Continuo a parlare del mio lavoro perché sempre più spesso mi sento sottoposta a “giudizi” su quello che faccio, come lo faccio, perché lo faccio. Cosa faccio? Racconto le cose che mi circondano. Come lo faccio? Con massima sincerità e massima professionalità, sempre tenendo conto dei miei limiti. Perché lo faccio? Perché è un lavoro che mi piace e che mi consente di vivere dignitosamente (non si naviga nell’oro, non date retta, soprattutto se si è precari a vita come buona parte dei giornalisti).
Non mi vergogno di lavorare per un rotocalco televisivo, come non mi sono vergognata di scrivere per Novella2000 (qualcuno ricorda che per anni è stata diretta dalla figlia di Enzo Biagi?) o per Stop.
Ultimamente sono incappata in un “intellettuale” il quale ha tranciato il seguente giudizio: mi devo vergognare perché scrivere per i rotocalchi equivale a prostituire la propria penna e quindi a non essere degni di scrivere, meno che mai letteratura. In soldoni (pare la pensino così anche dalle parti di Vibrisse) non si può essere giornalisti per sopravvivere e scrittori per passione.
Un vero scrittore è uno “duro e puro” che non si abbassa ad altri lavori, al limite lava le scale o fa l’operatore ecologico, perché queste attività non sono “invasive” del genio scrittorio, non contaminano altro che le mani mentre la cervice resta libera di volare nell’empireo letterario.
Va da sé che non sono d’accordo e che non considero il mio lavoro “contaminante” a tutto discapito della mia scrittura. Detto questo, ho chiesto a un po’ di gente che se ne intende, quale possa essere il segreto di un buon intervistatore.

Su una cosa sono tutti d’accordo: non esiste un ’segreto’ per essere un grande intervistatore. Anche se, come Enzo Biagi, rivelano di seguire un esempio inarrivabile. “Nella Bibbia, l’ho detto più volte, si trova quella che a mio parere è la migliore domanda che sia mai stata posta. Dio, che sa perfettamente quello che è successo, chiede a Caino, appena reduce dall’omicidio di Abele, “dov’è tuo fratello?”. Ecco, io credo di essere un discreto intervistatore perché mi limito a fare le domande che i lettori o i telespettatori farebbero se si trovassero al mio posto. Non ho mai approvato le cosiddette domande provocatorie. Colui che chiede ad una madre che ha appena saputo dell’assassinio di suo figlio cosa prova non è un giornalista, è un deficiente. D’altronde nello sforzo di apparire super-intelligenti si può ottenere un unico risultato, quello di risultare stupidi.”
“Prepararsi al massimo la prima domanda ed ascoltare con attenzione le risposte. Il resto verrà da sè.” Così spiega il proprio successo di confessore televisivo Maurizio Costanzo, il fondatore del talk-show italiano. “Se si ha davanti una scaletta troppo rigida da seguire, si rischia di farsi sfuggire qualcosa di importante nelle risposte dell’intervistato. E la persona che si ha davanti potrebbe avere l’impressione che ciò che sta dicendo non sia interessante, finendo così per chiudersi in se stessa. E se in un’intervista per la carta stampata l’inconveniente si rimedia, durante un’intervista televisiva il silenzio dell’intervistato pesa moltissimo. A me è successo due volte. Erano i tempi di Bontà loro, il talk-show in Italia era una novità e non esisteva l’abitudine a raccontarsi davanti ad una telecamera. Il regista Marco Ferreri fece un’angosciante scena muta, come anche Stefania Sandrelli. Per lei si trattò di un vero e proprio crack da diretta.”
Altri tempi. Oggi, almeno secondo Gigi Marzullo, la gente, soprattutto quella famosa, ha scoperto il piacere di parlare. “Non ho un segreto per convincere i miei ospiti a raccontarsi. Il desiderio di parlare è tale che basta che trovino uno scemo, in questo caso io, che dia loro il via. Poi l’importante è far loro capire che non ho intenzione di aggredirli, che voglio capire, non distruggere e che, se faccio delle domande a volte molto personali, è perché la loro esperienza, positiva o negativa che sia, è interessante per me e per tutti quelli che sono davanti al televisore. Il risultato è che si crea una sorta di magia. Sono molti quelli che, dopo l’intervista, mi dicono di aver rivelato delle cose che non avrebbero mai pensato di dire. Come ci sono quelli che non accettano di partecipare alla mia trasmissione perché hanno paura. Non di me, naturalmente, ma di quello che potrebbero dire. Una di loro è la mia cara amica Enrica Bonaccorti.”
Personaggi famosi, ma anche gente comune. Ed è questa che preferisce Enza Sampò. “So che l’esercizio di bravura del conduttore con i personaggi famosi è di ricavarne un ritratto diverso da quello che il personaggio dà di solito di sè stesso. Ma non fa per me, preferisco intervistare persone con una storia da raccontare, con un’esperienza che può essere utile agli altri. E con loro le regole fondamentali sono due sole: ascoltare e non giudicare, mai. In questo modo ciò che nasce non è un’intervista, ma un dialogo a due. L’atteggiamento di comprensione, il far trapelare l’interesse per ciò che la persona sta raccontando, è importante, soprattutto per trasmissioni come Io confesso o Donne al bivio. La gente, sia quella in studio che quella a casa, davanti al televisione, capisce subito se partecipi veramente o se stai recitando.”
Storie di tutti i giorni oppure vite famose. Per Maurizio Costanzo la differenza è minima. “Uso lo stesso atteggiamento con tutti, anche se è più facile far parlare una persona famosa, di spettacolo, che non una comune. Il protagonista di una storia di cronaca di solito ha in sè un’esperienza personale, spesso dolorosa, che deve venir fuori e si deve aiutarlo ad esprimerla al meglio. Partecipando, ma senza sbrodolamenti.”
“Le persone che ho intervistato“, racconta Enzo Biagi “erano tutte interessanti per la storia che avevano dietro. Ho parlato con grandi uomini, grandi donne ma anche grandi imbecilli. E purtroppo viviamo in un mondo sguaiato, dove anche chi non ha veramente niente da dire si sente in dovere di rendere il mondo partecipe del proprio pensiero. Di sicuro è molto più piacevole intervistare una persona intelligente. Parlare con Roberto Benigni, per esempio, è sempre una festa perché è geniale.” E se deve pensare a un personaggio su tutti, il conduttore de “Il fatto” non ha dubbi: “Sabin, lo scopritore del siero antipolio. Non aveva mai concesso interviste e, quando fu il mio turno, gli chiesi quale fosse il segreto del ricercatore. Rispose “Provare 99 volte senza scoraggiarsi. E magari alla centesima si riesce”. Gli dissi che era la stessa cosa per un giornalista e che quella era la mia centesima richiesta di intervista. Me la concesse.”

“L’intervista che ricordo con piacere? Quella ad Amanda Lear. Erano i tempi di Bontà loro“, ricorda Costanzo “e il tormentone di allora era: è un uomo o una donna? Facemmo 14 milioni di telespettatori senza peraltro riuscire a svelare l’arcano che appassionava l’Italia.”
Più recenti i ricordi di Marzullo e della Sampò.
“Alessandra Casella mi ha commosso“, racconta il conduttore di “Sottovoce“. “Le ho chiesto se le sarebbe piaciuto essere madre. Mi ha detto di si ed era scontato che io le chiedessi perché non avesse ancora bambini. “Perché ovaricamente sono un disastro”, ha rivelato. E avrebbe potuto rispondere qualsiasi altra cosa.”
“Una donna il cui marito, vittima dell’usura, si è suicidato“, ricorda la conduttrice di Donne al bivio. “Una persona talmente colpita dalla vita da non riuscire, per tutti i 25 minuti della messa in onda, ad alzare gli occhi. Mi ha colpito tutta quella sofferenza.”
Un ruolo, quello di confessore televisivo, che piace a quei grandi curiosi che sono i vari Costanzo, Biagi, Marzullo. E non hanno difficoltà ad ammetterlo. “Mi piace questa specializzazione“, afferma il più notturno dei confessori, “questo mio interpretare lo psicanalista con il taccuino accanto al divano. Sarà che ho fatto studi medici, una specie di deformazione professionale.”
“La cosa che mi piace di più“, rivela Enzo Biagi “è stare solo con me stesso. Mi piace farmi compagnia, ma la mia grande curiosità nei confronti della gente prevale. Per questo ho scelto questo mestiere.“
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Laura Costantini
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29 Ottobre, 2007 a 17:12
tusaichi
Agrodolce.
Forse temerario accostare costanzo, biagi e marzullo. Forse ancor più temerario trattare biagi come semplice “curioso” da buco della serratura.
tuttavia s’ha da campà, no?
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29 Ottobre, 2007 a 22:33
diabolicomarco
? che bell’intellettuale. Complimenti.
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30 Ottobre, 2007 a 8:57
Laura Costantini
Biagi, come ogni buon giornalista, e’ sostanzialmente un curioso della vita. La differenza tra lui, che e’ un grandissimo, e tutti gli altri (me compresa) e’ come poi viene divulgato il frutto di quella sbirciata nella societa’ che ci circonda e la riflessione che ne sorge.
Per quanto riguarda l’accostamento, per il giornale per il quale scrivevo (una notissima testata Rizzoli) costituivano, Biagi, Marzullo, Costanzo e la signora Sampo’, esempi di quel ruolo di intervistatore che tutti pensano di poter affrontare senza alcuna preparazione e che, invece, richiede una maestria che questi nomi, in varia misura, hanno.
Laura
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