Dalla Farsa Alla Tragedia: Il Grande Declino Italiano 64


(Immagine via Bad Drawings)

Nei mesi scorsi, in uno dei tentativi di spin più patetici e meno riusciti della storia, il Governo delle larghe intese ha ripetutamente cercato di convincerci che la Fine Della Crisi & Il Ritorno Alla Crescita™ erano vicini.

Il 6 agosto 2013 Enrico Letta dichiarava raggiante che

I segnali ci sono tutti e indicano che siamo a un passo dal possibile. A un passo, cioè, dall’inversione di rotta e dall’uscita dalla crisi più drammatica e buia che le attuali generazioni abbiano mai vissuto.

Il Ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, rincarava la dose qualche giorno più tardi a Sky Tg24: «Credo che l’economia entrerà in ripresa, siamo a un punto di svolta del ciclo». Insomma, la recessione è praticamente finita: in fondo al tunnel si vede addirittura «un po’ di luce». E non si tratta, assicurava uno scherzoso Saccomanni, di quella del «treno che ci sta venendo incontro».

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Il 19 settembre gli entusiasmi del Governo Letta sono stati smorzati dal Documento di Economia e Finanza presentato dallo stesso Governo Letta, che ha rivisto al ribasso sia le stime per il Pil del 2013 (-1.7%), che quelle per il deficit/Pil (sforerà il 3%). Il «punto di svolta» invocato dal Ministro dell’Economia non è dunque la ripresa, ma il collasso definitivo della narrativa della ripresa – una patetica storiella tagliata con ottimismo scadente che l’esecutivo ha provato a rifilare ai cittadini.

La realtà è che l’Italia di questi anni non sarà ricordata per i post di Vito Crimi su Facebook o le violente sfuriate televisive della Santanchè. Diventerà – come ha scritto Roberto Orsi sul blog della London School of Economics – un perfetto caso di studio su come è possibile scaraventare un paese florido e industrializzato in una condizione di «desertificazione economica, tracollo demografico, “terzomondializzazione” galoppante, crollo della produzione culturale e un totale caos politico-costituzionale».

Tutti i dati che servono a comprendere la gravità del dissesto sono pubblici – e sono impietosi. Nel rapporto sulla Competitività UE, presentato il 25 settembre, si scrive chiaro e tondo che l’Italia sta vivendo «una vera e propria deindustrializzazione» e che la competitività sul costo del lavoro «si è erosa in modo considerevole negli ultimi 10 anni». A luglio, infatti, la produzione industriale su base mensile ha segnato un ribasso dell’1.1%; e la contrazione in termini tendenziali, la 23esima, è stata del 4,3%.

Uno studio della Confindustria presentato lo scorso giugno illustrava i devastanti effetti della crisi, che «ha già causato la distruzione di oltre il 15% del potenziale manifatturiero italiano, con una punta del 40% negli autoveicoli e cali di almeno un quinto in 14 settori su 22». Tra il 2007 e il 2012, il numero di imprese manifatturiere è diminuito dell’8,3%, con un saldo negativo tra imprese nate/cessate di 32mila unità. 55mila aziende hanno chiuso i battenti nel solo triennio 2009-2012. Dal 2007 si sono persi 539mila posti di lavoro nel settore, e il credit crunch perenne ora rischia di mettere in ginocchio anche le aziende sane e di spedire a casa altri lavoratori.

Sul versante del lavoro – e soprattutto della sua mancanza – la situazione è sempre più drammatica.

Il 1 ottobre 2013 sono usciti il rapporto del Cnel sul mercato del lavoro e i nuovi dati Istat sulla disoccupazione in Italia, che hanno raggiunto i livelli del 1977. La disoccupazione generale è salita al 12.2 percento (agosto), in rialzo di 1.5 punti su base annua; quella giovanile ha superato la soglia del 40 percento. Per il Cnel il 2013 è l’anno «peggiore della storia dell’economia italiana dal secondo Dopoguerra», e tra il 2008 e il 2012 si sono persi più di un milione di posti di lavoro con il rischio che «molti di coloro che sono stati espulsi dal mercato, o non sono neanche riusciti a entrarvi, restino a lungo fuori dal processo produttivo».

I precari sono 3,3 milioni e guadagnano in media 836 euro, mentre le persone che hanno la partita Iva, oltre a non essere praticamente rappresentate a livello sindacale, arrivano a lasciare il 60% dei loro introiti tra tasse e contributi (nel 2014 l’aumento dell’aliquota INPS raggiungerà il 33%). Un rapporto del World Economic Forum, inoltre, ha piazzato l’Italia al 37esimo posto – e basta leggere cosa succede nello stabilimento Fiat a Melfi per rendersene conto – nella classifica sul trattamento dei propri lavoratori, dietro al Cile e subito prima della Lettonia.

Sempre negli ultimi anni, inoltre, una serie sterminata di grandi e medie aziende italiane è stata acquistata da gruppi stranieri. Si tratta, per la precisione, di 352 aziende per 45 miliardi di euro – più di una manovra finanziaria. Di questi 45 miliardi, riporta il Corriere Economia, «la parte maggiore, 15 miliardi (34%) è finita al retail, cioè a lusso, moda, design, alimentari, grande distribuzione: il boccone più ambito. Segue il manifatturiero con 10,4 miliardi, quindi un’altra decina di miliardi (9,4) per partecipazioni in banche e servizi finanziari».

L’ultima azienda (in ordine cronologico e di grandezza) è stata la Telecom, passata sotto il controllo della spagnola Telefonica. Come ha scritto Mario Seminerio su Phastidio, l’intero caso Telecom è il risultato di un vergognoso, e italianissimo, saccheggio più che decennale nonché il portato inevitabile di una «sinergia parassitaria tra una classe politica vocata ad esercitare una continua predazione sulle energie vitali della società italiana, ed una oligarchia di capitalisti finanziari a debito».

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(Immagine via Bad Drawings)

La «predazione sulle energie vitali» è ben rappresentata anche da altri fattori che stanno soffocando l’economia. Che l’Italia abbia uno dei livelli di tassazione più alti al mondo è ormai un fatto noto; nonostante ciò, nel tentativo disperato di far cassa il Governo ha recentemente aumentato l’Iva al 22%. Resta da capire che frutti possa portare questa misura, visto che nei primi otto mesi del 2013 il gettito dell’Iva – che era stata a sua volta aumentata di un punto dal Governo Berlusconi nel 2011 – è calato del 5.2% (-3 miliardi di euro).

In più ci sono i soliti problemi strutturali del Paese: infrastrutture inadeguate, corruzione endemica (la Commissione UE stima che la metà dei 120 miliardi di euro sottratti ogni anno all’economia continentale sia di nostra competenza), una giustizia civile allo sfascio e una burocrazia ipertrofica e fuori ogni controllo.

A quest’ultimo proposito, il caso della bonifica di Porto Marghera illustra bene cosa succede quando s’intrecciano burocrazia e deindustrializzazione. Il 21 gennaio 2013 erano stati finalmente approvati i quattro protocolli attuativi destinati a sbloccare le bonifiche di cui si parla da almeno 10 anni. Lo scorso 17 giugno, però, nella conferenza dei servizi decisoria si è rimessa in discussione una procedura che era già stata condivisa e approvata, «riaprendo la porta alle burocrazia e al sistema delle autorizzazioni». Di fatto si è bloccato tutto un’altra volta.

Nel frattempo, la situazione dei lavoratori rimasti a Marghera è sempre più catastrofica. Dopo aver effettuato un sopralluogo negli impianti Vynils (su invito degli operai), l’assessore all’ambiente del Comune di Venezia Gianfranco Bettin ha rilasciato questo durissimo comunicato:

Il quadro che abbiamo potuto verificare è tale da causare gravissime preoccupazioni sia per l’ambiente e la salute sia per le condizioni nelle quali si trovano a operare gli addetti, i quali sono di fatto “comandati”, pagati pochissimo, mentre attendono tuttora decine e decine di migliaia di euro ciascuno di salari e stipendi a lungo non pagati in passato, con grave disagio sopportato insieme alle famiglie. La sala controllo nella quale svolgono i turni “H24”, notte compresa, ai quali sono tenuti, versa in condizioni fatiscenti. Vi piove dentro, a volte è assalita da ratti e serpenti che hanno colonizzato gli spazi inselvatichiti dentro e intorno agli impianti da tempo fermi, mentre d’estate, per mancanza di condizionatori, è rovente.

Per quanto riguarda l’istruzione, un’indagine dell’Ocse ha fotografato l’agghiacciante condizione culturale in cui versano gli italiani: siamo «ultimi in classifica per competenze alfabetiche, ovvero di lettura e comunicazione, tra 24 stati tra i più industrializzati» e penultimi per competenze matematiche. Soltanto una piccola parte della popolazione, meno del 30%, possiede i livelli di conoscenza che l’Ocse considera «il minimo per vivere e lavorare nel XXI secolo». L’Ocse ha anche evidenziato il netto divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno e il deficit abissale tra la nostra offerta formativa di alto livello e quella dei paesi più avanzati.

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(Fonte: Repubblica)

Insomma, la rapidità del declino in tutti i campi è così impressionante che – argomenta Orsi sul blog della LSE –,

Se si continua così, nell’arco di meno di una generazione non rimarrà più nulla dell’Italia come moderna nazionale industriale.

Il punto è che l’attuale classe dirigente non ha né l’abilità né probabilmente l’intenzione di tirare fuori il Paese dal baratro. Anzi. Come dice Orsi, «Monti ha aggravato una recessione già pesante, e Letta sta percorrendo la stessa identica strada. Tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità». L’ignobile spettacolo della crisi di governo del 2 ottobre ha mostrato chiaramente che l’unica cosa stabile nella politica italiana è lo stato d’emergenza – uno stato che Giorgio Agamben ha definito «incompatibile con la democrazia».

Se la retorica della «ripresa» ha subito una brusca battuta d’arresto, quella de “L’Italia È Un Grande Paese” continua tuttavia a rimanere piuttosto radicata nel discorso pubblico. Lo scorso 23 settembre, ad esempio, la Presidente della Camera Laura Boldrini ha detto:

Il nostro è un grande Paese, non dobbiamo dimenticarlo. Ha una storia millenaria, ha i propri talenti in ogni parte del mondo ed è ancora, nonostante i colpi della crisi, una notevole potenza industriale. […] L’Italia è tra i Paesi fondatori dell’Unione europea e merita di più. Merita di riconquistare con la forza delle idee e con la dignità del lavoro il posto che le spetta.

A me sembra che l’Italia abbia ormai deciso quale posto occupare all’interno dell’Unione Europea: quello di un Paese corrotto fino al midollo, senza prospettive, insicuro, impoverito, incattivito e popolato da masse di analfabeti funzionali.

E no, non ci meritiamo di più. Ci meritiamo ampiamente tutto quello che sta succedendo.


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