Dal Capobranco Nessun Pentimento


Del pentimento di certi personaggi onestamente non me ne fotte nulla. Non sono un prete, non amministro la pietà divina e il fatto che qualcuno che abbia commesso un crimine così orribile si penta o meno non sposta di una virgola la mia posizione.

Non riesco a capire per quale motivo il Corriere e gli altri giornali italiani tendano sempre a informarci del pentimento dei rei. Come se il fatto che si siano pentiti ci possa in qualche modo emozionare, avvicinare, collegare nel nome della fratellanza umana.

Io della fratellanza umana me ne fotto. Con gente che fa queste cose, bianca, gialla, rossa, verde o nera che sia, non ho nessuna parentela. Perdono e pentimento sono concetti che non mi appartengono perché non cambiano la realtà delle cose. Il pentimento è una questione personale e non riguarda la società. Così come il perdono che nessuno di noi ha il diritto di impartire visto che non è stato la vittima di questi tizi qua.

A me interessa che sia amministrata la legge, nella sua forma più severa perché se un reato che è generato dalla necessità di sopravvivere, per fame, malattia o crisi di astinenza può indurre comprensione, nulla e veramente nulla può giustificare un’azione brutale e irreversibile esplicitata solo per diletto.

Vorrei un giudizio rapido con, se fossero provate le accuse, il massimo delle pene previste. Vorrei che questa vicenda si concludesse con la prova che una nazione esiste e che sa ancora usare la legge per mantenere l’ordine. Tutti noi sappiamo che tre minorenni che si sono costituiti se ne andranno con una tirata d’orecchi. Forte magari, ma sempre una tirata d’orecchi. Il quarto campione, quello che aveva il permesso umanitario si avvierà per le vie tortuose dei processi penali italiani dalla durata infinita e dagli esiti incerti ed ondivaghi.
E questa la cosa che mi interessa. E’ questa la cosa che mi emoziona e mi preoccupa. E’ di questa cosa che vorrei che parlasse il Corriere.