglia. Perché Fabrizio era la famiglia.
La sua certamente, innanzi tutto. Così presente, e nello stesso tempo così discreta. Così, direi, patriarcale. Con Fabrizio De André non occorrevano molte parole, bastava uno sguardo, un sorriso, un cenno.

Il resto era tutto lì, nella secolare saggezza genovese, nei labirinti di una città arcana, obliqua, imprendibile, nel sontuoso (e talora scostante) scarlatto dei palazzi patrizi come nei recessi dei carruggi. Era lì che il giovane Fabrizio fuggiva, o forse si rifugiava, per cogliere il senso vero della vita. E lo trovava fra le pieghe graziose di una ragazzina di strada, nell’allegria insensata di una pazza, nel sorriso storto di un mendicante. Gente nuda. E la gente nuda, si sa, non ha confini né nazione, è apolide per sua natura. Perché è universale, umanità nella sua scaturigine, primavera di creazione. Dappertutto sempre uguale, dappertutto diversa, respinta come diversa. Quanto doveva sembrare limitante, a De André, la gente “perbene”. Poco interessante. Inutile. Di loro non c’era nulla da dire perché nulla manifestavano. Erano, al più, voci, o meglio, dicerie. Suoni senza eco inghiottiti dal vento salmastro. A De André, invece, interessavano i corpi, e il suo compito era quello di tradurre in musica – la più ineffabile delle arti – il linguaggio inarticolato ma vivo di quella gente nuda.
Non per nulla uno dei suoi capolavori (e il disco da me preferito) era “La buona novella”. Il paesaggio immoto e senza tempo della Palestina non poteva costituire sfondo migliore per dipingere la sua umanità nuda, scarnificata come il Forese dantesco.
“Non voglio pensarti figlio di Dio, ma figlio degli uomini, fratello anche mio“, è il verso che conclude il suo lavoro. Un incontro che, in apparenza, non avviene. De André, alla fine del viaggio, non incontra Cristo. Ma gli basta Gesù: “Non voglio pensarti figlio di Dio“, perché non sei, non ti voglio lontano da questa umanità nuda. Non sei che l’umanità vera, perfetta perché dolente, ingenua, maltrattata, umiliata, sciocca. Sciocca e ingenua come solo i profeti, e i bambini, sanno essere.

Cosa importa se l’uomo Gesù ha sbagliato? Ciò che conta è che ci sia stato, qui, su questa terra. E che questa terra lo abbia partorito, questo è già, comunque, motivo di speranza, ed è uno sguardo sull’infinito, consapevole o meno che sia.
Tanto più inconsapevole quanto più vero. L’unica certezza, per De André, era la vita stessa, il respiro, il soffio. In questa sua attenzione, in questo profondo rispetto per l’individuo terreno si trovano i germi della spiritualità. Attraverso i “suoi” poveri, il borghese De André ha compiuto un cammino a ritroso alle origini di sé. Si è denudato con loro. Sapeva ascoltare, De André. Ecco perché i suoi dischi uscivano con parsimonia, quella parsimonia ligure che sembra scontrosità ed è invece solo meditazione. Fabrizio era così profondamente genovese, ma anche tanto saggiamente zen. Così sensualmente persiano. Così stupito e fiducioso come un bimbo.
Ci ha lasciati con un disco, Anime salve. Ancora una volta gli amatissimi “poveri”, tra cui spicca la transessuale Princesa. Ancora una volta, dantesco. Il cammino di De André si è concluso perché, come Dante, ha avuto il privilegio di percorrere da vivo non l’Inferno, che per Fabrizio non esiste, ma quel Purgatorio che, nella sua intimità, è il regno della speranza, di quelle anime elette (“O ben finiti, spiriti già eletti”, Purg. III) in attesa del definitivo ritorno a casa.
Ecco perché De André era famiglia. Perché è stato veramente il padre (soprattutto), il fratello, l’amico, l’amante di tutti e di ognuno. E a tutti e a ognuno si è donato con la sua nudità di uomo e di poeta.
Fabrizio De André era il cantore del già e non ancora, l’unico modo di assaporare l’eternità concesso a noi mortali. L’amore, invece, è inesprimibile. Fabrizio non aveva più bisogno di sperare. La speranza termina quando sopraggiunge l’amore. E l’amore non ha più bisogno di parole né di musica, perché basta a sé stesso.
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Mi manca il padre, l’amico, il fratello e l’amante…
L’inferno esiste solo per chi ne ha paura…
Gia!
Cosa importa se l’uomo Gesù ha sbagliato?
Non l’ho capita…
Che cosa avrebbe sbagliato Gesù?
L’inferno esiste solo per chi ne ha paura…
Non mi pare… L’inferno esiste proprio perchè quello stesso Gesù che riconosce Fabrizio, ce ne ha parlato…
Fabrizio è sempre stato per me un autore che mi ha attratto, mi ha sempre fatto tanta tenerezza. L’ho sempre percepito un poeta triste… mi sono sempre interrogato sul perchè di questa immensa tristezza che emana dalle sue canzoni-poesie… forse è proprio quella conquista, quel quid che gli è venuto a mancare che non ha riempito di gioia le sue ispirazioni… “non riconoscere in Gesù lo splendore di Dio stesso”.
Leggo con grande partecipazione il bellissimo pezzo scritto da Daniela per ricordare Fabrizio De Andrè, condividendone il contenuto e apprezzandone lo stile. La dimensione del rimpianto per una persona cara che non c’è più fisicamente, ma che ancora abita nei nostri cuori attraverso le sue canzoni, la sua voce, è sostenuta dal ricordo del suo sguardo. Anch’io lo ricordo, quello sguardo, tipico di chi pensa, profondamente, sa, vede e tuttavia non giudica, pur non evitando di esprimere un giudizio.
Un giudizio che spesso è costruttivo, di accoglienza, di attenzione verso gli ultimi, i poveri, i diseredati.
Per questo considero Fabrizio un autore, un uomo, un artista, profondamente religioso, nel senso più completo del termine.
La sua è una religiosità verso l’umano, ma meglio, direi, verso gli specifici uomini e le specifiche donne che compaiono nei suoi testi poetici. Fabrizio non è mai ‘generico’ e predicatorio, come un po’ accade, talvolta, nel mondo della canzone, anche da parte di cantautori di prestigio. Fabrizio ha fatto in modo che la sua arte fosse al servizio dell’umanità: è un grande regalo, è una richiesta di impegno. Grazie Daniela.
L’inferno esiste proprio perchè quello stesso Gesù che riconosce Fabrizio, ce ne ha parlato…
Una cosa esiste perché qualcuno ne ha parlato? Uh uh uh ah
Io parlo sempre di tutte le ragazze che conquisto, ma nella realtà non riesco ad essere altrettanto fortunato.
(ps: questo stupidissimo post non merita nemmeno risposta.
)
Ciao!
Splendido articolo davvero.
La buona novella è davvero un gran disco, la dimostrazione che si può essere grandi senza necessariamente essere dei. Consiglio la versione teatrale interpretata da Claudio Bisio che ne spiega le parti e i significati.
Sono convinto che credere o no sia soggettivo. Nessuno, umanamente parlando può affermare con certezza: L’inferno non c’è , perchè non può dimostrare tale affermazione. Dovrà astenersi dal fare affermazioni senza senso. Differente poi è la fiducia che si può riporre nelle “verità” con cui l’uomo si deve confrontare nella vita. Giustamente una mia o una tua affermazione (lo dici tu stesso), sono degne di fede in relazione al grado di credibilità e coerenza che dimostro nel tempo. Giudichiamo più degna di fede l’affermazione di uno scienziato di fama, premio Nobel, riconosciuto, un luminare della scienza, mentre giudichiamo scarsamente degna di fede l’affermazione di un poveraccio qualsiasi ignorante, magari ubriacone e vagabondo… Sono i nostri parametri normali… Beh su Gesù si possono dire tante cose ma che non sia degno di fede, quello no. Inoltre ci sono anche fattori legati alla ragione e alla giustizia. L’inferno è fondamentalmente una ragionevole possibilità. Esistendo un Dio giusto e una vita oltre la morte, l’inferno è una condizione necessaria e indispensabile per applicare una giustizia spesso negata in questa vita. Negata, purtroppo, sovente proprio da coloro che dicono che l’inferno non esiste.
[...]Esistendo un Dio giusto e una vita oltre la morte[...]
affermazione azzardata, direi
detto questo, almeno qui parliamo di faber e non sbarelliamo off topic?
mi manchi fabrizio, tantissimo
Silent, malgrado lo pseudonimo, mi ha tolto le parole di bocca.
Nel mio articolo parlavo di DE ANDRE’, fornivo una mia interpretazione sul SUO modo di vivere (o di non vivere) la religione e di amare l’UMANITA’. Lo ripeto: ne “La buona novella” il grande cantautore dice chiaramente che Gesù ha sbagliato – lo chiama pure “ciarlatano” – ma è ovvio che bisogna comprendere bene le sue parole; secondo il suo modo di vedere non lo sta né sottovalutando né tantomeno denigrando. Lo sta anzi esaltando al massimo grado, come esempio di umanità esemplare – e, per questo, fatalmente “sciocca”, come sono stati “sciocchi” Impastato, Falcone, Gandhi. “Cuore assetato di carezze di cani, di amori puliti, come quelli dei cretini” (Ron, “Cuore di vetro”, 2000). Gli intelligentoni, invece, i furbi e i sapienti, quelli che hanno capito tutto, quelli vivono a lungo e, di solito, muoiono nel loro letto venerati e magari benedetti dagli alti prelati, com’è accaduto a Pinochet. Infatti: “Il mio regno non è di questo mondo” non è una frase a vanvera e non l’ho certo pronunciata io.
Detto ciò risulta evidente che De André non credeva alla divinità di Gesù; tuttavia ha realizzato un album profondamente religioso, e mi auguro che lo si sia capito. E non credeva all’inferno – ma nemmeno al paradiso. Il resto, le disquisizioni teologiche (o circa) sull’aldilà, sulla giustizia o meno del premio o della pena, sul sesso degli angeli ecc. ecc., le lascio ai più dotti fra voi, ma con Fabrizio non c’entrano una beatissima mazza.
Post scriptum. Ho cambiato blog, se cliccate sul mio nome dovrebbe comparirvi il nuovo link.